venerdì 26 ottobre 2018

Leggiamolo insieme-Harry Potter e il prigioniero di Azkaban

Con Harry Potter e il prigioniero di Azkaban si entra nel vivo del ciclo del maghetto di Hogwarts. Perfettamente congegnato come gli ingranaggi di un orologio (e il paragone non è casuale), rappresenta la chiave di volta della storia di Harry, là dove passato e presente si congiungono per dare forma a quell'architrave che dovrà reggere tutti i capitoli successivi.
Al suo terzo anno alla scuola di magia e stregoneria, Harry solo in questo capitolo non dovrà vedersela con Voldemort, ma con un pericoloso criminale fuggito da Azkaban, la prigione dei maghi, tale Sirius Black, accolito del Signore Oscuro che pare cerchi proprio Harry per completare ciò che Voldemort, a suo tempo, non era riuscito a compiere. E' così che Hogwarts si ritrova presidiata dalle guardie di Azkaban, i terribili Dissennatori, e Harry, quasi controllato a vista, viene ammonito a non cercare di catturare Sirius Black (ma perché poi dovrebbe farlo?). Niente avventure, quindi?
Neanche per sogno. Ci penseranno una mappa magica, un nuovo professore di Difesa contro le arti oscure e un'inattendibile professoressa di Divinazione con la fissa per le sciagure, a movimentare la vita al castello e a creare una trama che ormai prende il largo e diventa di ampio respiro. Spiegando e gettando nuova luce su avvenimenti passati, alcuni già noti altri inediti per il lettore, seminando dettagli fondamentali per il prosieguo della storia, creando un mistero dove niente è come sembra e dove le carte si rimescolano di continuo con gran sorpresa, e goduria, del lettore.
Il finale è un puzzle dove finalmente le tessere si riposizionano correttamente e lascia già intravedere il filo conduttore del prossimo volume.
Sebbene ami molto questa storia, temevo fosse un po' troppo complicata e cervellotica, invece i bambini hanno mostrato di comprenderla e, soprattutto, di gradirla. In effetti tra ippogrifi, tornei di Quidditch, nuove formule magiche e personaggi, le sorprese sono così tante che i piccoli non restano mai delusi.
Se qualche cosa li ha disorientati è stato invece il fatto che il film omonimo non riporti tutta la storia, ma abbia dovuto necessariamente alleggerire la trama per evitare di durare quattro ore o più. Per i bambini risulta ancora difficile comprendere questo concetto, per loro è inaudito che, ad esempio, le appassionanti partite di Quidditch raccontate nel libro non siano tutte presenti nel film, ma questo non ha impedito loro di rivedere Harry Potter e il prigioniero di Azkaban decine e decine di volte.
Se devo fare un appunto al film, che comunque riesce a dare adeguato sviluppo alla trama e si avvale di una fotografia bellissima che oltre a illustrare perfettamente la storia, ne sottolinea con arguzia alcuni particolari (fate caso agli orologi!), è che il racconto sul padre di Harry ed i suoi amici viene semplificato eccessivamente. E' una parte che dà spessore al libro ed è un peccato che non trovi abbastanza spazio nel racconto cinematografico, ma tant'è, i linguaggi sono diversi e diverso è anche il peso che si dà ai dettagli della trama.
Harry Potter e il prigioniero di Azkaban resta comunque il  mio preferito tra i sette libri, per saper coniugare in maniera impeccabile il mistero con un'atmosfera che è ancora sbarazzina e gioviale. Il clima, dal quarto libro in poi, nonostante un infittirsi e un "insaporirsi" della trama, diventerà infatti sempre più cupo, sottolineando così il passaggio dall'infanzia all'età adulta dei nostri eroi. Ma questa è un'altra storia e per raccontarla c'è ancora tempo.

Harry Potter e il prigioniero di Azkaban di J.K. Rowling, Salani, traduzione di Beatrice Masini

Questo post partecipa al Venerdì del libro di HomeMadeMamma

lunedì 22 ottobre 2018

Paura!

