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giovedì 31 dicembre 2015

Morte in mare aperto e altre indagini del giovane Montalbano

Un paio di mesi fa, sulla tv pubblica è andata in onda la nuova serie del giovane Montalbano, tratta dai romanzi di Andrea Camilleri. Sono riuscita a vedere alcuni degli episodi anche se, raramente, forse solo una volta, sono arrivata alla conclusione, perché a pochi minuti dalla fine la stanchezza ha avuto il sopravvento e mi ha stecchita sul divano lasciandomi nell'incertezza sulla soluzione del caso. Sia ben chiaro, la colpa non è delle trame montalbanesche incapaci di suscitare suspense, ma della mia vita notturna frenetica, e tutt'altro che appassionante.
Il caso ha tuttavia voluto che mi venisse regalato il libro da cui sono stati tratti alcuni degli episodi della serie e ho quindi potuto colmare le mie lacune attingendo direttamente alla fonte.
"Morte in  mare aperto e altre indagini del giovane Montalbano", al contrario dei romanzi in cui il commissario di Vigàta appare in versione matura (quelli vestiti da Luca Zingaretti, per intenderci), non si focalizza su un'unica indagine, ma è composto da otto racconti brevi, ognuno con un proprio mistero da svelare. Il lessico, le atmosfere, anche i personaggi, sono quelli a cui Camilleri ci ha abituato. Cambia solo il genere, dal romanzo al racconto, e il tempo in cui si svolgono le indagini del nostro commissario.
Dimenticatevi il XXI secolo, i cellulari, Internet e l'analisi del Dna, Camilleri ci riporta indietro di oltre trent'anni, tra la morte di Sindona e l'attentato a Giovanni Paolo II, quando le spalline erano un must e il televisore aveva ancora il tubo catodico, ma i vizi degli abitanti di Vigàta, e degli italiani, coincidevano già con quelli contemporanei.
Traffico di droga, amanti che non si arrendono, uomini politici coinvolti in scandali sessuali e magistrati compiacenti, condiscono le trame di questi racconti. Otto bon bon da scartare, con il sapore classico delle storie di Montalbano ma da gustare in poco tempo così che chi, come me, non riesce a darsi pace per scoprire il nome del colpevole, deve attendere solo lo spazio di qualche pagina.
Esilarante l'inizio de La transazione, il quinto racconto della serie. Se persino io, di solito così composta e seria, non ho potuto fare a meno di sbottare in una risata, al punto da attirare l'attenzione di un curioso Ieie, vuol dire che siamo davanti a un maestro nel tirare i fili del racconto.
Bello, da far venire i lucciconi, il conclusivo Il ladro onesto. Che a sapere che in Italia ci fosse anche solo un poliziotto, e un malvivente, così, forse potresti anche ricrederti sull'animo umano. Forse potresti credere che c'è ancora un po' di speranza.



Morte in  mare aperto e altre indagini del giovane Montalbano, Andrea Camilleri, Sellerio editore Palermo









P.S.
Da segnalare che nell'unico episodio trasmesso in tv di cui abbia visto il finale, il colpevole non coincide con quello del libro. Mi sto ancora chiedendo, vista la mia scarsa lucidità serale, se in realtà non mi sia sognata tutto.

giovedì 24 dicembre 2015

Caro Babbo Natale

"Caro Babbo Natale vorrei un Clempad sette anni e Raul ça Roule macchina Cars. Mia sorella un tablet di Barbi e la scuola Playmobil".
"Fatto".
"Ma come, finisce così?".
"Ma mamma,che devo mettere?".
"Non so, un saluto. Una firma, tò, se no che ne sa chi gli scrive".
"Aspetta, aspetta, so io cosa scrivere".
"Non mi deludere, Ieie".
"Non mi deludere? E per tutte le volte che hai fatto i capricci, Babbo Natale che dovrebbe dire? Magari anche lui è un po' deluso dal tuo comportamento".
"Uffi, allora che scrivo?".
"Te lo dice la nonna cosa puoi scrivere: Grazie, Ieie".
"Grazie!?!? Ma se non mi ha ancora portato niente! Grazie di che?".

