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lunedì 28 settembre 2015

Weekend sul Pollino #1

Vivendo in uno dei pochi posti completamente piatti d'Italia, mi dimentico che il nostro Paese è per lo più montuoso. Che è fatto di borghi sospesi o incastonati dalle salite acciottolate; di tornanti in bilico sul nulla dall'asfalto sconnesso a causa di piogge e smottamenti; di frazioni isolate dove, quando nevica, la quotidianità si svolge in una strada tra una manciata di volti amici. Mi dimentico anche di quanto mi incuriosisse la vita in questi posti dove un tempo l'isolamento era dettato dalle difficoltà di reperire il segnale radiotelevisivo e oggi dalla lentezza, o dall'assenza, di quello digitale. Con buona pace della globalizzazione.
A rinfrescarmi la memoria ci ha pensato una gita sul Pollino nel fine settimana che ha preceduto l'inizio della scuola. Erano più di vent'anni che non andavo in montagna e mai prima di allora, mi era capitato di andarci con la bella stagione. Sarà per questo, o perché le vette del Parco differiscono dalle Alpi e dal Gran Sasso, che ho visto scenari nuovi per i miei occhi. In più, devo ammetterlo, non ero mai stata in Basilicata se non di passaggio, pensando, con errore e presunzione, che non ci fosse granché di interessante. Ho scoperto invece che la Regione offre panorami affascinanti ed è puntellata di piccoli borghi, ognuno con una storia e una curiosità da mostrare. Che il parco del Pollino, a cavallo tra Basilicata e Calabria, è il più grande d'Italia (chi se lo immaginava?), che la sua vetta più alta, dal nome Dolcedorme, supera i 2.000 metri (700 metri in meno del Corno Grande sul Gran Sasso) e che le attività (acquatrekking, rafting, arrampicate) e le escursioni sono talmente tante che un weekend non basta nemmeno per la metà.
L'occasione è stata anche un modo per riappropriarsi dei viaggi in comitiva, aboliti dopo la nascita dei bambini, e resi nuovamente possibili dalla compagnia di famiglie con figli della stessa età dei nostri. La presenza di amici di grandi e piccoli ha reso la vacanza più piacevole per tutti e se è vero che la convivenza, o quanto meno la vicinanza persistente, può scatenare scintille anche nei rapporti più consolidati, in questo caso tutto è stato estremamente easy.
Il nostro weekend è iniziato al Mulino Iannarelli in una frazione di San Severino Lucano, paesino che per motivi di tempo abbiamo solo attraversato in auto, ma che mi è sembrato molto curato e ordinato con le sue insegne di legno in perfetto stile montanaro. Al Mulino, che offre anche alloggi, abbiamo mangiato divinamente a prezzi onesti e i bambini si sono divertiti a catturare le mini rane che si confondevano nel verde del prato (poi le hanno liberate, però!). Nelle vicinanze, oltre al fiume, ci sono delle cascatelle da vedere, sebbene in Basilicata ne esistano di più grandi e suggestive.

Le cascate vicino al Mulino Iannarelli
In cerca di qualche itinerario sulla strada per Rotonda, dove ci aspettava il nostro alloggio, ci è stato consigliato il santuario della Madonna del Pollino, centro di grande devozione locale che si raggiunge salendo fino a 1.500 metri con la macchina tra boschi immaginifici tappezzati da minuscoli ciclamini lilla, con i raggi del sole trattenuti dal verde della vegetazione. Il santuario, da quel che ho capito, è aperto solo nella bella stagione, e noi siamo capitati nell'ultima settimana utile. Oltre ai luoghi di culto ha una bellissima passeggiata panoramica che a tratti, per mancanza di recinzione, può dare un po' alla testa, ma che permette di ammirare tutta la valle del Parco.
La valle vista dal Santuario