"Io non ho paura di nulla, sono il guerriero dragone" diceva un paio di anni fa la Lolla a un cuginetto dell'età di Ieie che le chiedeva stupito se temesse i vampiri, gli zombie o simili altre amenità.
E in effetti è vero, la Lolla, al contrario di Ieie, non ha mai avuto paura del buio (da piccola si nascondeva da sola in stanze oscure), dei mostri o di storie lugubri. Se dovessi dare il mio giudizio, è come se avesse sempre considerato queste cose per quelle che sono: storie, e come tali non vi ha dato più di tanta importanza, in maniera più o meno consapevole.
E mentre Ieie si faceva impressionare solo da una copertina di un libro (Il calice di fuoco, per esempio, o una vecchissima edizione dell'Isola del tesoro) al punto da costringermi a dirgli che li avevo buttati, altrimenti non avrebbe dormito più per settimane, la Lolla, quando il fratello pensò di raccontarle della bambola assassina di cui gli aveva parlato un compagno di scuola, continuò a dormire sonni tranquilli con tutte le sue bambole intorno, condividendo il racconto anche con le sue  (non so quanto grate) amichette. Ieie, ovviamente, pretese l'allontanamento immediato delle bambole dal corridoio delle camere da letto.
Insomma, la Lolla non è mai stata tipa suggestionabile. A sette mesi ha iniziato a dormire da sola in camera sua e da lì non è tornata indietro. Se è stanca saluta tutti e si corica in autonomia e sin da piccola, in salute o in malattia, preferisce la solitudine del suo letto al lettone, complice un'acuta, radicata, intensa passione per il sonno.

Proprio per questo sono rimasta colpita (per non dire shockata), quando la settimana scorsa, colpevole uno dei solito racconti che Ieie ricicla dai compagni di scuola, la sera la Lolla ha iniziato a piangere, dicendo di avere paura e la notte si è svegliata piangendo. E' stato come se qualcosa si fosse rotto, come se non avessi più davanti la mia bambina, ma una sconosciuta.
E' durato solo un giorno, poi non ne ha parlato più, il sonno è tornato placido e la Lolla ha ripreso ad andare da una stanza all'altra in tranquillità e in tranquillità a fermarsi a giocare in camera sua anche se non c'era nessuno nelle camere limitrofe.
La paura pare essersene andata, o forse essere stata dimenticata, ma adesso non riesco a non chiedermi cosa è cambiato in lei e da cosa, eventualmente, dovrei proteggerla, cosa che finora non ho ritenuto di dover fare. Mi chiedo, in particolare, cosa la abbia spaventata di quel racconto che ho ascoltato distratta, colpevole di averla ritenuta forte abbastanza per fregarsene come al solito.
E' strano come la crescita, che per Ieie ha significato dar meno peso a certe storie, per lei porti ad esiti opposti. O forse, è solo che la bambina ingenua, immersa in un mondo che col suo filtro rosa depurava tutte le informazioni esterne, comincia ad avere un approccio più consapevole alla realtà. Il rosa, insomma, talvolta deve lasciare il posto ad altri colori.

giovedì 18 ottobre 2018

Fratelli

"Mamma".
"Dimmi Lolla".
"Ma a che servono il padrino e la madrina?".
"Il padrino e la madrina aiutano i genitori nell'educazione spirituale dei figli".
"Ma papà mi ha detto che se i genitori muoiono, il padrino e la madrina prendono il posto dei genitori".
"Be', sì, diciamo che fanno anche questo".
"Allora, per esempio, se tu e papà morite vuol dire che io vado con alcuni zii e Ieie con gli altri?".
Segue aria perplessa e assai preoccupata.
"No Lolla, se io e papà moriamo, il giudice..."
"Chi è questo giudice?".
"Il giudice per i minori, è quello che decide in questi casi, dicevo, il giudice stabilirà con chi andrete a vivere. Ma in ogni caso non vi separerà. Una cosa è certa: voi due rimarrete insieme".
Aria rilassata.

