mercoledì 13 febbraio 2019

San Valentino

Da una conversazione riferitami.
"Papà cosa regalerai alla mamma per San Valentino?".
"Mmmh, non so Ieie, non ci ho pensato".
"Io lo so! Perché non le regali un gioiello?".
"Beh  - momento di imbarazzo -, non è una spesa prevista. Poi dovremmo rinunciare a qualcos'altro".

Il giorno dopo.
"Mamma perché non hai messo il video della Lolla da piccola, sul CD come il mio?".
"Non ci riesco, il programma che usavo stava sul computer grande che ora è rotto".
"Papà so cosa puoi regalare domani alla mamma: un computer nuovo!".

Non riceverò un gioiello, non riceverò un computer, ma in un certo senso il regalo più bello per San Valentino l'ho già ricevuto da un piccolo spasimante pieno di attenzioni.
E spero di cuore che un giorno, una donna meritevole riceva tanti regali da lui.
Per San Valentino, ma non solo.

lunedì 11 febbraio 2019

Le domande senza risposta

Se solo, da adulti, conservassimo un po' del fanciullino che è in noi. Se solo riuscissimo a guardare al mondo con l'umanità dei bambini.
Se solo chi è in alto, e decide, si ponesse quelle domande senza risposta, che è in grado di farsi anche un bambino.
Ieri, con Ieie.
"Mamma ma cos'ha quel ragazzo che viene a Messa sulla sedia a rotelle?".
"Di preciso non so, credo che sia nato così. Sicuramente è tetraplegico".
"Cioè?".
"Cioè non  muove le gambe, non può camminare".
"Però quando don Piero gli parla, lui sorride, sembra che capisca".
"Se è per questo quando il coro canta, cerca anche lui di cantare. Probabilmente capisce ma non riesce a esprimersi. Pensa come deve essere brutto, il corpo è come una gabbia che non risponde alle tue richieste. Eppure vedi, ogni domenica è in chiesa...".
"quindi è buono".
"Lo sarebbe anche se non venisse a Messa. Voglio dire che, nonostante tutto, viene in chiesa a cantare e ringraziare Dio".
"Mamma chi è quel signore che lo accompagna?".
"E' il padre".
"...e chi si occuperà di lui quando i genitori non ci saranno più?".

