venerdì 8 marzo 2019

Lettera a un bambino mai nato

Quando da bambina lo vedevo occhieggiare dalle vetrine delle librerie, mi suscitava sempre un po' di riluttanza. Non sapevo bene di cosa parlasse, però con quelle parole così strane per una bambina già nata (conoscevo il significato di aborto? Boh) sin da allora non mi lasciava indifferente.
Poi l'anno scorso, in occasione del 40° compleanno di una vecchia amica, la sua mamma ha realizzato un bel video che diceva, tra le altre cose, che una donna che aspetta un figlio senza essere sposata è vista il più delle volte come una irresponsabile. Nel migliore dei casi, come una stravagante, una provocatrice. O un'eroina. Mai come una mamma uguale alle altre.
Frasi dense di significato se si pensa che la mia amica è nata che la sua mamma aveva appena 16 anni. Ho così scoperto che provenivano da Lettera a un bambino mai nato ed ho capito che era arrivato il momento di affrontare questa lettura.
Quello che colpisce sin dalle prime pagine, è quanto questo libro parli un linguaggio ancestrale, comprensibile da tutte le donne: il linguaggio della maternità. Chiunque sia madre, o abbia sfiorato o agognato questa esperienza, si ritroverà nei pensieri della protagonista, una donna single lavoratrice di cui la Fallaci non dice di più, proprio perché ogni donna possa riconoscersi in lei. 
Consapevole sin dall'inizio di essere incinta, prima ancora che i medici possano esprimersi al riguardo, è colta da paura per un'esperienza che non aveva programmato e che vivrebbe in solitudine vista la fine della relazione amorosa. Eppure è una paura passeggera, perché subito, in questo monologo/dialogo col bambino che porta in grembo, la donna non può fare a meno di scegliere la vita.
Ho deciso per te: nascerai. L'ho deciso dopo averti visto in fotografia. Non era proprio la tua fotografia, evidente: era quella di un qualsiasi embrione di tre settimane [...] E, mentre la guardavo, la paura m'è passata.
Così, mentre le settimane si succedono, la gravidanza va avanti, ostacolata per diversi motivi dalle persone che la futura madre ha intorno e gravata anche da difficoltà di carattere naturale. Costretta a letto, la protagonista si dibatte tra dubbi, angosce, ripensamenti continui e si pone l'interrogativo cardine del libro: si può conciliare quell'istinto atavico che è la maternità, con il bisogno di affermare se stesse e vivere la propria vita?
Decisa a non annullarsi per un altro essere umano, riprende il suo lavoro. Immediatamente anche il suo umore rifiorisce e ricomincia a guardare con ottimismo e speranza alla nascita del figlio.
Ma sarà la natura a decidere il destino, tragico, di questa gravidanza, con un urlo che, anche questo, non potrà lasciare indifferente nessuna lettrice.
Devo ammettere che, a libro terminato, sono stata preda di sensazioni altalenanti: se la prima parte, con le sue riflessioni sull'essere madre, sull'attesa (bellissimi i capitoli in cui la donna si interroga se quel bambino sarà un maschio o una femmina) mi ha incantata, sono rimasta un po' perplessa dalla seconda, arrivando a dirmi che forse non ne ho colto la vera essenza. E se per anni pubblico e critica si sono interrogati se questo fosse un testo pro o contro l'aborto (nel 1975, anno di pubblicazione, l'Ivg non era ancora legale in Italia), è la stessa Fallaci a spiegare, in un'intervista di qualche anno dopo, che il libro non si occupa di questo "Io sono sempre dalla parte della vita [...]sono pronta ad andare anche in galera per difendere, per tutti, la libertà d'aborto nei casi necessari. Personalmente però non ho mai abortito; forse, chissà, non abortirei mai".
Né è lei, altro interrogativo che in molti si sono posti, la protagonista che narra in prima persona, sebbene l'idea del racconto nasca da un'esperienza personale.
Quindi, se devo dare un giudizio, penso che valga ancora la pena di leggere questo libro anche se, a mio avviso, risente molto del periodo storico in cui è stato concepito, ovvero quello dell'emancipazione femminile e di una nuova consapevolezza del ruolo delle donne. Oggi, epoca in cui ho conosciuto più donne affermate che lottano e hanno lottato per esaudire il desidero di diventare madri, che donne che si sono interrogate sull'opportunità di diventarlo, ci sarebbe bisogno di una nuova Lettera che sappia farsi portavoce dello spirito, e delle angosce, di questi tempi.

