venerdì 8 marzo 2019

Lettera a un bambino mai nato

Quando da bambina lo vedevo occhieggiare dalle vetrine delle librerie, mi suscitava sempre un po' di riluttanza. Non sapevo bene di cosa parlasse, però con quelle parole così strane per una bambina già nata (conoscevo il significato di aborto? Boh) sin da allora non mi lasciava indifferente.
Poi l'anno scorso, in occasione del 40° compleanno di una vecchia amica, la sua mamma ha realizzato un bel video che diceva, tra le altre cose, che una donna che aspetta un figlio senza essere sposata è vista il più delle volte come una irresponsabile. Nel migliore dei casi, come una stravagante, una provocatrice. O un'eroina. Mai come una mamma uguale alle altre.
Frasi dense di significato se si pensa che la mia amica è nata che la sua mamma aveva appena 16 anni. Ho così scoperto che provenivano da Lettera a un bambino mai nato ed ho capito che era arrivato il momento di affrontare questa lettura.
Quello che colpisce sin dalle prime pagine, è quanto questo libro parli un linguaggio ancestrale, comprensibile da tutte le donne: il linguaggio della maternità. Chiunque sia madre, o abbia sfiorato o agognato questa esperienza, si ritroverà nei pensieri della protagonista, una donna single lavoratrice di cui la Fallaci non dice di più, proprio perché ogni donna possa riconoscersi in lei. 
Consapevole sin dall'inizio di essere incinta, prima ancora che i medici possano esprimersi al riguardo, è colta da paura per un'esperienza che non aveva programmato e che vivrebbe in solitudine vista la fine della relazione amorosa. Eppure è una paura passeggera, perché subito, in questo monologo/dialogo col bambino che porta in grembo, la donna non può fare a meno di scegliere la vita.
Ho deciso per te: nascerai. L'ho deciso dopo averti visto in fotografia. Non era proprio la tua fotografia, evidente: era quella di un qualsiasi embrione di tre settimane [...] E, mentre la guardavo, la paura m'è passata.
Così, mentre le settimane si succedono, la gravidanza va avanti, ostacolata per diversi motivi dalle persone che la futura madre ha intorno e gravata anche da difficoltà di carattere naturale. Costretta a letto, la protagonista si dibatte tra dubbi, angosce, ripensamenti continui e si pone l'interrogativo cardine del libro: si può conciliare quell'istinto atavico che è la maternità, con il bisogno di affermare se stesse e vivere la propria vita?
Decisa a non annullarsi per un altro essere umano, riprende il suo lavoro. Immediatamente anche il suo umore rifiorisce e ricomincia a guardare con ottimismo e speranza alla nascita del figlio.
Ma sarà la natura a decidere il destino, tragico, di questa gravidanza, con un urlo che, anche questo, non potrà lasciare indifferente nessuna lettrice.
Devo ammettere che, a libro terminato, sono stata preda di sensazioni altalenanti: se la prima parte, con le sue riflessioni sull'essere madre, sull'attesa (bellissimi i capitoli in cui la donna si interroga se quel bambino sarà un maschio o una femmina) mi ha incantata, sono rimasta un po' perplessa dalla seconda, arrivando a dirmi che forse non ne ho colto la vera essenza. E se per anni pubblico e critica si sono interrogati se questo fosse un testo pro o contro l'aborto (nel 1975, anno di pubblicazione, l'Ivg non era ancora legale in Italia), è la stessa Fallaci a spiegare, in un'intervista di qualche anno dopo, che il libro non si occupa di questo "Io sono sempre dalla parte della vita [...]sono pronta ad andare anche in galera per difendere, per tutti, la libertà d'aborto nei casi necessari. Personalmente però non ho mai abortito; forse, chissà, non abortirei mai".
Né è lei, altro interrogativo che in molti si sono posti, la protagonista che narra in prima persona, sebbene l'idea del racconto nasca da un'esperienza personale.
Quindi, se devo dare un giudizio, penso che valga ancora la pena di leggere questo libro anche se, a mio avviso, risente molto del periodo storico in cui è stato concepito, ovvero quello dell'emancipazione femminile e di una nuova consapevolezza del ruolo delle donne. Oggi, epoca in cui ho conosciuto più donne affermate che lottano e hanno lottato per esaudire il desidero di diventare madri, che donne che si sono interrogate sull'opportunità di diventarlo, ci sarebbe bisogno di una nuova Lettera che sappia farsi portavoce dello spirito, e delle angosce, di questi tempi.

Lettera a un bambino mai nato di Oriana Fallaci, Bur Rizzoli

Questo post partecipa al Venerdì del libro di HomaMadeMamma

giovedì 7 marzo 2019

Messaggio in bottiglia

Tutto cominciò con il giornalaio. Ogni giorno mio padre tornava a casa col quotidiano e una volta a settimana portava Grazia a mia madre. Anche io volevo qualcosa da leggere. Arrivarono i primi fumetti che, bimba della materna, sfogliavo contenta e compresa.
Ma le edicole, in un tempo in cui di pargoli ne nascevano a iosa, al contrario di oggi, proponevano poco materiale adatto ai bambini e anche io volevo un giornale al giorno, proprio come mio padre. Così mia madre gli suggerì di nascondere i fumetti vecchi e di ripropormeli "Tanto non sa leggere, non se ne accorge". Ecco, quel del tanto non capisce è una cosa che mi ha sempre irritato, da allora ho la fobia di essere presa per i fondelli. 
"Papà il giornalaio ti ha imbrogliato, ti ha venduto un fumetto che avevo già", fu la mia risposta al riproporsi dello stesso giornalino.
Perché io memorizzavo tutto, ogni singolo fumetto e ogni singola vignetta che mia madre mi leggeva. E guai a saltare una pagina tanto non se ne accorge. Io ricordavo tutto. Imparando le battute e i relativi disegni, imparai a leggere, proprio come anni dopo avrebbe fatto Ieie. Lettere e parole si ricomposero davanti ai miei occhi creando mondi di significati.
Arrivò la scuola, i libri di lettura delle elementari e poi le antologie delle medie che divennero i miei consiglieri. Sfogliando in autonomia quelle pagine, la mia attenzione si soffermò su alcuni brani, memorizzò autori e titoli. Specialmente alle elementari lessi e rilessi i testi che per i motivi più disparati mi avevano colpito.
Decisi che avrei letto i libri da cui erano tratti.
Qualche anno dopo cominciò quella cavalcata che ancora non è finita.
"Non fate sbrodeghezzi, non fate potacci" era troppo inconsueto per non saperne di più.
E Nuto, con "gli occhi forati da gatto" è forse una delle più belle descrizioni che abbia mai letto.
Parole e momenti si incisero nella mente per non uscirne più. A volta in maniera nitida, a volte lasciando tracce di cui non sono consapevole.
Alle medie conobbi un'autrice che inchiodò la mia attenzione con un "Io sono Jo" e salutando in maniera indimenticabile la sua amica Zazà.
E lessi del più bel bacio d'amore che ha il suono scrosciante di un Io io io.
E anche se la lista è sempre lì, so che alcuni titoli resteranno nomi allettanti senza un prosieguo. Libri che forse negli anni '80 erano famosi, ma dei quali anche la Rete ha perso ogni traccia. E che mi fanno chiedere che ne sarà dei best seller di oggi. I possibili sconosciuti di domani.
E poi c'è lui, quel brano dell'antologia delle medie rimasto nei miei ricordi per sommi capi, ma di cui conservo ancora il significato struggente.
C'era un protagonista, un uomo, e un accompagnatore. Sembravano essere tornati indietro nel tempo, in una riunione di famiglia, e il protagonista era preda di stupore e gioia nel rivedere i suoi familiari. Di gioia e dolore, davanti alla consapevolezza che alcune di quelle persone care presto o tardi sarebbero venute a mancare. E chiedeva di tornare nel presente perché no, non poteva sopportare di nuovo il dolore della perdita. Ecco allora il discorso dell'accompagnatore, la parte più intensa del brano, il cui senso è che la vita va vissuta e apprezzata al momento e non rimpianta, ma che solo pochi, i santi gli artisti, sono in grado di comprenderne il valore  e la bellezza.
Non ricordo da dove fosse tratto questo brano, né  chi fosse l'autore. Ricordo solo che era un testo teatrale e che tutti i nomi, dei personaggi quanto dello scrittore, mi risultassero non solo stranieri, ma di una lingua poco nota (russo, svedese, tedesco?).
L'antologia si chiamava Introduzione alla realtà, la casa editrice La Scuola, il volume credo fosse il terzo, ma non è più in mio possesso.
Da un po' di tempo quel brano torna prepotentemente nei miei pensieri e non so che darei per ricordare da quale opera è tratto.
Ecco, lancio questo messaggio in bottiglia a chiunque passi di qui. Se siete così fortunati da conoscere il testo, se l'avete letto, visto a teatro o se semplicemente, per qualche motivo, ne conoscete la trama e l'autore, vi prego, fatemelo sapere.
Sono anni che desidero leggerlo, anni che quelle parole mi ritornano in mente lasciandomi come Alice che sogna di raggiungere il Bianconiglio nel Paese delle Meraviglie.
Aiutatemi a mettere un'altra spunta alla lista. In cambio non posso promettervi niente se non la mia imperitura gratitudine e, se vi va, qualche consiglio librario.