venerdì 8 febbraio 2019

Leggiamolo insieme-Harry Potter e il calice di fuoco

Il Signore Oscuro risorgerà con l'aiuto del servo, più grande e più orribile che mai diceva la professoressa Cooman sul finire di Harry Potter e il prigioniero di Azkaban, e infatti qualcosa sta per cambiare nel mondo dei maghi, e non solo lì a quanto pare.
Non bastano i vecchi seguaci di Voldemort che osano compiere bravate alla coppa del Mondo di Quidditch, né gli incubi di Harry. Ci si mette pure qualcuno - chi? -, che di nascosto iscrive il ragazzo al torneo Tremaghi, una competizione interscolastica che per la sua pericolosità è preclusa ai maghi sotto i diciassette anni.
Evidentemente l'intento è quello di far fuori Harry durante una delle tre prove...oppure no?
Sarà un anno scolastico turbolento per il nostro maghetto, che in compagnia di vecchi e nuovi personaggi vivrà uno dei misteri  più appassionanti e ingarbugliati della saga. Come già nel capitolo precedente, i tuffi nel passato diventano frequenti e necessari per comprendere lo svolgersi degli eventi e per rivoltare i personaggi dando loro personalità sfaccettate.
Il finale, come sempre, è una sorpresa e, come già anticipato, il clima tende ad incupirsi con la morte del primo personaggio della serie (prima e non ultima). Dal quinto volume in poi, le prove che Harry dovrà superare saranno sempre più dure, anche perché proprio la conclusione di questo quarto volume sancirà l'inizio di una nuova battaglia. Le difficoltà, quindi, sono appena iniziate, ma attenzione ai dettagli (a tutti!) perché torneranno utili quando ogni mistero sarà svelato.
Harry Potter e il calice di fuoco rappresenta il punto di svolta nella saga del maghetto e proprio nel periodo della nostra lettura collettiva, mi sono imbattuta in un articolo selezionato dalla newsletter della McMusa che a mio parere dà la descrizione più esaustiva di questo libro e del fenomeno Harry Potter. La casa editrice Literary Hub, infatti, lo ha inserito tra i dieci titoli più rappresentativi della prima decade del 2000 perché proprio Harry Potter e il calice di fuoco, con le sue 600 e più pagine, ha dato inizio al fenomeno della Pottermania rendendo evidente la sua influenza nella cultura di massa.
Un ultimo accenno alle reazioni dei bambini che hanno seguito con entusiasmo e attenzione la non semplicissima trama, grazie anche a una continuità di lettura che ha garantito di assimilare tutti i passaggi, e che si sono appassionati sempre di più alla serie. Nonostante queste belle premesse, però, dovremo interrompere per un po' la nostra cavalcata nella saga.
Sebbene col libro sia filato tutto liscio, la visione del film, che come da accordi avviene a volume terminato, ha turbato la Lolla che, pur non avendolo visto tutto (ovvero pur non avendone visto la parte più paurosa), ha ripreso a fare incubi, con protagonista Voldemort che vuole uccidere i bambini.
Per quieto vivere, suo e nostro, abbiamo deciso che per il momento Harry andrà in vacanza e la più dispiaciuta è stata proprio la Lolla che oramai rubava il libro per leggerlo di nascosto e che sembra pensare ad Harry in maniera costante, al punto che, almeno una volta al giorno, mi presenta un quesito potteresco, del tipo "Ma se uno non va a lezione dal professor Vitious non sa fare nessuna magia?".
Mi è dispiaciuto molto arrivare a questa scelta, ma si tratta solo di una fase. Per adesso non posso che salutare Harry e ringraziarlo dei bei momenti che mi ha fatto trascorrere insieme ai miei bambini e di tutta la fantasia che ha scatenato in loro.

Harry Potter e il calice di fuoco di J. K.  Rowling, Salani, traduzione di Serena Daniele