Lettera a un bambino mai nato di Oriana Fallaci, Bur Rizzoli

Questo post partecipa al Venerdì del libro di HomaMadeMamma

giovedì 7 marzo 2019

Messaggio in bottiglia

Tutto cominciò con il giornalaio. Ogni giorno mio padre tornava a casa col quotidiano e una volta a settimana portava Grazia a mia madre. Anche io volevo qualcosa da leggere. Arrivarono i primi fumetti che, bimba della materna, sfogliavo contenta e compresa.
Ma le edicole, in un tempo in cui di pargoli ne nascevano a iosa, al contrario di oggi, proponevano poco materiale adatto ai bambini e anche io volevo un giornale al giorno, proprio come mio padre. Così mia madre gli suggerì di nascondere i fumetti vecchi e di ripropormeli "Tanto non sa leggere, non se ne accorge". Ecco, quel del tanto non capisce è una cosa che mi ha sempre irritato, da allora ho la fobia di essere presa per i fondelli. 
"Papà il giornalaio ti ha imbrogliato, ti ha venduto un fumetto che avevo già", fu la mia risposta al riproporsi dello stesso giornalino.
Perché io memorizzavo tutto, ogni singolo fumetto e ogni singola vignetta che mia madre mi leggeva. E guai a saltare una pagina tanto non se ne accorge. Io ricordavo tutto. Imparando le battute e i relativi disegni, imparai a leggere, proprio come anni dopo avrebbe fatto Ieie. Lettere e parole si ricomposero davanti ai miei occhi creando mondi di significati.
Arrivò la scuola, i libri di lettura delle elementari e poi le antologie delle medie che divennero i miei consiglieri. Sfogliando in autonomia quelle pagine, la mia attenzione si soffermò su alcuni brani, memorizzò autori e titoli. Specialmente alle elementari lessi e rilessi i testi che per i motivi più disparati mi avevano colpito.
Decisi che avrei letto i libri da cui erano tratti.
Qualche anno dopo cominciò quella cavalcata che ancora non è finita.
"Non fate sbrodeghezzi, non fate potacci" era troppo inconsueto per non saperne di più.
E Nuto, con "gli occhi forati da gatto" è forse una delle più belle descrizioni che abbia mai letto.
Parole e momenti si incisero nella mente per non uscirne più. A volta in maniera nitida, a volte lasciando tracce di cui non sono consapevole.
Alle medie conobbi un'autrice che inchiodò la mia attenzione con un "Io sono Jo" e salutando in maniera indimenticabile la sua amica Zazà.
E lessi del più bel bacio d'amore che ha il suono scrosciante di un Io io io.
E anche se la lista è sempre lì, so che alcuni titoli resteranno nomi allettanti senza un prosieguo. Libri che forse negli anni '80 erano famosi, ma dei quali anche la Rete ha perso ogni traccia. E che mi fanno chiedere che ne sarà dei best seller di oggi. I possibili sconosciuti di domani.
E poi c'è lui, quel brano dell'antologia delle medie rimasto nei miei ricordi per sommi capi, ma di cui conservo ancora il significato struggente.
C'era un protagonista, un uomo, e un accompagnatore. Sembravano essere tornati indietro nel tempo, in una riunione di famiglia, e il protagonista era preda di stupore e gioia nel rivedere i suoi familiari. Di gioia e dolore, davanti alla consapevolezza che alcune di quelle persone care presto o tardi sarebbero venute a mancare. E chiedeva di tornare nel presente perché no, non poteva sopportare di nuovo il dolore della perdita. Ecco allora il discorso dell'accompagnatore, la parte più intensa del brano, il cui senso è che la vita va vissuta e apprezzata al momento e non rimpianta, ma che solo pochi, i santi gli artisti, sono in grado di comprenderne il valore  e la bellezza.
Non ricordo da dove fosse tratto questo brano, né  chi fosse l'autore. Ricordo solo che era un testo teatrale e che tutti i nomi, dei personaggi quanto dello scrittore, mi risultassero non solo stranieri, ma di una lingua poco nota (russo, svedese, tedesco?).
L'antologia si chiamava Introduzione alla realtà, la casa editrice La Scuola, il volume credo fosse il terzo, ma non è più in mio possesso.
Da un po' di tempo quel brano torna prepotentemente nei miei pensieri e non so che darei per ricordare da quale opera è tratto.
Ecco, lancio questo messaggio in bottiglia a chiunque passi di qui. Se siete così fortunati da conoscere il testo, se l'avete letto, visto a teatro o se semplicemente, per qualche motivo, ne conoscete la trama e l'autore, vi prego, fatemelo sapere.
Sono anni che desidero leggerlo, anni che quelle parole mi ritornano in mente lasciandomi come Alice che sogna di raggiungere il Bianconiglio nel Paese delle Meraviglie.
Aiutatemi a mettere un'altra spunta alla lista. In cambio non posso promettervi niente se non la mia imperitura gratitudine e, se vi va, qualche consiglio librario.

