martedì 11 giugno 2019

L'ultimo chiuda la porta

E così è arrivato, il giorno tanto temuto e agognato, quello che a guardarlo dal principio, sembrava lontano.
E così è arrivato, ancora qualche ora e si romperanno le righe, ognuno per la sua strada, dove ti portano cuore e gambe.
Nella vita con i figli ci sono fasi. Quando ci sei dentro sembra esista solo quello e non ne vedi la fine.
C'è stata la fase Peter Pan, con una videocassetta mandata avanti e indietro talmente tante volte da consumarsi e un piccolo Ieie che si nascondeva dietro la porta ogni volta che Capitan Uncino e i suoi catturavano i bimbi sperduti.
C'è stata la fase delle macchine, con quel "Ieie e il nonno" seguito da un "tacicicin" che doveva simulare il rumore dell'accensione del motore, proprio come quando lui riusciva a salire in braccio al nonno, sul sedile del guidatore, e a girare con lui la chiave della macchina (è da un po' di anni, ormai, che è diventato troppo grosso per questo rituale).
Poi c'è stato il calcio: le squadre, i giocatori, le classifiche e i campionati.
Cosa ci riserva il futuro, non è dato sapere.
Le fasi vanno e vengono. Al momento pensi che non finiranno mai e vedrai Peppa Pig per il resto dei tuoi giorni o combatterai con tuo figlio perché non invecchi davanti alla Playstation. Poi, non sai neanche tu come, a un certo punto ne sei fuori. Nemmeno te ne accorgi, un bel giorno ti chiedi "Ma le macchinine, che fine hanno fatto? E' da un po' che non le vedo".
E' successo così anche per le elementari. Pomeriggi di compiti, mattinate di bombe a mano per tirarlo giù dal letto, avvisi da firmare, compagni da invitare e all'improvviso, dopo tanta fatica, ti accorgi che è finita.
Come è successo? Quando? Ma, soprattutto, chi è questo ragazzino che mi chiama mamma?
Sono stati giorni intensi, questi ultimi, giorni di prime volte. Di cene in pizzeria solo con gli amici, di saggi di musica emozionanti, di esami. Di crescita.
Quando, dopo la sua prima uscita solo con i compagni, gli ho chiesto cosa avessero fatto, lui mi ha offerto un breve resoconto aggiungendo, a margine, che non mi poteva dire tutto. E allora mi sono resa conto che sarà così d'ora in poi. Il  tempo solo "suo", al di fuori di casa e della famiglia, in cui noi genitori non possiamo ficcare il naso, aumenterà sempre di più. Ci saranno silenzi e segreti, e amici il cui parere conterà più di quello della mamma. Ci saranno sguardi più intensi che cominceranno a osservare il mondo e lo vedranno come non l'avevano mai visto prima.

Domani per Ieie finirà una fase importante. E sarà impossibile non accorgersene. Anche se non faccio che chiedermi com'è che siamo già qui, perché, nonostante siano stati anni densi e faticosi, in un certo modo sono anche volati. Era un pulcino tremante che non sapeva ancora se usare la destra e la sinistra, che disegnava male e teneva il rigo anche peggio. Ha lavorato, studiato e sudato un bel po' di carte e, non posso negarlo, anche io con lui, pomeriggio dopo pomeriggio.
E' diventato grande.
Domani, oltre alla scuola elementare, Ieie saluterà il bambino che è stato, le maestre che l'hanno visto crescere, la scuola del paesello e gran parte dei compagni che con lui hanno percorso un cammino di sette lunghi anni.
Fanno male gli addii, io me la ricordo bene la sera della fine degli esami di quinta, abbracciata a mia madre su una sdraio in balcone, piangendo perché non avrei rivisto i miei compagni. Quello che non sapevo era che il futuro pronto ad attendermi mi sarebbe piaciuto ancora di più.
Domani sarà un addio anche per me. Alle mamme con cui ho condiviso la pioggia e il caldo nelle attese davanti ai gradini della scuola. Alle discussioni in chat. Ai volti ormai familiari delle maestre e dei compagni. A rituali, luoghi e orari.
Domani sarà una giornata di lacrime e fazzoletti.
Domani i grandi accolti dall'ultima campanella in un botto di coriandoli saranno Ieie e i suoi compagni, dopo che per quattro anni ho visto altri ragazzini salutati così nell'ultimo giorno di scuola, chiedendomi con paura e trepidazione, quando sarebbe toccato a loro.
Per cui buon viaggio ragazzi. Salutate le vostre maestre, abbandonate l'aula che vi ha ospitato, cambiando nome, per cinque anni e mi raccomando, l'ultimo chiuda la porta. Senza guardarsi indietro.
La giovinezza vi attende a braccia aperte.

martedì 4 giugno 2019

Di cosa parliamo quando parliamo di privacy

All'incirca un anno fa la mia casella di posta elettronica si riempì di mail provenienti da diversi mittenti, ma aventi tutte le stesso oggetto. Era entrata in vigore la nuova normativa sulla privacy e chiunque avesse in archivio i miei dati personali mi chiedeva il consenso al trattamento.
Da allora è stato uno sciorinare firme per la qualunque: da quando rinnovi un contratto a quando fai un'operazione in banca, per non parlare degli odiosi pop up che compaiono all'apertura di una qualsiasi pagina Internet per avvertire dei cookies.
A quanto pare, secondo il Regolamento Ue che ha introdotto queste nuove norme, il trattamento dei dati personali non può più essere illimitato, ma funzionale agli scopi della raccolta e il consenso va richiesto dietro esposizione di informazioni chiare e semplici. Ora, alzi la mano chi si sofferma a leggere ogni volta l'informativa prima di dare il consenso. Io no, mi ci vorrebbe un'altra vita e del resto anche quando te lo chiedono, questo benedetto consenso, nessuno si prodiga più di tanto a spiegarti il perché e il per come, "una firma, è per la privacy" mi ripetono sempre.
Sono certa, comunque, che questa rivoluzione garantirà maggiori tutele, a vantaggio di chi, però, non l'ho ancora capito.
Non troppi giorni or sono ho dato una sbirciata on line alle tariffe di tre compagnie telefoniche. Tempo poche ore e tutte e tre mi hanno contattata per propormi di passare con loro. Poi uno dice la privacy, ma vuoi mettere i miracoli della telepatia?
Sabato, invece, ho usato il tablet di mia madre e la rete wifi di casa dei miei per cercare informazioni su di un libro. Non era un titolo nuovo, tantomeno famoso, almeno per me, e figurarsi la mia sorpresa quando, tornata a casa, mentre col mio smartphone navigavo sulla mia rete wifi, si  è aperto un banner con la copertina del libro di poche ore prima. Be' dai, mi son detta, ci sarà una spiegazione, d'altronde lo smartphone era agganciato alla rete dei miei. Già, ma, insomma, il tablet non era mio, come ha fatto l'"algoritmo" a capire che fossi io l'autrice della googlata? Misteri della privacy.
Come quando mia madre, contattando l'azienda che le fornisce luce e gas per fare l'autolettura, si è sentita chiedere dalla telefonista, ex abrupto, se voleva passare a loro per la fornitura elettrica di un'altra casa, in un'altra località, che risultava intestata a mia madre ma con un'altra azienda.
E quindi la domanda è d'obbligo: a cosa acconsentiamo esattamente quando mettiamo "una firma per la privacy"? A che la nostra privacy venga violata a ogni ora del giorno in maniera importuna e fraudolenta?
Perché per me non è normale essere contatta da persone che si spacciano per i miei fornitori di luce, gas o telefono (a volte in maniera ambigua, altre volte facendo proprio il nome delle aziende) che poi si rivelano lavorare per altre compagnie che cercano di farmi cambiare contratto in maniera truffaldina. Dove sta la privacy in questi casi, e, soprattutto, chi ha fornito loro informazioni su di me? Posso io aver dato il consenso a tutto questo?
Dov'è sta benedetta tutela della privacy che la normativa Ue avrebbe dovuto garantire? Io piuttosto, da tutto questo ho imparato tre cose, tutt'altro che positive.
La prima è che, per quanto cerchi sempre di essere gentile con gli addetti ai call center perché penso svolgano un lavoro ingrato al quale sono spesso costretti loro malgrado, non c'è giustificazione per chi usa la truffa e l'inganno e quindi d'ora in poi mi sentirò autorizzata a mettere da parte gentilezza e rispetto anche con chi magari non ha colpe, poiché i precedenti non sono a loro favore;
la seconda è che questo modo di operare meschino e gretto, alla faccia della privacy, ci ha resi tutti peggiori;
la terza è più che altro un interrogativo: ma non è che quando diamo il nostro consenso per la privacy, più che tutelare noi stessi, acconsentiamo a che gli altri ce la rompano legalmente, questa privacy?

venerdì 24 maggio 2019

Pretty little liars-Wanted

Dopo otto libri e colpi di scena a non finire, l'assassino di Alison De Laurentis, la giovane liceale  del ricco sobborgo di Rosewood ritrovata cadavere a quattro anni dalla sua scomparsa, ha finalmente un nome e un volto, così come lo stalker A che per settimane ha tormentato Hanna, Spencer, Aria ed Emily, le amiche di Ali.
Inutile dire che dietro a entrambi i crimini c'è la stessa mano e che la soluzione non lascerà insoddisfatti i lettori amanti del mistero. In più, a differenza dei precedenti libri, sembra proprio che stavolta il sipario sia calato sul vero colpevole, mettendo un punto fermo su questa vicenda.
Sin dai primi capitoli, Pretty little liars-Wanted alza l'asticella della tensione con una novità che lascerà tutti a bocca aperta, a cominciare dalle quattro ragazze protagoniste che, allontanatesi dopo la scomparsa di Ali, ritroveranno in questa "sorpresa" il fulcro per far ripartire la loro amicizia.
Di più non si può dire, si rischia di spoilerare troppo, al lettore basti sapere che questo nuovo elemento chiarirà molti dubbi fin a quel punto lasciati in sospeso, ma introdurrà altri interrogativi e ci permetterà di scoprire quanti e quali segreti fossero stati custoditi da un bel po' di abitanti di Rosewood.
La storia, con Aria, Hanna, Emily e Spencer che finalmente sembrano aver riportato le loro vite su binari agevoli e soleggiati, scivola veloce verso il finale (anche stavolta il racconto si snoda nell'arco di una settimana), e il lettore divora una pagina dopo l'altro chiedendosi come mai A non si faccia più vivo e cominciando a formulare un po' di ipotesi su cosa, dopo tante ricostruzioni, sia veramente avvenuto la notte della scomparsa di Alison.
Il finale sarà decisamente col botto e lascerà tutti a bocca aperta (di nuovo), sebbene, complice il fatto che abbia già visto l'omonima serie Tv tratta dai libri, qualcosa avessi intuito. Ma libri e serie, per quanto simili in molte parti, man mano che vanno avanti tendono a divergere in parecchi punti (in particolare sull'identità del colpevole), lasciando intatti alcuni capisaldi della trama e permettendo, tutto sommato, di apprezzare il brivido della sorpresa anche a chi, come me, ha già visto la serie televisiva.
Dopo otto libri, posso dire che Pretty little liars non sarà certo un capolavoro, ma è sicuramente ben congegnato e apprezzabilissimo da chi ama i thriller con un tocco rosa.
Nel finale, così come nel quarto volume, qualcosa ci fa intuire che non tutto è concluso (e personalmente ci sono degli aspetti che a mio avviso non sono ancora molto chiari), aprendo la strada ai prossimi capitoli. Del resto ci sono altri otto libri ad attenderci: bisognerà pur dare a queste Pretty little liars qualcos'altro per cui tormentarsi.