Questo posta partecipa al Venerdì del libro di HomeMadeMamma

giovedì 7 febbraio 2019

Buongiorno domani

Sono state settimane, e giorni, tesi, carichi di pensieri, timori, speranze, con il peso della scelta che mi soffocava il petto e ritornava ad angosciarmi nei sogni notturni.
Decisamente l'ho presa un po' troppo sul serio l'iscrizione alle scuole medie di Ieie, ma scegliere per il bene di un altro comporta molti più dubbi e sensi di colpa. E io già sono una che per se stessa pensa, ripensa, in un continuo fare e disfare, figurarsi se dalla mia decisione dipende il futuro, e la serenità, di qualcun altro.
E poi ieri la risposta: Ieie andrà nella nuova scuola che abbiamo richiesto, lascerà i compagni che lo hanno affiancato dalla materna fino a oggi, il paesello con l'unica classe monosezione, così piccola e protetta come una scuola privata, per tuffarsi, è proprio il caso di dirlo, nel caos di una grande scuola di città.
E' stata una scelta per molti versi obbligata e dettata da tanti fattori. Certo molto più complicata per noi, visto che la Lolla andrà ancora a scuola al paesello, ma fatta con la certezza di aver optato per il meglio.
Io mi sono un po' commossa ieri, leggendo la mail copia incolla che il Miur ha mandato a tutti i genitori, perché quella mail spersonalizzata raccontava i prossimi tre anni di MIO figlio.
E lui ha sorriso quando gli ho dato la notizia e chissà cosa gli sarà frullato in testa. All'inizio di questa storia aveva provato a chiedermi di restare altri tre anni con i suoi compagni, soprattutto col suo amico del cuore, ma non è stata una resistenza strenua. Ha capitolato subito, al primo, placido no.
Ancora me lo ricordo in quella vigilia della primaria, quando tutto teso mi chiedeva per confortarsi dal passaggio di scuola, che ci fossero almeno gli stessi compagni della materna.
La verità è che quando decidemmo di iscriverlo al paesello, lo facemmo, oltre che per comodità, per dargli la possibilità di ambientarsi in un paese dove noi, per primi, eravamo nuovi. Eppure Ieie qui l'ho sempre visto come un pesce fuor d'acqua e la conferma l'ho avuta qualche anno fa, quando per motivi di orari dovette lasciare la parrocchia locale (e i compagni di scuola che erano anche compagni di catechismo), per trasferirsi in un'altra. Si trovò così bene da volerci rimanere anche negli anni a seguire, quando avrebbe potuto ritornare a fare catechismo al paesello.
Per cui sono fiduciosa nelle sue capacità di adattamento e nelle nuove persone e opportunità che la vita gli metterà davanti.
Del resto Ieie non è più il pulcino spaurito di cinque anni fa, e per quanto lo osservi stupefatta chiedendomi che fine abbia fatto il cucciolo riccioluto dei miei ricordi, come sia possibile che sia stato risucchiato da questo bambino (nell'animo) dal corpo da ragazzino, con i piedi lunghi e la taglia 12 anni, mi si stringe il cuore. Davvero il tempo ha messo il turbo e conto i minuti, i giorni, i mesi che mi separano da quella fase in cui Ieie non considererà più me, noi, la sua casa, il porto sicuro, l'angolo delle certezze e cercherà in altre persone e in altri luoghi, conforto, compagnia, condivisione. Allora l'illusione che lui sia mio tramonterà per sempre.
Ma bando ai sentimentalismi. C'è tempo per commuoversi. Magari proprio quando a settembre varcherà la soglia della nuova scuola e io starò chiedendomi (ancora e ancora) se avrò fatto la scelta giusta. Se sarà felice, se sarà sereno. Una risposta che potrebbe richiedere ben tre anni.