Quando aspettavo la Lolla, Ieie doveva compiere i due anni e molti genitori di un maschio e una femmina, scoprendo che nel pancione c'era una bambina, mi dicevano scettici che maschi e femmine sono due mondi a parte e che, per quanto fratelli, quella creaturina in pancia e l'altra che mi sgambettava a fianco, avrebbero fatto vite a sé stanti e non si sarebbero considerati.
Il loro è un rapporto fatto più che altro di dispetti, mazzate, competizione, mazzate, litigi, mazzate, subitanee impennate di gelosia dell'uno non appena l'altro riceve un complimento/carezza/regalo, di, ma l'ho già detto?, mazzate.
Di rado giocano assieme, ma talvolta accade, eppure ultimamente ho assistito a scene inedite. Parole bisbigliate tra loro per non farsi sentire da noi genitori, risatine complici dalle quali siamo esclusi, Ieie sdraiato ai piedi del letto della sorella non per prendersi a botte, ma per chiacchierare.
E se lui, nonostante la gelosia con cui, già prima della nascita, ha accolto la sorella, ha comunque mostrato nei suoi confronti un atteggiamento protettivo, lo stesso non si può dire della Lolla, che è invece sempre pronta ad accusarlo di tutti i mali della terra, specialmente di quelli che la riguardano da vicino, e che guarda al fratellone con un aspro senso di inadeguatezza, come quella che si sente inferiore.
Eppure, quando l'altro giorno ci siamo scambiate le poche parole di cui sopra, ho capito che, mazzate a parte, tra loro è fiorito qualcosa destinato ad accrescersi e, speriamo, a resistere.
La fratellanza l'ho sognata per una vita, ma non l'ho avuta. Sarà il mio più grande rimpianto e non ci sarà mai modo di colmarlo. Loro, invece, questo regalo l'hanno ricevuto e, in un certo senso, attraverso la loro fratellanza vedo quello che sarebbe potuto essere anche per me. E che non è stato.
Non posso invidiare i miei figli, ma, ecco, li guardo da fuori, felice per loro, e penso che io quell'essere fratello e sorella non potrò mai capirlo fino in fondo.


venerdì 12 ottobre 2018

Se tu potessi vedermi ora

Quando nel 2013 David Rossi, capo della comunicazione del Monte Paschi, in pieno scandalo Mps volò dalla finestra del suo ufficio in quello che la magistratura definì suicidio, devo ammettere che pensai "Ecco, prima fanno la frittata e poi si suicidano".
Quest'inverno, però, seguendo la trasmissione delle Iene ho dovuto rivedere la mia posizione. Premetto che ognuno può avere delle Iene la sua opinione, so bene che a volte hanno sollevato polveroni per nulla, però quello che mi colpì dei servizi sulla morte di David Rossi furono il filmato della telecamera di sorveglianza che aveva ripreso parte della caduta e le foto del cadavere in sede autoptica. Sono bastati questi elementi a farmi pensare che in effetti quel volo tutto sembra, tranne che un suicidio.
Per questo lo scorso luglio ho assistito alla presentazione del libro Se tu potssi vedermi ora, di Carolina Orlandi, la figlia della moglie di Rossi, la stessa che ha combattuto e combatte per riaprire il caso. L'ho fatto per quel senso di vergogna spesso provocato dalle nostre istituzioni che dovrebbero (degnamente) rappresentarci (ma ahimè, pare sia cosa difficile), e che mi spinge ad approfondire certe tematiche.
La Orlandi ha spiegato che ha scritto il libro per ridare dignità a David, entrato nella memoria collettiva come quello del Mps che si è suicidato, per lasciare di lui un ricordo vero della persona che è stata. Ma il breve volume, un centinaio di pagine in tutto, è anche una ricostruzione dei giorni precedenti e successivi al tragico volo nel vicolo di Monte Pio a Siena.
Vi si ritrovano particolari già sviscerati dalla stampa e altri, più personali, legati agli effetti psicologici che la morte di Rossi ha avuto sulla sua famiglia. Se accettare che una persona ci lasci volontariamente è un processo difficile e distruttivo, prendere coscienza che le cose non sono andate così come ce le hanno raccontate è un percorso altrettanto impervio, soprattutto se ci si trova davanti un muro di gomma.
Della Orlandi, giovane e alla prima esperienza come scrittrice, ho apprezzato la capacità di scrivere e di narrare. Il libro si attiene ai fatti, personali e giudiziari, non ci sono congetture né ipotesi su quello che sia effettivamente successo, se non la certezza, prima latente, poi sempre più solida, che le indagini, frettolose, incomplete, zeppe di errori, non abbiano portato alla verità ma, come scrive l'autrice, a un suicidio per mancanza di prove.
Forse sotto questo profilo mi aspettavo qualcosa di più, non certo un j'accuse, ma quantomeno la presenza di particolari inediti rispetto a quanto già emerso finora. In ogni caso consiglio di leggerlo per ridare dignità a una persona e, a chi non conosce la vicenda, per averne contezza, perché forse solo una vergogna diffusa e ripartita può dare giustizia al nostro Paese.