Non so se sentirmi consolata dal fatto che anche Babbo Natale, oltre a noi genitori, ha perso in rispetto e autorevolezza. Speriamo solo che domani mattina da casa nostra non parta una vibrante lettera di protesta diretta al Polo Nord.

mercoledì 16 dicembre 2015

Allarme nel presepio

Avere figli è come fare continui viaggi nel passato riassaporando memorie e sensazioni perdute. E' successo ieri, quando Ieie ha scandito il titolo della lettura assegnata per i compiti a casa. "Allarme nel presepio", ha detto, e una fioca luce si è accesa nel mio cervello, stile madeleine di Proust, e ho iniziato a pensare che quel titolo mi ricordava qualcosa, qualcosa che anch'io avevo letto nella mia infanzia.
Ora, in altri tempi per soddisfare tale curiosità avrei dovuto recarmi a casa dei miei e spulciare libri di scuola e non. Mi ci sarebbero volute settimane. Ieri, invece, sono andata di Google e ho avuto subito la risposta. "Allarme nel presepio" è un racconto aperto di Gianni Rodari. Ecco che la memoria, ripartita come un vecchio pc, mi è venuta in aiuto: si tratta di uno dei brani contenuti in "Tante storie per giocare", uno di quei libri che, nella mia infanzia, ho letto e riletto fino alla consunzione. Chissà perché, poi, a dieci anni uno ha questa strana abitudine di rileggere le stesse cose. Forse perché ti sembra di avere tutto il tempo del mondo a disposizione, o forse perché a quell'età la ripetizione ha un potere mistico e niente a che vedere con la noia.
Fatto sta che quel libro conteneva racconti con tre finali così che il lettore potesse scegliere il più gradito. Quando Ieie ha tirato fuori la fotocopia contenente la lettura (Ecco, qui devo aprire una parentesi. Perché alle elementari, pardon primaria, di oggi si fa quest'uso smodato delle fotocopie? I libri, pochi e sottili, sembrano sempre inadeguati alle esigenze didattiche. La classe di Ieie, ad esempio, non ha un testo per la grammatica e gli esercizi avvengono tramite fotocopie che quello smandrappato di mio figlio tira fuori dallo zaino, sempre che arrivino a casa, tutte sgualcite. Non sarebbe più ecologico adottare dei libri? E poi, mi viene in mente una domanda maligna. Non è che quando i testi non saranno più a carico della scuola, ma di noi genitori, improvvisa riemergerà la necessità di dotarsi di decine di volumi? Chiusa parentesi), tirata fuori la fotocopia, dicevo, ho notato che il racconto proposto era un sunto estremo dell'originale, peraltro privo di finali.
Google mi ha dato una mano ancora una volta e ho letto a mio figlio l'intera storia. A poco a poco l'immagine che un tempo mi ero fatta del racconto è ritornata nella mia mente come una foto sottratta alla polvere. La chitarrista hippy, uno degli intrusi messi dal bambino nel presepe, è riemersa col suo caschetto giallo e, prima ancora di leggerlo, mi sono ricordata che era un pupazzetto trovato in un fustino di detersivo per lavatrice (il fustino, che oggetto vintage!). Ma quel che mi ha colpito di più sono stati i finali.
All'epoca i tre finali delle storie mi sembravano tutti simpatici, sì qualcuno più bello degli altri, ma non avevo mai notato o, non so, forse non ricordavo, che invece dei tre, due erano proprio da pollice verso. Mi spiego. Nel primo finale gli intrusi, un aviatore, una chitarrista e un pellerossa, poiché non graditi agli ospiti tradizionali del presepe, decidono di andarsene. Nel secondo, per farsi accettare, cambiano e si omologano a pastori &C. Nel terzo, il re magio Gaspare riesce a riportare l'armonia facendo notare che Lui è nato per tutti gli uomini di buona volontà, senza distinzione di razza, usi e costumi.
La prima sensazione è stata di vergogna, perché quel racconto, così attuale, mi ha fatto riflettere su come spesso ci dimentichiamo di questa semplice verità. La seconda, è stata di ulteriore vergogna. E se il fatto che da bambina trovassi tutti i finali simpatici, anche i primi due, così scorretti, fosse dovuto alla mancanza di pregiudizi dell'infanzia? Se l'uguaglianza fosse stata così scontata, da trovare semplicemente buffe la fuga e il cambiamento degli intrusi?
Come si dice, Omnia munda mundis...

