Pagine

mercoledì 30 dicembre 2020

Tre desideri per l'anno nuovo

 Se potessimo esprimere un desiderio per il nuovo anno, sono sicura che in maggioranza chiederemmo la fine immediata dell'odiato covid con tutto ciò che questo comporterebbe, la guarigione delle persone ancora in ospedale e la ripresa delle attività lavorative in primis.
Assodato questo augurio corale, per il 2021 avrei anche tre piccoli auspici, no anzi, proprio tre richieste che spero possano essere esaudite.
3) La fine delle conferenze stampa di Conte. Ecco, mi auguro che l'anno nuovo, oltre che covid free, sia anche Conte's press conference free, perché già è brutto che ogni tre per due le maglie della tua libertà si restringano, se poi, prima di ogni nuova regola, il presidente del Consiglio ti deve attaccare un pippone interminabile per spiegare la rava e la fava della necessità di cotale scelta, cercando di convincerti che è per il tuo bene, tutto ciò diventa proprio una tortura cinese. Un po' come se il giudice, prima di quantificare la condanna (perché sai che ti condannerà), ti tormentasse con una paternalistica spiegazione sui benefici che la permanenza in carcere ti garantirà o se il meccanico si dilungasse in inutili valutazioni tecniche sulla fenomenologia del parafango prima di dirti a quanto ammonta il danno.
2) La fine delle mielose (e inutili) frasi ipocrite. Se sento un'altra volta che andrà tutto bene tiro fuori il mitra. Non parliamo di "è come quando c'era la guerra" (ah sì, perché c'eri?), "ma che vi costa rimanere a casa? in fondo vi chiedono solo di starvene seduti in poltrona" (di solito detto da chi percepisce il suo stipendio per intero), "sarà un Natale più semplice ma più vero" (sì come no, e poi "ne usciremo tutti migliori"). Pietà e misericordia 2021, liberaci da questa valanga di cliché che non aiutano a stare meglio, ma nella maggior parte dei casi aumentano solo il tasso di intolleranza.
Immagine presa dal web
1)  Poter uscire di casa senza prima interrogare il tuo smartphone per capire cosa puoi fare e cosa no. Non chiedersi "è consentito?" per la qualunque, se un amico ha bisogno di un passaggio, se vuoi andare in città a trovare i tuoi (o a comprarti una qualsiasi cosa), se piove a dirotto e un amico di tuo figlio ha bisogno di ripararsi a casa tua. Non uscire ogni volta dal supermercato carica di scorte come se il giorno dopo dovesse scoppiare la guerra, perché "magari domani cambiano le regole e non posso più venire qui a fare la spesa". Non tenermi a distanza dalle persone, non muovermi intorno agli amici seguendo percorsi tortuosi fatti di spazi e vuoti. Non contare i canonici 14 giorni per capire se sono sommersa o salvata, ogni qual volta mi sembra di aver fatto qualcosa di "pericoloso". Spero che il 2021 eradichi queste bizzarre e atroci abitudini che hanno preso possesso del mio cervello. E ci restituisca la vita.
Che questo 2020 fatto di rinunce e di giorni sempre uguali, a pensarci ora, mi sembra di non averlo vissuto per niente.
Immagine presa dal web