venerdì 1 marzo 2019

Bianco letale

Sul finire de La via del male, avevamo lasciato il detective privato Cormoran Strike intento a demolire, involontariamente, le decorazioni del matrimonio della sua assistente Robin Ellacott. In Bianco letale la narrazione riprende dalle ore successive a quella scena, per poi condurci con un salto temporale a un anno dopo.
Cormoran e Robin lavorano ancora insieme, dopo l'arresto del serial killer di Shacklewell l'agenzia va a gonfie vele, sebbene non sia facile far convivere la popolarità acquisita con le esigenze di anonimato e basso profilo che un'attività investigativa richiederebbe.
Proprio mentre bisogna operare una cernita tra i casi in entrata e cercare qualche altro collaboratore, con la complicità tra Robin e Cormoran che pare essere andata a farsi benedire, compare in agenzia lo sfortunato Billy Knight, un giovane palesemente affetto da un disturbo mentale che racconta a Cormoran di aver assistito all'omicidio di una bambina avvenuto quasi venti anni prima, per poi scappare senza lasciare altri elementi validi.
Il delirio di una mente malata? Chissà, Cormoran  non fa in tempo a capirlo, che il ministro Jasper Chiswell richiede il suo aiuto per un caso di ricatto ad opera nientemeno che di Jimmy Knight.  No, non è una coincidenza,  Billy e Jimmy sono fratelli e, tra l'altro, da ragazzi hanno vissuto nella tenuta dell'Oxfordshire dei Chiswell dove, pare, sia avvenuto il presunto infanticidio. I due casi non sembrano collegati, ma Cormoran non crede alle coincidenze, tanto più che Chiswell si rifiuta di rivelare il contenuto del ricatto, ma vuole solo demolire i suoi avversari.
Già così ce ne sarebbe abbastanza per placare gli appetiti da giallo più insaziabili, ma l'indagine sarà anche più succosa quando, sul punto di perdere il caso, Cormoran e Robin si troveranno tra capo e collo anche un morto.
Lasciati i bassifondi di Londra che avevano fatto da sfondo al romanzo precedente, Robert Galbraith, aka J.K. Rowling, stavolta ci fa fare un salto di classe e ci conduce nell'Inghilterra "bene", quella delle corse dei cavalli e delle gallerie d'Arte con la maiuscola, delle tenute di campagna e dei club gentlemen only, dei quartieri inn come Ebury Street e Notthing Hill, quella, per intenderci, di Westminster.
Il viaggio, come sempre, è gradevolissimo e le 700 e passa pagine si consumano con inaudito piacere al punto che, a metà, già ti chiedi come farai a farne a meno. La mole di indizi è, se possibile, anche più consistente del solito e a ogni interrogatorio davanti a un immancabile pinta di birra, hamburger, bistecca o dim sum, il lettore cercherà di annotare mentalmente e fare ordine tra la marea di elementi a disposizione, ma non perdeteci troppo tempo, tanto i particolari utili saranno proprio quelli scartati senza riguardi.
Il colpevole, di cui Robin e Cormoran parlano già negli ultimi capitoli evitando di dirci chi sia (e procurandoci non pochi rosicchiamenti di unghie), non è sbalorditivo come nei precedenti capitoli. Stavolta bisognerà pescare nella rosa dei sospettati, demolendo quegli alibi a prima vista granitici e non c'è nemmeno quella goduria spettacolare che si prova al momento del disvelarsi dell'assassino. Non alla prima lettura, almeno, perché, come dicevo, gli elementi da riposizionare sono talmente tanti che solo a una seconda lettura di quel colloquio-confessione che a prima vista può sembrare incomprensibile, il lettore finalmente troverà l'ordine a cui aspirava e sentirà soddisfatti tutti i suoi sensi letteral-investigativi.
Se poi vi starete chiedendo cos'è il bianco letale, sappiate che dovrete macinare un po' di pagine prima di capirlo, ma che non ha a che fare con le cause della morte...non direttamente almeno.
Per quanto riguarda i sintomi che si presenteranno a fine libro, nostalgia dirompente per Robin&Corm, desiderio insaziabile di visitare Londra, sete di sangue, pardon di misteri da risolvere, posso aggiungere di non temere: i nostri torneranno perché, come ci lasciano intendere le loro vite private che scorrono di pari passo con le indagini, il bello è appena iniziato. E se non ce la fate ad attendere fino al prossimo volume, be' ci sono sempre i voli low cost per scoprire Londra sulle orme del nostro due investigativo.