Pretty little liars-Wanted, Sara Shepard, Harper Teens

Questo post partecipa al Venerdì del libro di HomeMadeMamma

mercoledì 22 maggio 2019

Se per essere "green" bisogna comprare

Da un po' di tempo c'è una nuova moda che riempie le stories di Instagram, i servizi televisivi e i blog di tutto il mondo. La potremmo chiamare green, o eco, e altro non è che quella tendenza con cui ci dicono che stiamo distruggendo il nostro pianeta e che dobbiamo cambiare "way of life" prima che i danni siano irreparabili.
Ora. Io non sono una terrapiattista né una no vax, se gli scienziati lanciano l'allarme sull'inquinamento e sul dilagare della plastica nel mare, mi fido di chi senza dubbio ha più titoli di me per dare informazioni. Quel che non condivido è un certo modo di porre la questione, con personaggi più o meno famosi dei social e dello spettacolo sempre pronti a farci (farmi) sentire in colpa.
Colpevole perché per i miei figli ho usato i pannolini usa e getta; colpevole perché mi mangio due fettine di carne alla settimana; colpevole financo perché a casa nostra ci laviamo i denti.
Se l'inquinamento mondiale rischia di raggiungere il punto di non ritorno è colpa nostra, ci dicono, e dobbiamo cambiare al più presto le nostre abitudini per evitare il peggio. Ecco, io questo atteggiamento lo ritengo un po' ipocrita, senza contare che scaricare tutte le responsabilità sui consumatori mi sembra esagerato. Esagerato, ma funzionale: se è colpa tua è giusto che sia tu a pagare il costo (monetario) del cambiamento. Ergo, sborsa un centesimo a busta ogni volta che acquisti frutta e verdura, busta, sia chiaro, che non potrai riutilizzare al prossimo acquisto. Che nesso ci sia tra questa tassa e la riduzione dell'inquinamento non ci è dato sapere (mangeremo meno frutta e verdura? ce le coltiveremo sul balcone?) ma intanto paghiamo.
In quest'ottica nazigreen la prima cosa da fare sarà dire addio a tutto quanto di usa e getta abbiamo in casa per sostituirlo con prodotti eco (e fin qui ci sta). Quindi benvenuti dischetti struccanti, scottex e pannolini riutilizzabili. Ora, non discuto l'innegabile svolta green, tuttavia tutta sta roba va lavata, il che comporta un ulteriore sbattimento. Quando son nata io esistevano ancora i pannolini lavabili, tali "ciripà". Lo so perché mia madre se li ricorda bene e me lo racconta come un incubo. Appena ha potuto passare a quelli usa e getta è rinata. E se ripenso al periodo in cui avevo due figli piccoli per casa, se avessi dovuto anche lavare i pannolini, penso che la Lolla non sarebbe mai nata.
Ma, si diceva, tocca a noi pagare il cambiamento. A caro prezzo. Perché tutti questi simpatici oggetti, molti dei quali in fibra di bambù che pare essere il materiale eco per eccellenza (fino a prova contraria), hanno costi più da boutique che da supermercato. E va bene che il riutilizzo ammortizza la spesa. Ma che vogliamo dire sulla carta igienica di bambù a 2,40€ al rotolo, vogliamo riutilizzare pure quella? E il dentifricio ecologico a 10€ la confezione? Come lo ammortizzo, scegliendo tra lavare i denti ai miei figli o mandarli all'università?
La vera rivoluzione non è bandire la carne per sostituirla con semi e radici (e comunque il ginecologo di una mia amica vegetariana si è rifiutato di seguirla durante la gravidanza se non avesse mangiato carne). La vera rivoluzione sarebbe evitare di mangiarne quotidianamente sotto varie forme, sarebbero supermercati che non strabordano di ogni ben di Dio, dove ogni giorno a qualunque ora puoi trovare di tutto, dalla porchetta di Ariccia ai pizzoccheri valtellinesi.
La vera rivoluzione non è la borraccetta d'acqua nello zaino dei bambini, pardon negli zaini: scuola, palestra, corso d'inglese (perché anche lì, dove trascorrono un'ora sola a settimana, pare che i piccoli soffrano di improvvise arsure). La vera rivoluzione è fare come ai nostri tempi, quando andavamo a scuola con un bicchiere richiudibile nello zaino da riempire con l'acqua di rubinetto. Soluzione che pare abbia funzionato benissimo visto che non si ricordano casi di disidratazione in aula.
La vera rivoluzione non sono i dischetti struccanti lavabili. La vera rivoluzione sarebbe truccarsi poco, in casi eccezionali. Così da ridurre il consumo di dischetti, ma anche di tanti altri cosmetici e struccanti e delle loro confezioni di plastica. Posto che però una soluzione del genere non può essere imposta, ma solo proposta, la verità è che nessuno la suggerirà mai. Specie sui social, dove chi un minuto prima ti ha consigliato caldamente di ridurre la plastica e di fare una svolta green passando ai dischetti lavabili, nella story successiva ti presenterà il nuovo lucidalabbra arrivato dall'azienda di turno nel suo bellissimo, quanto inutile, packaging tutto da smaltire.
La vera rivoluzione è ridurre i consumi di tutto ciò che, a conti fatti, è inutile. Ma nessuno si azzarda a dirlo perché la nostra società, a cominciare da chi dei social ne ha fatto una professione, sul consumo ci vive e non può permettersi il lusso di educare a consumare di meno. E questa è la prima ipocrisia che intravedo in tutto questo parlare "ecologico". Il secondo aspetto è che, mentre a noi poracci son richiesti cambiamenti e sacrifici, l'industria, sotto molti aspetti, va incomprensibilmente in tutt'altra direzione.
Così le caramelle che da bambina acquistavo in un tubicino di carta, adesso sono vendute in ingombranti scatole di plastica. Per non parlare, poi, della tecnologia. Una volta a settimana la mia compagnia telefonica mi propone l'acquisto di un nuovo smartphone a condizioni vantaggiose, peccato che il mio funzioni ancora, per cui non c'è necessità di buttarlo via. Ovviamente questo è solo un esempio di una società dove ognuno di noi è indotto a relativizzare il valore degli oggetti, per cui anche un divano ancora buono, può essere da rottamare se hai l'occasione di comprarne uno dalla linea più moderna a prezzi vantaggiosi.
Per poter campare, il nostro mondo globalizzato non può ridurre i consumi, anzi li deve incentivare, e là dove non arriva l'obsolescenza programmata, ci pensano gli Stati con nuovi standard che richiedono nuove apparecchiature.
Così tra il 2020 e il 2021, per una riorganizzazione delle frequenze, migliaia di apparecchi televisivi saranno rottamati. O così, o bisognerà dotarsi di altri decoder (ma se già si ha il decoder, bisognerà per forza cambiare televisore). L'idea è che questo passaggio, per quanto necessario, produrrà una nuova ecatombe di elettrodomestici funzionanti (e pensare che il bosco sopra il paesello era stato pulito proprio un anno fa dai televisori buttati lì da qualche mente illuminata), senza contare il peso economico sulle nostre tasche. A casa mia non si salverà nessuno dei due apparecchi, neanche quello più nuovo. Idem dai miei suoceri, dai miei genitori e dai miei cognati, tutti con televisori abbastanza recenti, ma non in linea coi nuovi standard. E' il progresso, bellezza.
Sì, ma, ditemi, voi che da mattina a sera mi fate sentire in colpa perché mi lavo i denti, perché uso il detersivo del discount e non quello ecologico fatto in casa, perché, addirittura, non me la sento di passare alla mooncup in quei giorni del mese che già così non sono piacevoli, dove siete voi quando gli Stati ti obbligano a rottamare migliaia di elettrodomestici funzionanti?