domenica 13 dicembre 2015

Sette

Ricordo bene la colazione di sette anni fa: panettone e caffè. La ricordo perché me lo chiesero prima di entrare in sala operatoria. Si sa, un intervento va affrontato a stomaco vuoto e io, che non mi aspettavo quel cesareo a sole 30 settimane e tre giorni, uno prima della fine del settimo mese, quella mattina aveva fatto tranquillamente colazione.
Sarebbe stata l'unica cosa tranquilla della giornata. Dopo, tra sangue e sirene, saresti arrivato tu. Improvviso, inaspettato, in un mare di cose lasciate incompiute come quella gravidanza. Un presepe fatto a metà, regali natalizi prémaman che non sarebbero serviti, e un cornetto di corallo portafortuna comprato a Napoli e giunto troppo tardi.
Sei arrivato così, in una bella giornata di sole dicembrino, con un cielo terso come quello che oggi sembrava voler festeggiare il tuo settimo compleanno. Sei arrivato e sei rimasto due mesi in ospedale, a farmi sentire una madre a metà: con un figlio neonato, ma libera di fare tardi la sera. Mi chiedo spesso quanto questo abbia contribuito a determinare i nostri rapporti.
Ultimamente non facciamo che discutere. Mi sembra di essere in una perenne preadolescenza, con te che ti adombri, non ascolti e provochi ed io che mi tormento dietro ai tuoi silenzi, mi sgolo e minaccio. Lo so che sei fatto così, son fatta così anch'io, siamo due ipersensibili pronti a scattar su alla minima avversità e di ogni pozzanghera facciamo un fossato, ma leggere tra i tuoi silenzi e musi lunghi non è per niente facile.
Vorrei che ti arrivasse presto il dono di capire che non siamo trasparenti, e che l'ineffabile non può essere compreso, nemmeno da chi ci ama di più. Vorrei che ti arrivasse presto il dono del coraggio, il coraggio di dire cosa ci fa star male, anche quando rischiamo di sembrare assurdi.
Eppure c'è ancora qualcosa di quel bambino boccoloso, quel frugoletto con cui passavo tanti pomeriggi complici prima che, duenne, fosse investito suo malgrado del ruolo di fratello, e bambino, grande. Lo vedo in quegli slanci affettuosi, anche quando non sono per me. Lo vedo nell'ingenuità con cui ti entusiasmi per Buzz e Woody, al punto di averli voluti sulla tua torta di compleanno per mostrarli ai tuoi amici che non conoscono i cartoni Disney. Lo vedo nella fanciullezza con cui ti trastulli nei tuoi pensieri di settenne che non ha fretta di sembrare più grande. Lo vedo nell'entusiasmo con cui hai atteso questo tuo compleanno, al punto da annunciarlo anche alle persone con cui non hai molta confidenza, in barba alla tua timidezza, perché "sono contento di dire che è il mio compleanno".
Allora buon compleanno, amore. Noi, tra festa, inviti, dolci e personaggi di Toy Story, abbiamo fatto il possibile. Spero sia stato davvero un giorno speciale, un giorno senza fossati, né pozzanghere, ma solo con un bellissimo sole.

martedì 1 dicembre 2015

Un giorno qualunque

Un giorno qualunque è quello in cui, per caso, da una delle tante chat whatsapp che ormai popolano il tuo smartphone (di classe, di catechismo, di danza, degli amici e sottogruppi di amici), ricevi un messaggio: "Perdete tempo a giocare coi vostri figli. Il tempo che si dedica alla famiglia non è tempo perso". Il messaggio non  te l'ha mandato direttamente il papa, autore della frase, ma tant'è, lascia il segno uguale. E non puoi fare a meno di pensare mortificata a tutti i sono stanca, non ho tempo, devo finire qui, non vedi che sto facendo?, che quotidianamente ti sfuggono davanti alle richieste dei tuoi figli.
Un giorno qualunque è quello in cui, ripensando al messaggio, quando tuo figlio ti chiede "Dopo i compiti facciamo qualcosa insieme?" rispondi prontamente di sì.
Un giorno qualunque è quando giochi a Twister, che a tuo figlio piace tanto. Un giorno qualunque è quando vi mettete a fare le tagliatelle, quelle vere, all'uovo, precise precise grazie alla macchinetta a manovella che tira e affetta la sfoglia, altro "gioco" molto gradito, per poi mangiarle e scoprire che sono buone.
In un giorno qualunque vedi tuo figlio sereno e felice come non succede da tempo.
In un giorno qualunque ti sembra il bambino più buono del mondo.
In un giorno qualunque ti senti, se non la migliore madre del mondo, quantomeno una madre accettabile.