Bianco letale, Robert Galbraith, Salani, traduzione di Valentina Daniele, Barbara Ronca, Laura Serra e Loredana Serratore

Questo post partecipa al Venerdì del libro di HomeMadeMamma

mercoledì 20 febbraio 2019

Tim, peggio degli usurai #2

Arieccomi con la seconda parte della mia Odissea con Tim.
Nel frattempo le bollette telefoniche lievitano di mese in mese. Un euro a ottobre, un altro a novembre e abbiamo superato i €40 mensili (la Tim non prevede la bolletta bimestrale), nonostante al momento del passaggio ci avessero assicurato che l'importo sarebbe stato di €35,80 al mese.
Una delle voci che ha subito un'impennata è stato il costo dell'invio della bolletta, passato da un mese all'altro da €2 a €2,50, poi dici che la gente non si scrive più...Il bello è che una bolletta neanche ci arriva, ci mandano un sollecito, la paghiamo in ritardo e ovviamente con mora...Una soluzione però c'è, se non vogliamo l'invio della bolletta cartacea dobbiamo fare l'addebito sul conto corrente. Cioè praticamente dobbiamo mettere una sanguisughe sui nostri risparmi.
Sfiniti, dopo aver già sollecitato il centro plurimarca del paesello, andiamo nel grande centro Tim in città per capire il perché di tutti questi casini che ci sono successi e avere lumi su costi in continuo aumento.
Il risultato è a dir poco demoralizzante. La tipa del centro guarda la nostra posizione sul terminale e già comincia a sbottare che non si capisce che piano tariffario abbiamo, un collega l'aiuta, poi ci dicono che:
a) l'importo da pagare è quello, ce ne facessimo una ragione;
b) non è possibile cambiare e scegliere una tariffa minore anche rinunciando a qualche servizio, con Tim puoi solo aggiungere servizi e non togliere;
c) colpa nostra che ci siamo affidati a un piccolo centro servizi di paese, non dicono proprio così, dicono che deve trattarsi di un centro che non è "serio come loro, perché quando li fanno loro i contratti questi problemi non si verificano", ma la sostanza è la stessa. Non ci siamo affidati a loro quindi adieu e ciao.
Ovviamente cambiare operatore o chiudere per sempre la linea telefonica non è possibile: prima dei due anni la penale è altissima e dovremmo sborsare in anticipo lo sconto tariffario (sì incredibile, ma c'è pure uno sconto) del quale usufruiamo. Capire di che ci cifra si parli è fantascienza, però, perché io non ho un contratto scritto, non ho firmato nulla, né ho fatto una registrazione online. Su consiglio di un amico avvocato, ho anche cercato sul sito Tim un documento che sintetizzi i dettagli legali del mio piano tariffario, ma non esiste nulla. Insomma mi sono legata a doppio filo a questa compagnia senza un documento che attesti i miei diritti e doveri e questo, in Italia nel 2019, pare sia legale.
Poi, inaspettatamente, ricevo un chiarimento da una puntata di Report di qualche mese fa. Si parla di franchising e il titolare di un centro Tim si lamenta del fatto che dopo aver stipulato, con fatica, nuovi contratti di telefonia fissa, i clienti vengono contattati dal call center Tim che, a loro insaputa, con l'inganno, rifà i contratti in modo che il centro Tim non abbia diritto ad alcuna provvigione. Ma allora è quello che è successo a me! E questo spiega anche come mai, nelle continue telefonate fatte prima dell'allaccio, gli operatori sembrassero avere difficoltà a interpretare il nostro contratto e ci fornissero informazioni contraddittorie.
E la conferma del mio sospetto arriva qualche settimana fa quando, in seguito all'ennesimo disservizio, richiamo il 187. Quando chiedo conto di tutti i loro errori, l'operatrice ipotizza che ci sia stato qualche problema al momento della stipula contrattuale (ma quale stipula?), come se il contratto fosse passato sottomano a più persone che hanno spuntato voci diverse e contrapposte.