sabato 11 maggio 2019

Pretty little liars-Heartless

Il vero killer di Alison Di Laurentis, la ragazzina scomparsa da ormai quattro anni, è stato finalmente scoperto e catturato. Di nuovo? Sì, perché si tratta di un nuovo colpevole, accusato, oltretutto, di essere nientemeno che il misterioso stalker "A" che invia messaggi minatori alle amiche di Ali, ovvero Hanna, Spencer, Emily e Aria.
Ma non è tutto. Ali forse è ancora viva. O forse no. Qualcuno cerca di incastrare le quattro amiche per il suo omicidio e qualcun altro le scagiona. Un nuovo omicidio viene commesso. Gli indizi si fanno sempre più ingarbugliati e il settimo capitolo della saga Pretty little liars, Heartless, si chiude lasciando una scia di punti interrogativi senza risposta. Ma andiamo con ordine.
Rosewood, Pennsylvania. Aria, Hanna, Spencer ed Emily sono appena scampate a un misterioso incendio doloso. Chiuse in una camera d'ospedale, fanno il punto sugli indizi raccolti fino a quel momento, convincendosi che i medici abbiano ragione e che quella che hanno creduto essere Ali, sia solo il frutto della loro immaginazione alterata dai fumi dell'incendio. Troppo tardi, la stampa, venuta a conoscenza della notizia, comincia a tormentarle, suggerendo che aver visto Alison sia un'altra delle bugie messe in piedi dalle teenager e appioppando loro il nomignolo di Pretty little liars.
Nella settimana che segue, ogni capitolo della saga dura all'incirca sette giorni, le nostre quattro "eroine", anziché cacciarsi come al solito nei guai, ricevono da A messaggi criptici che le portano a seguire ognuna una diversa pista per cercare di capire se Ali sia ancora viva e, soprattutto, cosa le sia veramente successo.
Così Emily finisce in una comunità Amish dove scopre importanti segreti sul detective Wilden, l'uomo che ha seguito le indagini dopo la scomparsa di Alison; Hanna, su richiesta del padre, cerca ristoro al suo disturbo post traumatico in una struttura per ragazze problematiche  e si imbatte in una compagna di stanza falsa e manipolatrice che, però, sembra aver conosciuto Alison; Aria cerca risposte affidandosi alla magia e a una medium che la induce a credere che Ali si sia suicidata. E Spencer? Be', per Spencer le cose sono più complicate. Dopo aver scoperto verità nascoste sulla sua famiglia, gli Hastings, il fuggitivo Ian, il primo presunto assassino di Ali, le invia messaggi in cui le rivela che gli Hastings e i Di Laurentis dividono ben più di uno steccato tra i loro giardini. Convinta che i genitori abbiano taciuto volutamente questo segreto, Spencer fa un coming out che anziché appianare la situazione si rivelerà distruttivo.
Ma l'arresto del nuovo assassino risolverà ogni cosa. O no? Perché le nostre pretty little liars, non sono poi così stupide e il presunto colpevole lascerà molte domande insolute, proprie mentre altre spuntano come funghi nei boschi di Rosewood. E poi, come se non fosse già abbastanza, un altro omicidio illuminerà le notti delle quattro ragazze con i lampeggianti della polizia. Vien da pensare che siamo solo all'inizio. Troppi dubbi, troppi misteri, basterà il prossimo volume della serie a fare chiarezza o aggiungerà solo altra carne al fuoco?
La risposta, forse, nell'ottavo capitolo.

Pretty little liars-Heartless, Sara Shepard, Harper Teens

Questo posta partecipa al Venerdì del libro di HomeMadeMamma

lunedì 6 maggio 2019

La coscienza collettiva intrappolata nella rete dei social

Non ho mai pensato di compiere un reato, ma se proprio dovessi darmi al crimine mi ispirerei ai maestri del giallo, pellicola o carta stampata, e mi impegnerei per inscenare il delitto perfetto. Ergo, cercherei di farla franca, perché se proprio devi fare una cosa, almeno falla bene. Mi troverei un alibi inattaccabile, distruggerei eventuali prove e cancellerei ogni minima traccia che a possa condurre a me. Ah. Ed eviterei di lasciare in giro testimoni che possano incastrarmi.
A quanto pare tutte queste precauzioni sono ormai roba da Giallo Mondadori, o, più probabilmente, da menti troppo brillanti. Nell'era dei social in cui l'indice di gradimento è correlato al numero di visualizzazioni, anche un'azione vile come il pestaggio di un disabile od odiosa come uno stupro, meritano di essere riprese e conservate, a imperitura memoria della forza e della virilità dei loro protagonisti, simulacri di una discutibile "figaggine". O forse come mero oggetto di divertimento.
Di più. Perché non solo sembra caduto il timore di conservare prove contro se stessi, ma addirittura, adesso, è d'uopo produrle e condividerle con quante più persone possibile, come se questo non costituisse una schiera potenzialmente infinita di testimoni a proprio svantaggio. Ma forse i protagonisti di queste storie ci avevano visto giusto, forse avevano ragione a non considerare un pericolo la diffusione dei filmati dei loro crimini. Tant'è che in quel di Manduria, in molti, per giorni, hanno visionato i continui pestaggi della gang di ragazzini ai danni di un anziano disabile, senza battere ciglio. La coscienza collettiva di un intero paese annacquata e inebetita nella rete dei social.
E se fosse successo a me, mi sono chiesta. Se qui nel paesello dove vivo, avessi avuto sentore di una vicenda simile, non avrei forse tirato avanti, cullata dalla confortante scusa che si trattasse di dicerie tutte da provare? E se mio figlio mi avesse confessato di aver visto uno di quei filmati sullo smartphone di un amico, non gli avrei risposto che la sua mente bambina non era in grado di distinguere la realtà dalla finzione? E se infine, quel filmato fosse arrivato anche sul mio, di smartphone, avrei denunciato o mi sarei fatta i fatti miei, come i tanti che, testimoni delle angherie vigliacche di un gruppo di ragazzini ai danni di un anziano vulnerabile e solo, anziché levarsi indignati a proteggerlo hanno preferito un indifferente silenzio? Sarei stata io migliore dei cittadini di Manduria?
Mi sono ripetuta questa domanda, non per giustificarli, ma per capire quanto sia diffuso il cancro dell'indifferenza.
Sulla seconda vicenda, almeno, non ho dubbi. Avessi visto un filmato di mio figlio che usa violenza contro una donna, ho la certezza che mi sarebbe montata la rabbia e anziché coprirlo, l'avrei preso a calci nel sedere da casa fino alla più vicina stazione dei carabinieri. O forse no. Mi sarei risparmiata questa fatica, portando solo il mio smartphone come prova.

venerdì 3 maggio 2019

Pretty little liars-Killer

Il sesto capitolo cartaceo della saga di Pretty little liars, dal titolo Killer, si chiude con un colpo di scena di quelli che rimettono tutto in discussione.
Sono 300 pagine dalle quali è difficile staccarsi, dove gli avvenimenti si susseguono rapidi nel corso di una sola settimana (ma che settimana!) che segue il ritrovamento del presunto cadavere, del presunto assassino di Ali, ovvero Ian, del quale si perdono le tracce. Sarà morto veramente? E allora chi invia messaggi a suo nome a Spencer, Hanna, Emily e Aria?
A rendere il mistero ancora più ingarbugliato ci pensa lo stalker anonimo A che continua, sì, a perseguitare le quattro amiche con minacce e brutti scherzi, ma che d'altro canto sembra inviare loro piccoli indizi e inviti, neanche tanto sfumati, a indagare su alcune persone sospette.
Chi è veramente Jason, il fratello maggiore di Ali per il quale Aria ha da sempre una cotta? E' il bravo ragazzo che tutti credono o il suo armadio nasconde più di uno scheletro?
E il detective Wilden ha forse commesso qualche volontaria disattenzione nelle indagini sulla scomparsa di Ali? E perché, anni prima che la ragazza sparisse e lui entrasse in polizia, teneva d'occhio la sua casa?
Tutti particolari che tormenteranno le quattro studentesse di Rosewood. Assieme ad A, naturalmente. E così mentre Spencer pensa di aver trovato la vera madre, per poi sbattere violentemente contro il muro della realtà e Aria crede, contro tutto e tutti, alla bontà di Jason, Emily fa i conti con un fidanzato dalla mamma psicopatica, perché anche quando A non ci mette lo zampino, i guai non mancano alle nostre teenager. E Hanna? Hanna sembra essersi liberata di A semplicemente cambiando numero di telefono, questo però non le impedisce di complicarsi la vita rivaleggiando con la sorellastra Kate. Senza contare che il passato continua a gettare nuove luci (e ombre) sugli avvenimenti del presente e sarà proprio un sogno rivelatore a far accendere la lampadina ad Hanna nel finale del libro.
Così, proprio mentre le quattro ragazze credono di aver ricostruito un quadro di quanto successo veramente negli ultimi anni, qualcuno tenta di uccidere qualcun altro appiccando un incendio e qualcun altro farà la sua comparsa rimettendo omicidi, fughe e ritrovamenti in discussione....

Pretty little liars-Killer, Sara Shepard, Harper Teen

Questo post partecipa al Venerdì del libro di HomeMadeMamma

venerdì 12 aprile 2019

Pretty little liars-Wicked

Morto un A se ne fa un altro. Scoperto ed eliminato l'anonimo stalker che le ricattava minacciando di rivelare i loro segreti più torbidi, arrestato l'assassino della loro amica Ali scomparsa quattro anni prima, le quattro ragazze del ricco sobborgo di Rosewood possono tornare alla loro vita...oppure no.
Basta una manciata di settimane che a Ian, il presunto killer di Ali, vengono concessi gli arresti domiciliari in attesa che inizi il processo e da quel momento Aria, Hanna, Spencer ed Emily riprendono a ricevere misteriosi messaggi minatori firmati A. Inevitabile pensare che stavolta dietro questa sigla si nasconda Ian, ma la polizia, che viene subito informata, è scettica, viste le misure di sicurezza alle quali il presunto assassino è sottoposto.
Eppure questo nuovo A appare ancora più temibile: non solo conosce tutti i vecchi scheletri nell'armadio delle ragazze, ma sembra tenerle costantemente d'occhio, così da possedere prove di ogni pasticcio in cui si cacciano. D'altronde, si sa, le nostre diciassettenni ci sguazzano nei casini.
Aria conosce un ragazzo affascinante, peccato che poi diventi il nuovo fidanzato della madre complicando il già turbolento ménage familiare; Hanna decide di provare ad andare d'accordo con la sorellastra Kate, ma A le mette la pulce nell'orecchio, ricordandole come Kate in passato non sia stata affatto affidabile; Emily, dopo aver combattuto per far accettare la propria omosessualità, si innamora di un ragazzo e Spencer, be' Spencer in verità è troppo presa a leccarsi le ferite cercando di ricucire un rapporto già compromesso con i genitori, per combinare alcunché. Ma le circostanze sembrano metterla ancora una volta alle strette, facendole dubitare persino delle sue origini, sebbene la sua memoria lacunosa possa  riservare altre sorprese.
Come nei precedenti volumi, anche questo, che è il quinto della serie, prende avvio da un episodio del passato, il gioco della capsula del tempo, e da esso ricostruisce eventi cruciali nell'amicizia di Ali, Emily, Hanna, Aria e Spencer che servono a comprendere il presente a gettare nuova luce sulle loro storie e personalità.
Sul finale, il processo a Ian riserverà una sorpresa e lascerà apertissimo il mistero di A che rimane senza volto, ma si dimostra molto più pericoloso che in passato. Chissà se le nostre protagoniste hanno imparato la lezione che divisi si perde e se ridaranno nuova linfa alla loro amicizia evitando, almeno tra di loro, di "sotterrare" altri segreti. Per saperlo non resta che addentare il sesto episodio che già dal titolo, Killer, è tutto un programma...