venerdì 27 novembre 2015

A colloquio

Tu pensi che sia estroversa, che giochi e parli con gli altri bambini libera dalle timidezze che caratterizzano la sua famiglia. Perché lei è una che chiacchiera sempre. E ti racconta cosa ha fatto alla materna con i compagni di scuola. Perché, quando aspettiamo Ieie all'uscita dalla primaria, se c'è qualche amichetto lo raggiunge a giocare, prima ancora che la chiamino festosi per invitarla a unirsi a loro. Perché, guai a perdersi un compleanno, lei è sempre in prima linea.
Poi scopri che si è aperta molto (Davvero, rispetto a quando?), anche se mantiene un carattere più riservato rispetto agli altri compagni.
Per te è la piccola di casa, con la voce da Masha e il dito in bocca, una bambolina in mezzo al resto dei bambini, un pupazzetto in cerca di coccole. Imprigionata nel suo ruolo di figlia piccola, così come il fratello maggiore è costretto ad essere il bambino grande da quando aveva due anni.
Invece ti dicono che è cresciuta, molto, e si vede. Qualcuno, non ricordi nemmeno chi, suggerisce che, benché sia la più piccola della classe, la differenza con i compagni non si noti.
A te racconta di un compagno nuovo, è il mio fidanzato, aggiunge orgogliosa, e quanto più la mamma l'ammonisce di smetterla, tanto più lei lo ripete. M. ha fatto questo, M. ha fatto quello. Sai che mi dice M.? E P.? domandi. Il famoso P., amichetto speciale dal primo anno che fine ha fatto? E' cattivo, risponde, mi tratta male. Bé, se la tratta male.
Sì, però poi salta fuori che lei e P. siedono accanto, si danno coraggio l'uno con l'altra, sono gli stessi amici di sempre. Forse, M., che ha una carattere esuberante e aperto, esercita un certo fascino. Chissà.
Dai colloqui con le maestre emergono sempre i figli che non ti aspetti. Tu li vedi in un certo modo, ti fai un'idea di loro, ma poi chi li osserva vivere la loro vita fuori dalla famiglia, ti restituisce un'immagine diversa da quella che, come genitore, avevi costruito.
Con la Lolla, poi, il gioco è scontato. Troppo diversa da me perché io possa districarmi nella matassa del suo io. Non è come Ieie, che mi riflette nei gusti, nel carattere, nel relazionarsi con gli amici, nel modo di pensare e persino nelle fissazioni. Lui è me, solo declinato al maschile, e a volte lo capisco talmente bene che mi sembra di essere nella sua testa e di leggergli nel pensiero.
Ma lei è un libro da decifrare, una strada da percorrere, un racconto sconnesso (come quelli che spesso fa) da seguire, oppure no. E' un punto interrogativo, il più grande a cui debba rispondere.
Da chi mai avrà preso?

martedì 17 novembre 2015

Lo spazio bianco

Mio figlio è nato prematuro. Per una placenta previa che a 30 settimane e 3 giorni ha dato forfait e costretto me a un cesareo d'urgenza e lui a quasi due mesi di Utin. Non è una cosa di cui parlo spesso, almeno adesso. Prima no, mi snocciolavo in testa tutta la storia per giustificare, a me e agli altri, il fatto che fosse più piccolo dei neonati della sua età, il fatto che tardasse a stare seduto e a camminare.
Poi a un certo punto non ci ho pensato più. E non solo perché le lacune erano state colmate, ma soprattutto perché non avevo più il diritto di rivangare questa storia.  Mio figlio ce l'ha fatta, tanti altri bimbi che entrano in Utin non ne escono più, come posso, allora, lamentarmi per non aver portato a termine la gravidanza?
Eppure quel ricordo di fili, allarmi e incubatrici ogni tanto fa capolino. Ogni volta che Ieie ha qualche difficoltà mi chiedo "E se, invece?". Ma sono domande che non avranno mai risposta.
Fu forse per questo, per quelle domande che rimarranno disattese, che pochi mesi dopo la nascita di Ieie andai a vedere al cinema Lo spazio bianco, il film di Francesca Comencini tratto dall'omonimo romanzo, che narra proprio la storia di una madre single alle prese con una gravidanza prematura e con i dubbi tipici di questa esperienza, "Il fatto è che mia figlia (...) stava morendo, o stava nascendo, non ho capito bene: per quaranta giorni è stato come nominare la stessa condizione".
Cercavo empatia, e cercavo risposte. Il film mi piacque, ma in verità a quel tarlo che mi mordeva dentro non seppe rispondere. E così che adesso, sedimentati i ricordi, ho deciso di leggere i libro di Valeria Parrella, per cercare quel qualcosa in più che mancava al film.
La storia è la stessa. Maria, una "primipara attempata" (definizione che mi sono beccata anch'io alla mia prima gravidanza a 31 anni) di 42 anni, sola, partorisce prematuramente la sua bimba, Irene, e da lì comincia il calvario dell'andirivieni al reparto di Terapia intensiva neonatale. la routine di lavaggi e camici sterili, il trovarsi fianco a fianco con altre madri i cui bimbi dormono accanto al proprio in attesa di remoti progressi. Maria viene risucchiata in una nuvola di nebbia da dove il mondo esterno, con i suoi impegni, gli amici, la routine, assume sfumature incerte, per non  apparire più come prima.
Mi sono buttata a capofitto nella lettura, stupita dalla bravura della Parrella che, non so se ci sia passata, ma ha dipinto alla perfezione come si sente una madre con un figlio prigioniero delle macchine e del reparto, un reparto a cui devi tutto, ma in cui non riesci a sentirti a casa.
Ho amato la prima parte del libro, ma a un certo punto mi sono sentita spiazzata, perché la storia vira e si arricchisce di altri elementi. Il passato della protagonista, la scuola serale dove lavora e soprattutto la città di Napoli. Ci sono poi dei passaggi che ho sentito estranei. L'invidia per i progressi degli altri bimbi ricoverati, l'insofferenza per le visite domenicali concesse ai parenti, no io tutto questo, nonostante la depressione che mi avvinghiava, non l'ho provato e non l'ho trovato nemmeno nelle altre madri. Anzi, ho visto molta più solidarietà là dentro che in altri posti.
Devo essere sincera, alla fine mi sono un po' persa e sentita tradita, probabilmente perché avevo delle aspettative che non sono state del tutto soddisfatte. Mi aspettavo un racconto solo sull'Utin, ma così non è. Lo spazio bianco è la storia di una vita che viene stravolta dalle circostanze, ma è anche una storia di Napoli, una Napoli ripresa nei suoi scorci più squallidi, ma inaspettatamente piena e luminosa di vita.
Alla fine, anche dalla lettura sono emersa con un senso di incompiutezza. Ancora mi mancava qualcosa che nemmeno il libro era riuscito a darmi. Un senso, una spiegazione a questa, alla mia vicenda. Ma forse la verità è che ho posto la più classica delle domande che affligge chi è colpito dal dolore, a chi dopotutto non è tenuto a darmi una risposta.
Perché a me? Perché a mio figlio?