Ma qual è l'ennesimo disservizio? Ta dah, nella bolletta di dicembre, recapitata il 21 gennaio, l'addebito del costo del modem!
Parte la segnalazione al 187, mi danno subito ragione, perché in effetti il mio contratto prevede il modem gratuito, di non preoccuparmi (aridaje) che non devo pagarlo, che riceverò comunicazione sull'esito del reclamo. Il 1° febbraio una mail di Tim mi dà ragione e mi dice che hanno già provveduto a modificare la fattura, non €110,61 devo pagare, bensì €41,61. Posso andare negli uffici postali, negli esercizi commerciali Puntopolis o pagare online.
Scelgo la terza opzione che mi si rivela impossibile: online posso pagare €110,61, non un centesimo di meno. Richiamo il 187 (ancora!) e la gentile signorina spiega che la bolletta è stata rettificata, ma bisogna aspettare l'approvazione del responsabile amministrativo perché "la nota di credito è ancora in elaborazione", dopodiché sarà emessa nuova fattura con l'importo corretto.
Passano i giorni, siamo all'11 febbraio, la bolletta scade il 13, contatto di nuovo il 187 e mi dicono che devo pagare €110,61, poi mi restituiranno la differenza (se credici), siccome protesto mi passano un amministrativo che, gentilissimo, esordisce dicendo che "o ci metto più grinta o non mi sente" e mentre cerco di spiegargli l'accaduto mi sbatte il telefono in faccia.
Stremata, avvelenata, incattivita richiamo il 187 e stavolta l'operatrice mi spiega che non manderanno nessuna nuova fattura, posso pagare con bonifico o con bollettino postale in bianco. Mi faccio dare i dati per il bonifico e procedo.....anzi no, perché il sistema mi dice che c'è discordanza tra Iban e intestatario conto, per cui il bonifico non si può fare. Nuova chiamata e stavolta l'operatrice AH767 (mo me la sono segnata) asserisce che l'unico sistema per pagare è il bollettino postale in bianco da compilare e inviare poi via fax in amministrazione e certo, mi rassicura quando metto in dubbio, certo che il fax lo leggono, arriva direttamente in amministrazione!
Il 12 febbraio pago la maledetta bolletta e mando lo stramaledetto fax. Il 16 febbraio una telefonata da Tim con voce registrata mi avvisa che sono morosa per non aver pagato l'ultima bolletta da €41,61...
Vorrei piangere, vorrei strozzare qualcuno della Tim con le mie mani, ma l'unico strumento che ho è comporre ancora una volta il 187. L'ennesimo operatore mi rassicura, è troppo presto perché il pagamento con bollettino sia già visibile. Ok, ma allora il fax che ***** l'ho fatto a fare?
Ancora ieri, sui miei dati personali della pagina Tim, risultavo morosa. Al che mi sono fatta forza e ho perso un'ulteriore mattinata: ho radunato tutta la documentazione in mio possesso (mail, codici segnati, date, ecc.), ho ricostruito la mia drammatica vicenda e l'ho inviata a Tim tramite posta elettronica certificata, riservandomi di rivolgermi a un legale. Sarà stato quello, sarà stato il caso o forse doveva andare così, ma stamattina finalmente la bolletta risulta pagata.
Morale: sono disgustata dal comportamento di quella che dovrebbe essere la maggiore compagnia telefonica italiana, da uno Stato che non tutela i consumatori e nel quale vicende come la mia sono, non solo possibili, ma ahimè, all'ordine del giorno. Nauseata da operatori call center che, no, non mi fanno nessuna pena. Saranno pure stressatisottopagatisfruttati, ma sono comunque complici di questo sistema. All'apparenza gentili e competenti (neanche sempre) ti stanno, come direbbe Montalbano, cantando la "mezza Messa" per toglierti dai piedi. Tanto quando mai li ribeccherai.
Spero che il mio racconto possa mettere in guardia chi ha deciso di fare un contratto con Tim.
Per concludere io, che sono una persona mite e poco incline al rancore, devo ammettere che al personale Tim, dai dirigenti agli addetti all'ultimo operatore di call center, ho riservato parole che non ho  mai diretto a nessuno in vita mia.