venerdì 1 febbraio 2019

La morte nel villaggio

Nel 1930, a dieci anni dalla nascita di Poirot, Agatha Christie tiene a battesimo un nuovo personaggio, una vecchia zitella che vive in un piccolo villaggio inglese di provincia: miss Jane Marple.
La stessa Christie, come racconta il critico Claudio Savonuzzi nella sua postfazione, non ricorda bene come sia nata questa figura destinata a rimanerle appiccicata tutta la vita, proprio come Poirot. E' una fatto, però, che con La morte nel villaggio, miss Marple fa un debutto fortunato nonostante, come spesso avviene nei misteri che la coinvolgono, non solo non sia la voce narrante, ma nella vicenda appaia come uno dei tanti personaggi di contorno, sebbene il suo contributo sia poi determinante.
A raccontarci il misterioso omicidio del colonnello Protheroe, uomo così integerrimo da dimenticare cosa sia la misericordia, è, non a caso, il vicario Clement. L'omicidio avviene infatti nella sua biblioteca e già qui al lettore scatta il primo dubbio. Perché un titolo generico, se la morte avviene in un posto preciso, e quantomeno singolare? Certo la risposta potrebbero fornircela i traduttori dell'epoca, ai quali evidentemente la traduzione letterale La morte al vicariato sembrò poco comprensibile per gli italiani degli anni trenta.
Svelato il primo (facile) mistero, il lettore può gettarsi in quello vero con una certezza: Protheroe non era molto amato nel villaggio, perché già prima del suo omicidio, più di un compaesano se ne augura la morte.
Il villaggio è quel St Mary Mead dove, come si lamenta la moglie del vicario, non succede nulla e che somiglia, a detta di un forestiero, a uno stagno morto. Niente di più falso, "la vita è pressapoco la stessa in qualsiasi luogo", sentenzia Jane Marple che fa la sua comparsa nel secondo capitolo, preannunciata da descrizioni ben poco lusinghiere di terribilissima pettegola del villaggio che sa sempre quel che accade traendone le peggiori conclusioni. Man mano che la vicenda si dipana e il lettore incontra qualche impasse tra orologi che vanno avanti e spiegazioni sulla probabile ora della morte che fanno girare la testa, l'opinione comune su miss Marple non migliora e rimane sempre e solo il vicario a trovarla simpatica, oltre che dotata di intelligenza ed umorismo.
Più di un abitante, intanto, si autoaccusa dell'omicidio, ma la nostra vecchina, per la quale sono sette le persone da sospettare, dimostra la falsità di queste confessioni, riaprendo un caso praticamente chiuso.
La curiosità spinge Clement a seguire le indagini del poco simpatico ispettore Slack, miss Marple appare a momenti per condire il racconto di chiacchiere e osservazioni argute, nonché di dettagli che, per caso o per abilità, riesce a cogliere dal giardino della sua casetta.
Il lettore comincia ad appassionarsi e a provarci gusto, anche perché stavolta gli indizi disseminati dalla Christie sono facili da cogliere, ed è sempre più entusiasta perché ha capito, sta per risolvere il caso, e quando il mistero si svela l'omicida è proprio lui!
Sì, finché non arriva miss Marple a buttare giù il castello di indizi costruito dall'assassino e dalla nostra fantasia.
E' allora che il piccolo microcosmo di St Mary Mead comincia a riconoscerle quei meriti che già Clement le aveva attribuito e miss Jane diventa ingegnosa e capace di avere sempre ragione. Ma miss Marple è, benché sempre intenta a ficcanasare, discreta e modesta, non vuole che si sappia in giro quale è stato il suo contributo alla soluzione della vicenda, le basta aver dimostrato una volta di più quel che le diceva la zia Fanny che "I giovani credono che i vecchi siano sciocchi, ma i vecchi sanno che i giovani sono sciocchi".

La morte nel villaggio di Agatha Christie, Oscar Mondadori, traduzione di Giuseppina Taddei

Questo post partecipa al Venerdì del libro di HomeMadeMamma

lunedì 28 gennaio 2019

Il sacro fuoco

Da circa un mese Ieie ha iniziato il servizio di ministrante durante la Messa domenicale. E' un'attività che fa con  piacere, vorrei dire perché pervaso da un profondo sentimento religioso, ma devo ammettere che uno dei motivi principali è che gli piace essere al centro dell'attenzione. Non so, forse è una caratteristica normale nei bambini, ma noto che per Ieie quella di mettersi in mostra, essere il vincitore, è un'esigenza fondamentale, fomentata, suppongo, da una società dove esisti solo se appari e sto faticando non poco a fargli capire che la vittoria non è qualcosa che ti capita e con cui ti crogioli nel successo e negli elogi, ma è un mix tenace di talento e impegno. Impegno soprattutto.
Comunque, tornando al servizio di ministrante, essendo stato convocato per l'ultima Messa della mattina, ieri non ci siamo trovati ad assistere alla funzione come al solito. L'abbiamo lasciato in parrocchia mentre gli dicevano che avrebbe portato il cero, e sebbene la solita voce della mammina pedante mi sussurrasse all'orecchio che forse non era un compito adatto ad un bambino decisamente maldestro, la madre saggia ha avuto il sopravvento e ha deciso che avrei fatto meglio a dargli fiducia e chiudere il becco.
All'uscita.
"Be', com'è andata?".
"Mmh, bene".
"Sicuro?".
"...".
"Non mi racconti niente. Hai portato la candela?".
"Sì...ho bruciato un poco la cantoria".
"Come hai bruciato la cantoria???".
"Ma no, poco poco, è rimasto solo un segnetto".
"Ma com'è successo?".
"E' che don Piero parla, parla e io non mi sono accorto che la candela si era inclinata e stava toccando la cantoria".
"Che ti hanno detto?".
"Di non farlo più".
"...".
"Per fortuna che quelli del coro erano in piedi. Altrimenti a qualcuno avrei bruciato anche i capelli".