Lo spazio bianco, Valeria Parrella, Einaudi

sabato 14 novembre 2015

Momenti

Quell'11 settembre di quattordici anni fa ero una neolaureata. Sedevo al computer della mia cameretta stilando curriculum e pensando al test del giorno successivo, quando la radio raccontò di un aereo, anzi due, che si infilavano nelle Torri gemelle. Corsi a svegliare mia madre. Poi accesi il telegiornale.
Per molto tempo un sogno ricorrente turbò le mie notti. Ero al paesello, mi tuffavo nelle acque cristalline del mio mare che rivelavano tutto lo splendore dei fondali prima che il porto ne facesse scempio. Ridevo e scherzavo con gli amici di una vita quando un aereo, enorme, improvviso, si schiantava nell'acqua trasparente. E io correvo tra gli scogli cercando di lasciare più spazio possibile tra me e quel mostro.
In quel periodo la sorella seienne di una mia amica, pur non capendo esattamente cosa fosse successo, scoppiava a piangere ogni volta che la tv riproponeva l'immagine di Bin Laden.

Stavo facendo colazione prima di prepararmi per il lavoro, rincantucciata sulla sedia, la schiena poggiata al muro e una tazza in mano, quando quell'11 marzo il quattordici pollici a tubo catodico della cucina di Roma mi rovesciò addosso le immagini della stazione di Atocha. Patricia tenia 6 meses, un cartello vibrante di indignazione che ricordava la vittima più piccola dell'attentato, s'incuneò nei miei ricordi con uno strascico di dolore indicibile.

Un anno dopo ero appena entrata in ufficio e cercavo affannosamente di reperire notizie sulle bombe scoppiate a Londra da un pc capriccioso che faceva le bizze per accendersi. Dovevo essere già un po' assuefatta a tutto quell'orrore, perché ben poco, a quel punto, si tatuò nella mia mente.