martedì 19 febbraio 2019

Tim, peggio degli usurai

"Ma perché signora - mi diceva stupita qualche anno fa un'operatrice di call center - passare a un'altra compagnia è così semplice, tutti lo fanno".
Sarà, ma quando lo faccio io, si risolve sempre in un grande dramma.

Questa è la storia del mio tragico e sempre rimpianto passaggio a Tim.

A metà giugno dello scorso anno, periodo infausto non c'è che dire, mio marito, stanco dei continui rincari di Infostrada sulla nostra bolletta telefonica di casa, decide di passare a Tim. Si rivolge al centro assistenza del paesello che è un centro plurimarca. Tutto a posto, pochi giorni e il passaggio sarebbe stato realtà. Trascorre una settimana, trascorrono altri giorni e il call center di Tim ci avvisa che mancano alcuni step per concludere la pratica, ma possiamo farli tranquillamente per telefono. Ok, tutto a posto (di nuovo!), un altro po' di pazienza e saremo clienti Tim. Nel frattempo l'estate avanza, ci trasferiamo al paesino di mare (siamo al 9 di luglio) ancora con l'utenza legata a Infostrada. Mentre siamo al paesino, appunto, la Tim ci contatta perché devono inviare un tecnico per l'allaccio.
Ora, il paesino dista 70 Km dal paesello, mio marito lo fa presente, spiega che è disposto a farsi 'sta strada sotto il solleone, ma per carità, che il tecnico si presenti. Ci mancherebbe, s'indignano i sempre affidabili operatori Tim, e infatti...nel giorno dell'appuntamento non arriva nessuno.
Il 26 di luglio, comunque, senza bisogno di alcun tecnico, ci comunicano che siamo clienti Tim. E qui ha inizio il nostro calvario (se già i precedenti non fossero stati sufficienti).
Intanto Infostrada, con il quale vantavamo un rapporto settennale, ci manda la parcella: €35 di contributo per il passaggio ad altro operatore, più altre voci per un cambio di piano tariffario (mai richiesto) effettuato pochi giorni prima del passaggio a Tim per un totale di €66,98.
Ora, il decreto Bersani del 2007 aveva previsto che il passaggio ad altro operatore telefonico avvenisse "senza spese non giustificate da costi dell'operatore". Che è successo quindi nella civilissima Italia? Che gli operatori se ne sono sbattuti della legge e hanno fatto pagare il contributo passaggio bla bla di cui sopra. L'Agcom, davanti alle proteste dei consumatori, ha sanzionato le compagnie telefoniche, ma queste hanno trovato subito il modo di rimediare. Cosa recita infatti l'articolo? "Spese non giustificate da costi dell'operatore", e allora ecco che nei contratti che facciamo con gli operatori telefonici, che lo sappiate o no, è previsto già che, qualora passiate ad altro fornitore o semplicemente eliminiate la linea telefonica, è previsto un costo (mica una penale perché siete clienti fedifraghi, no quello no) da pagare. Tutto perfettamente legale, leggete qui se volete.