domenica 20 gennaio 2019

Cuore e genio

In paese lo chiamavano cuore e genio. Genio per la sua bravura, o per meglio dire quell'estro che lo portò a rifiutare la media dell'8 datagli dagli insegnanti e con la quale avrebbe potuto evitare di sostenere gli esami di maturità. Troppo poco, secondo lui, meglio fare ricorso, dare gli esami e prendersi i meritati 10.
Cuore perché le ingiustizie non le sopportava. Studente universitario fuori sede, il padre non mandava i soldi a lui, così propenso a regalarli a chiunque ne avesse bisogno, ma a un conoscente incaricato di dargliene poco alla volta, secondo necessità. E dal profondo Sud, si aggirava a Roma senza cappotto. Non serviva, non sentiva freddo e quindi il suo lo aveva regalato a chi, invece, di freddo ne aveva.
Il povero padre, che con quel figlio doveva essersi scontrato più e più volte, non sapeva che pesci pigliare. Fa sempre come vuole lui, rispondeva a chi gliene chiedeva conto.
Gli studi da ingegnere, però, non li finì. Si dedicò al giornalismo, alla politica. E poi tornò nella sua terra dove iniziò a fare il segretario comunale. Sempre attento alle ingiustizie, però, che la povera gente faceva la fame anche, e soprattutto, nei paesi del Sud. Dava fastidio, pare, perché voleva controllare, metteva bocca su tutto, specie sulle requisizioni di grano, così odiose per lui, e allora i notabili del paese, il sindaco, fecero in modo di farlo richiamare dall'esercito.
Era il 1920 e il giovane sottotenente fu mandato in uno sperduto paesino lucano, Corleto Perticara, in quella zona oggi "benedetta" dalla scoperta di giacimenti di petrolio e ribattezzata Tempa Rossa.
In famiglia, poi, non se ne parlò più o, meglio, se ne parlò molto poco. Anche io la storia la conoscevo per sommi capi, quel poco che mi aveva raccontato mio padre che, pure, col nonno (il mio bisnonno) ha vissuto 14 anni.
Quel padre, di quel figlio, faticava a parlare, roso probabilmente dai sensi di colpa.
"Non vi maledico - pare dicesse un giorno ai generi intenti a litigare per questioni di eredità - perché ho maledetto mio figlio una volta, e ne ho avuto la morte".
Per il resto, dopo il 1920, la politica fu tenuta fuori da quella casa. A ogni elezione i cancelli venivano chiusi, segno che nessuno doveva venire a disturbare con appelli o promesse.
Quasi cent'anni di oblio e poi, due anni fa, una telefonata di un professore universitario, un antropologo lucano che, incuriosito da una lapide rinvenuta nel cimitero di Corleto Perticara, decide di fare una ricerca su un fatto di sangue del lontano luglio 1920.
Quello che all'inizio mio padre ha reputato uno scherzo, si è tramutato poi in un libro che di Luigi, il giovane sottotenente, ha restituito a noi, suoi lontani discendenti, un ritratto toccante destinato altrimenti a sbiadire del tutto.
In cerca di notizie non dico fresche, perché di testimoni che l'avessero conosciuto al paesello non ce n'erano più, ma quanto meno attendibili, abbiamo seguito le tracce che ancora portavano a lui. Dico abbiamo perché con l'aiuto di mia zia, la memoria storica della famiglia, ho cercato di fornire qualche risposta alle domande posteci dallo studioso.
E' così che Luigi, oggi, non è più un nome su una targa o un ricordo sfumato di un gesto coraggioso. Luigi ha una storia che la sua famiglia può raccontare.
Arrivato a Corleto scopre, ironia della sorte, di essere stato mandato a fare ciò che più detestava: la requisizione dei cereali. Attività deprecabile, in un Sud dove per la povera gente il grano non era solo cibo, ma moneta di scambio.