venerdì 1 marzo 2019

Bianco letale

Sul finire de La via del male, avevamo lasciato il detective privato Cormoran Strike intento a demolire, involontariamente, le decorazioni del matrimonio della sua assistente Robin Ellacott. In Bianco letale la narrazione riprende dalle ore successive a quella scena, per poi condurci con un salto temporale a un anno dopo.
Cormoran e Robin lavorano ancora insieme, dopo l'arresto del serial killer di Shacklewell l'agenzia va a gonfie vele, sebbene non sia facile far convivere la popolarità acquisita con le esigenze di anonimato e basso profilo che un'attività investigativa richiederebbe.
Proprio mentre bisogna operare una cernita tra i casi in entrata e cercare qualche altro collaboratore, con la complicità tra Robin e Cormoran che pare essere andata a farsi benedire, compare in agenzia lo sfortunato Billy Knight, un giovane palesemente affetto da un disturbo mentale che racconta a Cormoran di aver assistito all'omicidio di una bambina avvenuto quasi venti anni prima, per poi scappare senza lasciare altri elementi validi.
Il delirio di una mente malata? Chissà, Cormoran  non fa in tempo a capirlo, che il ministro Jasper Chiswell richiede il suo aiuto per un caso di ricatto ad opera nientemeno che di Jimmy Knight.  No, non è una coincidenza,  Billy e Jimmy sono fratelli e, tra l'altro, da ragazzi hanno vissuto nella tenuta dell'Oxfordshire dei Chiswell dove, pare, sia avvenuto il presunto infanticidio. I due casi non sembrano collegati, ma Cormoran non crede alle coincidenze, tanto più che Chiswell si rifiuta di rivelare il contenuto del ricatto, ma vuole solo demolire i suoi avversari.
Già così ce ne sarebbe abbastanza per placare gli appetiti da giallo più insaziabili, ma l'indagine sarà anche più succosa quando, sul punto di perdere il caso, Cormoran e Robin si troveranno tra capo e collo anche un morto.
Lasciati i bassifondi di Londra che avevano fatto da sfondo al romanzo precedente, Robert Galbraith, aka J.K. Rowling, stavolta ci fa fare un salto di classe e ci conduce nell'Inghilterra "bene", quella delle corse dei cavalli e delle gallerie d'Arte con la maiuscola, delle tenute di campagna e dei club gentlemen only, dei quartieri inn come Ebury Street e Notthing Hill, quella, per intenderci, di Westminster.
Il viaggio, come sempre, è gradevolissimo e le 700 e passa pagine si consumano con inaudito piacere al punto che, a metà, già ti chiedi come farai a farne a meno. La mole di indizi è, se possibile, anche più consistente del solito e a ogni interrogatorio davanti a un immancabile pinta di birra, hamburger, bistecca o dim sum, il lettore cercherà di annotare mentalmente e fare ordine tra la marea di elementi a disposizione, ma non perdeteci troppo tempo, tanto i particolari utili saranno proprio quelli scartati senza riguardi.
Il colpevole, di cui Robin e Cormoran parlano già negli ultimi capitoli evitando di dirci chi sia (e procurandoci non pochi rosicchiamenti di unghie), non è sbalorditivo come nei precedenti capitoli. Stavolta bisognerà pescare nella rosa dei sospettati, demolendo quegli alibi a prima vista granitici e non c'è nemmeno quella goduria spettacolare che si prova al momento del disvelarsi dell'assassino. Non alla prima lettura, almeno, perché, come dicevo, gli elementi da riposizionare sono talmente tanti che solo a una seconda lettura di quel colloquio-confessione che a prima vista può sembrare incomprensibile, il lettore finalmente troverà l'ordine a cui aspirava e sentirà soddisfatti tutti i suoi sensi letteral-investigativi.
Se poi vi starete chiedendo cos'è il bianco letale, sappiate che dovrete macinare un po' di pagine prima di capirlo, ma che non ha a che fare con le cause della morte...non direttamente almeno.
Per quanto riguarda i sintomi che si presenteranno a fine libro, nostalgia dirompente per Robin&Corm, desiderio insaziabile di visitare Londra, sete di sangue, pardon di misteri da risolvere, posso aggiungere di non temere: i nostri torneranno perché, come ci lasciano intendere le loro vite private che scorrono di pari passo con le indagini, il bello è appena iniziato. E se non ce la fate ad attendere fino al prossimo volume, be' ci sono sempre i voli low cost per scoprire Londra sulle orme del nostro due investigativo.

Bianco letale, Robert Galbraith, Salani, traduzione di Valentina Daniele, Barbara Ronca, Laura Serra e Loredana Serratore