Pretty little liars-Wicked, Sara Shepard, Harper Teens

Questo post partecipa al Venerdì del libro di HomeMadeMamma

giovedì 4 aprile 2019

Breve (si fa per dire) dissertazione sulla musica di oggi

Ultimamente, ascoltare musica alla radio risulta essere fonte di nervosismo piuttosto che di piacere. Le canzoni si susseguono uguali, monocorde, voci indistinguibili con ritmi tutti simili.
Mi sento un po' come mia nonna quando criticava i cartoni della mia infanzia perché ripetevano sempre "maledizione" e "dannazione", se non fosse che mia nonna era tutt'altro che il prototipo della vecchia bigotta, una lavoratrice piombata dalla Milano del secondo dopoguerra nel profondo Sud, che s'ingegnò per non rinunciare alle libertà con cui era cresciuta. A dire il vero, meriterebbe un racconto a parte. Ma, dicevamo, le canzoni.
Forse sono io che sono troppo fuori target per comprenderle, del resto i maggiori consumatori di musica sono i giovani, ed è giusto che a loro la musica si rivolga. Basterebbe questo a farci capire che contestare il sistema, sovvertire i valori, è il minimo sindacale del leitmotiv musicale. Diciamocelo, se Vasco avesse cantato il posto fisso anziché una vita spericolata, non sarebbe diventato Vasco, e del resto anche Venditti guardava con terrore all'idea che il suo compagno di scuola entrasse in banca (sebbene oggi, Zalone docet, il posto fisso sia diventato il sogno proibito di molti).
Ora, quindi, capisco che si contesti e non me la prendo per qualche parolaccia (son cresciuta con Masini che mandava tutti a quel paese); le "donnacce" si cantavano anche ai miei tempi, seppur con un che di doloroso e poetico assieme, e non mi scandalizzano le canzoni sul sesso, anche senza amore, sebbene Venditti non sarebbe d'accordo e Nek direbbe che si può fare ma non è lo stesso. Però, ecco, a forza di alzare l'asticella mi sembra che adesso non si sappia più dove andare a parare.
I test delle canzoni di questo periodo sono di un nichilismo imbarazzante, un elogio del vuoto pneumatico spinto. Esaltazione della fama fine a se stessa, del denaro come massima aspirazione per potersi permettere non una bottiglia di Moet ma tutto il bar (e magari distruggerlo anche, tanto chi se ne frega se c'hai il cachet?), o regali griffati da regalare alla prima bellona vistosa, disposta per questo a concedersi su due piedi.
I testi sensuali ci son sempre stati, si pensi a Danza sul mio petto di Antonacci, ma a quanto pare anche la metafora erotica è roba da museo. L'amore, ai tempi della musica di oggi, non solo è sesso fine a se stesso senza coinvolgimento e multipartner (e magari nel letto dei genitori giusto per sottolineare la giovane età dei protagonisti), ma è la morte civile di ogni sentimento, è, senza peli sulla lingua, solo scopare accompagnato da volgari giochi di parole, giusto per togliere ogni velleità di romanticismo. In più di un testo, uomini sognano grosse auto di lusso su cui far aderire il prosperoso posteriore della belloccia che li accompagna. Purché la signorina abbia una data di scadenza, perché tanto con lei due minuti e poi si arriva al dunque e quindi che non si sogni di essere richiamata, che d'altronde lui c'ha già pronto il rimpiazzo.
Trovo queste canzoni non solo di un maschilismo sfrenato, ma umilianti e offensive per il pubblico femminile. Foriere, a mio avviso, di una mentalità pericolosa.
Diglielo di usare un linguaggio giovane/Dillo a certa gente dai quaranta in su
cantava Ramazzotti, che in più di una hit ha parlato di conflitto generazionale, di incomprensioni con gli adulti (Ciao pa', Un cuore con le ali), rivendicando il diritto di seguire la propria strada e magari anche sbagliare. Ma qui siamo oltre, dimentichiamo la contestazione, adesso c'è solo un desiderio nichilistico di distruzione, magari guidando un meteorite sulla folla, per provocare un nugolo di macerie sopra le quali cercare il numero del pusher col proprio i-phone o sognare una fine come quella di Amy Winehouse.
Questo per quel che riguarda i contenuti, che se poi si guarda al cantare, la situazione non migliora.
Che poi, parlare di canto è forse un'esagerazione perché, a parte ritornelli che ti entrano in testa con un ritmo martellante, il resto è più un racconto in "rima" (se far rimare una parola con se stessa può definirsi rima, roba che ogni volta che Mogol la sente ha un mancamento), un susseguirsi di melodie magari accattivanti, intessute di un parlato fatto da voci tutte uguali, un unico lunghissimo pezzo che pare essere stato diviso in più brani per allungare il brodo.
Per carità, non è che tutti i cantanti di noi agée fossero degli usignoli però, a cantare, almeno ci provavano, e possedevano sonorità che li rendevano distinguibili gli uni dagli altri, uno stile personale che si rifletteva in testi cuciti sulle loro capacità. Accendevi la radio e subito riconoscevi il cantante, ti veniva in mente il suo nome: oggi è difficile pure quello, perché nessuno ha il coraggio di metterci il suo, di nome (e forse su questo gli darei anche ragione).
Ora, di tutto ciò non m'importerebbe un fico secco, ho una scorta di canzoni, vere, sufficiente a dilettare i miei attempati padiglioni, il fatto è che le radio (quelle che un tempo contribuivano a diffondere la Musica), solo questo propongono e i miei figli, come la maggior parte dei loro coetanei, questo cantano allegramente, blaterando, è vero, parole a casaccio senza capire, ma comunque introiettando contenuti che faranno parte del loro background. Se si pensa poi che le nuove generazioni sono numericamente sempre più esigue e che, per campare, le etichette musicali devono reclutare pubblico fin dalle elementari, ben si comprendono le mie perplessità.
La musica è il linguaggio dei giovani, ma un linguaggio dovrebbe veicolare un messaggio e io qui non trovo nulla che valga la pena diffondere, men che meno conservare.
Sarà questa la colonna sonora della giovinezza dei miei figli? Veramente non è possibile proporre loro qualcosa che li rappresenti in maniera più costruttiva?
Due sono le cose. O i giovani di oggi non hanno ideali, non hanno una visione personale, seppure in contrasto con la nostra, da proporre e propugnare, oppure la musica leggera è morta, ma, se così fosse, e qui termino, lo prometto, sarebbe triste perché
un mondo senza musica non si può neanche immaginare.


lunedì 1 aprile 2019

Come organizzare una festa a tema Harry Potter (e non rimetterci un capitale)

Basta andare sul sito di e-commerce più famoso, per comprare tutto ciò che si può immaginare e anche di più: candele da appendere per simulare la Sala Grande di Hogwarts, mantelli e sciarpe di Grifondoro, timbri di ceralacca per suggellare gli inviti e bacchette come se non ci fosse un domani. Come e cosa scegliere è solo una questione di budget. E di opportunità: finita la festa come utilizzeremo quello stock di 12 candele al led che hanno richiesto ognuna 2 pile stilo?
Per festeggiare gli 8 anni della Lolla, ho pensato di assecondare la sua passione per il maghetto occhialuto e di organizzarle una festicciola a tema. Passato il periodo, senz'altro bello ma anche più faticoso, delle ludoteche, da un paio d'anni celebriamo a casa con le sue compagne di classe, che per fortuna non sono molte e sono anche abbastanza tranquille.
Non volevo però spendere un capitale per ricreare l'atmosfera di Hogwarts e allora mi sono ingegnata per trovare la giusta via tra magia e sobrietà.
Vi lascio qualche suggerimento che potrà tornare utile a chi ha intenzione di realizzare una festa a tema Harry Potter.
Personalmente l'unico accessorio che ho ritenuto valesse la pena acquistare sono stati i piatti e i bicchieri "griffati" Hogwarts che ho comprato in un negozio specializzato in articoli per le feste. Mi sarebbe piaciuto prendere anche una tovaglia usa e getta sullo stesso stile, ma non ne avevano, ho allora ovviato con una tovaglia bianca, sempre usa e getta, sulla quale ho attaccato i simboli delle quattro case di Hogwarts presi da un sito che offre disegni da stampare e colorare. Il risultato non è stato male. 
Nonostante la rete offra ricette per riprodurre succo di zucca, pozione polisucco  e burrobirra, conoscendo i gusti del bambino medio ho preferito non azzardare piatti visivamente eccezionali, ma poco appetibili. Ho così preferito decorare le bottiglie di "banali" bibite, con etichette che riproducessero le pozioni più famose. Basta digitare etichette pozioni Harry Potter e Google ve ne fornirà a iosa, gratis o a pagamento. A quel punto la scelta dipende dalla vostra stampante. Se, come me, ne possedete una in bianco e nero, vi converrà scegliere qualcosa di semplice, che dia un effetto anticato.
Per il menù, ho optato per la rosticceria salata: sandwich, golosini, patatine e pizza. Quest'ultima ispirata ai colori delle quattro case di Hogwarts: pomodori rossi e gialli per Grifondoro; pomodori gialli e olive nere per Tassorosso; olive nere e ombrellini blu decorativi (cibi blu che andassero bene sulla pizza non me ne son venuti in mente) per Corvonero; basilico e olive nere per Serpeverde.
Il mio consiglio è sempre di tenersi sul semplice quando si tratta di cibo per bambini, ad esempio i pomodori gialli, che son pur sempre pomodori, hanno incontrato un po' di diffidenza.
La torta l'abbiamo commissionata alla pasticceria. Avrei voluto fare la famosa torta con glassa rosa di Hagrid, ma la Lolla si era fissata che voleva la cialda con su l'immagine del calice di fuoco (e di Cedric Diggory...) così ho lasciato perdere.
Mi sono comunque "concessa" un dolce che richiamasse il boccino d'oro, semplice, ma d'effetto.
Il clou della festa, però, sono stati i giochi a tema: una serie di esperimenti stile lezione di pozioni del professor Piton, che anche le amichette della Lolla, che non sono appassionate di Harry, hanno apprezzato.
Questa è stata forse la parte più facile da organizzare, se non si considera il dover tenere a bada le bimbe affinché ognuna aspettasse il proprio turno per fare la "magia". A parte predisporre l'occorrente, infatti, non bisogna preparare nulla. Se non si possiede un libro di esperimenti per bambini, poi, non c'è problema, perché la rete è una fucina di idee. Anche qui, tutto dipende da quanto si è disposti a concedere, in termini di caos e accessori necessari.
Io ho optato per esperimenti che avessero una parte visiva d'impatto, ma che non fossero dannosi per ambienti e vestiti o richiedessero materiali e preparazioni eccessivamente complicati. Dovendo gestire più bambini, l'ideale è scegliere qualcosa di facilmente replicabile da ognuno, in modo che tutti possano partecipare o una alla volta o contemporaneamente disponendo della propria attrezzatura.
Ho quindi selezionato questi quattro esperimenti:
- l'intramontabile inchiostro simpatico, realizzato con il succo di limone. Ogni bambina ha scritto su un foglietto con un cotton fiocc intinto e IO ho scaldato i bigliettini al calore del fuoco;
- le pozioni colorate a base di aceto e bicarbonato, un esperimento che alle bambine è piaciuto molto per l'effetto "frizzante" e che è abbastanza semplice e permette di dare a ogni partecipante un "set" per fare la propria pozione. Qui un link per vedere di che si tratta;
- il cosiddetto latte che cammina;
- il palloncino che si gonfia con aceto e bicarbonato.
Quest'ultimo è stato veramente il pezzo forte, soprattutto quando abbiamo capito che aumentando le dosi la reazione sarebbe stata più potente: alcune bambine sono andate a nascondersi temendo che il palloncino sarebbe esploso, ma in realtà tutto si è concluso con una sonora risata collettiva.
Il professor Piton, di solito così musone, è stato davvero soddisfatto e ci ha promosso a pieni voti. E anche per quest'anno scolastico, quindi, archiviato il compleanno della Lolla, possiamo dire che ce la siamo cavata. Adesso possiamo ricaricare le pile e sfornare nuove idee in vista della prossima sessione.