Ciclamini spontanei

Devo ammettere che lassù, ma anche il giorno dopo in giro per il Parco, ho rimpianto le mie scarse cognizioni botaniche e di geografia fisica. Mi sarebbe piaciuto dare nomi a piante e fiori, spiegare ai bambini la vita del bosco, la differenza tra un ruscello, un torrente e un fiume, ma, oltre al fatto che non ricordo di aver mai studiato niente di simile a scuola, essendo cresciuta tra il mare e l'arida pianura, la mia ignoranza è giustificata.
In serata siamo giunti nella frazione di Rotonda dove sorge l'agriturismo che avevamo scelto per soggiornare. Si tratta di una struttura adagiata nella valle con un panorama fatto di tutte le sfumature del verde, casette che sembrano ancorate sui pendii e orticelli colorati dove la melanzana rossa, specialità locale, fa da padrona.

Dalle recensioni su Tripadvisor sapevamo che la titolare aveva un carattere...particolare. In effetti, può sembrare un po' ruvida e ha delle uscite talvolta infelici, tuttavia ci ha fatto, inconsapevolmente, divertire. Proprio per le nostre innocenti risate, e per evitare di offendere qualcuno, evito di citare il nome del posto, consigliatissimo per altro, per comfort, prezzi contenuti e pasti ottimi e abbondanti a base di zucca, tartufo, funghi, melanzana rossa e cinghiale.
Siamo andati a dormire con la panza più che piena. Il giorno dopo ci aspettava il Parco del Pollino.

venerdì 25 settembre 2015

Cecità maschile

L'altro giorno, per togliere un neo, ho lasciato i bambini dai miei senza troppe spiegazioni. La sera, poiché i pantaloncini del pigiama lasciavano vedere la medicazione sulla gamba, la Lolla prima di andare a letto mi ha chiesto cosa mi fossi fatta. Mi ha fatto sorridere che Ieie, al quale avevo dato la buonanotte poco prima, pur essendo una gran osservatore per di più iper-recettivo, non se ne fosse accorto. E mi sono ricordata di quando, l'anno scorso, mia zia raccontava di aver avuto un momento di malessere di fronte ai nipoti. Niente di che, un po' di tachicardia che l'aveva portata a sedersi per riprendere fiato. Fatto sta che il quindicenne aveva continuato pacificamente a farsi i fatti suoi, la piccola di sette anni, invece, intuito che c'era qualcosa che non andava, le aveva chiesto se si sentisse bene. "Potevo pure svenire - diceva mia zia - e quello non se ne sarebbe accorto".
Ultimamente mi sono arrivate alle orecchie un po' di battute sull'impossibilità, per l'uomo, di trattare con una donna che ha un problema. La sostanza è questa, che lui si mostri o meno interessato a ciò che l'affligge, quella troverà il modo di biasimarlo. Perché, anche in caso di interessamento della controparte maschile, la donna risponderà di non avere niente, salvo poi risentirsi con lui per mancanza di sensibilità. 
Ora, saremo anche nevrotiche e incontentabili, e va bene se il marito, il compagno, il figlio o chi per loro, non si accorge che i nostri capelli corvini sono diventati improvvisamente biondo platino, però, ecco, in alcune situazioni che definirei lapalissiane, chiedere "Cos'hai?" è superfluo, e non servono i superpoteri per capirlo da soli. Per questo, e non perché siamo nevrotiche, talvolta la risposta è "Niente". Perché non possiamo ridare la vista a un cieco.

giovedì 24 settembre 2015

La maestra di prigione

"Mamma, la maestra di prigione ci ha raccontato che quest'estate i ladri sono andati a casa sua e le hanno rubato gli orecchini e la collanina".
"La maestra di prigione?".
"No! Di PRRIgione!".
"Di prigione".
"Nooo. PRI-GIO-NE".
"...Di religione??!".
"Sì, di religione".