venerdì 18 dicembre 2020

Brividi di morte per l'ispettore Dalgliesh

Benvenuti nell'isola di Combe, paradiso al largo della Cornovaglia accessibile a pochi, selezionati ospiti. Qui troverete silenzio, tranquillità e riservatezza, sarete accolti in comodi cottage e assistiti da personale discreto e sollecito. Non abbiate remore, se avete i requisiti per accedere, Combe non vi deluderà.
Be' sì, certo, almeno finché uno degli ospiti non verrà trovato impiccato al faro dell'isola e da Scotland Yard invieranno l'ispettore Adam Dalgliesh a sbrogliare quello che ha tutta l'aria di essere la messa in scena di un suicidio.
Ma chi aveva interesse a far fuori il famoso scrittore Nathan Oliver? Forse l'assistente che si era innamorato, ricambiato, di sua figlia, mandandolo su tutte le furie; oppure il tuttofare dell'isola che secondo Oliver non ne combinava mai una giusta; o ancora l'infermiera Jo Staveley e la governante Mrs Burbridge che gli rimproveravano di aver fatto ricadere nel vizio dell'alcol il fragile Boyde; magari Mark Yelland, con cui aveva litigato la sera prima della morte; no sicuramente Jago, marinaio e guardiano di Combe, legato ad Oliver da segreti provenienti da un lontano passato, d'altronde chi meglio di Jago per una vendetta? Certo è che questo scrittore non suscitava molte simpatie.
Il caso, comunque, dovrebbe essere di facile soluzione. L'omicida è uno dei pochissimi tra ospiti e lavoratori ammessi nell'isola, sbarcare senza autorizzazione e senza essere visti è praticamente impossibile e se si aggiunge che a indagare c'è uno dei migliori investigatori di Scotland Yard con la sua squadra, la soluzione è a portata di mano. Ecco che però a complicare la partita arriva un secondo omicidio e una malattia contagiosa, la Sars, che impedisce a chiunque di arrivare o lasciare l'isola in una convivenza con il presunto assassino che si fa ancora più pericolosa.
Brividi di morte per l'ispettore Dalgliesh chiude la trilogia sull'investigatore in bellezza, unendo agli elementi classici del giallo (il numero circoscritto di sospetti, la possibilità che ognuno di loro sia il colpevole), il paesaggio selvaggio di un'isola inventata di sana pianta ma incredibilmente suggestiva e il colpo di scena della Sars che contribuisce ad aumentare la tensione della storia. Come tutti i gialli della trilogia, e come la trilogia stessa, parte in sordina, come un diesel, con un prologo che snocciola dettagli sulla vita dei protagonisti e sulle abitudini di Combe, per poi catturare pian piano l'attenzione e l'entusiasmo del lettore.
A parte qualche dettaglio che meriterebbe un approfondimento e che è dovuto certamente alla longevità e prolificità dell'autrice (Dalgliesh alla sua prima apparizione negli anni '60, aveva 35 anni, in questo romanzo, ambientato nel 1998, dovrebbe averne a rigor di logica 70, ma è poco verosimile che sia ancora così scattante e preso da storie d'amore, soprattutto considerando che la vittima, più giovane di lui, viene definita un vecchietto), il racconto si snoda con precisione e maestria. Se poi si pensa che la James all'epoca della pubblicazione aveva superato gli 80 anni, non si può che rimanere sbalorditi dalla capacità di aggiornare il personaggio di Dalgliesh (e le tecniche di indagine) rendendolo al passo coi tempi senza fargli perdere la sua anima.
A conti fatti, insomma, l'incontro con questa autrice e con il suo personaggio più famoso si è rivelato più che positivo e questo è solo un arrivederci in attesa di ritrovarci nuovamente. D'altronde ho capito che Dalgliesh e la James sono come il vino, più invecchiano più migliorano.

La seconda trilogia Dalgliesh-Brividi di morte per l'ispettore Dalgliesh di P. D. James, Oscar Mondadori, traduzione di Grazia Maria Griffini

Questo post partecipa al Venerdì del libro di HomeMadeMamma

lunedì 14 dicembre 2020

Dodici

 E' stato un compleanno strano, con le mascherine, gli abbracci mancati, la distanza e il non saper cosa si può fare e cosa no. Strano come il giorno della tua nascita e forse è per questo che, dopo non averci pensato più per anni, il ricordo di quella corsa a sirene spiegate in un freddo sabato di dicembre, della cresima mancata, delle giornate in ospedale, è ritornato prepotente a più riprese, a ondate, come le fitte di dolore che mi attraversavano in quelle giornate.
Quello di ieri è stato un compleanno strano a coronamento di un anno ancor più strano, iniziato con un ragazzino alle prese col passaggio alla scuola media, timoroso e restio a uscire con gli amici, a lasciare il nido, preda, anche, di attacchi di panico e finito con un dodicenne che brama ardentemente di vivere la sua vita. Uscito dal primo lockdown come un bruco dopo la metamorfosi, ansioso di lasciare casa, di unirsi al gruppo, ma anche più lungo, con una voce più spessa e più roca, che a ogni mattino mi pare cambiata, i primi brufoletti sul viso e un accenno di baffi scuri.
Che fine ha fatto il bambino coi boccoli dorati? Che fine ha fatto il mio bambino?
E' da tempo ormai che non faccio più il paragone. Il paragone può sembrare assurdo e ingiusto detto da una madre, ma quando partorisci uno scricciolo di 1 chilo e 300 grammi a sole 30 settimane e 3 giorni di gestazione, confrontare i progressi della crescita con i coetanei a termine è quasi un passaggio obbligato. Sono stati anni duri, fatti di controlli misti a timori, di paure velate di speranza. E poi, a un tratto, li ho dimenticati.
Ritornano adesso, al culmine di un anno strano.
Per tanto tempo mi sono domandata il perché. Passata la tempesta, non più. 
Poi incontri una persona che ti racconta di una bambina persa pochi minuti prima del parto. Una strozzatura del cordone, pare, un evento raro, imprevedibile. E ti ricordi. Ti ricordi di quel ginecologo che aveva studiato il tuo, di cordone, che guardando attentamente quella forma un po' fuori dal comune aveva sentenziato che avrebbe potuto dare problemi alla fine della gravidanza, ma comunque di non preoccuparmi che io, con una placenta previa centrale, avrei partorito prima del termine e alla fine della gravidanza non mi ci sarei avvicinata. E ad anni di stanza, dopo domande e rimuginamenti senza risposta, finalmente capisci. E ti dici che forse quel parto prematuro in fondo, ti ha salvato la vita. E se tuo figlio è nato il 13 dicembre un perché c'è.