venerdì 29 marzo 2019

Scrivere è un mestiere pericoloso

Sorpresa da alcune recensioni di lettori delusi, sono stata in dubbio se affrontare il secondo capitolo delle avventure di Vani Sarca. Il personaggio di questa cinica gosthwriter dallo stile dark, con la battuta al vetriolo e la capacità di entrare nella testa delle persone al punto da scrivere e pensare come loro, era però così ben riuscito da parere brutto precluderle una chance.
Devo dire che sono stata felice di non essermi lasciata scoraggiare, sebbene alcune critiche non siano del tutto immotivate.
Ma andiamo con ordine.
Scrivere è un mestiere pericoloso prende avvio poche settimane dopo L'imprevedibile piano della scrittrice senza nome. Vani, di nuovo single dopo la storia con l'affascinante quanto infido Riccardo, continua il suo lavoro alle Edizioni l'Erica e comincia la nuova avventura come collaboratrice della polizia. Chiamata a scrivere un libro che è a metà un ricettario e un memoriale, ecco che le sue due professioni si intrecciano: Irma Envrin, l'anziana cuoca che ha lavorato per anni dai Giay Marin, una famiglia di noti stilisti, e le cui memorie Vani è chiamata a raccogliere per conto di una famosa food blogger, le confessa di punto in bianco di essere l'artefice dell'avvelenamento di Adriano, il rampollo dei Giay Marin morto cinque anni prima. Peccato che in prigione per quello stesso delitto ci sia, reo confesso, Aldo, il fratello di Adriano.
A Vani tocca iniziare un lavoro sotto copertura: da una parte continua a raccogliere i ricordi di Irma, dall'altra, per conto del commissario Berganza, cerca indizi per venire a capo della vicenda.
Tra una bagna cauda e una torta di nocciole, di pari passo con la storia ritroviamo i comprimari della vita di Vani, la famiglia, i vicini di casa e i "colleghi", e mentre il suo rapporto con Berganza intraprende chine interessanti, scopriamo qualche particolare in più sullo sgualcito commissario. Fino al ritorno di Riccardo che apre le porte al prosieguo della storia...
Ora, non aspettatevi colpi di scena finali, misteri irrisolvibili e trame complicate. I libri della Basso non sono gialli tout court e la loro forza risiede più che altro nel raccontarci le vicende con gli occhi di Vani, quindi con un linguaggio tagliente, ma accattivante e in un personaggio border line nel quale ogni amante dei libri saprà ritrovare un po di sé. Ma, devo ammetterlo, sebbene come dice Berganza il crimine sia spesso molto banale, forse un guizzo di inventiva in più nello soluzione del caso non ci sarebbe stato male.
Questo il primo limite che ho notato. L'altra nota che mi sento di levare, riguarda alcuni punti del romanzo a mio parere superflui e che rischiano di  allentare la narrazione. Ok, Vani è brava nel capire le persone, ma forse alcuni dei suoi giochetti mentali sono del tutto gratuiti e ridondanti, così come la scena al veglione di Natale dai Giay Marin che personalmente ho trovato un po' forzata.
Detto questo, però, il mio giudizio resta positivo, proprio perché il personaggio di Vani ha un che di accattivante e il mondo costruito attorno a lei, le piccole trame che da lei e con lei prendono avvio, irretiscono il lettore al punto giusto.
Se dovessi dare un giudizio o, meglio, un consiglio, per il futuro suggerirei di cercare di inspessire la parte "gialla" del romanzo, di prediligere strutture narrative più complesse. Il racconto strizza l'occhio al linguaggio televisivo, al punto che sembra già pronto per essere trasposto in una serie tv. Se questo sia un bene o un male non sta a me dirlo, però, da lettrice mi sento di dare un consiglio: più Christie e meno fiction. E' la regola del delitto perfetto.

Scrivere è un mestiere pericoloso di Alice Basso, Garzanti

Questo post partecipa al Venerdì del libro di HomeMadeMamma

sabato 23 marzo 2019

Otto

La misura della tua crescita, veloce, emerge dai polsi e dalle caviglie che, per quanto io aggiorni il tuo guardaroba, fuoriescono sempre impertinenti da maniche e pantaloni, quasi a dire che non è tempo di fermarsi adesso.
Benché tu ci tenga a essere la piccola di casa, benché di bambole e pupazzi sono fatti ancora i tuoi giochi, sento con terrore e nostalgia il tempo che fugge e che anche tu, destinata a prolungare la mia presenza nel territorio dell'infanzia, ben presto spiccherai il volo.
In quella mattina lucente di marzo, quando vestita di rosa ho potuto stringerti tra le mie braccia, temevo saresti stata l'ultima e col naso che sfiorava il tuo piccolo collo, mi inebriavo di quel profumo di lattante, imprimendomi ogni dettaglio per saziare il mio cuore di mamma.
E' ancora tutto qui nella mia testa, come fosse quel giorno, anche se otto anni sono passati da allora e mai, come in quest'ultimo anno, tu sei cresciuta e cambiata, superando traguardi e attraversando nuovi territori.
Da un giorno all'altro, hai detto addio al dito in bocca. Hai deciso tu come e quando, e nonostante una prima sera di pianti mentre ti rilassavi davanti alla televisione, al pensiero che no, in quel momento non potevi succhiarti il dito, quella che sembrava un'impresa titanica è scivolata via con la velocità del sole che tramonta.
A scuola, a lezione di inglese, ho notato i tuoi progressi come se, da un momento all'altro, qualcosa dentro di te si fosse sbloccato.
Hai perso un po' della tua sfacciata sicurezza e acquistato qualche accenno di timidezza, ma alle tue compagne non neghi mai un abbraccio, con quegli slanci affettuosi che io non ho mai posseduto. Se non con te.
E poi ci sono quelli che si vogliono fidanzare con te e sebbene tu dica che non ti fidanzi con nessuno, non posso non notare la civetteria che aleggia nel tuo sguardo. Per ora ammetti, con imbarazzo, che Cedric Diggory ti piace più di Ron Weasley, ma verrà il tempo di altri segreti, e chissà se vorrai confidarceli.
Stai cambiando, piccola mia, e ti osservo e cerco di conservare ogni dettaglio della bambina che sei stata e che sei, anche se a volte mi sembra che il tempo si prenda gioco della mia memoria. E' difficile pensare che qualcosa è passato, è impossibile credere a quei dettagli dimenticati.
Qualche settimana fa una bambina, tua compagna a lezione di inglese, ti ha vista passeggiare, è scesa dalla macchina chiamando il tuo nome e correndoti incontro. Tu hai salutato, ma sei rimasta immobile, intimidita, incerta sul da farsi. Ho visto un po' di me, in te, e non mi è piaciuto, ma nonostante tutto le bambine ti chiamano e ti salutano allegre e questo mi consola.
Ho chiesto a Ieie come descriverebbe sua sorella, "E' sempre felice", mi ha risposto (e sappi che, nonostante i suoi dispetti e nonostante quello che tu gli fai, ha detto che non vorrebbe mai e poi mai essere figlio unico e che non farebbe a meno a di te neppure se ciò significasse avere più regali).
Ecco, il mio augurio per questi otto anni è che tu conservi, anche crescendo, questo lato del tuo carattere.
Che il sorriso ti sia sempre compagno, tanti auguri figlia mia.

