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giovedì 28 maggio 2015

Io e te

E' successo lunedì, per un tuo capriccio, uno dei soliti, uno dei tanti. Ci siamo lasciate con il muso, senza un bacetto. Non ce l'ho proprio fatta a perdonarti. 
Non so nemmeno perché lo scrivo. Forse perché un giorno, quando sarai più grande, lo leggerai e ti ricorderai, e magari sarai più indulgente nei miei confronti.
Il fatto è che tu a volte ti impunti per cose irrilevanti anche per te, solo per il gusto di metterci alla prova, a me e a papà, e vedere fino a che punto cediamo, e fino a che punto puoi ottenere qualcosa a discapito di tuo fratello. E lunedì sera non ce l'hai fatta. E allora giù capricci fino alla sfinimento, finché ho perso la pazienza al punto da rinunciare al nostro rituale della buonanotte. Al punto da dirti che non me ne facevo niente, del disegno che avevi preparato per il mio compleanno, se poi dovevi comportarti così male. "Non lo voglio più", ti ho detto.
Lo so, sono stata cattiva. Perché di tutti i rimproveri quello è stato l'unico che ti ha colpita. E affondata. Ho visto il tuo viso rompersi improvvisamente in una maschera di pianto.
Mi sono sentita un mostro. Perché quel disegno te l'avevo chiesto io come regalo. E tu ci avevi lavorato con impegno per tutto il pomeriggio. E l'avevi anche nascosto, perché lo vedessi solo il giorno dopo.
Sono andata a dormire triste, con la morte del cuore per quel che ti avevo fatto. Eppure convinta di avere ragione e di non potertela proprio far passare.
Però forse a qualcosa è servito. La mattina seguente, dopo avermi guardata corrucciata da sotto la lunga frangetta, dopo qualche iniziale titubanza ci siamo ritrovate e mi hai dato il tuo disegno.
Ma soprattutto, la sera, arrivato il momento di andare a letto, non hai più fatto la prepotente con tuo fratello. Niente più storie, niente capricci, ma un "va bene" maturo che da te non mi sarei aspettato. Forse allora non ho sbagliato tutto.
E il tuo disegno? Sicuramente non avevo mai ricevuto un regalo di compleanno così bello. Ci hai fatte proprio bene, a me e te. Così carine nei nostri vestiti. Ed io ho persino gli occhiali e gli orecchini. Tu forse sei un po' troppo bionda, ma la pittrice sei tu e qualche licenza artistica ci può stare. Anche la torta con le candeline è venuta benissimo, e poi c'è pure la nostra gatta! Papà non l'hai disegnato, ve bè, era al lavoro o al supermercato, mi hai spiegato e, insomma, non fa una piega. Solo una cosa ti contesto: ma perché il povero Ieie l'hai fatto così brutto, "L'ho fatto grande - mi hai detto - più grande di me", e va bene, ma poverino, sembra il gobbo di Nôtre Dame!

lunedì 25 maggio 2015

Il battesimo

Ieri, a messa, ho assistito a un battesimo. E fin qui niente di nuovo. Non capita tutti i giorni, invece, di vedere accostarsi al sacramento due ragazzini, otto anni circa il primo, tredici il secondo, per di più di origine straniera, come il nome e i tratti somatici lasciavano intendere, sebbene con  un italiano senza incertezze e senza accento.
Già questo sarebbe bastato a rendere il fatto commovente e denso di significato. Quei due bambini già grandicelli che avevano scelto e chiesto di ricevere il battesimo "con il consenso dei genitori", come il sacerdote si era premurato di spiegare, i volti gioiosi con i quali hanno risposto alle domande del celebrante, il capo chino sotto l'acqua benedetta, la veste bianca, mi hanno inoltre suscitato un po' di invidia.
Lo so, non si dovrebbe dire. Ma loro erano stati proprio chiamati, e fa niente che io il battesimo l'ho ricevuto in fasce, e dovrei sentirmi fortunata perché mi è stato regalato senza sforzo alcuno (ho poi scoperto che il più grandicello dei due da alcuni anni frequentava la parrocchia e faceva il chierichetto, ma non aveva potuto ricevere il battesimo per via dell'iniziale contrarietà dei genitori). La verità è che probabilmente loro sapranno apprezzare questo dono molto più di me, e ne faranno tesoro e ne daranno testimonianza sempre meglio di me, perché per loro non sarà mai scontato come molte delle cose belle a cui siamo abituati al punto da perderne di vista il valore.
Fatto sta che nel bel mezzo della celebrazione alla quale, per onore della cronaca, hanno preso parte anche i genitori dei due ragazzini, una lacrimuccia mi si è fermata all'angolo dell'occhio facendomi sentire un po' sciocca. Piangere per queste cose, alla mia età...
Poi, due file avanti a me, ho visto il volto rigato di una signora che poteva essere mia coetanea; a sinistra una ragazza offriva il fazzoletto a un'altra seduta due panche indietro; finché anche il sacerdote ha terminato la formula di rito con la voce rotta dalla commozione. "Ecco - ha bofonchiato la signora accanto a me soffiandosi il naso - anche il sacerdote si è messo a piangere".
E allora non mi sono più sentita stupida. Ma ho pensato che le porte e le finestre della chiesa non si erano spalancate improvvisamente, e nessuno dei presenti aveva preso a parlare in altre lingue, eppure, in qualche modo, in questa Pentecoste lo Spirito Santo aveva fatto un dono anche a tutti noi.