Data la sua persistente tendenza a storpiare le parole, non so come la Lolla potrà affrontare la prima elementare, alias primaria, il prossimo anno.
Però in effetti, che la maestra di prigione fosse stata derubata dai ladri, aveva un suo perché.

mercoledì 23 settembre 2015

Fine dell'estate

Cose che non mi piacciono, quando finisce l'estate:
- dover stirare i capelli con spazzola e phon in quanto l'asciugatura selvaggia, dovuta e consentita dai lavaggi quotidiani e dall'esposizione al sole, non è più possibile;
- salutare il mare e le lunghe nuotate;
- svegliarmi prima delle sette per coordinare la preparazione dei bambini e sentire l'aria fredda del mattino che mi schiaffeggia viso e corpo;
- l'abbronzatura stile 'intonaco che ha fatto il suo tempo';
- non potermi vestire un po' come capita e, se capita, anche con le ciabatte infradito;
- dover scegliere un abbigliamento opportuno;
- costringere i piedi nelle scarpe chiuse;
- dotarsi di una giacca o un golfino nelle scarse uscite serali;
- ricordarmi del golfino anche per i bambini;
- non poter più cenare all'aperto, con il venticello tiepido che ti carezza le braccia e in sottofondo i grilli, il profumo di verde e magari di salsedine;
- dire addio al mare (lo so, l'ho già detto ma è necessario ripeterlo).

Cose che mi piacciono quando inizia l'autunno:
- non soffrire più il caldo torrido (forse);
-
-
-???
Si accettano suggerimenti.


lunedì 21 settembre 2015

Spleen di settembre

Mai come quest'anno faccio fatica a riprendere la routine 'invernale' fatta di orari rigidi, appuntamenti e compleanni da incasellare, di "non si può c'è la scuola/i compiti/ il corso d'inglese" e, soprattutto, di  casa.
Sono sempre stata una che a casa ci stava volentieri, ma sarà che quest'estate le belle giornate si sono sprecate come non succedeva da anni, sarà stato il mare caldo che per una freddolosa come me è una manna, sarà che le uscite serali con i bambini più grandi cominciano a diventare piacevoli, il fatto è che l'idea di un inverno davanti al camino del salotto mi fa rizzare i capelli in testa. Guardare la tv dopo cena è avvilente quando l'aria ancora tiepida ti invoglia a uscire, ma il paesello non è luogo da passeggio e i bimbi devono andare a letto presto, sicché...
Insomma, al contrario degli anni scorsi, quando settembre mi vedeva piena di energia, entusiasmo e propositi per l'autunno, stavolta non riesco a riabituarmi ai ritmi quotidiani, sono insofferente. Non so quanto c'entri il fatto che l'anno scorso avevo un lavoro (per quanto part-time e da casa) e adesso no, ma ho voglia di aria aperta, di stare in compagnia, di pomeriggi lunghi e caldi di sole. E guardo con angoscia a quando il tramonto delle 16.00 significherà solitudine e pomeriggi casalinghi da inventare.
Sono diventata anche una madre scioperata che desidera che suo figlio abbia pochi compiti così da poter progettare una fuga pomeridiana al parco con amiche e amichetti, o al mare, come abbiamo fatto sabato rubando tempo ai doveri e sfruttando uno dei (forse) ultimi giorni di caldo africano. I bambini hanno gradito moltissimo, fiondandosi in mare come se non lo vedessero da mesi, l'acqua cristallina e la spiaggia, non dico deserta ma quanto meno accessibile, mi sono sembrati un regalo da privilegiati.
Sabato 19 settembre, il mare a pomeriggio

Poi arriva la domenica e, come diceva in altro modo il buon Leopardi, ti accorgi che il tempo non è tutto tuo e che un'altra settimana ti aspetta con le sue scadenze.