venerdì 8 marzo 2019

Lettera a un bambino mai nato

Quando da bambina lo vedevo occhieggiare dalle vetrine delle librerie, mi suscitava sempre un po' di riluttanza. Non sapevo bene di cosa parlasse, però con quelle parole così strane per una bambina già nata (conoscevo il significato di aborto? Boh) sin da allora non mi lasciava indifferente.
Poi l'anno scorso, in occasione del 40° compleanno di una vecchia amica, la sua mamma ha realizzato un bel video che diceva, tra le altre cose, che una donna che aspetta un figlio senza essere sposata è vista il più delle volte come una irresponsabile. Nel migliore dei casi, come una stravagante, una provocatrice. O un'eroina. Mai come una mamma uguale alle altre.
Frasi dense di significato se si pensa che la mia amica è nata che la sua mamma aveva appena 16 anni. Ho così scoperto che provenivano da Lettera a un bambino mai nato ed ho capito che era arrivato il momento di affrontare questa lettura.
Quello che colpisce sin dalle prime pagine, è quanto questo libro parli un linguaggio ancestrale, comprensibile da tutte le donne: il linguaggio della maternità. Chiunque sia madre, o abbia sfiorato o agognato questa esperienza, si ritroverà nei pensieri della protagonista, una donna single lavoratrice di cui la Fallaci non dice di più, proprio perché ogni donna possa riconoscersi in lei. 
Consapevole sin dall'inizio di essere incinta, prima ancora che i medici possano esprimersi al riguardo, è colta da paura per un'esperienza che non aveva programmato e che vivrebbe in solitudine vista la fine della relazione amorosa. Eppure è una paura passeggera, perché subito, in questo monologo/dialogo col bambino che porta in grembo, la donna non può fare a meno di scegliere la vita.
Ho deciso per te: nascerai. L'ho deciso dopo averti visto in fotografia. Non era proprio la tua fotografia, evidente: era quella di un qualsiasi embrione di tre settimane [...] E, mentre la guardavo, la paura m'è passata.
Così, mentre le settimane si succedono, la gravidanza va avanti, ostacolata per diversi motivi dalle persone che la futura madre ha intorno e gravata anche da difficoltà di carattere naturale. Costretta a letto, la protagonista si dibatte tra dubbi, angosce, ripensamenti continui e si pone l'interrogativo cardine del libro: si può conciliare quell'istinto atavico che è la maternità, con il bisogno di affermare se stesse e vivere la propria vita?
Decisa a non annullarsi per un altro essere umano, riprende il suo lavoro. Immediatamente anche il suo umore rifiorisce e ricomincia a guardare con ottimismo e speranza alla nascita del figlio.
Ma sarà la natura a decidere il destino, tragico, di questa gravidanza, con un urlo che, anche questo, non potrà lasciare indifferente nessuna lettrice.
Devo ammettere che, a libro terminato, sono stata preda di sensazioni altalenanti: se la prima parte, con le sue riflessioni sull'essere madre, sull'attesa (bellissimi i capitoli in cui la donna si interroga se quel bambino sarà un maschio o una femmina) mi ha incantata, sono rimasta un po' perplessa dalla seconda, arrivando a dirmi che forse non ne ho colto la vera essenza. E se per anni pubblico e critica si sono interrogati se questo fosse un testo pro o contro l'aborto (nel 1975, anno di pubblicazione, l'Ivg non era ancora legale in Italia), è la stessa Fallaci a spiegare, in un'intervista di qualche anno dopo, che il libro non si occupa di questo "Io sono sempre dalla parte della vita [...]sono pronta ad andare anche in galera per difendere, per tutti, la libertà d'aborto nei casi necessari. Personalmente però non ho mai abortito; forse, chissà, non abortirei mai".
Né è lei, altro interrogativo che in molti si sono posti, la protagonista che narra in prima persona, sebbene l'idea del racconto nasca da un'esperienza personale.
Quindi, se devo dare un giudizio, penso che valga ancora la pena di leggere questo libro anche se, a mio avviso, risente molto del periodo storico in cui è stato concepito, ovvero quello dell'emancipazione femminile e di una nuova consapevolezza del ruolo delle donne. Oggi, epoca in cui ho conosciuto più donne affermate che lottano e hanno lottato per esaudire il desidero di diventare madri, che donne che si sono interrogate sull'opportunità di diventarlo, ci sarebbe bisogno di una nuova Lettera che sappia farsi portavoce dello spirito, e delle angosce, di questi tempi.

Lettera a un bambino mai nato di Oriana Fallaci, Bur Rizzoli

Questo post partecipa al Venerdì del libro di HomaMadeMamma

giovedì 7 marzo 2019

Messaggio in bottiglia

Tutto cominciò con il giornalaio. Ogni giorno mio padre tornava a casa col quotidiano e una volta a settimana portava Grazia a mia madre. Anche io volevo qualcosa da leggere. Arrivarono i primi fumetti che, bimba della materna, sfogliavo contenta e compresa.
Ma le edicole, in un tempo in cui di pargoli ne nascevano a iosa, al contrario di oggi, proponevano poco materiale adatto ai bambini e anche io volevo un giornale al giorno, proprio come mio padre. Così mia madre gli suggerì di nascondere i fumetti vecchi e di ripropormeli "Tanto non sa leggere, non se ne accorge". Ecco, quel del tanto non capisce è una cosa che mi ha sempre irritato, da allora ho la fobia di essere presa per i fondelli. 
"Papà il giornalaio ti ha imbrogliato, ti ha venduto un fumetto che avevo già", fu la mia risposta al riproporsi dello stesso giornalino.
Perché io memorizzavo tutto, ogni singolo fumetto e ogni singola vignetta che mia madre mi leggeva. E guai a saltare una pagina tanto non se ne accorge. Io ricordavo tutto. Imparando le battute e i relativi disegni, imparai a leggere, proprio come anni dopo avrebbe fatto Ieie. Lettere e parole si ricomposero davanti ai miei occhi creando mondi di significati.
Arrivò la scuola, i libri di lettura delle elementari e poi le antologie delle medie che divennero i miei consiglieri. Sfogliando in autonomia quelle pagine, la mia attenzione si soffermò su alcuni brani, memorizzò autori e titoli. Specialmente alle elementari lessi e rilessi i testi che per i motivi più disparati mi avevano colpito.
Decisi che avrei letto i libri da cui erano tratti.
Qualche anno dopo cominciò quella cavalcata che ancora non è finita.
"Non fate sbrodeghezzi, non fate potacci" era troppo inconsueto per non saperne di più.
E Nuto, con "gli occhi forati da gatto" è forse una delle più belle descrizioni che abbia mai letto.
Parole e momenti si incisero nella mente per non uscirne più. A volta in maniera nitida, a volte lasciando tracce di cui non sono consapevole.
Alle medie conobbi un'autrice che inchiodò la mia attenzione con un "Io sono Jo" e salutando in maniera indimenticabile la sua amica Zazà.
E lessi del più bel bacio d'amore che ha il suono scrosciante di un Io io io.
E anche se la lista è sempre lì, so che alcuni titoli resteranno nomi allettanti senza un prosieguo. Libri che forse negli anni '80 erano famosi, ma dei quali anche la Rete ha perso ogni traccia. E che mi fanno chiedere che ne sarà dei best seller di oggi. I possibili sconosciuti di domani.
E poi c'è lui, quel brano dell'antologia delle medie rimasto nei miei ricordi per sommi capi, ma di cui conservo ancora il significato struggente.
C'era un protagonista, un uomo, e un accompagnatore. Sembravano essere tornati indietro nel tempo, in una riunione di famiglia, e il protagonista era preda di stupore e gioia nel rivedere i suoi familiari. Di gioia e dolore, davanti alla consapevolezza che alcune di quelle persone care presto o tardi sarebbero venute a mancare. E chiedeva di tornare nel presente perché no, non poteva sopportare di nuovo il dolore della perdita. Ecco allora il discorso dell'accompagnatore, la parte più intensa del brano, il cui senso è che la vita va vissuta e apprezzata al momento e non rimpianta, ma che solo pochi, i santi gli artisti, sono in grado di comprenderne il valore  e la bellezza.
Non ricordo da dove fosse tratto questo brano, né  chi fosse l'autore. Ricordo solo che era un testo teatrale e che tutti i nomi, dei personaggi quanto dello scrittore, mi risultassero non solo stranieri, ma di una lingua poco nota (russo, svedese, tedesco?).
L'antologia si chiamava Introduzione alla realtà, la casa editrice La Scuola, il volume credo fosse il terzo, ma non è più in mio possesso.
Da un po' di tempo quel brano torna prepotentemente nei miei pensieri e non so che darei per ricordare da quale opera è tratto.
Ecco, lancio questo messaggio in bottiglia a chiunque passi di qui. Se siete così fortunati da conoscere il testo, se l'avete letto, visto a teatro o se semplicemente, per qualche motivo, ne conoscete la trama e l'autore, vi prego, fatemelo sapere.
Sono anni che desidero leggerlo, anni che quelle parole mi ritornano in mente lasciandomi come Alice che sogna di raggiungere il Bianconiglio nel Paese delle Meraviglie.
Aiutatemi a mettere un'altra spunta alla lista. In cambio non posso promettervi niente se non la mia imperitura gratitudine e, se vi va, qualche consiglio librario.