sabato 23 maggio 2015

Un sabato qualunque

Al ritorno da una gita in campagna.
"Allora che avete fatto? Che animali avete visto?"
Guarda il vuoto, succhiandosi il pollice di tanto in tanto. Le gambe incrociate, si tormenta i piedini. "Ho fatto la corsa, la Cri mi ha spinto e mi sono punta".
"Su dai amore basta con questa storia, dì ai nonni cosa hai visto. C'erano, quelle con le corna, come si chiamavano?".
"...".
"Bè allora, non ci racconti niente? Chi c'era?".
"Le bufale!".
"Dai, dì che avete fatto, gli avete dato da mangiare?".
Annuisce, mentre stiracchia le piccole dita nei calzini rosa ornati da Peppa.
"E che gli avete dato?".
"La paia. Mamma ma perché mangiano la paia?".
"Bè perché a loro piace".
"E a te non piace la paglia?".
Ariccia il nasino all'insù "Bleah, no!".
"Poi chi c'era ancora, lo stru..".
"Zzo!".
"E il cerbia...".
"Ttolo!".
"No il cerbiatto!".
"E che hai mangiato?".
Il solo ricordo basta a rianimarla. "Il dolce!".
"Va bene, ma prima?".
"La pasta con gli orecchini".
"Ma no amore, le orecchiette!".
"E le patatine col ceccol".
"No Lolla non c'era il ketchup, era maionese".
"E le patatine con la maionese".

Ascoltare i racconti della Lolla è avventurarsi in territori inesplorati. Sembrerà sempre che sia stata in un posto diverso dal vostro, pur avendo fatto e visto le vostre stesse cose.

sabato 16 maggio 2015

Antigua, vita mia

Violeta e Josefa, Josefa e Violeta, le loro storie, la loro storia, si rincorrono e si dipanano intrecciandosi continuamente. Il diario di Violeta, i ricordi di Josefa, in un'alternarsi di presente e passato, in una ricostruzione che, in mezzo a continui flash back, arriva al momento clou del racconto, quello che spalancherà le porte ad Antigua.
Ancora una volta Marcela Serrano si rivela narratrice di voci femminili, i suoi romanzi, e "Antigua, vita mia" non fa eccezione, non seguono un percorso cronologico ed esulano dalla trama convenzionale. Le protagoniste si muovono tra riflessioni e ricordi, stati d'animo e bilanci, per arrivare alla svolta, al cambiamento, che è la chiave di volta dei racconti della Serrano.
Sensibilità, sensualità, lirismo sono i tratti caratterizzanti questa scrittrice cilena. Attraverso le sue pagine ho iniziato ad amare il Cile e a coltivare il desiderio di visitarlo. Ma non solo, la Serrano riesce a incuriosire il lettore anche su altri luoghi del Sudamerica, ambientando la narrazione in posti poco noti al grande pubblico, ma dall'aria esotica, ariosa e, soprattutto, tranquilla. E' spesso all'estero che le sue protagoniste trovano la pace, quel ritorno alle origini che permette loro di dipanare la matassa delle loro vite. Qui vediamo Antigua, in Guatemala, in "Nostra Signora della solitudine", invece, c'è il Messico di Oaxaca. L'altrove è un luogo spesso incontaminato dalla modernità, come se il Cile, nonostante tutto, avesse tradito se stesso, la sua storia, e le promesse con cui aveva cresciuto intere generazioni.
"Antigua, vita mia", infine, è una storia di amicizia, di come a volte siano le circostanze e le necessità a decidere chi avremo accanto, ma questo non significa che da questi incontri non possano nascere legami forti e ricchi, come per Josefa e Violeta.
Un unico appunto per il finale della storia, che mi ha lasciata un po' perplessa: la scelta finale di Josefa sembra tradire il suo slancio, il bisogno iniziale che l'aveva condotta ad Antigua, sebbene lasci aperte nuove possibilità.
Nel complesso, comunque, vale la pena leggere questo libro per ritrovare la profondità della Serrano e per fare una vacanza ad Antigua, perché uno dei meriti della lettura è proprio quello di portarci in giro per il mondo comodamente dal divano di casa.

