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giovedì 9 aprile 2015

Il letterato e l'artista

A quattro anni, dopo aver abbandonato precocemente i (pochi) colori posseduti e gli albi per colorare che gli avevamo imprudentemente regalato, deturpati da segnacci che uscivano in maniera sconcia dai contorni, Ieie decise che il suo strumento di lavoro sarebbe stato la lavagnetta magnetica, di quelle che scrivi e cancelli, e iniziò a portarsela dietro come un talismano. Sbocciò così il suo amore per la conoscenza delle lettere, coltivato tampinando la madre a suon di domande ricorrenti e ripetitive.
All'inizio sulle lettere, quale è quale; poi sulle parole, come si scrive cosa (e qui partiva l'elenco di tutti gli oggetti inclusi nella stanza, seguito dall'appello dei compagni di scuola e da ogni altro nome di cosa o persona di sua conoscenza). Alle domande seguiva la prova di scrittura (sua), la verifica (mia), eventuali correzioni, cancellazione e via di nuovo con un'altra parola.
Ricordo ancora con estrema noia quei pomeriggi di inizio estate del 2012, quando, sotto al porticato, venivo sottoposta al quotidiano interrogatorio amanuense. Capiamoci, all'inizio l'interesse precoce per le lettere mi aveva entusiasmato. Come non elettrizzarsi per un figlio che ripercorre le orme materne? Tuttavia a lungo andare, cominciavo a sentirmi ostaggio di quell'esercito di A, L, D e Alessandri e Benedette. Non ricordo cosa facesse, in quei momenti, la figlia duenne, sdentata e dalla loquacità storpia, tuttavia mi tremavano i polsi all'idea di dover un giorno ripercorrere con lei quegli interrogatori scribacchini. Meglio una figlia ignorante e analfabeta, pensavo.
Passano gli anni e alla soglia dei quattro, anche la Lolla comincia a mostrare interesse per la lavagnetta magnetica che però è un catorcio menomato. Tuttavia non sono le parole l'oggetto d'amore, manco per niente, non gliene può fregare di meno di sapere come si scrive cosa. Lei è un'artista. Riempie fogli, post-it e qualsiasi superficie scrivibile con disegni e colori. Quelli, in disuso, ereditati dal fratello e gli altri che parenti e amici, informati e colpiti dalla vena artistica, le hanno regalato. Di qui a un anno, mi aspetto di vederla sulla collina nelle vicinanze con un cavalletto in versione post-impressionista. O più tipo Masha e Orso.
Carta e colori sono gli strumenti del suo mestiere, lo provano i disegni svolazzanti per tutta la casa e i blocchetti che si porta ovunque, perché non sai mai quando l'ispirazione ti può colpire, la sera dopo aver messo il pigiama, in bagno o a casa di altre persone. Gli album da colorare sono pane quotidiano, inondati da fiumi di cere, pennarelli, pastelli e tempere, in un delirio variopinto irriverente nei confronti della realtà. Ma i contorni, o pontorni come dice lei, quelli no, son rispettati e dividono ordinatamente il rosa dal blu.
E le lettere? Ne conosce alcune (TIHQO), nel senso che le sa scrivere, ma non sa cosa siano né come si pronuncino. Le pone, in ordine sparso e casuale, a firma dei suoi capolavori e poi mi chiede "Che ho scritto?". Risponderle mi crea imbarazzo, come si leggerà quell'accrocco di suoni cacofonici? Allora mi chiede di scriverle il suo nome, io eseguo e provo a spiegarle. Questa è la I, questa la A (dai, penso, almeno la A che è facile e si ripete, può memorizzarla). Ma niente, già non mi ascolta più, l'ispirazione chiama e c'è un altro foglio che aspira all'immortalità dell'arte.

A conti fatti, comunque, il disinteresse totale per le lettere non mi dispiace. Il ricordo di quei pomeriggi di prima estate è ancora troppo vivo perché ne abbia nostalgia. Ci penseranno le maestre ad alfabetizzarla, dopo tutto è il loro mestiere.

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