venerdì 1 marzo 2019

Bianco letale

Sul finire de La via del male, avevamo lasciato il detective privato Cormoran Strike intento a demolire, involontariamente, le decorazioni del matrimonio della sua assistente Robin Ellacott. In Bianco letale la narrazione riprende dalle ore successive a quella scena, per poi condurci con un salto temporale a un anno dopo.
Cormoran e Robin lavorano ancora insieme, dopo l'arresto del serial killer di Shacklewell l'agenzia va a gonfie vele, sebbene non sia facile far convivere la popolarità acquisita con le esigenze di anonimato e basso profilo che un'attività investigativa richiederebbe.
Proprio mentre bisogna operare una cernita tra i casi in entrata e cercare qualche altro collaboratore, con la complicità tra Robin e Cormoran che pare essere andata a farsi benedire, compare in agenzia lo sfortunato Billy Knight, un giovane palesemente affetto da un disturbo mentale che racconta a Cormoran di aver assistito all'omicidio di una bambina avvenuto quasi venti anni prima, per poi scappare senza lasciare altri elementi validi.
Il delirio di una mente malata? Chissà, Cormoran  non fa in tempo a capirlo, che il ministro Jasper Chiswell richiede il suo aiuto per un caso di ricatto ad opera nientemeno che di Jimmy Knight.  No, non è una coincidenza,  Billy e Jimmy sono fratelli e, tra l'altro, da ragazzi hanno vissuto nella tenuta dell'Oxfordshire dei Chiswell dove, pare, sia avvenuto il presunto infanticidio. I due casi non sembrano collegati, ma Cormoran non crede alle coincidenze, tanto più che Chiswell si rifiuta di rivelare il contenuto del ricatto, ma vuole solo demolire i suoi avversari.
Già così ce ne sarebbe abbastanza per placare gli appetiti da giallo più insaziabili, ma l'indagine sarà anche più succosa quando, sul punto di perdere il caso, Cormoran e Robin si troveranno tra capo e collo anche un morto.
Lasciati i bassifondi di Londra che avevano fatto da sfondo al romanzo precedente, Robert Galbraith, aka J.K. Rowling, stavolta ci fa fare un salto di classe e ci conduce nell'Inghilterra "bene", quella delle corse dei cavalli e delle gallerie d'Arte con la maiuscola, delle tenute di campagna e dei club gentlemen only, dei quartieri inn come Ebury Street e Notthing Hill, quella, per intenderci, di Westminster.
Il viaggio, come sempre, è gradevolissimo e le 700 e passa pagine si consumano con inaudito piacere al punto che, a metà, già ti chiedi come farai a farne a meno. La mole di indizi è, se possibile, anche più consistente del solito e a ogni interrogatorio davanti a un immancabile pinta di birra, hamburger, bistecca o dim sum, il lettore cercherà di annotare mentalmente e fare ordine tra la marea di elementi a disposizione, ma non perdeteci troppo tempo, tanto i particolari utili saranno proprio quelli scartati senza riguardi.
Il colpevole, di cui Robin e Cormoran parlano già negli ultimi capitoli evitando di dirci chi sia (e procurandoci non pochi rosicchiamenti di unghie), non è sbalorditivo come nei precedenti capitoli. Stavolta bisognerà pescare nella rosa dei sospettati, demolendo quegli alibi a prima vista granitici e non c'è nemmeno quella goduria spettacolare che si prova al momento del disvelarsi dell'assassino. Non alla prima lettura, almeno, perché, come dicevo, gli elementi da riposizionare sono talmente tanti che solo a una seconda lettura di quel colloquio-confessione che a prima vista può sembrare incomprensibile, il lettore finalmente troverà l'ordine a cui aspirava e sentirà soddisfatti tutti i suoi sensi letteral-investigativi.
Se poi vi starete chiedendo cos'è il bianco letale, sappiate che dovrete macinare un po' di pagine prima di capirlo, ma che non ha a che fare con le cause della morte...non direttamente almeno.
Per quanto riguarda i sintomi che si presenteranno a fine libro, nostalgia dirompente per Robin&Corm, desiderio insaziabile di visitare Londra, sete di sangue, pardon di misteri da risolvere, posso aggiungere di non temere: i nostri torneranno perché, come ci lasciano intendere le loro vite private che scorrono di pari passo con le indagini, il bello è appena iniziato. E se non ce la fate ad attendere fino al prossimo volume, be' ci sono sempre i voli low cost per scoprire Londra sulle orme del nostro due investigativo.

Bianco letale, Robert Galbraith, Salani, traduzione di Valentina Daniele, Barbara Ronca, Laura Serra e Loredana Serratore

Questo post partecipa al Venerdì del libro di HomeMadeMamma

mercoledì 20 febbraio 2019

Tim, peggio degli usurai #2

Arieccomi con la seconda parte della mia Odissea con Tim.
Nel frattempo le bollette telefoniche lievitano di mese in mese. Un euro a ottobre, un altro a novembre e abbiamo superato i €40 mensili (la Tim non prevede la bolletta bimestrale), nonostante al momento del passaggio ci avessero assicurato che l'importo sarebbe stato di €35,80 al mese.
Una delle voci che ha subito un'impennata è stato il costo dell'invio della bolletta, passato da un mese all'altro da €2 a €2,50, poi dici che la gente non si scrive più...Il bello è che una bolletta neanche ci arriva, ci mandano un sollecito, la paghiamo in ritardo e ovviamente con mora...Una soluzione però c'è, se non vogliamo l'invio della bolletta cartacea dobbiamo fare l'addebito sul conto corrente. Cioè praticamente dobbiamo mettere una sanguisughe sui nostri risparmi.
Sfiniti, dopo aver già sollecitato il centro plurimarca del paesello, andiamo nel grande centro Tim in città per capire il perché di tutti questi casini che ci sono successi e avere lumi su costi in continuo aumento.
Il risultato è a dir poco demoralizzante. La tipa del centro guarda la nostra posizione sul terminale e già comincia a sbottare che non si capisce che piano tariffario abbiamo, un collega l'aiuta, poi ci dicono che:
a) l'importo da pagare è quello, ce ne facessimo una ragione;
b) non è possibile cambiare e scegliere una tariffa minore anche rinunciando a qualche servizio, con Tim puoi solo aggiungere servizi e non togliere;
c) colpa nostra che ci siamo affidati a un piccolo centro servizi di paese, non dicono proprio così, dicono che deve trattarsi di un centro che non è "serio come loro, perché quando li fanno loro i contratti questi problemi non si verificano", ma la sostanza è la stessa. Non ci siamo affidati a loro quindi adieu e ciao.
Ovviamente cambiare operatore o chiudere per sempre la linea telefonica non è possibile: prima dei due anni la penale è altissima e dovremmo sborsare in anticipo lo sconto tariffario (sì incredibile, ma c'è pure uno sconto) del quale usufruiamo. Capire di che ci cifra si parli è fantascienza, però, perché io non ho un contratto scritto, non ho firmato nulla, né ho fatto una registrazione online. Su consiglio di un amico avvocato, ho anche cercato sul sito Tim un documento che sintetizzi i dettagli legali del mio piano tariffario, ma non esiste nulla. Insomma mi sono legata a doppio filo a questa compagnia senza un documento che attesti i miei diritti e doveri e questo, in Italia nel 2019, pare sia legale.
Poi, inaspettatamente, ricevo un chiarimento da una puntata di Report di qualche mese fa. Si parla di franchising e il titolare di un centro Tim si lamenta del fatto che dopo aver stipulato, con fatica, nuovi contratti di telefonia fissa, i clienti vengono contattati dal call center Tim che, a loro insaputa, con l'inganno, rifà i contratti in modo che il centro Tim non abbia diritto ad alcuna provvigione. Ma allora è quello che è successo a me! E questo spiega anche come mai, nelle continue telefonate fatte prima dell'allaccio, gli operatori sembrassero avere difficoltà a interpretare il nostro contratto e ci fornissero informazioni contraddittorie.
E la conferma del mio sospetto arriva qualche settimana fa quando, in seguito all'ennesimo disservizio, richiamo il 187. Quando chiedo conto di tutti i loro errori, l'operatrice ipotizza che ci sia stato qualche problema al momento della stipula contrattuale (ma quale stipula?), come se il contratto fosse passato sottomano a più persone che hanno spuntato voci diverse e contrapposte.
Ma qual è l'ennesimo disservizio? Ta dah, nella bolletta di dicembre, recapitata il 21 gennaio, l'addebito del costo del modem!
Parte la segnalazione al 187, mi danno subito ragione, perché in effetti il mio contratto prevede il modem gratuito, di non preoccuparmi (aridaje) che non devo pagarlo, che riceverò comunicazione sull'esito del reclamo. Il 1° febbraio una mail di Tim mi dà ragione e mi dice che hanno già provveduto a modificare la fattura, non €110,61 devo pagare, bensì €41,61. Posso andare negli uffici postali, negli esercizi commerciali Puntopolis o pagare online.
Scelgo la terza opzione che mi si rivela impossibile: online posso pagare €110,61, non un centesimo di meno. Richiamo il 187 (ancora!) e la gentile signorina spiega che la bolletta è stata rettificata, ma bisogna aspettare l'approvazione del responsabile amministrativo perché "la nota di credito è ancora in elaborazione", dopodiché sarà emessa nuova fattura con l'importo corretto.
Passano i giorni, siamo all'11 febbraio, la bolletta scade il 13, contatto di nuovo il 187 e mi dicono che devo pagare €110,61, poi mi restituiranno la differenza (se credici), siccome protesto mi passano un amministrativo che, gentilissimo, esordisce dicendo che "o ci metto più grinta o non mi sente" e mentre cerco di spiegargli l'accaduto mi sbatte il telefono in faccia.
Stremata, avvelenata, incattivita richiamo il 187 e stavolta l'operatrice mi spiega che non manderanno nessuna nuova fattura, posso pagare con bonifico o con bollettino postale in bianco. Mi faccio dare i dati per il bonifico e procedo.....anzi no, perché il sistema mi dice che c'è discordanza tra Iban e intestatario conto, per cui il bonifico non si può fare. Nuova chiamata e stavolta l'operatrice AH767 (mo me la sono segnata) asserisce che l'unico sistema per pagare è il bollettino postale in bianco da compilare e inviare poi via fax in amministrazione e certo, mi rassicura quando metto in dubbio, certo che il fax lo leggono, arriva direttamente in amministrazione!
Il 12 febbraio pago la maledetta bolletta e mando lo stramaledetto fax. Il 16 febbraio una telefonata da Tim con voce registrata mi avvisa che sono morosa per non aver pagato l'ultima bolletta da €41,61...
Vorrei piangere, vorrei strozzare qualcuno della Tim con le mie mani, ma l'unico strumento che ho è comporre ancora una volta il 187. L'ennesimo operatore mi rassicura, è troppo presto perché il pagamento con bollettino sia già visibile. Ok, ma allora il fax che ***** l'ho fatto a fare?
Ancora ieri, sui miei dati personali della pagina Tim, risultavo morosa. Al che mi sono fatta forza e ho perso un'ulteriore mattinata: ho radunato tutta la documentazione in mio possesso (mail, codici segnati, date, ecc.), ho ricostruito la mia drammatica vicenda e l'ho inviata a Tim tramite posta elettronica certificata, riservandomi di rivolgermi a un legale. Sarà stato quello, sarà stato il caso o forse doveva andare così, ma stamattina finalmente la bolletta risulta pagata.
Morale: sono disgustata dal comportamento di quella che dovrebbe essere la maggiore compagnia telefonica italiana, da uno Stato che non tutela i consumatori e nel quale vicende come la mia sono, non solo possibili, ma ahimè, all'ordine del giorno. Nauseata da operatori call center che, no, non mi fanno nessuna pena. Saranno pure stressatisottopagatisfruttati, ma sono comunque complici di questo sistema. All'apparenza gentili e competenti (neanche sempre) ti stanno, come direbbe Montalbano, cantando la "mezza Messa" per toglierti dai piedi. Tanto quando mai li ribeccherai.
Spero che il mio racconto possa mettere in guardia chi ha deciso di fare un contratto con Tim.
Per concludere io, che sono una persona mite e poco incline al rancore, devo ammettere che al personale Tim, dai dirigenti agli addetti all'ultimo operatore di call center, ho riservato parole che non ho  mai diretto a nessuno in vita mia.

martedì 19 febbraio 2019

Tim, peggio degli usurai

"Ma perché signora - mi diceva stupita qualche anno fa un'operatrice di call center - passare a un'altra compagnia è così semplice, tutti lo fanno".
Sarà, ma quando lo faccio io, si risolve sempre in un grande dramma.