Ieri sera stavo guardando un film su Marylin Monroe, stupita di scoprire che la diva tramandata ai posteri come bella e bionda, nonostante le sue fragilità fosse anche frizzante e simpatica. E intelligente. E' stato allora che un'edizione del Tg ha interrotto la trasmissione e ho sperato che non fosse per qualcosa di tragico. Fai che abbiano catturato un superlatitante, che abbiano liberato un prigioniero. Va bene anche un crollo generalizzato delle borse o la caduta del Governo e lo scioglimento concomitante del Parlamento, ho pensato.
Ci sono momenti della vita che rimangono impressi per sempre. Anche da vecchia, la fotografia perfetta di quell'istante si riproporrà davanti ai tuoi occhi in tutti i suoi minimi particolari. Che tu sia stata in ciabatte o elegante e ben vestita, nolente o volente quel momento entrerà così com'è nel bagagliaio della memoria.
Ma la verità è che vorresti ricordarti di quando hai guardato per la prima volta i tuoi figli negli occhi. Di quando un'amica ti ha confidato emozionata di portare in grembo un bambino tanto atteso. Di una cena organizzata per annunciare un matrimonio. Vorrai ricordarti della laurea di tuo figlio. Di tua figlia che ti racconterà, emozionata, che stai per diventare nonna. E sarai pronta a portarti addosso la memoria di una tromba d'aria che ti ha messo paura, di nubi umide che si addensano su di te prima di un temporale, di un'alba dal tetto di casa dopo una notte di bagordi o di lacrime irrefrenabili versate a letto per un amore finito. 
Sono stanca di fermare nei ricordi istanti banali della mia vita, promossi al rango di immortalità solo perché squarciati da notizie di bombe, attentati e carneficine. Non è questo che voglio portare con me nell'età matura.

Ero in ferie al paesello quando un maledetto commando prese in ostaggio dei bambini nel loro primo giorno di scuola, a Beslan, una cittadina sconosciuta dell'Ossezia del Nord. Ero già al lavoro quando, tre giorni dopo, i giornali riportavano l'esito del blitz ordinato da Mosca per liberare i prigionieri. Il gigante e Aliona. Una foto con la sua didascalia si depositò tra gli altri ricordi di quel massacro. Un militare enorme che usciva dalla scuola portando in braccio una bambina di circa un anno. Una bimba dal viso angelico, bellissima. E viva.
Chissà se almeno Aliona, che era così piccola e che di quei giorni avrà capito ben poco, è stata preservata dalla dittatura dei ricordi.

giovedì 12 novembre 2015

Amo avere una mamma

Nei giorni scorsi, "approfittando" dei suoi malanni, la Lolla è rimasta a casa con la mamma, mentre Ieie e il papà presenziavano a una cena di famiglia. E' stato un momento raro, in cui ha avuto l'esclusiva delle attenzioni materne. Lei, che da sempre ha dovuto condividermi col fratello, quando addirittura non veniva messa da parte perché i giochi scelti erano troppo difficili per la sua età. Lei che, per questo, è bravissima ad autointrattenersi e poco propensa a chiedere la mia compagnia.
E' stato, soprattutto, un momento bellissimo per entrambe in cui, aldilà del sentirsi figlia unica, ha potuto scoprire che ci sono cose, finora mai sperimentate, che si possono chiedere, e ottenere, e dai risvolti estremamente divertenti.
-Far finta di avere una mamma-bimba, e imboccarla con frittate improbabili multicolore al gusto di muccio, cacca e altri ingredienti rivoltanti che fan fare tante smorfie alla mamma.
-Saltare e ballare sul tappeto ridendo come matte, al suono di "Si viene e si va" di Ligabue.
-Curare, coccolare e mettere a nanna Cicciobello. Insieme.
E poi, buttarsi al collo della sottoscritta, e dirle "Io amo avere una mamma".
Che, di questi tempi, è già qualcosa.
Basta che tra qualche anno, quando cadrà la lente di perfezione con cui nell'infanzia guardiamo ai nostri genitori, non cambi idea e non desideri vedermi fuori dalla sua vita.