Questo post partecipa al Venerdì del libro di HomeMadeMamma

mercoledì 20 febbraio 2019

Tim, peggio degli usurai #2

Arieccomi con la seconda parte della mia Odissea con Tim.
Nel frattempo le bollette telefoniche lievitano di mese in mese. Un euro a ottobre, un altro a novembre e abbiamo superato i €40 mensili (la Tim non prevede la bolletta bimestrale), nonostante al momento del passaggio ci avessero assicurato che l'importo sarebbe stato di €35,80 al mese.
Una delle voci che ha subito un'impennata è stato il costo dell'invio della bolletta, passato da un mese all'altro da €2 a €2,50, poi dici che la gente non si scrive più...Il bello è che una bolletta neanche ci arriva, ci mandano un sollecito, la paghiamo in ritardo e ovviamente con mora...Una soluzione però c'è, se non vogliamo l'invio della bolletta cartacea dobbiamo fare l'addebito sul conto corrente. Cioè praticamente dobbiamo mettere una sanguisughe sui nostri risparmi.
Sfiniti, dopo aver già sollecitato il centro plurimarca del paesello, andiamo nel grande centro Tim in città per capire il perché di tutti questi casini che ci sono successi e avere lumi su costi in continuo aumento.
Il risultato è a dir poco demoralizzante. La tipa del centro guarda la nostra posizione sul terminale e già comincia a sbottare che non si capisce che piano tariffario abbiamo, un collega l'aiuta, poi ci dicono che:
a) l'importo da pagare è quello, ce ne facessimo una ragione;
b) non è possibile cambiare e scegliere una tariffa minore anche rinunciando a qualche servizio, con Tim puoi solo aggiungere servizi e non togliere;
c) colpa nostra che ci siamo affidati a un piccolo centro servizi di paese, non dicono proprio così, dicono che deve trattarsi di un centro che non è "serio come loro, perché quando li fanno loro i contratti questi problemi non si verificano", ma la sostanza è la stessa. Non ci siamo affidati a loro quindi adieu e ciao.
Ovviamente cambiare operatore o chiudere per sempre la linea telefonica non è possibile: prima dei due anni la penale è altissima e dovremmo sborsare in anticipo lo sconto tariffario (sì incredibile, ma c'è pure uno sconto) del quale usufruiamo. Capire di che ci cifra si parli è fantascienza, però, perché io non ho un contratto scritto, non ho firmato nulla, né ho fatto una registrazione online. Su consiglio di un amico avvocato, ho anche cercato sul sito Tim un documento che sintetizzi i dettagli legali del mio piano tariffario, ma non esiste nulla. Insomma mi sono legata a doppio filo a questa compagnia senza un documento che attesti i miei diritti e doveri e questo, in Italia nel 2019, pare sia legale.
Poi, inaspettatamente, ricevo un chiarimento da una puntata di Report di qualche mese fa. Si parla di franchising e il titolare di un centro Tim si lamenta del fatto che dopo aver stipulato, con fatica, nuovi contratti di telefonia fissa, i clienti vengono contattati dal call center Tim che, a loro insaputa, con l'inganno, rifà i contratti in modo che il centro Tim non abbia diritto ad alcuna provvigione. Ma allora è quello che è successo a me! E questo spiega anche come mai, nelle continue telefonate fatte prima dell'allaccio, gli operatori sembrassero avere difficoltà a interpretare il nostro contratto e ci fornissero informazioni contraddittorie.
E la conferma del mio sospetto arriva qualche settimana fa quando, in seguito all'ennesimo disservizio, richiamo il 187. Quando chiedo conto di tutti i loro errori, l'operatrice ipotizza che ci sia stato qualche problema al momento della stipula contrattuale (ma quale stipula?), come se il contratto fosse passato sottomano a più persone che hanno spuntato voci diverse e contrapposte.
Ma qual è l'ennesimo disservizio? Ta dah, nella bolletta di dicembre, recapitata il 21 gennaio, l'addebito del costo del modem!
Parte la segnalazione al 187, mi danno subito ragione, perché in effetti il mio contratto prevede il modem gratuito, di non preoccuparmi (aridaje) che non devo pagarlo, che riceverò comunicazione sull'esito del reclamo. Il 1° febbraio una mail di Tim mi dà ragione e mi dice che hanno già provveduto a modificare la fattura, non €110,61 devo pagare, bensì €41,61. Posso andare negli uffici postali, negli esercizi commerciali Puntopolis o pagare online.
Scelgo la terza opzione che mi si rivela impossibile: online posso pagare €110,61, non un centesimo di meno. Richiamo il 187 (ancora!) e la gentile signorina spiega che la bolletta è stata rettificata, ma bisogna aspettare l'approvazione del responsabile amministrativo perché "la nota di credito è ancora in elaborazione", dopodiché sarà emessa nuova fattura con l'importo corretto.
Passano i giorni, siamo all'11 febbraio, la bolletta scade il 13, contatto di nuovo il 187 e mi dicono che devo pagare €110,61, poi mi restituiranno la differenza (se credici), siccome protesto mi passano un amministrativo che, gentilissimo, esordisce dicendo che "o ci metto più grinta o non mi sente" e mentre cerco di spiegargli l'accaduto mi sbatte il telefono in faccia.
Stremata, avvelenata, incattivita richiamo il 187 e stavolta l'operatrice mi spiega che non manderanno nessuna nuova fattura, posso pagare con bonifico o con bollettino postale in bianco. Mi faccio dare i dati per il bonifico e procedo.....anzi no, perché il sistema mi dice che c'è discordanza tra Iban e intestatario conto, per cui il bonifico non si può fare. Nuova chiamata e stavolta l'operatrice AH767 (mo me la sono segnata) asserisce che l'unico sistema per pagare è il bollettino postale in bianco da compilare e inviare poi via fax in amministrazione e certo, mi rassicura quando metto in dubbio, certo che il fax lo leggono, arriva direttamente in amministrazione!
Il 12 febbraio pago la maledetta bolletta e mando lo stramaledetto fax. Il 16 febbraio una telefonata da Tim con voce registrata mi avvisa che sono morosa per non aver pagato l'ultima bolletta da €41,61...
Vorrei piangere, vorrei strozzare qualcuno della Tim con le mie mani, ma l'unico strumento che ho è comporre ancora una volta il 187. L'ennesimo operatore mi rassicura, è troppo presto perché il pagamento con bollettino sia già visibile. Ok, ma allora il fax che ***** l'ho fatto a fare?
Ancora ieri, sui miei dati personali della pagina Tim, risultavo morosa. Al che mi sono fatta forza e ho perso un'ulteriore mattinata: ho radunato tutta la documentazione in mio possesso (mail, codici segnati, date, ecc.), ho ricostruito la mia drammatica vicenda e l'ho inviata a Tim tramite posta elettronica certificata, riservandomi di rivolgermi a un legale. Sarà stato quello, sarà stato il caso o forse doveva andare così, ma stamattina finalmente la bolletta risulta pagata.
Morale: sono disgustata dal comportamento di quella che dovrebbe essere la maggiore compagnia telefonica italiana, da uno Stato che non tutela i consumatori e nel quale vicende come la mia sono, non solo possibili, ma ahimè, all'ordine del giorno. Nauseata da operatori call center che, no, non mi fanno nessuna pena. Saranno pure stressatisottopagatisfruttati, ma sono comunque complici di questo sistema. All'apparenza gentili e competenti (neanche sempre) ti stanno, come direbbe Montalbano, cantando la "mezza Messa" per toglierti dai piedi. Tanto quando mai li ribeccherai.
Spero che il mio racconto possa mettere in guardia chi ha deciso di fare un contratto con Tim.
Per concludere io, che sono una persona mite e poco incline al rancore, devo ammettere che al personale Tim, dai dirigenti agli addetti all'ultimo operatore di call center, ho riservato parole che non ho  mai diretto a nessuno in vita mia.

martedì 19 febbraio 2019

Tim, peggio degli usurai

"Ma perché signora - mi diceva stupita qualche anno fa un'operatrice di call center - passare a un'altra compagnia è così semplice, tutti lo fanno".
Sarà, ma quando lo faccio io, si risolve sempre in un grande dramma.

Questa è la storia del mio tragico e sempre rimpianto passaggio a Tim.

A metà giugno dello scorso anno, periodo infausto non c'è che dire, mio marito, stanco dei continui rincari di Infostrada sulla nostra bolletta telefonica di casa, decide di passare a Tim. Si rivolge al centro assistenza del paesello che è un centro plurimarca. Tutto a posto, pochi giorni e il passaggio sarebbe stato realtà. Trascorre una settimana, trascorrono altri giorni e il call center di Tim ci avvisa che mancano alcuni step per concludere la pratica, ma possiamo farli tranquillamente per telefono. Ok, tutto a posto (di nuovo!), un altro po' di pazienza e saremo clienti Tim. Nel frattempo l'estate avanza, ci trasferiamo al paesino di mare (siamo al 9 di luglio) ancora con l'utenza legata a Infostrada. Mentre siamo al paesino, appunto, la Tim ci contatta perché devono inviare un tecnico per l'allaccio.
Ora, il paesino dista 70 Km dal paesello, mio marito lo fa presente, spiega che è disposto a farsi 'sta strada sotto il solleone, ma per carità, che il tecnico si presenti. Ci mancherebbe, s'indignano i sempre affidabili operatori Tim, e infatti...nel giorno dell'appuntamento non arriva nessuno.
Il 26 di luglio, comunque, senza bisogno di alcun tecnico, ci comunicano che siamo clienti Tim. E qui ha inizio il nostro calvario (se già i precedenti non fossero stati sufficienti).
Intanto Infostrada, con il quale vantavamo un rapporto settennale, ci manda la parcella: €35 di contributo per il passaggio ad altro operatore, più altre voci per un cambio di piano tariffario (mai richiesto) effettuato pochi giorni prima del passaggio a Tim per un totale di €66,98.
Ora, il decreto Bersani del 2007 aveva previsto che il passaggio ad altro operatore telefonico avvenisse "senza spese non giustificate da costi dell'operatore". Che è successo quindi nella civilissima Italia? Che gli operatori se ne sono sbattuti della legge e hanno fatto pagare il contributo passaggio bla bla di cui sopra. L'Agcom, davanti alle proteste dei consumatori, ha sanzionato le compagnie telefoniche, ma queste hanno trovato subito il modo di rimediare. Cosa recita infatti l'articolo? "Spese non giustificate da costi dell'operatore", e allora ecco che nei contratti che facciamo con gli operatori telefonici, che lo sappiate o no, è previsto già che, qualora passiate ad altro fornitore o semplicemente eliminiate la linea telefonica, è previsto un costo (mica una penale perché siete clienti fedifraghi, no quello no) da pagare. Tutto perfettamente legale, leggete qui se volete.
Tornando alla nostra fattura, chiediamo conto di questo cambio piano tariffario e Infostrada ci spiega che Tim ha fatto prima il passaggio Internet e poi quello telefonia, questo ha costretto Infostrada a modificare il nostro piano tariffario che li prevedeva entrambi e poco importa se è durato un giorno che poi siam passati a Tim, s'ha da pagare. Chiediamo conto a Tim, ci dicono che Infostrada usa sempre questo trucchetto, verificheranno e vedranno se veramente hanno fatto il cambio in due tempi, che se è così il costo se lo accolleranno loro. Ovviamente non ne sappiamo più nulla.
Ma la questione passa nel frattempo in secondo piano, perché cominciamo a sollecitare Tim per avere il modem in comodato d'uso gratuito che ci spetta da contratto, ma che è gratuito tanto per dire, visto che paghiamo €5,89 al mese (per 4 anni) di manutenzione modem.
Qui parte la prima delle nostre segnalazioni al 187. La cosa bella è che se accedo alla mia pagina personale del sito Tim, risulta sempre che le segnalazioni sono state evase. Come non si sa, visto che o nessuno ti informa o se pure si degnano di comunicarti l'esito del reclamo, di solito ti dicono delle sonore panzane. Il valzer del modem va avanti per mesi, finché a novembre, finalmente, il suddetto viene recapitato e, che succede? Che a stretto giro, il 9 novembre, mi arriva una fattura via mail: €79 di modem che pagherò con le modalità da me scelte al momento dell'acquisto. Ma quale acquisto?  E quali modalità avrei scelto?
Chiamiamo il 187 dove dicono che sì, c'è stato un errore, di non preoccuparci (NON PREOCCUPARCI?) che non dobbiamo pagare niente.
Ma il delirium tremens del mostro Tim non si esaurisce qui: il 19 novembre una mail comunica che non abbiamo diritto al modem perché il nostro contratto è solo linea telefonica e quindi non ci manderanno alcun modem (???); il 16 gennaio un'altra mail manifesta il loro rincrescimento per aver verificato che effettivamente noi, al modem, abbiamo diritto, e che hanno già provveduto a inviarcelo...
Ce ne sarebbe già abbastanza, ma in realtà questo è solo l'inizio della nostra Odissea. Da settimane sono alle prese con un altro disservizio della Tim. Ho perso ore e serenità appresso agli operatori del 187 a causa di un loro errore che mi sta tormentando e che mi fa sentire come se mi fossi rivolta agli strozzini, quando invece ho fatto un gesto così semplice (seppur sbagliato), di cambiare operatore telefonico.
E ogni volta che l'omino Tim balla in televisione, mi viene voglia di mettergli le mani  al collo.
Ma siccome mi sono dilungata anche troppo, questa è un'altra storia...che racconterò a malincuore.