Se tu potessi vedermi ora, Carolina Orlandi, Mondadori

Questo post partecipa al Venerdì del libro di HomeMadeMamma

martedì 2 ottobre 2018

Il mondo visto dalla Lolla

Il mondo visto dalla Lolla è una Paese delle Meraviglie dove il nonsense furoreggia e l'impossibile è la regola, dove le parole perdono peso e significato strabordando in qualcos'altro e ciò che è potrebbe essere ciò che non è. O viceversa.

Davanti al televisore
Ieie e la Lolla guardano la tv, c'è la pubblicità di un concerto.
Lei: "Ah, è Andrea Bocelli". Poi, con evidente stupore: "Ehi, ha aperto gli occhi!".
Lui: "Per forza è Claudio Baglioni".

Davanti al televisore #2
Lei: "C'è Fiorello. Fiorello Mannoio".

Esplorando il mare
"Mamma, lo sai che oggi con la maschera ho visto i piccoli del pescespada? Si chiamano aguglie".

Fashion victim
E così la Lolla prova il regalo della zia la quale, ben sapendo la triade che mi guida nell'acquisto di abbigliamento per bambini: lavabile in lavatrice-resistente alle cadute-sfruttabile per almeno due stagioni, e ritenendomi la nemesi di Anne Wintour e l'antitesi di Chiara Ferragni, le ha regalato un completo di tendenza. Una casacca a righine blu con le maniche a sbuffo, che lasciano le spalle scoperte, e un pantalone largo, da portare sopra la caviglia, con la vita alta, arricciata.
"Mamma si vedono le bretelle della canottiera. Perché le maniche sono così?".
"Adesso vanno di moda, aspetta, ecco ora non si vedono più".
"Ma questa è una gonna di sopra?".
"No Lolla, è una maglietta".
"I pantaloni sono un po' scollati".
"Non sono scollati, sono ampi, come si portano adesso".
"Come i tuoi rosa?".
"Sì".
Ci pensa su.
"Perché quelli normali non si portano più?".

Not like other girls
"Mamma ti piacerebbe avere una bacchetta come la signora Weasley, così potresti lavare i piatti con la magia?".
"Certo che mi piacerebbe, ma purtroppo non è possibile".
"Perché sei Babbana?".
"Anche tu lo sei".
"No io no. Io a undici anni vado a Hogwarts".