mercoledì 4 novembre 2015

Circoli viziosi

Anni fa, un bel po' di anni fa, c'era un film in cui un uomo al risveglio riviveva ogni volta la stessa giornata. Non lo vidi, me lo raccontarono solamente, e tanto bastò a tenermene lontana perché l'idea di un futuro sempre uguale a se stesso mi rendeva ansiosa.
Ecco quindi che nell'ultimo mese, come su un ottovolante dal quale è impossibile scendere, mi sono ritrovata a rivivere sempre gli stessi problemi chiedendomi se, e quando, sarebbe stato possibile scendere.
Abbiamo tirato fuori il termometro dal cassetto e, come sempre succede quando riemerge dopo il letargo estivo, non l'abbiamo più rimesso a posto. Che dire, con due bambini dovrei esserci abituata, ma purtroppo da due anni a questa parte il termometro rispunta sempre prima, il che significa che passo buona parte della mia vita reclusa a casa a far sempre le stesse cose, come l'uomo del film, programmando come sbrigare tutti gli arretrati non appena ci sarà profumo di guarigione, per poi smaltirli con frenetica ossessione.
Ottobre è stato anche il mese dei risvegli, sì quelli di mio figlio che, con una certa costanza, ha ripreso ad alzarsi la notte per motivi imprecisati. Ci viene a chiamare, quando va bene solo una volta, e se proprio vuole darti una spiegazione ti dice che non riesce a dormire, altrimenti ti guarda muto, cosa che alle tre del mattino non ti rende proprio felice. La situazione spesso degenera quando il padre fa il turno di notte, allora, in certi casi, è stato capace di rimanere sveglio tutta la notte.
Mi sento dire che è colpa mia, che non so rassicurarlo, che lo carico di ansia e lui si agita ancora di più. Io cerco di mantenermi calma, però, ecco, mi è capitato di farlo dormire a letto con me e di essere svegliata ogni ora al solo scopo di verificare che non me ne fossi andata. Allora, che dire, io non ce la faccio a rimanere calma.
Un po' perché sono preoccupata e mi chiedo se non ci sia qualche problema, se non sia il caso di rivolgermi a uno specialista, un po' perché ultimamente mi sento uno straccio e mi capita di poggiare la testa e di cadere in coma. Addormentarsi mentre dal parrucchiere ti lavano i capelli non è il massimo. Specie alla mia età. A me, poi, il non dormire mi mette di cattivo umore, vedo tutto nero e mi sento il cervello offuscato, le forze che vengono meno e non ho voglia di fare un bel niente, neanche ciò che mi piace. Sono uno zombie, ecco.
La ciliegina sulla torta, poi, è stato un tubo otturato con cui le mie affittuarie mi hanno torturato con cadenza quindicinale, sempre all'ora di cena poi, giusto per strozzarmi il boccone in gola.
Mi chiedo quando tutto questo finirà, perché a volte ho la sensazione di essere in una trappola, una specie di supplizio di Sisifo: quando i problemi paiono risolti e le cose volgono al meglio, è proprio allora che sono in allerta a chiedermi quando il masso rotolerà giù di nuovo.

mercoledì 14 ottobre 2015

La forma dell'acqua

Non avevo mai letto Camilleri. Non è una rivendicazione d'orgoglio, né una giustificazione, solo un dato di fatto.
E' che io sono sempre stata un po' diffidente per tutto ciò che piace al grande pubblico. Come quando, adolescente, ero l'unica della classe a non portare l'Henri Lloyd. Mi ricordo che ci riversavamo fuori dalla scuola, una fiumana di giacche multicolori rigide come cartapesta, tutte uguali. Tranne la mia. Non lo facevo per snobismo o anticonformismo, solo che ho sempre voluto ciò che piaceva a me, e non ciò che piaceva agli altri. Per questo ho atteso tanto tempo prima di leggere Harry Potter (poi l'ho adorato, però) e per questo, pur avendo visto più di uno sceneggiato di Montalbano e averli trovati carini, ci son voluti anni prima di approdare a uno dei suoi libri.
Son partita dall'inizio, però, da quel La forma dell'acqua, in cui il commissario siculo più famoso d'Italia fa la sua apparizione in maniera diretta e senza troppe presentazioni: "era di Catania (...) e quando voleva capire una cosa la capiva". E' così che troviamo Salvo Montalbano alle prese con la morte di un influente uomo politico locale, una morte per cause naturali ma che, per il contesto in cui è avvenuta, dà adito a perplessità e pettegolezzi a iosa, che, dopotutto, siamo in un paesino del Sud Italia. A farne le spese una vichinga, bionda e spregiudicata, quella Ingrid che ritornerà in altre indagini Montalbanesche, che in quanto bella e straniera è il capro espiatorio perfetto. Ma Montalbano lo sa che all'acqua si può dare qualsiasi forma, e riuscirà a sbrogliare una matassa in cui quello che è, quello che sembra e quel che si vuol far credere, si intrecciano e si confondono per molteplici motivazioni.
No, in questo primo romanzo non sentiremo "Montalbano sono", Camilleri non ci dice se il nostro commissario è calvo, alto o magro. Se è bello o perché tutte le donne cadono ai suoi piedi. Troveremo solo personaggi che parlano, perché La forma dell'acqua è un romanzo di dialoghi, più che di fatti, e i protagonisti danno corpo alla loro personalità muovendosi sotto i nostri occhi.
D'altronde la scrittura di Camilleri è profondamente musicale (ricordo che in un'intervista di qualche anno fa, lo scrittore spiegava che completata una pagina, deve rileggerla ad alta voce per sentire se "suona bene"), pregna di quel dialetto siculo che è stato, tra l'altro, una delle cause che per tanto tempo mi hanno tenuta lontana dai suoi lavori. Devo dire che invece La forma dell'acqua scorre con estrema facilità e basta poco per padroneggiare la lingua di Camilleri come un abitante di Vigàta. Ma è anche vero che, sbirciando in lavori successivi, ho notato che le difficoltà del testo (e del dialetto) aumentano. Vedremo. Che, come capita quando mi ricredo, ho già pronte altre indagini sul comodino.