venerdì 15 febbraio 2019

Lorenzo de' Medici-Una vita da Magnifico

Una recente serie televisiva dedicata a Lorenzo il Magnifico, unita alla passione per la storia, mi ha portato a riflettere sul fatto che, a parte le tre quattro cose studiate sui libri di scuola (la congiura dei Pazzi, l'amore per le arti, lo splendore della sua Firenze), sapevo ben poco di questo interessante personaggio. E' così che ho cercato una biografia e, spulciando tra i titoli senza alcuna indicazione a farmi da guida, ho scelto a naso quello che mi convinceva di più, ovvero Lorenzo de' Medici-Una vita da Magnifico.
Si tratta di un'opera di un professore universitario che non ha nulla di polveroso e dottorale, ma, anzi, si avvale di uno stile appassionato e ironico, a tratti canzonatorio, che ripercorre la vita del Magnifico cercando di estrapolare l'uomo dal personaggio ufficiale.
Per fare questo Giulio Busi ha spulciato una mole inimmaginabile di testi e documenti originali, evidenziati da una bibliografia di quasi 100 pagine. Sotto la lente è finita la corrispondenza del Magnifico che pare vergasse, o facesse vergare a suo nome, decine di lettere al giorno a familiari, potenti, amici, collaboratori e postulanti. Interessante, nei primi capitoli, l'arte di chiedere favori di cui pare Lorenzo fosse maestro sin da ragazzo. Come si vede la raccomandazione ha origini illustri e antiche.
Nonostante questo immenso lavoro, non è facile delineare un profilo dell'uomo, perché, anche nelle lettere più personali, il calcolo (dote/difetto che Busi attribuisce ampiamente al Magnifico) sembra prevalere sulla spontaneità.
Il libro scorre piacevolmente e dimostra che la serie Tv non ha ricamato più di tanto sui fatti storici (se non si considera che Lorenzo appariva come un figo da paura mentre i suoi ritratti dimostrano il contrario), anche se, non si capisce se per studiata reticenza o per mancanza di prove certe, su alcuni avvenimenti Busi ci lascia nel dubbio. Lucrezia Donati fu amante del Magnifico o ebbe solo un ruolo da Beatrice dantesca? E Simonetta Vespucci fu più di un invaghimento per il fratello Giuliano?
Certo è che la figura di Lorenzo ne esce meno magnifica di quanto la storia ce lo racconti. Guerriero da armata Brancaleone, banchiere poco avveduto, filosofo e poeta improvvisato, Busi gli riconosce solo di essere stato un abile intrallazzatore, capace di giostrare a proprio piacimento eventi e persone.
Anche quel periodo prospero di pace che l'Italia attraversò durante il suo regno, non sembra poi così pacifico se tra scaramucce, assedi e liti di confine, qualche migliaio di morti ci scappò comunque. Di più. L'autore gli riconosce, se non l'aver appoggiato l'invasione turca di Otranto nel 1480, quantomeno di non aver fatto nulla per impedirla e di averne tratto persino vantaggi.
Per concludere, non ho potuto fare a meno di constatare come il giudizio su questo personaggio storico sia molto meno lusinghiero di quello che viene fuori, ad esempio, dal capitolo che Indro Montanelli gli dedica in Storia d'Italia (vol. L'Italia dei secoli d'oro), sebbene il giornalista toscano riconoscesse vizi e difetti dell'età medicea. E' proprio vero quindi, che la storia è questione di punti di vista. Gli uomini, esseri sfaccettati, possono suscitare opinioni diverse in chi li approccia. La storia, insomma, può assumere sfumature e interpretazioni che variano a seconda di chi ce la racconta.

Lorenzo de' Medici-Una vita da Magnifico di Giulio Busi, Mondadori

Questo post partecipa al Venerdì del libro di HomeMadeMamma

mercoledì 13 febbraio 2019

San Valentino

Da una conversazione riferitami.
"Papà cosa regalerai alla mamma per San Valentino?".
"Mmmh, non so Ieie, non ci ho pensato".
"Io lo so! Perché non le regali un gioiello?".
"Beh  - momento di imbarazzo -, non è una spesa prevista. Poi dovremmo rinunciare a qualcos'altro".

Il giorno dopo.
"Mamma perché non hai messo il video della Lolla da piccola, sul CD come il mio?".
"Non ci riesco, il programma che usavo stava sul computer grande che ora è rotto".
"Papà so cosa puoi regalare domani alla mamma: un computer nuovo!".

Non riceverò un gioiello, non riceverò un computer, ma in un certo senso il regalo più bello per San Valentino l'ho già ricevuto da un piccolo spasimante pieno di attenzioni.
E spero di cuore che un giorno, una donna meritevole riceva tanti regali da lui.
Per San Valentino, ma non solo.

lunedì 11 febbraio 2019

Le domande senza risposta

Se solo, da adulti, conservassimo un po' del fanciullino che è in noi. Se solo riuscissimo a guardare al mondo con l'umanità dei bambini.
Se solo chi è in alto, e decide, si ponesse quelle domande senza risposta, che è in grado di farsi anche un bambino.
Ieri, con Ieie.
"Mamma ma cos'ha quel ragazzo che viene a Messa sulla sedia a rotelle?".
"Di preciso non so, credo che sia nato così. Sicuramente è tetraplegico".
"Cioè?".
"Cioè non  muove le gambe, non può camminare".
"Però quando don Piero gli parla, lui sorride, sembra che capisca".
"Se è per questo quando il coro canta, cerca anche lui di cantare. Probabilmente capisce ma non riesce a esprimersi. Pensa come deve essere brutto, il corpo è come una gabbia che non risponde alle tue richieste. Eppure vedi, ogni domenica è in chiesa...".
"quindi è buono".
"Lo sarebbe anche se non venisse a Messa. Voglio dire che, nonostante tutto, viene in chiesa a cantare e ringraziare Dio".
"Mamma chi è quel signore che lo accompagna?".
"E' il padre".
"...e chi si occuperà di lui quando i genitori non ci saranno più?".

venerdì 8 febbraio 2019

Leggiamolo insieme-Harry Potter e il calice di fuoco

Il Signore Oscuro risorgerà con l'aiuto del servo, più grande e più orribile che mai diceva la professoressa Cooman sul finire di Harry Potter e il prigioniero di Azkaban, e infatti qualcosa sta per cambiare nel mondo dei maghi, e non solo lì a quanto pare.
Non bastano i vecchi seguaci di Voldemort che osano compiere bravate alla coppa del Mondo di Quidditch, né gli incubi di Harry. Ci si mette pure qualcuno - chi? -, che di nascosto iscrive il ragazzo al torneo Tremaghi, una competizione interscolastica che per la sua pericolosità è preclusa ai maghi sotto i diciassette anni.
Evidentemente l'intento è quello di far fuori Harry durante una delle tre prove...oppure no?
Sarà un anno scolastico turbolento per il nostro maghetto, che in compagnia di vecchi e nuovi personaggi vivrà uno dei misteri  più appassionanti e ingarbugliati della saga. Come già nel capitolo precedente, i tuffi nel passato diventano frequenti e necessari per comprendere lo svolgersi degli eventi e per rivoltare i personaggi dando loro personalità sfaccettate.
Il finale, come sempre, è una sorpresa e, come già anticipato, il clima tende ad incupirsi con la morte del primo personaggio della serie (prima e non ultima). Dal quinto volume in poi, le prove che Harry dovrà superare saranno sempre più dure, anche perché proprio la conclusione di questo quarto volume sancirà l'inizio di una nuova battaglia. Le difficoltà, quindi, sono appena iniziate, ma attenzione ai dettagli (a tutti!) perché torneranno utili quando ogni mistero sarà svelato.
Harry Potter e il calice di fuoco rappresenta il punto di svolta nella saga del maghetto e proprio nel periodo della nostra lettura collettiva, mi sono imbattuta in un articolo selezionato dalla newsletter della McMusa che a mio parere dà la descrizione più esaustiva di questo libro e del fenomeno Harry Potter. La casa editrice Literary Hub, infatti, lo ha inserito tra i dieci titoli più rappresentativi della prima decade del 2000 perché proprio Harry Potter e il calice di fuoco, con le sue 600 e più pagine, ha dato inizio al fenomeno della Pottermania rendendo evidente la sua influenza nella cultura di massa.
Un ultimo accenno alle reazioni dei bambini che hanno seguito con entusiasmo e attenzione la non semplicissima trama, grazie anche a una continuità di lettura che ha garantito di assimilare tutti i passaggi, e che si sono appassionati sempre di più alla serie. Nonostante queste belle premesse, però, dovremo interrompere per un po' la nostra cavalcata nella saga.
Sebbene col libro sia filato tutto liscio, la visione del film, che come da accordi avviene a volume terminato, ha turbato la Lolla che, pur non avendolo visto tutto (ovvero pur non avendone visto la parte più paurosa), ha ripreso a fare incubi, con protagonista Voldemort che vuole uccidere i bambini.
Per quieto vivere, suo e nostro, abbiamo deciso che per il momento Harry andrà in vacanza e la più dispiaciuta è stata proprio la Lolla che oramai rubava il libro per leggerlo di nascosto e che sembra pensare ad Harry in maniera costante, al punto che, almeno una volta al giorno, mi presenta un quesito potteresco, del tipo "Ma se uno non va a lezione dal professor Vitious non sa fare nessuna magia?".
Mi è dispiaciuto molto arrivare a questa scelta, ma si tratta solo di una fase. Per adesso non posso che salutare Harry e ringraziarlo dei bei momenti che mi ha fatto trascorrere insieme ai miei bambini e di tutta la fantasia che ha scatenato in loro.