venerdì 4 dicembre 2020

Made in Italy? Il lato oscuro della moda

 
Circa un paio di anni fa, la trasmissione Report dedicò una puntata dal titolo Pulp fashion alle dinamiche, e storture, dell'industria della moda italiana. Proprio in coda al servizio un tale Giuseppe Iorio spiegava come il crescente fenomeno della delocalizzazione avesse lasciato senza lavoro tanti nostri bravi artigiani, depauperando il territorio di competenze che per anni erano state il fiore all'occhiello del made in Italy e che si sarebbero presto perse per sempre.
Giuseppe Iorio è un responsabile tecnico di produzione per diversi marchi del lusso, ovvero quello che viene incaricato di scovare nei posti più sperduti del pianeta fabbriche disposte a produrre i capi per i marchi del lusso a prezzi sempre più bassi, affinché le grandi griffe possano guadagnarci cifre scandalose. A furia di girare per luoghi desolati e desolanti, di visitare fabbriche simili a lager dove le parole igiene e sicurezza sono bandite, dopo aver scoperto il 49° stato europeo, la Transnistria, un'enclave della mafia russa dove si può produrre a condizioni veramente vantaggiose, Iorio ha deciso di dire basta e di raccontare cosa si nasconde dietro i miliardi delle grandi aziende della moda italiana, mettendo tutto nero su bianco in Made in Italy? Il lato oscuro della moda.
E' un piccolo libro, 132 pagine appena, che tutti, a mio avviso, dovrebbero leggere, a prescindere dall'interesse per l'abbigliamento e i "marchi", per comprendere come un settore che era la nostra punta di diamante viva ora di luce riflessa, avendo sacrificato qualità di materiali e lavorazione, ricerca e soprattutto dignità dei lavoratori, al dio denaro.
Il comparto della moda lusso fattura in Italia circa 90 miliardi l'anno, di questi 20 vanno ai dieci gruppi più grandi (Tod's, Armani, Max Mara per fare un esempio), che in Italia impiegano solo 15mila addetti quando potrebbero dare lavoro a 200mila persone. Invece si preferisce produrre all'estero, dove le competenze sono inferiori, i capi lavorati in capannoni fatiscenti e i lavoratori trattati come schiavi, non perché non si riescano a coprire i costi, ma perché si vuole aumentare a dismisura la fetta di guadagno. Un capo fatto in Transnistria costa 20 euro invece dei 35 pagati a un fornitore italiano. Se si pensa che in una boutique di via Condotti verrà rivenduto a centinaia, o migliaia, di euro ci si rende conto dell'inghippo.
Un industriale come Remo Ruffini, quello che ha comprato Moncler e per prima cosa ha sostituito alle costose e morbide piume di oche francesi quelle economiche cinesi che sforacchiano il tessuto e fuoriescono dall'imbottitura, ci spiega Iorio, dovrebbe rinunciare solo a 10 dei 250 milioni che guadagna ogni anno per dare lavoro a 6mila addetti in Italia. Invece preferisce produrre all'estero mentre alle convention degli industriali si dà da fare per sostenere che pur di evitare l'aumento dell'Iva è opportuno tagliare sulla sanità (sic!).
Sembra quindi che la moda italiana, invece di investire nella ricerca di materiali e tecniche, si premuri di ricercare i luoghi più poveri del pianeta per sfruttarli ben bene, salvo poi abbandonarli a se stessi quando i lavoratori cominciano ad alzare la testa. Questa rincorsa al taglio dei costi ha fatto terra bruciata nel mercato italiano, dove le aziende chiudono per assenza di commesse e le capacità artigianali affinate per anni, si perdono per mancanza di lavoro.
Quel che resta nella vetrina della boutique è un semplice miraggio. Un prodotto senza qualità, che di made in Italy ha ben poco, forse il disegno del modello e a volte neanche quello, ma che si può definire fatto in Italia grazie a leggi ad hoc votate da parlamentari amici, che vive del fascino che il marchio ha acquisito in passato e cerca di rianimare a suon di costosi spot. Come direbbe Iorio, pensiamo bene a cosa si nasconde veramente dietro i luccichii del faretto alogeno.
E se non avete soldi da buttare...buona passeggiata.

Made in Italy? Il lato oscuro della moda, Giuseppe Iorio, Castelvecchi

Questo post partecipa al Venerdì del libro di HomeMadeMamma