Antigua, vita mia, Marcela Serrano, Universale Economica Feltrinelli, trad. di Simona Geroldi

sabato 9 maggio 2015

A sbagliare le storie

Stamattina, a colazione con la Lolla.
"Mamma lo sai che la strega di Biancaneve fa una mela avvelenata?".
"Davvero?"
"Sì e poi la dà a Biancaneve, Biancaneve la mangia e muore. Poi arriva il nanetto e si toglie la barba".
"Veramente?".
"Sì così guarda".
"Forse se la strappa..."
"La tira e poi i nanetti piangono. Poi arriva il principe dà un bacio a Biancaneve e lei si sveglia".
"E poi il principe porta Biancaneve al castello?".
"No, il castello è della strega, ma la strega alla fine cade il burro".
"Vorrai dire nel burrone..."
"Sì nel burrone. Che cos'è il burrone?".
"E' una buca nel terreno molto profonda".
"Mamma?".
"Sì?".
"Ma la strega era arrabbiata perché voleva andare al ballo?".
"A quale ballo amore?"
"A quello di Cenerentola".

Chissà se Rodari scrisse "A sbagliare le storie" dopo una conversazione con un bambino.
Comunque la Lolla mi fa troppo ridere.

Cara mamma

Parlando con le amiche succede abbastanza spesso che piovano lamentele nei confronti dei mariti poco presenti. Quel che si rimprovera loro non è la prolungata assenza causa lavoro (non sia mai!), quanto i tentativi di sottrarsi agli obblighi familiari con i pretesti più assurdi. Il pargolo si ammala, sta andando in iperventilazione da capricci, ha deciso di svuotare la scatola degli stuzzicadenti per tutta la casa? Ecco che loro non ci sono più, smaterializzatisi sul posto di lavoro per una chiamata urgente, a tagliare il prato "che è da tanto tempo che rimando e non può più aspettare", a prendere un tè con la zia Adalgisa perché bisognerà pure andarla a trovare ogni tanto "sta sempre da sola poverina".
Ora, diciamocelo, anche le mamme spesso lavorano (e non solo), eppure non si perdono un incontro scuola-famiglia, né una festa degli amichetti, sanno compitare i nomi delle maestre e potrebbero fare l'appello di tutti i compagni di classe, partendo dalla Z fino alla A. In più ricordano le ultime dieci influenze della prole catalogate per durata, temperature massime e sintomi. Quanti padri possono dire lo stesso?
Per non parlare, poi, delle scuse accampate per svicolare piccole richieste quotidiane. "Dov'è che stanno (e qui mettete quello che vi pare, i piatti, le posate, le magliette dei bambini)?" sarà la risposta più gettonata dai papà all'incauta domanda di aiuto da parte della mamma, accompagnata da questa giustificazione "Ma tu le hai spostate" (sì, ma quattro anni fa).
Adesso io mi chiedo: ma noi mamme, quanto contribuiamo a rendere così i nostri figli? Non voglio dire che le colpe siano solo nostre, c'è tutto un sistema che consolida e giustifica il disimpegno maschile, tuttavia non possiamo negare che anche certi atteggiamenti materni contribuiscono ad alimentarlo. Ecco allora che, in occasione della festa della mamma, ho fatto un piccolo elenco di quei comportamenti (dei quali, mi dispiace dirlo, sono stata testimone nel corso della mia vita) che dovremmo proprio evitare
"Cara mamma che ancora sistemi i cassetti dell'armadio di tuo figlio, che gli raccogli l'accappatoio abbandonato sul pavimento, che riconduci alla lavastoviglie la tazzina sporca che ha (inavvertitamente, s'intende) smarrito per casa, nonostante ormai abbia l'età per guidare la macchina, votare e prenda una sostanziosa busta paga, magari più alta della tua: c'è un limite oltre il quale non si parla più di accudimento, ma di accanimento terapeutico. Sappilo.