Tornando alla nostra fattura, chiediamo conto di questo cambio piano tariffario e Infostrada ci spiega che Tim ha fatto prima il passaggio Internet e poi quello telefonia, questo ha costretto Infostrada a modificare il nostro piano tariffario che li prevedeva entrambi e poco importa se è durato un giorno che poi siam passati a Tim, s'ha da pagare. Chiediamo conto a Tim, ci dicono che Infostrada usa sempre questo trucchetto, verificheranno e vedranno se veramente hanno fatto il cambio in due tempi, che se è così il costo se lo accolleranno loro. Ovviamente non ne sappiamo più nulla.
Ma la questione passa nel frattempo in secondo piano, perché cominciamo a sollecitare Tim per avere il modem in comodato d'uso gratuito che ci spetta da contratto, ma che è gratuito tanto per dire, visto che paghiamo €5,89 al mese (per 4 anni) di manutenzione modem.
Qui parte la prima delle nostre segnalazioni al 187. La cosa bella è che se accedo alla mia pagina personale del sito Tim, risulta sempre che le segnalazioni sono state evase. Come non si sa, visto che o nessuno ti informa o se pure si degnano di comunicarti l'esito del reclamo, di solito ti dicono delle sonore panzane. Il valzer del modem va avanti per mesi, finché a novembre, finalmente, il suddetto viene recapitato e, che succede? Che a stretto giro, il 9 novembre, mi arriva una fattura via mail: €79 di modem che pagherò con le modalità da me scelte al momento dell'acquisto. Ma quale acquisto?  E quali modalità avrei scelto?
Chiamiamo il 187 dove dicono che sì, c'è stato un errore, di non preoccuparci (NON PREOCCUPARCI?) che non dobbiamo pagare niente.
Ma il delirium tremens del mostro Tim non si esaurisce qui: il 19 novembre una mail comunica che non abbiamo diritto al modem perché il nostro contratto è solo linea telefonica e quindi non ci manderanno alcun modem (???); il 16 gennaio un'altra mail manifesta il loro rincrescimento per aver verificato che effettivamente noi, al modem, abbiamo diritto, e che hanno già provveduto a inviarcelo...
Ce ne sarebbe già abbastanza, ma in realtà questo è solo l'inizio della nostra Odissea. Da settimane sono alle prese con un altro disservizio della Tim. Ho perso ore e serenità appresso agli operatori del 187 a causa di un loro errore che mi sta tormentando e che mi fa sentire come se mi fossi rivolta agli strozzini, quando invece ho fatto un gesto così semplice (seppur sbagliato), di cambiare operatore telefonico.
E ogni volta che l'omino Tim balla in televisione, mi viene voglia di mettergli le mani  al collo.
Ma siccome mi sono dilungata anche troppo, questa è un'altra storia...che racconterò a malincuore.