Harry Potter e il calice di fuoco di J. K.  Rowling, Salani, traduzione di Serena Daniele

Questo posta partecipa al Venerdì del libro di HomeMadeMamma

giovedì 7 febbraio 2019

Buongiorno domani

Sono state settimane, e giorni, tesi, carichi di pensieri, timori, speranze, con il peso della scelta che mi soffocava il petto e ritornava ad angosciarmi nei sogni notturni.
Decisamente l'ho presa un po' troppo sul serio l'iscrizione alle scuole medie di Ieie, ma scegliere per il bene di un altro comporta molti più dubbi e sensi di colpa. E io già sono una che per se stessa pensa, ripensa, in un continuo fare e disfare, figurarsi se dalla mia decisione dipende il futuro, e la serenità, di qualcun altro.
E poi ieri la risposta: Ieie andrà nella nuova scuola che abbiamo richiesto, lascerà i compagni che lo hanno affiancato dalla materna fino a oggi, il paesello con l'unica classe monosezione, così piccola e protetta come una scuola privata, per tuffarsi, è proprio il caso di dirlo, nel caos di una grande scuola di città.
E' stata una scelta per molti versi obbligata e dettata da tanti fattori. Certo molto più complicata per noi, visto che la Lolla andrà ancora a scuola al paesello, ma fatta con la certezza di aver optato per il meglio.
Io mi sono un po' commossa ieri, leggendo la mail copia incolla che il Miur ha mandato a tutti i genitori, perché quella mail spersonalizzata raccontava i prossimi tre anni di MIO figlio.
E lui ha sorriso quando gli ho dato la notizia e chissà cosa gli sarà frullato in testa. All'inizio di questa storia aveva provato a chiedermi di restare altri tre anni con i suoi compagni, soprattutto col suo amico del cuore, ma non è stata una resistenza strenua. Ha capitolato subito, al primo, placido no.
Ancora me lo ricordo in quella vigilia della primaria, quando tutto teso mi chiedeva per confortarsi dal passaggio di scuola, che ci fossero almeno gli stessi compagni della materna.
La verità è che quando decidemmo di iscriverlo al paesello, lo facemmo, oltre che per comodità, per dargli la possibilità di ambientarsi in un paese dove noi, per primi, eravamo nuovi. Eppure Ieie qui l'ho sempre visto come un pesce fuor d'acqua e la conferma l'ho avuta qualche anno fa, quando per motivi di orari dovette lasciare la parrocchia locale (e i compagni di scuola che erano anche compagni di catechismo), per trasferirsi in un'altra. Si trovò così bene da volerci rimanere anche negli anni a seguire, quando avrebbe potuto ritornare a fare catechismo al paesello.
Per cui sono fiduciosa nelle sue capacità di adattamento e nelle nuove persone e opportunità che la vita gli metterà davanti.
Del resto Ieie non è più il pulcino spaurito di cinque anni fa, e per quanto lo osservi stupefatta chiedendomi che fine abbia fatto il cucciolo riccioluto dei miei ricordi, come sia possibile che sia stato risucchiato da questo bambino (nell'animo) dal corpo da ragazzino, con i piedi lunghi e la taglia 12 anni, mi si stringe il cuore. Davvero il tempo ha messo il turbo e conto i minuti, i giorni, i mesi che mi separano da quella fase in cui Ieie non considererà più me, noi, la sua casa, il porto sicuro, l'angolo delle certezze e cercherà in altre persone e in altri luoghi, conforto, compagnia, condivisione. Allora l'illusione che lui sia mio tramonterà per sempre.
Ma bando ai sentimentalismi. C'è tempo per commuoversi. Magari proprio quando a settembre varcherà la soglia della nuova scuola e io starò chiedendomi (ancora e ancora) se avrò fatto la scelta giusta. Se sarà felice, se sarà sereno. Una risposta che potrebbe richiedere ben tre anni.

venerdì 1 febbraio 2019

La morte nel villaggio

Nel 1930, a dieci anni dalla nascita di Poirot, Agatha Christie tiene a battesimo un nuovo personaggio, una vecchia zitella che vive in un piccolo villaggio inglese di provincia: miss Jane Marple.
La stessa Christie, come racconta il critico Claudio Savonuzzi nella sua postfazione, non ricorda bene come sia nata questa figura destinata a rimanerle appiccicata tutta la vita, proprio come Poirot. E' una fatto, però, che con La morte nel villaggio, miss Marple fa un debutto fortunato nonostante, come spesso avviene nei misteri che la coinvolgono, non solo non sia la voce narrante, ma nella vicenda appaia come uno dei tanti personaggi di contorno, sebbene il suo contributo sia poi determinante.
A raccontarci il misterioso omicidio del colonnello Protheroe, uomo così integerrimo da dimenticare cosa sia la misericordia, è, non a caso, il vicario Clement. L'omicidio avviene infatti nella sua biblioteca e già qui al lettore scatta il primo dubbio. Perché un titolo generico, se la morte avviene in un posto preciso, e quantomeno singolare? Certo la risposta potrebbero fornircela i traduttori dell'epoca, ai quali evidentemente la traduzione letterale La morte al vicariato sembrò poco comprensibile per gli italiani degli anni trenta.
Svelato il primo (facile) mistero, il lettore può gettarsi in quello vero con una certezza: Protheroe non era molto amato nel villaggio, perché già prima del suo omicidio, più di un compaesano se ne augura la morte.
Il villaggio è quel St Mary Mead dove, come si lamenta la moglie del vicario, non succede nulla e che somiglia, a detta di un forestiero, a uno stagno morto. Niente di più falso, "la vita è pressapoco la stessa in qualsiasi luogo", sentenzia Jane Marple che fa la sua comparsa nel secondo capitolo, preannunciata da descrizioni ben poco lusinghiere di terribilissima pettegola del villaggio che sa sempre quel che accade traendone le peggiori conclusioni. Man mano che la vicenda si dipana e il lettore incontra qualche impasse tra orologi che vanno avanti e spiegazioni sulla probabile ora della morte che fanno girare la testa, l'opinione comune su miss Marple non migliora e rimane sempre e solo il vicario a trovarla simpatica, oltre che dotata di intelligenza ed umorismo.
Più di un abitante, intanto, si autoaccusa dell'omicidio, ma la nostra vecchina, per la quale sono sette le persone da sospettare, dimostra la falsità di queste confessioni, riaprendo un caso praticamente chiuso.
La curiosità spinge Clement a seguire le indagini del poco simpatico ispettore Slack, miss Marple appare a momenti per condire il racconto di chiacchiere e osservazioni argute, nonché di dettagli che, per caso o per abilità, riesce a cogliere dal giardino della sua casetta.
Il lettore comincia ad appassionarsi e a provarci gusto, anche perché stavolta gli indizi disseminati dalla Christie sono facili da cogliere, ed è sempre più entusiasta perché ha capito, sta per risolvere il caso, e quando il mistero si svela l'omicida è proprio lui!
Sì, finché non arriva miss Marple a buttare giù il castello di indizi costruito dall'assassino e dalla nostra fantasia.
E' allora che il piccolo microcosmo di St Mary Mead comincia a riconoscerle quei meriti che già Clement le aveva attribuito e miss Jane diventa ingegnosa e capace di avere sempre ragione. Ma miss Marple è, benché sempre intenta a ficcanasare, discreta e modesta, non vuole che si sappia in giro quale è stato il suo contributo alla soluzione della vicenda, le basta aver dimostrato una volta di più quel che le diceva la zia Fanny che "I giovani credono che i vecchi siano sciocchi, ma i vecchi sanno che i giovani sono sciocchi".