Uff, credo che dovrò darmi una regolata. Ma non ne ho proprio voglia.

giovedì 17 settembre 2015

I sette peccati di Hollywood

Nel 1956 Oriana Fallaci si recò a Los Angeles come inviata dell'Europeo per un reportage dal titolo "Hollywood dal buco della serratura". Da quell'inchiesta, tre anni dopo, nacque "I sette peccati di Hollywood", il primo approccio della giornalista alla letteratura, in cui, con un linguaggio, un'ironia e un acume che non dimostrano gli oltre cinquant'anni trascorsi, la Fallaci diede prova delle sue capacità di scrittrice.
Raccontando i retroscena dorati della vita delle star Hollywoodiane, il libro rappresenta un'ottima lettura estiva, fresca e divertente, ma sbaglia chi pensa di trovarvi un antesignano del gossip moderno. La Fallaci, infatti, da brava giornalista rifugge i pettegolezzi, le voci di corridoio, i "si dice". I suoi resoconti  si basano su interviste, colloqui, incontri con i diretti interessati. Frequentò première, feste a Beverly Hills, case, piscine, camerini dei divi di una Hollywood che, come racconta lei stessa, era sul viale del tramonto. L'imporsi dei produttori indipendenti e l'insofferenza di molti attori e registi per le major, avrebbe infatti scardinato quel mondo basato sul divismo. La Hollywood turistica di oggi, sebbene sia ancora la casa del cinema, vive per lo più del ricordo di quell'epoca d'oro, quell'epoca che la Fallaci ci racconta con uno sguardo ironico e disincantato, quasi a squarciare il velo dorato che lo ammantava. 
Scopriamo così la storia della bambina Judy Garland, rapita alla sua fanciullezza e consegnata a un destino di pillole e sofferenza; di Kim Novak, la star costruita a tavolino come una campagna pubblicitaria per il lancio della nuova 500; di Jayne Mansfield, la ragazza, secondo la Fallaci, "più simpatica, più sincera e più criticata di Hollywood".
Quel che colpisce, come fa notare Maria Luisa Agnese, giornalista del Corriere della Sera, nella prefazione al libro, è come molte delle tendenze di quel mondo descritte dalla Fallaci, si siano poi diffuse non solo nel nostro più provinciale star system, ma anche nella vita quotidiana degli spettatori. Altre piccole, e grandi, manie, invece, fanno ancor oggi strabuzzare gli occhi.
Se, infine, il libro ci consegna racconti inediti di divi i cui nomi ancor oggi fanno parte dell'immaginario collettivo, dall'altra parte conserva ritratti di artisti la cui stella sì è nel tempo offuscata, al punto che in pochi ricordano chi siano. In un certo senso è come se la Fallacci ci abbia, inconsapevolmente, mostrato quanto questo mondo, con i suoi riflettori, i lustrini e il lusso, sia effimero.
Un discorso a parte meritano poi quegli attori che, all'epoca del reportage, erano all'apice della carriera e del successo e che, alcuni anni dopo, sarebbero morti in circostanze tragiche. Leggere di Montgomery Clift, di Elvis Presley o di William Holden come se fossero ancora vivi, ancora belli, dannati e inseguiti dalle fan, fa riflettere. Ricordando come si siano spenti, vien da pensare che a volte è meglio una piccola casetta in periferia di una mega villa a Beverly Hills.