venerdì 28 settembre 2018

Una spola di filo blu

I Whitshank sono una famiglia americana come tante. Marito e moglie, Red ed Abby, quattro figli, Amanda, Jeannie, Denny e Stem, una grande casa di legno a Bouton Road nella città di Baltimora. Una casa che è un po' il cuore pulsante della famiglia, sfondo di tante vite, persona essa stessa, costruita con amore e passione da nonno Junior, capostipite dei Whitshank, della cui vita i nipoti conoscono quel poco che il padre ha saputo tramandare.
In Una spola di filo blu, la storia dei Whitshank parte un po' in sordina e ci viene narrata a partire dalla metà degli anni '90, quando Abby e Red sono alle prese col terzogenito Denny che una sera, dopo mesi di silenzio, chiama casa dicendo di essere gay per poi riattaccare e sparire di nuovo. Scopriamo subito che è sempre stato il figlio più problematico, quello che non si fa vivo per mesi e che taglia i ponti non appena ritiene che una domanda, o un commento dei familiari, sia di troppo.
Perché i Whitshank sono una normale famiglia americana, ma come ogni famiglia, a guardarla da vicino, ha le sue stranezze, i suoi segreti, la sua storia che non è mai un racconto lineare, ma assume sfumature diverse a seconda del punto di vista di chi l'ha vissuta e Anne Tyler ce la propone andando avanti e indietro nel tempo, mostrandoci quel che pare ci sia stato e quel che è accaduto, che non sempre coincidono, o forse non come ci saremmo immaginati.
Partendo dal 1994 il racconto arriva velocemente ai giorni nostri, soffermandosi sulla vecchiaia di Abby e Red, e svelando pian piano i perché del carattere difficile di Denny. Ma anche che essere famiglia non si può tradurre in un semplicistico "volemose bene", quanto piuttosto in un saper restare uniti nostante tutto.
Capitolo dopo capitolo ci ritroviamo negli anni '60, in quel pomeriggio giallo e verde in cui Abby, a Bouton Road, capì di amare Red, e scoprì dettagli, mai raccontati a nessuno, sull'incontro di Linnie Mae e Junior.
Di nuovo il nastro del tempo scorre all'indietro e, negli anni Trenta, apprendiamo tutta la verità sulla storia d'amore dei nonni Whitshank. E' così che, piano piano, la saga familiare acquisisce spessore e significato e i legami affettivi vengono inquadrati in una nuova prospettiva.
Ad Anne Tyler il merito di aver saputo costruire e descrivere personaggi complessi e a tutto tondo e di aver raccontato la storia di una famiglia come tante, arricchendola di un intreccio narrativo e di una caratterizzazione di vicende e protagonisti in grado di accendere a poco a poco l'attenzione del lettore.
Il finale ci riporterà ai giorni nostri, potrà piacere o meno (a me la sorte della bella casa di legno ha lasciato un po' di amaro in bocca), ma è proprio come la vita: mai scontata.
Ringrazio Paola di HomeMadeMamma per aver consigliato questa lettura un po' di tempo fa e, come sempre, questo post partecipa al suo Venerdì del libro.