La morte nel villaggio di Agatha Christie, Oscar Mondadori, traduzione di Giuseppina Taddei

Questo post partecipa al Venerdì del libro di HomeMadeMamma

lunedì 28 gennaio 2019

Il sacro fuoco

Da circa un mese Ieie ha iniziato il servizio di ministrante durante la Messa domenicale. E' un'attività che fa con  piacere, vorrei dire perché pervaso da un profondo sentimento religioso, ma devo ammettere che uno dei motivi principali è che gli piace essere al centro dell'attenzione. Non so, forse è una caratteristica normale nei bambini, ma noto che per Ieie quella di mettersi in mostra, essere il vincitore, è un'esigenza fondamentale, fomentata, suppongo, da una società dove esisti solo se appari e sto faticando non poco a fargli capire che la vittoria non è qualcosa che ti capita e con cui ti crogioli nel successo e negli elogi, ma è un mix tenace di talento e impegno. Impegno soprattutto.
Comunque, tornando al servizio di ministrante, essendo stato convocato per l'ultima Messa della mattina, ieri non ci siamo trovati ad assistere alla funzione come al solito. L'abbiamo lasciato in parrocchia mentre gli dicevano che avrebbe portato il cero, e sebbene la solita voce della mammina pedante mi sussurrasse all'orecchio che forse non era un compito adatto ad un bambino decisamente maldestro, la madre saggia ha avuto il sopravvento e ha deciso che avrei fatto meglio a dargli fiducia e chiudere il becco.
All'uscita.
"Be', com'è andata?".
"Mmh, bene".
"Sicuro?".
"...".
"Non mi racconti niente. Hai portato la candela?".
"Sì...ho bruciato un poco la cantoria".
"Come hai bruciato la cantoria???".
"Ma no, poco poco, è rimasto solo un segnetto".
"Ma com'è successo?".
"E' che don Piero parla, parla e io non mi sono accorto che la candela si era inclinata e stava toccando la cantoria".
"Che ti hanno detto?".
"Di non farlo più".
"...".
"Per fortuna che quelli del coro erano in piedi. Altrimenti a qualcuno avrei bruciato anche i capelli".

domenica 20 gennaio 2019

Cuore e genio

In paese lo chiamavano cuore e genio. Genio per la sua bravura, o per meglio dire quell'estro che lo portò a rifiutare la media dell'8 datagli dagli insegnanti e con la quale avrebbe potuto evitare di sostenere gli esami di maturità. Troppo poco, secondo lui, meglio fare ricorso, dare gli esami e prendersi i meritati 10.
Cuore perché le ingiustizie non le sopportava. Studente universitario fuori sede, il padre non mandava i soldi a lui, così propenso a regalarli a chiunque ne avesse bisogno, ma a un conoscente incaricato di dargliene poco alla volta, secondo necessità. E dal profondo Sud, si aggirava a Roma senza cappotto. Non serviva, non sentiva freddo e quindi il suo lo aveva regalato a chi, invece, di freddo ne aveva.
Il povero padre, che con quel figlio doveva essersi scontrato più e più volte, non sapeva che pesci pigliare. Fa sempre come vuole lui, rispondeva a chi gliene chiedeva conto.
Gli studi da ingegnere, però, non li finì. Si dedicò al giornalismo, alla politica. E poi tornò nella sua terra dove iniziò a fare il segretario comunale. Sempre attento alle ingiustizie, però, che la povera gente faceva la fame anche, e soprattutto, nei paesi del Sud. Dava fastidio, pare, perché voleva controllare, metteva bocca su tutto, specie sulle requisizioni di grano, così odiose per lui, e allora i notabili del paese, il sindaco, fecero in modo di farlo richiamare dall'esercito.
Era il 1920 e il giovane sottotenente fu mandato in uno sperduto paesino lucano, Corleto Perticara, in quella zona oggi "benedetta" dalla scoperta di giacimenti di petrolio e ribattezzata Tempa Rossa.
In famiglia, poi, non se ne parlò più o, meglio, se ne parlò molto poco. Anche io la storia la conoscevo per sommi capi, quel poco che mi aveva raccontato mio padre che, pure, col nonno (il mio bisnonno) ha vissuto 14 anni.
Quel padre, di quel figlio, faticava a parlare, roso probabilmente dai sensi di colpa.
"Non vi maledico - pare dicesse un giorno ai generi intenti a litigare per questioni di eredità - perché ho maledetto mio figlio una volta, e ne ho avuto la morte".
Per il resto, dopo il 1920, la politica fu tenuta fuori da quella casa. A ogni elezione i cancelli venivano chiusi, segno che nessuno doveva venire a disturbare con appelli o promesse.
Quasi cent'anni di oblio e poi, due anni fa, una telefonata di un professore universitario, un antropologo lucano che, incuriosito da una lapide rinvenuta nel cimitero di Corleto Perticara, decide di fare una ricerca su un fatto di sangue del lontano luglio 1920.
Quello che all'inizio mio padre ha reputato uno scherzo, si è tramutato poi in un libro che di Luigi, il giovane sottotenente, ha restituito a noi, suoi lontani discendenti, un ritratto toccante destinato altrimenti a sbiadire del tutto.
In cerca di notizie non dico fresche, perché di testimoni che l'avessero conosciuto al paesello non ce n'erano più, ma quanto meno attendibili, abbiamo seguito le tracce che ancora portavano a lui. Dico abbiamo perché con l'aiuto di mia zia, la memoria storica della famiglia, ho cercato di fornire qualche risposta alle domande posteci dallo studioso.
E' così che Luigi, oggi, non è più un nome su una targa o un ricordo sfumato di un gesto coraggioso. Luigi ha una storia che la sua famiglia può raccontare.
Arrivato a Corleto scopre, ironia della sorte, di essere stato mandato a fare ciò che più detestava: la requisizione dei cereali. Attività deprecabile, in un Sud dove per la povera gente il grano non era solo cibo, ma moneta di scambio.
Ma la divisa, e probabilmente un innato senso del dovere, lo inducono a portare avanti il suo compito. A raccolto ultimato, quando i corletani scoprono finalmente cosa è venuto a fare quel sottotenente straniero, scoppia la rivolta.
Non mi soffermerò sul dipanarsi degli eventi, ma sulla conclusione e in particolare su quegli elementi che coincidono fra il racconto delle fonti dell'epoca e quello circolato per anni in famiglia.
Si sacrificò per un collega che aveva moglie e figli, mi hanno sempre detto davanti alla lapide nel cimitero.
Scoppiata la rivolta, dopo che il popolo si infiamma ancor di più contro le divise a causa di due carabinieri impauriti che, non autorizzati, hanno fatto fuoco sulla folla uccidendo una bambina, Luigi e i carabinieri sono costretti alla fuga. E' ormai in salvo quando si accorge che il maresciallo dei carabinieri è rimasto indietro, braccato dalla folla che ha iniziato il pestaggio. Ha tre figlie quell'uomo, di cui una appena nata. Al contrario dei carabinieri giovani, rei per altro di aver ucciso una bambina, Luigi torna indietro e chiede che liberino il maresciallo, che prendano lui piuttosto. Getta le armi, come richiesto dai rivoltosi, che per tutta risposta si abbandonano a uno spietato linciaggio contro Luigi e contro il maresciallo.
Fa male leggere cosa gli hanno fatto, il racconto è terribile e lo sarebbe anche senza pensare che quel ragazzo appena trentenne era uno di famiglia, un figlio per il mio bisnonno, un fratello per mio nonno. Chissà, magari un padre di cugini che non sono mai nati.
Posso solo immaginare lo strazio del padre, talmente fiaccato dal dolore da non riuscire ad andare in prima persona a Corleto a recuperare la salma.
Quali e quanti strascichi quella morte ebbe sulla famiglia non so, né è facile stabilire come abbia influito sul corso degli eventi, magari fino a noi. Mio nonno, che pure non era il più grande dei fratelli, fu l'unico a rimanere nella casa del padre, al paesello, e a continuarne l'attività. Qualche rapporto familiare, comunque, si guastò. Quel sindaco che aveva allontanato Luigi dal paesello era un fratello della sua mamma. Uno zio. Di certo non immaginava di mandarlo a morire, ma è un fatto che con quel ramo le relazioni non furono più le stesse e che anche il paesello qualche responsabilità gliela riconobbe.
Gli anni, il silenzio, in famiglia e nel paese, hanno sbiadito il ricordo, allentato i rancori e così lo scorso 4 novembre il professor Alliegro, l'autore della ricerca, ha raccontato le sue scoperte nel corso della commemorazione dei caduti.
Ad ascoltare di Luigi c'erano tre dei suoi nipoti e qualcuno dei suoi pronipoti. Solo qualcuno perché la discendenza, aveva ben nove tra fratelli e sorelle, è ormai sparsa un po' dovunque.
Il racconto della vicenda è contenuto in La lapide inquieta, un breve volume che essendo una ricerca universitaria circola solo tra addetti ai lavori.
Perché parlarne, allora? Perché vorrei che il ricordo di un giovane brillante quanto sfortunato non andasse perduto. Perché le buone azioni, ancorché inutili, vanno sempre portate ad esempio. Perché la memoria, se non consente sempre di riposizionare i tasselli nel giusto ordine, è di certo l'unico posto dove gli animi si placano e la riflessione porta frutto.