venerdì 15 febbraio 2019

Lorenzo de' Medici-Una vita da Magnifico

Una recente serie televisiva dedicata a Lorenzo il Magnifico, unita alla passione per la storia, mi ha portato a riflettere sul fatto che, a parte le tre quattro cose studiate sui libri di scuola (la congiura dei Pazzi, l'amore per le arti, lo splendore della sua Firenze), sapevo ben poco di questo interessante personaggio. E' così che ho cercato una biografia e, spulciando tra i titoli senza alcuna indicazione a farmi da guida, ho scelto a naso quello che mi convinceva di più, ovvero Lorenzo de' Medici-Una vita da Magnifico.
Si tratta di un'opera di un professore universitario che non ha nulla di polveroso e dottorale, ma, anzi, si avvale di uno stile appassionato e ironico, a tratti canzonatorio, che ripercorre la vita del Magnifico cercando di estrapolare l'uomo dal personaggio ufficiale.
Per fare questo Giulio Busi ha spulciato una mole inimmaginabile di testi e documenti originali, evidenziati da una bibliografia di quasi 100 pagine. Sotto la lente è finita la corrispondenza del Magnifico che pare vergasse, o facesse vergare a suo nome, decine di lettere al giorno a familiari, potenti, amici, collaboratori e postulanti. Interessante, nei primi capitoli, l'arte di chiedere favori di cui pare Lorenzo fosse maestro sin da ragazzo. Come si vede la raccomandazione ha origini illustri e antiche.
Nonostante questo immenso lavoro, non è facile delineare un profilo dell'uomo, perché, anche nelle lettere più personali, il calcolo (dote/difetto che Busi attribuisce ampiamente al Magnifico) sembra prevalere sulla spontaneità.
Il libro scorre piacevolmente e dimostra che la serie Tv non ha ricamato più di tanto sui fatti storici (se non si considera che Lorenzo appariva come un figo da paura mentre i suoi ritratti dimostrano il contrario), anche se, non si capisce se per studiata reticenza o per mancanza di prove certe, su alcuni avvenimenti Busi ci lascia nel dubbio. Lucrezia Donati fu amante del Magnifico o ebbe solo un ruolo da Beatrice dantesca? E Simonetta Vespucci fu più di un invaghimento per il fratello Giuliano?
Certo è che la figura di Lorenzo ne esce meno magnifica di quanto la storia ce lo racconti. Guerriero da armata Brancaleone, banchiere poco avveduto, filosofo e poeta improvvisato, Busi gli riconosce solo di essere stato un abile intrallazzatore, capace di giostrare a proprio piacimento eventi e persone.
Anche quel periodo prospero di pace che l'Italia attraversò durante il suo regno, non sembra poi così pacifico se tra scaramucce, assedi e liti di confine, qualche migliaio di morti ci scappò comunque. Di più. L'autore gli riconosce, se non l'aver appoggiato l'invasione turca di Otranto nel 1480, quantomeno di non aver fatto nulla per impedirla e di averne tratto persino vantaggi.
Per concludere, non ho potuto fare a meno di constatare come il giudizio su questo personaggio storico sia molto meno lusinghiero di quello che viene fuori, ad esempio, dal capitolo che Indro Montanelli gli dedica in Storia d'Italia (vol. L'Italia dei secoli d'oro), sebbene il giornalista toscano riconoscesse vizi e difetti dell'età medicea. E' proprio vero quindi, che la storia è questione di punti di vista. Gli uomini, esseri sfaccettati, possono suscitare opinioni diverse in chi li approccia. La storia, insomma, può assumere sfumature e interpretazioni che variano a seconda di chi ce la racconta.

Lorenzo de' Medici-Una vita da Magnifico di Giulio Busi, Mondadori

Questo post partecipa al Venerdì del libro di HomeMadeMamma

mercoledì 13 febbraio 2019

San Valentino

Da una conversazione riferitami.
"Papà cosa regalerai alla mamma per San Valentino?".
"Mmmh, non so Ieie, non ci ho pensato".
"Io lo so! Perché non le regali un gioiello?".
"Beh  - momento di imbarazzo -, non è una spesa prevista. Poi dovremmo rinunciare a qualcos'altro".

Il giorno dopo.
"Mamma perché non hai messo il video della Lolla da piccola, sul CD come il mio?".
"Non ci riesco, il programma che usavo stava sul computer grande che ora è rotto".
"Papà so cosa puoi regalare domani alla mamma: un computer nuovo!".

Non riceverò un gioiello, non riceverò un computer, ma in un certo senso il regalo più bello per San Valentino l'ho già ricevuto da un piccolo spasimante pieno di attenzioni.
E spero di cuore che un giorno, una donna meritevole riceva tanti regali da lui.
Per San Valentino, ma non solo.