I sette peccati di Hollywood di Oriana Fallaci, Bur Rizzoli

martedì 15 settembre 2015

Come virgulti

Eccoci, dopo 90 giorni incredibilmente volati, alla linea di partenza. Domani si ricomincia, nuovo anno scolastico in vecchie scuole. Una seconda elementare e una terza materna che sembrano tanto lunghe, ma che, come da copione, ci lasceranno con la domanda "Possibile, è già finita?".
E' proprio guardando i miei figli, che mi rendo conto del potere del tempo. Se ne accorgono ogni anno le maestre, che ritrovano nei vecchi alunni dei bambini nuovi, perché l'estate, per piante e uomini, è il momento della crescita. Ci pensavo un bel po' di settimane fa, in quella che sembrava un'altra vita, quando Ieie sul lungomare del paesino imparava ad andare in bici senza rotelle, una cosa che, dicono, non dimenticherà mai. 
Quante cose, mi dicevo mentre lo guardavo emozionata, cambiano in una manciata di mesi. Esci da scuola pallido e smunto e torni più alto, atletico, abbronzato, biondo, con meno denti, capace di nuotare, di fischiare e di portare la bicicletta. Sembra quasi un miracolo e invece è la quotidianità di ognuno di noi, e però ti emoziona come e più di quando è successo a te in prima persona, manco fosse merito tuo (e no, non lo è).
Così, mentre il cuore mi palpitava per i progressi di Ieie, mi sono resa conto anche di quanto noi genitori siamo schizofrenici. Ogni traguardo raggiunto dai nostri figli ci elettrizza, esultiamo per un dente caduto, per un bracciolo tolto e guardiamo avidi a nuovi progressi. Poi vediamo un neonato e ci sciogliamo, ci ricordiamo di quando eravamo noi a stringere i nostri frugoletti al petto e rimpiangiamo quei momenti.
Forse essere genitori è questo, un'altalena di emozioni mentre partecipiamo, come assistenti, al miracolo quotidiano della crescita. No, nessun loro traguardo è merito nostro, ma spetta a noi esserci. Consigliare, aiutare, sostenere, perché noi siamo i giardinieri. Abbiamo piantato il seme, curiamo i germogli, li proteggiamo e adottiamo tutte le precauzioni che, ci hanno detto, serviranno alla crescita della pianta. E poi, a un certo punto, quella andrà da sola e noi potremo solo guardarla orgogliosi e illuderci che è anche un po' merito nostro.

mercoledì 9 settembre 2015

Ansia di ritorno

Tornare alla vita di tutti i giorni dopo la villeggiatura estiva è un po' come trasferirsi da Favignana a Times Square. L'effetto straniante è lo stesso. Riprendere le fila degli argomenti in sospeso, dei problemi che aspettano di essere risolti (e che no, non hai dimenticato, hai solo cercato di guardare da una certa distanza) ha un effetto schiacciasassi sul corpo e sulla mente.
Se poi si aggiungono i nuovi problemi, costituiti da tutto quello che è andato in pezzi durante la tua assenza, lo stress è assicurato. A parte un po' di piante che, nonostante le innaffiate settimanali, non hanno retto  al caldo di quest'anno, bisogna aggiungere la lavastoviglie che ha fatto kaput (e un po' me ne do la colpa per aver pensato, poco prima di avviarla, ma avremo fatto bene a prenderla incassata, uguale al resto della cucina? e se poi si rompe?) e la batteria della mia macchina che nemmeno a ricaricarla si è ripresa.