Cara mamma che fai tutte le cose di cui sopra con l'idea che un giorno ci sarà un'altra donna che solleverà tuo figlio da queste incombenze: hai mai pensato che potrebbe rimanere single o semplicemente trovare una compagna non disposta ad agevolarlo come fai tu? 
Cara mamma che elogi tuo figlio perché sa cambiare un pannolino. Lo so che ormai il cambio del pannolino è il metro di giudizio del padre modello, basta che lo sappia fare (e dico SAPPIA) che giù tutti a sperticarsi in lodi. Fa niente, poi, che lo cambi con la frequenza di un'eclissi solare e mai, dico MAI, quando la madre è presente sotto lo stesso tetto. Ecco, cara mamma, prima di unirti al coro di elogi ripensa a quando a cambiare i pannolini c'eri tu e chiediti come ti saresti sentita se avessero elogiato tuo marito.
E adesso qualche avviso per le mamme di maschi e femmine.
Cara mamma che fai distinzioni tra i tuoi figli, che permetti a lui di avere il motorino, di far tardi la sera e di andare a studiare fuori e che neghi a lei tutto questo, e non perché non se lo meriti, ho solo una cosa da dirti: PERCHE'?
Cara mamma che quando siete a tavola ti fai aiutare da tua figlia a far su e giù tra cucina e sala da pranzo, mentre tutti i membri maschili della famiglia, spaparanzati&spanzati sulle sedie, vi urlano un 'Giacché sei lì mi porteresti...?', ti sei mai chiesta che succederà quando la brava figliola, finalmente per lei, se ne andrà di casa? Chi ti aiuterà a destreggiarti tra piatti sporchi, il bis del primo, il tris del dolce e 'una forchetta pulita per favore?'.
Cara mamma che non hai seguito i consigli 4 e 5, non ti lamentare, poi, se, una volta uscito dal nido, tuo figlio sarà indisponibile e poco presente nei momenti del bisogno.
L'arte del disimpegno gliel'hai insegnata anche tu".

martedì 5 maggio 2015

Un bambino

"E allora andai ospite dalla zia Tina che viveva a G., perché qui in paese, allora, le scuole medie non c'erano. Stetti da lei un anno, poi la trasferirono, andò a lavorare in città e si fece ospitare da una parente. Io allora andai in collegio, poi quando la zia trovò casa in città mi prese con sé e rimasi con lei fino alla fine delle scuole".
"E papà? Anche lui andò a stare dalla zia Tina, no?".
"Sì, quando cominciò le medie. Ancora me lo ricordo, si era nascosto là, sotto il tavolo della macchina da cucire, piangeva e diceva 'Io voglio stare con la Titina mia'. Sai, la mamma era morta da poco".

Pur sapendo che anche i nostri genitori sono stati bambini, fa sempre un certo effetto scoprirli piccoli e indifesi. Non ho mai ignorato che mio padre avesse perso la madre nell'infanzia, ma non avevo mai veramente riflettuto su come questa perdita avesse influito sulla sua piccola esistenza di bambino di otto anni. 
Ho immaginato lui, così serio e poco incline ai sentimentalismi, poco più grande di Ieie, accucciato sotto un tavolo che si dispera perché non vuole essere separato dalla sorella di soli due anni più grande. E ho sentito una grande tristezza, una voglia di piangere e di consolare quel bambino di cui conosco solo la versione adulta.
E poi ho messo in fila i ricordi, ho ripensato al rapporto tra mio padre e mia zia, ho guardato quella loro affettuosità pacata e priva di gesti eclatanti, fatta di dialoghi, visite e aiuto nei momenti del bisogno e ho capito che quello che noi vediamo, e pensiamo di conoscere, è così poco in confronto a tutto quello che c'è stato. Ed è un vero peccato.