Una spola di filo blu di Anne Tyler, Guanda, traduzione  di Laura Pignatti

lunedì 24 settembre 2018

Tipi da Instagram

Questa estate, mentre tornavo a casa, una giovane donna strigliava il titolare di un'attività di escursioni via mare del paesino perché non aveva una pagina Instagram adeguata. "Fidati di me che curo la comunicazione di una grande azienda - gli diceva - è utile ed è pure gratis".
La conversazione si inserisce in una riflessione che porto avanti da un po'. Premetto che non sono molto avvezza ai social, non ho mai avuto né desidero avere Facebook e anche Instagram, al quale sono iscritta da un anno, lo considero solo come uno strumento per guardare belle foto (e imparare a farne di altrettanto belle).
Mi piacciono quelle fatte in giro per il mondo o che sappiano cogliere dettagli e proporli in maniera originale, magari corredate da una didascalia arguta. Purtroppo noto come questo social, per la sua velocità, stia sostituendo altri mezzi di comunicazione digitali più strutturati.
Accanto alle foto, infatti, sempre più spesso vedo pubblicati lunghi post che mi innervosiscono, perché quando vado su Instagram lo faccio con l'idea di una capatina veloce, non con quella di mettermi a leggere un articolo vero e proprio (al quale magari dedicherei volentieri maggior tempo e su un supporto più comodo dello smartphone). E anche i post, forse proprio per l'immediatezza di Instagram, scontano spesso una scarsa cura nell'editing.
Non ho mai considerato i commenti, che invece sui blog leggo con curiosità, forse proprio per mancanza di tempo o perché alcuni Instagrammer ne hanno così tanti che preferisco desistere in partenza. Ultimamente, però, per comprendere come funzionano (non riesco mai a capire l'ordine con cui vengono inseriti, né chi risponde a chi), ho iniziato a leggere i commenti di qualche influencer/blogger più quotato per scoprire che, bene o male, i commentatori possono ricondursi ad alcune grandi categorie.
- L'hater. Da questo non ci si scappa, è un po' come l'Anton Ego di Ratatouille, che va a recensire i ristoranti solo per il gusto di parlarne male. E mo perché sfrutta i figli a scopo pubblicitario, e mo perché con i figli non ci sta e invece di lavorare come la gente per bene sta a farsi le foto; e mo perché s'è photoshoppato, e mo perché, ma non si vergogna? non s'è ritoccato!, insomma ce n'ha sempre una per insultare l'Instagrammer di turno. Caro hater, per carità, relax!
- La groupie, ovvero il contrario dell'hater. La (o il) groupie di turno è quella/o che si spertica in lodi imperiture verso il suo mito social e, all'occorrenza, diventa anche una guerriera Sailor. Se l'hater si fa vivo, infatti, ci penserà il/la groupie a punirlo in nome della luna a colpi di risposte piccate.
- Il patetico. Questa figura si palesa in caso di Instagrammer che fanno pubblicità. "Il tuo (mettere il nome di un qualsiasi prodotto) costa più di quello che spendo per mangiare per un mese" è la sua frase tipo. Ora, c'avrà pure ragione, ma basta. Caro patetico, anch'io penso che spendere 18 euro per un detergente per la casa (alias detersivo per lavare a terra) sia eccessivo, così come non chiedo diamanti a ogni ricorrenza. Però che un diamante è per sempre, ce lo ricordavano ogni volta che accendevamo la tv per vedere il Tg o leggevamo una rivista. Il profilo dell'influencer, invece, te lo vai a vedere di proposito.
- Il promoter di se stesso. E' quello che commenta per invitare il titolare del profilo e i suoi numerosi follower a seguirlo sul proprio profilo che, ha ancora pochi numeri, ma "ne vale la pena".
- Il cinico, ovvero quello al commento di cui sopra risponde, senza troppi fronzoli, "ma che ce frega".
E poi c'è la triade, tre figure che, a mio avviso, hanno un aspetto fondamentale in comune, ovvero usare il paravento dei social per dare sfogo a comportamenti che dubito avrebbero il coraggio di riproporre nella vita di tutti i giorni:
- Lo schietto. Il suo tratto distintivo è non aver peli sulla lingua, non insulta, non usa parolacce, ma quel che gli passa per la tesa lo deve dire. Convinto che un personaggio pubblico sia un po' come l'amico del cuore, gli fa domande personali, se non addirittura intime, e pubblica osservazioni che la gente normalmente terrebbe per sé. Che male c'è a chiedere, dice, sono sincero, aggiunge. Ora, caro schietto, sei sincero? Bene, allora la prossima volta che al colloquio scuola-famiglia la maestra di tuo figlio ti apparirà ingrassata, o che il tuo capo indosserà un completo che lo fa sembrare un deficiente, sii sincero e diglielo!
- Lo scurrile. Anche lui, come il precedente, non ha filtri. Parolacce, espressioni volgari, non sempre a scopo offensivo, ma perché quella è la sua cifra stilistica. Ecco, se esistesse un filtro Instagram per pulire la sua favella, sarebbe cosa assai gradita.
- Lo sgrammaticato. Con lui/lei non ci si dimentica solo l'uso dell'accento e della mutina, ma è proprio tutta la sintassi che va a farsi benedire, al punto che Champollion in persona dichiarerebbe la resa. Ora, caro sgrammaticato che mi dici 'scusa per gli errori andavo di fretta', la scrittura corretta è l'abito con cui presentiamo i nostri pensieri. Ti presenteresti in mutande a un aperitivo con gli amici? Nooo? E allora perché in mutande ci mandi i tuoi pensieri?