Luigi, in piedi davanti alla porta della casa paterna, con i genitori, i fratelli e le sorelle

venerdì 18 gennaio 2019

Nina sente

Claudia de Lillo, più nota  alla blogosfera con il nome di Elasti con cui da anni scrive il seguitissimo blog nonsolomamma, ha da poco pubblicato la sua nuova fatica, Nina sente. Trattasi, credo, del suo quinto libro, il primo a sfondo giallo e anche il primo con cui mi sia cimentata.
Nina è una trentacinquenne che cerca di rimettersi in piedi dopo un doloroso divorzio che ha messo in discussione le scelte fatte finora. Lei, che alla famiglia ha sacrificato aspirazioni e progetti, si ritrova a sbarcare il lunario con le sue sole forze, decidendo di prendere il posto del padre come conducente di auto a noleggio. Così, grazie anche all'amico Guido, investor relator di Banca Sempre, comincia a traghettare per Milano i dipendenti dell'istituto di credito, proprio nel momento in cui la società è oggetto di un'Opa ostile da parte della Liberty Bank of China.
Trattata come un'ospite invisibile, Nina ascolta i segreti professionali e lavorativi dei dipendenti della banca, fino a diventare, suo malgrado, parte di quel microcosmo che va ad arricchire una quotidianità fatta di un figlio tredicenne, vicine di casa-amiche, simpatici genitori di mezza età e di un fratello carabiniere.
C'è molto di Claudia in questo libro. C'è la sua capacità di mettere a fuoco persone, luoghi e sentimenti attraverso scelte linguistiche di una precisione chirurgica; c'è, e chi come me la legge da qualche anno lo noterà, un po' di lei anche in Nina, presente e affettuosa con il figlio, sollecita e legata al padre malato.
La trama è accattivante e, tra fondi neri e vicende personali, si dipana agile tra gli avvenimenti che portano al colpo di scena finale, ma attenzione, se vi aspettate un giallo tout court rimarrete delusi. L'incipit che presenta la scena del delitto, altro non è che un flash-forward su un avvenimento che "vedremo" solo verso la fine del libro. Saranno gli ultimi capitoli, perciò, a tingere di giallo una storia che scorre a cavallo tra il drama e la commedia.
Il giudizio finale è positivo, l'unico neo è che, arrivata alla fine, ho avuto la sensazione che mancasse qualcosa. Non so nemmeno io cosa.
I "conti tornano", la spiegazione c'è, eppure permane un senso di incompletezza che non mi so spiegare. Ecco, se qualche lettore del Venerdì del libro, al quale questo post partecipa, ha letto o ha intenzione di leggere questo romanzo, mi piacerebbe sapere cosa ne pensa.

Nina sente di Claudia de Lillo, Mondadori


venerdì 11 gennaio 2019

Tre libri per bambini curiosi

La Befana per me significa libri. E' una tradizione della quale un tempo beneficiavo io, e che adesso mi piace riproporre ai miei figli.
Già, ma che libro regalare a un bambino che non manifesta particolare interesse per la lettura?
Ieie è stato affascinato sin da subito dalle parole e la curiosità di capire "cosa c'è scritto" l'ha portato a imparare a leggere precocemente, da solo, e in maniera precisa e scorrevole, eppure, di leggere racconti o storie di qualsivoglia tipo, non se ne parla. Ho provato con romanzi per bambini sul calcio, con la mitologia, ma la narrativa non lo interessa. Ogni tanto, se proprio non può fare altro (leggi: giocare con i videogiochi o tirare calci al pallone), si butta sui fumetti, che a casa nostra non mancano mai, per il resto l'unico genere che riscuote successo con lui è quello divulgativo/didascalico. Curioso e avido di sapere com'è, ho capito che bisogna fare breccia su questi aspetti per fargli tenere un libro in mano.
Quest'anno, quindi, la selezione della Befana si è soffermata su tre titoli che scritti apposta bambini curiosi.
Le bandiere del mondo spiegate ai ragazzi (Sylvie Bednar, L'ippocampo ragazzi) è un manuale contenente le bandiere dei vari Stati suddivise per continenti.
Per ognuna c'è una piccola scheda con i dati salienti del Paese d'origine e poi una spiegazione, più lunga o più breve a seconda dei Paesi, con la storia e il significato della bandiera.

Perfetto per quei bambini che, come Ieie, amano incasellare informazioni nei cassetti della memoria e che tempestano i genitori di domande sulle bandiere di ogni Stato.
Il secondo titolo Quando non c'era come si faceva (Giuliana Rotondi, illustrazioni Andrea Chronopoulos, Nord-Sud Edizionimi ha colp ha colpito la Befana perché sia Ieie che la Lolla credono che io sia cresciuta nel paleolitico, che i nonni andassero in giro in carrozza  e vivessero senza elettricità e che quand'ero bambina il mondo fosse in bianco e nero. Ergo, si sentono giustificati a chiedermi come si faceva in passato. Siccome son più giovane di quel che credono, non lo so come si faceva, ma a rispondere ci pensa questo libro che racconta la nascita di un bel po' di invenzioni (dalla lavatrice alla carta igienica, dal calcio all'anestesia) spiegando come si faceva prima del loro arrivo. Tra le tante curiosità, anche la risposta alla domanda che ognuno di noi, almeno una volta nella vita, si è fatto: quando è nata la scuola?
Io l'ho trovato carinissimo e tra l'altro mi sono riproposta di leggerlo perché molti dei come si faceva incuriosiscono anche me.
Last but not least un bel manuale di anatomia. Ieie possiede già un libro pop-up sul corpo umano che lui e la sorella hanno messo a dura prova. Anatomia sezioni e animazioni per osservare il corpo da vicino (Hélène Druvert e Jean-Claude Druvert, L'ippocampo ragazzi) ha un approccio più approfondito e bellissime tavole illustrate tra cui alcune pagine che fanno il corpo "a fette" e messe insieme, regalano un pregevole effetto 3D.
Per ora il libro più azzeccato sembra quello sulle bandiere, che Ieie spulcia di tanto in tanto portandolo in giro per casa. Io però sono fiduciosa anche per gli altri titoli. E intanto cerco nuove letture per bambini curiosi.