Almeno per quest'ultima, ho avuto la bella notizia che fosse ancora in garanzia (onesto l'elettrauto del paesello che me l'ha fatto presente). Così ho chiamato la concessionaria dove ho comprato la macchina, e che ha anche un servizio officina, e mi hanno confermato che sì, la batteria era ancora in garanzia, ma che per ottenere il servizio assistenza dovevo chiamare il numero verde. Ora risparmierò tutto il racconto delle mie telefonate con Dora da Tirana (due telefonate, perché la prima volta, nel bel mezzo della registrazione, il sistema è andato in tilt e la seconda volta, visto che non mi richiamavano, ho dovuto fare la voce grossa con Dora e alla fine il sistema s'è ripreso); lo spelling di targa, numero telaio e cognome (forse il dato più difficile dei tre) con una straniera (peraltro parlante un ottimo italiano) su una linea che frigge (fateci caso, quando i call center sono all'estero, la linea è sempre disturbata); il sistema, sempre lui, che non rilevava la via di casa mia ("Signora - diceva Dora - esca e chieda a un negoziante qualche indicazione", ora, a parte che sulla via ci sono solo case e manco un negozio, che faceva un caldo torrido e non circolava nessuno, ma la figura della pazza che chiede ai vicini di casa come si chiama la strada in cui abita, anche no, grazie). Fatto sta che alla fine il sistema mi invia un Sms con l'indicazione dell'officina dove il carro attrezzi in arrivo, porterà la mia auto e, sorpresa sorpresa, è quella della concessionaria. Sì, quella che due ore prima mi aveva indirizzato al numero verde. 
Ho il sospetto che la globalizzazione sia una gran presa per i fondelli.
La ciliegina sulla torta del rientro è stato il ripresentarsi dei problemi di Ieie col sonno. Ora io vorrei capire perché, in un mese e mezzo al paesino, è sempre andato a letto tranquillo, e appena tornato ha ripreso con i singhiozzi al calar della sera, i drammatici "Dormirò?" e i risvegli per varie ed eventuali.
Ansia da separazione, l'ha definita un amico laureato in Psicologia e psicoterapeuta.
Il suo rapporto drammatico col sonno risale ai 20 mesi, ma a dire il vero ha avuto alterne vicende. Periodi tranquilli si sono succeduti a periodi più turbolenti e infatti prima dell'estate c'era stata una ricaduta che con la villeggiatura sembrava rientrata.
Sembrava. Perché la prima notte dopo il rientro Ieie ha dormito pochissimo. Succede sempre quando il padre ha il turno di mattina e si alza alle sei. Ieie si sveglia prestissimo, prima del padre, per controllare che anche io non me ne vada (giuro: non l'ho mai fatto). Al paesino, anche se il padre andava al lavoro presto, dormiva tranquillo. Qui siamo punto e daccapo. Ho pensato che forse il fatto che al paesino ci fossero anche i nonni con noi lo rendeva più sicuro, e so che è sensibile, che i cambiamenti lo destabilizzano e che anch'io alla fine delle vacanze divenivo (divengo) preda della malinconia. Ma all'improvviso ho avuto una voglia matta di sventolare bandiera bianca e di arrendermi.
Ecco, se ci fosse un numero verde anche per problemi di sonno di Ieie, sono pronta a contattarlo, fosse pure a Tirana.