Questa è la storia del mio tragico e sempre rimpianto passaggio a Tim.

A metà giugno dello scorso anno, periodo infausto non c'è che dire, mio marito, stanco dei continui rincari di Infostrada sulla nostra bolletta telefonica di casa, decide di passare a Tim. Si rivolge al centro assistenza del paesello che è un centro plurimarca. Tutto a posto, pochi giorni e il passaggio sarebbe stato realtà. Trascorre una settimana, trascorrono altri giorni e il call center di Tim ci avvisa che mancano alcuni step per concludere la pratica, ma possiamo farli tranquillamente per telefono. Ok, tutto a posto (di nuovo!), un altro po' di pazienza e saremo clienti Tim. Nel frattempo l'estate avanza, ci trasferiamo al paesino di mare (siamo al 9 di luglio) ancora con l'utenza legata a Infostrada. Mentre siamo al paesino, appunto, la Tim ci contatta perché devono inviare un tecnico per l'allaccio.
Ora, il paesino dista 70 Km dal paesello, mio marito lo fa presente, spiega che è disposto a farsi 'sta strada sotto il solleone, ma per carità, che il tecnico si presenti. Ci mancherebbe, s'indignano i sempre affidabili operatori Tim, e infatti...nel giorno dell'appuntamento non arriva nessuno.
Il 26 di luglio, comunque, senza bisogno di alcun tecnico, ci comunicano che siamo clienti Tim. E qui ha inizio il nostro calvario (se già i precedenti non fossero stati sufficienti).
Intanto Infostrada, con il quale vantavamo un rapporto settennale, ci manda la parcella: €35 di contributo per il passaggio ad altro operatore, più altre voci per un cambio di piano tariffario (mai richiesto) effettuato pochi giorni prima del passaggio a Tim per un totale di €66,98.
Ora, il decreto Bersani del 2007 aveva previsto che il passaggio ad altro operatore telefonico avvenisse "senza spese non giustificate da costi dell'operatore". Che è successo quindi nella civilissima Italia? Che gli operatori se ne sono sbattuti della legge e hanno fatto pagare il contributo passaggio bla bla di cui sopra. L'Agcom, davanti alle proteste dei consumatori, ha sanzionato le compagnie telefoniche, ma queste hanno trovato subito il modo di rimediare. Cosa recita infatti l'articolo? "Spese non giustificate da costi dell'operatore", e allora ecco che nei contratti che facciamo con gli operatori telefonici, che lo sappiate o no, è previsto già che, qualora passiate ad altro fornitore o semplicemente eliminiate la linea telefonica, è previsto un costo (mica una penale perché siete clienti fedifraghi, no quello no) da pagare. Tutto perfettamente legale, leggete qui se volete.
Tornando alla nostra fattura, chiediamo conto di questo cambio piano tariffario e Infostrada ci spiega che Tim ha fatto prima il passaggio Internet e poi quello telefonia, questo ha costretto Infostrada a modificare il nostro piano tariffario che li prevedeva entrambi e poco importa se è durato un giorno che poi siam passati a Tim, s'ha da pagare. Chiediamo conto a Tim, ci dicono che Infostrada usa sempre questo trucchetto, verificheranno e vedranno se veramente hanno fatto il cambio in due tempi, che se è così il costo se lo accolleranno loro. Ovviamente non ne sappiamo più nulla.
Ma la questione passa nel frattempo in secondo piano, perché cominciamo a sollecitare Tim per avere il modem in comodato d'uso gratuito che ci spetta da contratto, ma che è gratuito tanto per dire, visto che paghiamo €5,89 al mese (per 4 anni) di manutenzione modem.
Qui parte la prima delle nostre segnalazioni al 187. La cosa bella è che se accedo alla mia pagina personale del sito Tim, risulta sempre che le segnalazioni sono state evase. Come non si sa, visto che o nessuno ti informa o se pure si degnano di comunicarti l'esito del reclamo, di solito ti dicono delle sonore panzane. Il valzer del modem va avanti per mesi, finché a novembre, finalmente, il suddetto viene recapitato e, che succede? Che a stretto giro, il 9 novembre, mi arriva una fattura via mail: €79 di modem che pagherò con le modalità da me scelte al momento dell'acquisto. Ma quale acquisto?  E quali modalità avrei scelto?
Chiamiamo il 187 dove dicono che sì, c'è stato un errore, di non preoccuparci (NON PREOCCUPARCI?) che non dobbiamo pagare niente.
Ma il delirium tremens del mostro Tim non si esaurisce qui: il 19 novembre una mail comunica che non abbiamo diritto al modem perché il nostro contratto è solo linea telefonica e quindi non ci manderanno alcun modem (???); il 16 gennaio un'altra mail manifesta il loro rincrescimento per aver verificato che effettivamente noi, al modem, abbiamo diritto, e che hanno già provveduto a inviarcelo...
Ce ne sarebbe già abbastanza, ma in realtà questo è solo l'inizio della nostra Odissea. Da settimane sono alle prese con un altro disservizio della Tim. Ho perso ore e serenità appresso agli operatori del 187 a causa di un loro errore che mi sta tormentando e che mi fa sentire come se mi fossi rivolta agli strozzini, quando invece ho fatto un gesto così semplice (seppur sbagliato), di cambiare operatore telefonico.
E ogni volta che l'omino Tim balla in televisione, mi viene voglia di mettergli le mani  al collo.
Ma siccome mi sono dilungata anche troppo, questa è un'altra storia...che racconterò a malincuore.

venerdì 15 febbraio 2019

Lorenzo de' Medici-Una vita da Magnifico

Una recente serie televisiva dedicata a Lorenzo il Magnifico, unita alla passione per la storia, mi ha portato a riflettere sul fatto che, a parte le tre quattro cose studiate sui libri di scuola (la congiura dei Pazzi, l'amore per le arti, lo splendore della sua Firenze), sapevo ben poco di questo interessante personaggio. E' così che ho cercato una biografia e, spulciando tra i titoli senza alcuna indicazione a farmi da guida, ho scelto a naso quello che mi convinceva di più, ovvero Lorenzo de' Medici-Una vita da Magnifico.
Si tratta di un'opera di un professore universitario che non ha nulla di polveroso e dottorale, ma, anzi, si avvale di uno stile appassionato e ironico, a tratti canzonatorio, che ripercorre la vita del Magnifico cercando di estrapolare l'uomo dal personaggio ufficiale.
Per fare questo Giulio Busi ha spulciato una mole inimmaginabile di testi e documenti originali, evidenziati da una bibliografia di quasi 100 pagine. Sotto la lente è finita la corrispondenza del Magnifico che pare vergasse, o facesse vergare a suo nome, decine di lettere al giorno a familiari, potenti, amici, collaboratori e postulanti. Interessante, nei primi capitoli, l'arte di chiedere favori di cui pare Lorenzo fosse maestro sin da ragazzo. Come si vede la raccomandazione ha origini illustri e antiche.
Nonostante questo immenso lavoro, non è facile delineare un profilo dell'uomo, perché, anche nelle lettere più personali, il calcolo (dote/difetto che Busi attribuisce ampiamente al Magnifico) sembra prevalere sulla spontaneità.
Il libro scorre piacevolmente e dimostra che la serie Tv non ha ricamato più di tanto sui fatti storici (se non si considera che Lorenzo appariva come un figo da paura mentre i suoi ritratti dimostrano il contrario), anche se, non si capisce se per studiata reticenza o per mancanza di prove certe, su alcuni avvenimenti Busi ci lascia nel dubbio. Lucrezia Donati fu amante del Magnifico o ebbe solo un ruolo da Beatrice dantesca? E Simonetta Vespucci fu più di un invaghimento per il fratello Giuliano?
Certo è che la figura di Lorenzo ne esce meno magnifica di quanto la storia ce lo racconti. Guerriero da armata Brancaleone, banchiere poco avveduto, filosofo e poeta improvvisato, Busi gli riconosce solo di essere stato un abile intrallazzatore, capace di giostrare a proprio piacimento eventi e persone.
Anche quel periodo prospero di pace che l'Italia attraversò durante il suo regno, non sembra poi così pacifico se tra scaramucce, assedi e liti di confine, qualche migliaio di morti ci scappò comunque. Di più. L'autore gli riconosce, se non l'aver appoggiato l'invasione turca di Otranto nel 1480, quantomeno di non aver fatto nulla per impedirla e di averne tratto persino vantaggi.
Per concludere, non ho potuto fare a meno di constatare come il giudizio su questo personaggio storico sia molto meno lusinghiero di quello che viene fuori, ad esempio, dal capitolo che Indro Montanelli gli dedica in Storia d'Italia (vol. L'Italia dei secoli d'oro), sebbene il giornalista toscano riconoscesse vizi e difetti dell'età medicea. E' proprio vero quindi, che la storia è questione di punti di vista. Gli uomini, esseri sfaccettati, possono suscitare opinioni diverse in chi li approccia. La storia, insomma, può assumere sfumature e interpretazioni che variano a seconda di chi ce la racconta.

Lorenzo de' Medici-Una vita da Magnifico di Giulio Busi, Mondadori

Questo post partecipa al Venerdì del libro di HomeMadeMamma

mercoledì 13 febbraio 2019

San Valentino

Da una conversazione riferitami.
"Papà cosa regalerai alla mamma per San Valentino?".
"Mmmh, non so Ieie, non ci ho pensato".
"Io lo so! Perché non le regali un gioiello?".
"Beh  - momento di imbarazzo -, non è una spesa prevista. Poi dovremmo rinunciare a qualcos'altro".

Il giorno dopo.
"Mamma perché non hai messo il video della Lolla da piccola, sul CD come il mio?".
"Non ci riesco, il programma che usavo stava sul computer grande che ora è rotto".
"Papà so cosa puoi regalare domani alla mamma: un computer nuovo!".

Non riceverò un gioiello, non riceverò un computer, ma in un certo senso il regalo più bello per San Valentino l'ho già ricevuto da un piccolo spasimante pieno di attenzioni.
E spero di cuore che un giorno, una donna meritevole riceva tanti regali da lui.
Per San Valentino, ma non solo.