Questo post partecipa al Venerdì del libro di HomeMadeMamma

lunedì 7 gennaio 2019

Friends will be friends

Prima della fine delle vacanze siamo riusciti a vedere il film sulla storia di Freddie Mercury, Bohemian Rapsody e già questo è un fatto notevole poiché non ricordo più quando è stata l'ultima volta che sono andata al cinema a vedere qualcosa che non fosse un cartone animato.
Sul film si è detto molto, che la storia sia stata modificata, edulcorata, semplificata, resa più celebrativa, ma non entrerò nel merito delle polemiche, anche perché delle vicende della band, svoltesi prevalentemente quando ero bambina, non so molto, né mi metterò a fare valutazioni sulla persona di Freddie Mercury.
Quel che mi è rimasto, dopo il film, e dei Queen in generale, sono due aspetti e riguardano la loro musica.
La prima è una considerazione che scaturisce proprio dalla nascita della canzone che dà il nome alla pellicola. Bohemian Rapsody fu osteggiata dai produttori, che non volevano farne un singolo per la sua eccessiva lunghezza, e stroncata dalla critica che la ritenne un pastiche ampolloso e di una verbosità senza senso. Non sapevo nulla di tutto questo, ma ne sono rimasta colpita perché l'ho sempre trovata molto bella e infatti il successo fra il pubblico fu immediato e senza tempo.
E' vero, non ho idea di cosa parli, ma la bellezza della canzone sta nel fatto di commuovere nel senso originario del termine, mettere in moto, agitare, ovvero smuovere qualcosa nell'animo dell'ascoltatore, che è poi quello che dovrebbe fare qualsiasi prodotto artistico: suscitare un'emozione. E Bohemian Rapsody, così come molte canzoni del repertorio dei Queen, ci riescono benissimo. Se qualcosa posso dire di Freddie Mercury e della band, è che furono grandi performer, peccato non averli potuti ammirare dal vivo.
L'altro aspetto del film è che ha messo in moto la mia macchina dei ricordi. Come detto ero una bambina quando il successo dei Queen esplose. Ricordo bene solo l'uscita del loro ultimo album. Era l'estate del 1991 e la Lega Navale del paesino aveva installato un calciobalilla e un juke box. Fu grazie a quell'apparecchio, e ad alcuni amici con una cultura musicale superiore alla mia di neoquattordicenne, che Innuendo divenne la colonna sonora delle nostre partite e io feci il mio incontro con i Queen.
Non ricordo niente neppure della fine di Freddie Mercury, ma poco dopo il mercato fu inondato dai  Greatest Hits ed è allora, sempre grazie agli amici del paesino, che della mia adolescenza sono stati i mentori musicali, che ho conosciuto davvero i Queen e la loro musica. Ricordo un'estate passata a dibattere se la canzone dicesse Friends will be friends o Friends to be friends, con il gruppo a dividersi in due opposte fazioni (allora non c'era Internet a fugare tempestivamente ogni dubbio).
Friends will be friends è rimasta nel mio cuore perché di quegli amici è il simbolo, di quegli amici che ancora oggi fanno parte della mia vita, che mi hanno fatto conoscere quello che sarebbe diventato mio marito e ai quali, anche io, ho presentato qualche futuro coniuge.
Ecco, i Queen sono stati la colonna sonora di una parte della mia adolescenza, pur non esistendo quasi più come band. Ai posteri il compito di giudicare se fu vera gloria, io posso solo ringraziarli per i bei momenti e i ricordi che mi hanno regalato.

giovedì 3 gennaio 2019

Tag: i miei film di Natale preferiti

E così ce l'ho fatta (non pensavo a dire il vero) e mi unisco anche io al Tag ideato da Mariella di Doremifa-sol, libri e caffè sui film di Natale preferiti di sempre.
Il Tag prevede due categorie, classici/romantici e comici, con cinque titoli per ognuna. Una volta stilata e pubblicata la propria lista, basta lasciare un commento sul blog di Mariella per avvisarla e, per finire, taggare almeno altri tre blogger.
Ringrazio Maris del blog Cara Lilli per avermi taggata e le chiedo scusa per non essere riuscita a partecipare prima, ma dopotutto la Befana non è ancora arrivata per cui, tecnicamente, le feste natalizie non sono finite!
Ma ora andiamo a cominciare.

COMICI

Ecco adesso, come già avevo spiegato a Maris, devo fare ammenda e rivelare che io, la maggior parte delle commedie classiche natalizie, non le ho mai viste! Non parlatemi di Mamma ho perso l'aereo, Una poltrona per due et similibus, perché nonostante ogni anno li ripropongano in televisione non ho mai sentito l'esigenza né la voglia di vederli. Non chiedetemi il perché, semplicemente non mi va.
Ho visto, ahimé, qualche cinepattone (perlopiù trascinata al cinema da altri) e qualche altra commedia natalizia che però non mi ha fatto impazzire. Saranno stati questi a disaffezionarmi al genere?
Comunque un minimo di background ce l'ho pure io e allora ecco qui la mia personalissima top five.

5) Tutti insieme inevitabilmente. Reese Witherspoon e Vince Vaughn sono una coppia che vorrebbe trascorrere le feste lontano dalle rispettive famiglie. Scelgono la tranquillità di una meta esotica, ma il maltempo sconvolge i loro piani e, complice un servizio televisivo inopportuno, li porta proprio là dove non avrebbero voluto andare. L'ho visto solo una volta qualche anno fa, ma devo dire che non mi era dispiaciuto.

4) Capodanno a New York è un film corale, rallegrato da un cast di tutto rispetto. E' un genere che mi piace molto, ogni personaggio ha una sua vicenda che si svolge la sera del 31 dicembre e che, man mano che la storia si dipana, va a intrecciarsi con quella di un altro personaggio del film finché si crea una vera e propria catena che unisce tutte le singole storie. E poi a fare da sfondo c'è pure New York, cosa volere di più?

3) Tre uomini e una gamba. Ora lo so che col Natale non c'azzecca, ma il film uscì al cinema proprio in quel periodo. Fu uno degli ultimi proiettato nel cinema nel centro della mia città, un antesignano dei multisala con due sale dai nomi diversi ma con un'unica cassa, e che oggi è diventato una sala giochi. Ricordo bene la sera in cui andai, con mia cugina e il suo fidanzato dell'epoca (che poi era, ed è, un mio amico). Come si usava allora le poltrone non erano numerate e, dato l'enorme successo del film, il pubblico era stipato dietro le porte della sala, pronto a sgomitare per accaparrarsi il posto migliore. Fu una vera e propria corsa ad ostacoli tra le poltroncine, ma quanto ridemmo (anche per il film, eh)!

2) Il diario di Bridget Jones. E' una pellicola da divano, plaid e pop corn, perfetta per i lunghi e freddi pomeriggi di questa stagione e poi i maglioni natalizi di Darcy mi sono rimasti così impressi che ogni volta che nelle vetrine vedo qualcosa di simile mi tengo ben volentieri alla larga.

1) Parenti serpenti. Anche questo l'ho visto una sola volta, per cui non ho ricordi nitidissimi (a parte il finale, come dimenticarlo?), ma mi piacque molto. Mario Monicelli mette in scena l'altra faccia della famiglia, quella più gretta ed egoista, ma la sua comicità al vetriolo è impareggiabile. L'unico personaggio che si salva, in questa brigata di fratelli e sorelle terrorizzati dall'idea di doversi prendere cura dei genitori, è il nipotino. Il suo sguardo innocente e di amore sincero per i nonni restituisce un po' di umanità al concetto di famiglia.

CLASSICI/ROMANTICI
5) Canto di Natale di Topolino. E' attraverso questo breve cartone che ho conosciuto il Canto di Natale di Dickens. Ho anche una versione a libro di quand'ero piccola (con protagonista Paperino, però) e, come allora, la storia dei tre Natali che vanno a risvegliare il gelido cuore di Scrooge mi incanta. E poi la lacrimuccia finale è d'obbligo.

4) Piccole donne. Sia la versione con Elizabeth Taylor che quella con Winona Ryder. A dire il vero un po' le confondo, d'altronde la storia è la stessa, ma sono un classico senza tempo. Merito della storia, non c'è dubbio, e di un personaggio, Jo, che ha incantato molte donne e scrittrici (come non citare Simone de Beauvoir o Marcela Serrano?). E' attraverso la versione del 1994, poi, che ho conosciuto un altro classico, ma delle canzoni natalizie Deck the Halls, meglio nota come Sha la la la la la la la la che le ragazze March cantano intorno al pianoforte.

3) The family man. Ecco, questo è uno di quei titoli che non mi stanco mai di rivedere. La vita com'è e come sarebbe potuta essere. Anche se alla fine, quando Jack torna nel suo presente, provo sempre un moto di tristezza perché mi chiedo (un po' scettica) se riuscirà davvero a costruirsi quella famiglia che dopotutto è solo un sogno.

2) Mary Poppins. Da quando ce l'ho in Dvd lo vediamo quando ci va. C'è stato un periodo, come sempre accade con i bambini, in cui andava a loop ogni sera, ma anche allora non mi ha mai stancato. E come potrebbe farlo, la bambinaia perfetta sotto ogni aspetto?
Nell'era pre-Dvd non mancavo mai una replica in televisione (di solito proprio sotto il periodo di Natale) e al liceo ci ho scritto pure un tema.
Non ho avuto il coraggio di vedere il sequel, però, sono troppo affezionata alla storia e temo il confronto.

1) Il film Disney di Natale. Quale? direte, ma tutti. La tradizione di vedere il cartone Disney sotto le feste è antica e irrinunciabile. Mi ricorda la mia infanzia, mi ricorda la mia adolescenza quando con le mie amiche si andava a vedere il cartone di Natale (che fosse il Re Leone, La Bella e la Bestia, Aladdin o Il Gobbo di Notre Dame poco importa) dopo aver letto il rispettivo fumetto sulle pagine di Topolino (eh lo so, non tutti sanno di cosa parlo). Dopo qualche anno di sospensione forzata, ho ripreso questa abitudine con i miei figli. Adesso la scelta è molto più vasta rispetto alla mia giovinezza, perché i cartoni natalizi si sprecano, ma quelli Disney per me sono un must. Noi quest'anno abbiamo optato per Ralph spacca Internet e voi?

E ora, siccome le feste sono agli sgoccioli, mi scuso con Mariella se non taggo tre nomi, ma lascio la possibilità a chiunque passi di qui e ne abbia voglia, di partecipare al Tag con la sua classifica.