Ma la divisa, e probabilmente un innato senso del dovere, lo inducono a portare avanti il suo compito. A raccolto ultimato, quando i corletani scoprono finalmente cosa è venuto a fare quel sottotenente straniero, scoppia la rivolta.
Non mi soffermerò sul dipanarsi degli eventi, ma sulla conclusione e in particolare su quegli elementi che coincidono fra il racconto delle fonti dell'epoca e quello circolato per anni in famiglia.
Si sacrificò per un collega che aveva moglie e figli, mi hanno sempre detto davanti alla lapide nel cimitero.
Scoppiata la rivolta, dopo che il popolo si infiamma ancor di più contro le divise a causa di due carabinieri impauriti che, non autorizzati, hanno fatto fuoco sulla folla uccidendo una bambina, Luigi e i carabinieri sono costretti alla fuga. E' ormai in salvo quando si accorge che il maresciallo dei carabinieri è rimasto indietro, braccato dalla folla che ha iniziato il pestaggio. Ha tre figlie quell'uomo, di cui una appena nata. Al contrario dei carabinieri giovani, rei per altro di aver ucciso una bambina, Luigi torna indietro e chiede che liberino il maresciallo, che prendano lui piuttosto. Getta le armi, come richiesto dai rivoltosi, che per tutta risposta si abbandonano a uno spietato linciaggio contro Luigi e contro il maresciallo.
Fa male leggere cosa gli hanno fatto, il racconto è terribile e lo sarebbe anche senza pensare che quel ragazzo appena trentenne era uno di famiglia, un figlio per il mio bisnonno, un fratello per mio nonno. Chissà, magari un padre di cugini che non sono mai nati.
Posso solo immaginare lo strazio del padre, talmente fiaccato dal dolore da non riuscire ad andare in prima persona a Corleto a recuperare la salma.
Quali e quanti strascichi quella morte ebbe sulla famiglia non so, né è facile stabilire come abbia influito sul corso degli eventi, magari fino a noi. Mio nonno, che pure non era il più grande dei fratelli, fu l'unico a rimanere nella casa del padre, al paesello, e a continuarne l'attività. Qualche rapporto familiare, comunque, si guastò. Quel sindaco che aveva allontanato Luigi dal paesello era un fratello della sua mamma. Uno zio. Di certo non immaginava di mandarlo a morire, ma è un fatto che con quel ramo le relazioni non furono più le stesse e che anche il paesello qualche responsabilità gliela riconobbe.
Gli anni, il silenzio, in famiglia e nel paese, hanno sbiadito il ricordo, allentato i rancori e così lo scorso 4 novembre il professor Alliegro, l'autore della ricerca, ha raccontato le sue scoperte nel corso della commemorazione dei caduti.
Ad ascoltare di Luigi c'erano tre dei suoi nipoti e qualcuno dei suoi pronipoti. Solo qualcuno perché la discendenza, aveva ben nove tra fratelli e sorelle, è ormai sparsa un po' dovunque.
Il racconto della vicenda è contenuto in La lapide inquieta, un breve volume che essendo una ricerca universitaria circola solo tra addetti ai lavori.
Perché parlarne, allora? Perché vorrei che il ricordo di un giovane brillante quanto sfortunato non andasse perduto. Perché le buone azioni, ancorché inutili, vanno sempre portate ad esempio. Perché la memoria, se non consente sempre di riposizionare i tasselli nel giusto ordine, è di certo l'unico posto dove gli animi si placano e la riflessione porta frutto.

Luigi, in piedi davanti alla porta della casa paterna, con i genitori, i fratelli e le sorelle