lunedì 7 settembre 2015

Vecchia casa

Se c'è una cosa che, nonostante l'età che avanza, è rimasta uguale rispetto alla mia adolescenza, è quel senso di malinconica che mi assale quando arriva il momento di lasciare la casa al paesino. Ricordo esattamente cosa feci un anno fa nella stessa occasione - come trascorsi la serata, le cose che scrissi su whatsapp - come se fosse successo ieri, e questo è senza dubbio un segno inequivocabile dell'età (Mi hanno detto, riferiva giorni fa il barbiere del paesino, che dopo i cinquant'anni gli anni volano, meno male che non ci sono ancora arrivato!), perciò non riesco a raccapezzarmi che questa estate così strana sia già finita.
Come ogni anni arrivo nella vecchia casa che ha accolto tante generazioni della mia famiglia, quasi controvoglia. Ci sono le valigie da disfare, nuovi ritmi e spazi a cui abituarsi, letti vecchi e cigolanti e bisogna fare a meno di tanti comfort.
Tempo due giorni e ti sembra di stare qui da sempre. Soprattutto ti accorgi di quante cose puoi fare a meno senza sentirne la mancanza. In primis i negozi. A parte i beni di prima necessità, qui non c'è niente da comprare, e questo è un toccasana per il corpo e lo spirito, al punto che consiglierei una villeggiatura al paesino a tutti coloro che sono drogati di shopping. Ne gioverebbero.
Quel che invece non manca, e che adesso mi dispiace abbandonare, è la vicinanza, geografica e metrica, con tanti amici e avere un po' di quotidianità con i miei genitori. Basta uscire di casa, affacciarsi nel cortile affianco o sugli scogli poco distanti, per trovare un volto noto, un compagno di giochi per i bambini, una voce amica con cui scambiare quattro chiacchiere. E va bene che d'inverno viviamo più o meno tutti nella stessa provincia, ma non è la stessa cosa. Bisogna fissare appuntamenti, incastrare impegni, lottare contro gli imprevisti dei virus stagionali e alla fine passano settimane prima di riuscire a vedersi.
Anche per i bambini l'addio al paesino diventa ogni anno più triste. Perché devono rinunciare ad avere amici sempre disponibili per giocare, ai nonni che vivono sotto il loro stesso tetto, alla libertà dagli orari e alle uscite frequenti. Ma anche perché cominciano a crescere e, come la mamma, ripartono con un bagaglio di ricordi difficile da gestire.
La verità è che qui, né io né i bambini, ci sentiamo mai soli. Ed è difficile rinunciare a questo.
Ma, arrivata la fine dell'estate, l'aspetto che più di tutti mi strugge fino a far male, è il momento di fare i bagagli per lasciare la vecchia casa di famiglia, quella casa dove, in 39 anni, non ho mai mancato di trascorrere (anche per poco) la mia estate. Non è lo stress delle valigie, l'ansia di dimenticarmi qualcosa o la fatica di caricare la macchina che mi preoccupano. No, è vedere sparire sassolini e conchiglie rubati alla spiaggia, giochini trovati nelle patatine o comprati alla festa del paese, è il disordine giocoso dei bambini che con un colpo di spugna va via togliendo vita alla casa. Sono i mobili che si svuotano, i divani che vengono coperti con vecchie lenzuola, la biancheria che ritorna, profumata, negli armadi, le sedie da giardino coricate in cucina. E' la casa che si appresta al lungo letargo invernale e che con i suoi quadri e ninnoli sembra salutarti mestamente e darti, fiduciosa, appuntamento al prossimo anno.
E' stupido, ma la verità è che quella che stai salutando è la te stessa di oggi, dell'anno appena trascorso, e non sai come sarà la donna che tornerà qui la prossima estate.

domenica 6 settembre 2015

Chi bella vuol apparire...

"Mamma cos'è quella?".
"Una tronchesina".
"Una tronchesina? E a che serve?".
"A tagliare le unghie dei piedi"
"Ma non fa male?"
"No amore, taglio le unghie, come con le forbici, non si sente niente".
"...".
"...".
Con fare preoccupata "Mamma l'hai rotto tutto!".
"Amore ho tagliato l'unghia, mica il dito. Vedi? Sto bene".
"Mmh. Mamma mi metti lo smalto ai piedi?".
"Sì, ma prima devi tagliarti anche tu le unghie".
"Ma non con quella".
"Preferisci le forbici?".
"Sì".

Non ho avuto cuore di dire a mia figlia che, di tutte le torture alle quali noi donne ci sottoponiamo per fini estetici, la tronchesina rappresenta la meno pesante. Come disse la mia prof di matematica delle medie quando la figlia si mise l'apparecchio ai denti, "Chi bella vuol apparire, un po' deve soffrire".

martedì 1 settembre 2015

Settembre

Quando l'aria si riempie di oro e di ovatta. L'oro del del sole che, più basso sull'orizzonte, riveste il mare di riflessi; l'ovatta di un silenzio che non è assenza di rumore, bensì possibilità di ascoltare la voce della  natura.
Quando, anche nelle giornate più calde, la sera è attraversata da zefiri freschi.
Quando il mare ti regala il suo volto più bello.
Quando i locali, novelle sirene, non ti fracassano più le orecchie con la loro musica, semplicemente perché non c'è nessuno da richiamare.
Quando anche i turisti rimasti non riescono a illuderci che l'estate continui.
Quando, anche i turisti rimasti non riescono a spegnere l'incanto di queste giornate.
Quando cominci a contare chi è partito e chi è rimasto.
Quando i ricordi sovrastano i programmi.
Quando ti struggi di malinconia.
Quando la calma e la tranquillità non sono festose e cariche di aspettative, come quelle di giugno, ma sono solo il preludio alla fine delle vacanze.