La forma dell'acqua, Andrea Camilleri, Sellerio editore

martedì 13 ottobre 2015

Pazzi che crescono

Una domenica mattina a colloquio con la nonna materna. Dopo una delle innumerevoli bizze degli ultimi giorni, fatte di dispetti a tutto e tutti, lanci di oggetti alla minima contrarietà, ruggiti e rotolamenti per terra. La nonna, col tono maturo e pacato di chi spiega un fatto a una persona altrettanto matura:
"Ieie non devi fare il pazzerello, che ormai sei grande".
Lui, calmo ma tranchant, "Nonna, io quando cresco divento ancora più pazzo di quanto sono adesso".
"E perché mai?".
"Io li ho visti a scuola mia i bambini più grandi, e sono molto più pazzi più di me".

Le cose sono due: o cambio scuola e lo mando al collegio militare o appalto la sua educazione a qualcuno più bravo di me nel rispondere a tono.
Anche mia madre è rimasta senza parole.

giovedì 8 ottobre 2015

L'uomo primitivo

La mia amica Mary li chiama gli angeli custodi. Sono quelle persone sconosciute che, in un momento di sconforto, inaspettatamente ti danno una mano per poi scomparire e non farsi rivedere mai più. Lei vanta un paio di casi simili, a me è capitato poco tempo fa, quando un signore di mezza età barbuto e gentile, ha intrattenuto i miei figli e quelli di alcuni amici mentre attendevamo di visitare la grotta del Romito, un sito archeologico dove sono state rinvenute sepolture umane risalenti a quasi 20mila anni fa.
C'era un bel sole e un albero carico di noci. Io, di umor nero per un problema che mi porto dietro da mesi, acuito da una notte insonne a causa dei terrori di Ieie, non avevo alcuna voglia di accontentare i bambini che mi chiedevano di raccoglierle. Questo signore, invece, si è seduto sotto le fronde dell'albero a sgusciare noci e spiegare loro cos'è il mallo e come va aperto.
Non so se fosse un angelo, aveva pure una moglie, gli angeli ne sono provvisti? Ma nel mentre che i piccoli mangiavano e io venivo presa dal rimorso, perché perfino uno sconosciuto sapeva essere più gentile di me con i miei figli, il signore ha raccontato loro la storia di uno degli scheletri ritrovati nella grotta, seppellito, come tutti gli altri, in coppia. Parlava ai bambini, ma ho il sospetto che mirasse anche a noi adulti, perché mi ha fatto molto riflettere.
Si tratta di uno scheletro particolare, di un uomo affetto da una disabilità agli arti inferiori che gli impediva di camminare, un problema non da poco in una società che viveva di caccia. "Il gruppo, però - spiegava il gentile signore - non lo abbandonò e gli trovò un'altra occupazione. Sapete da cosa si capisce?".
...
"Dai denti. Esaminando la sua dentatura consumata, gli studiosi hanno scoperto che quest'uomo aveva il compito di lavorare con la bocca le pelli degli animali cacciati. Questo dimostra che pur essendo uomini primitivi, avevano già un senso profondo della comunità. Nessuno veniva abbandonato".
Ecco.
E adesso chi lo dice alla mia amica che da questa estate lotta perché il figlio abbia l'insegnate di sostegno che per diritto gli spetterebbe?
Chi glielo dice che,  persino nelle comunità di 16mila anni fa, una persona in difficoltà non veniva abbandonata, mentre oggi la mamma di un seienne si deve sentir dire dalla preside "signora deve andare a fare pressioni in provveditorato" come un don chisciotte armato solo della disperazione?
Com'è che gli uomini "primitivi" sapevano cogliere le capacità del singolo, mentre adesso un bimbo con problemi di apprendimento, che pure se seguito è in grado di fare le cose come e meglio degli altri, viene considerato un peso? Perché la sua mamma deve arrivare a perorare il suo "non essere pazza" di fronte ai moniti della preside a darsi una calmata?
Ecco, io penso al Romito che, incapace di muoversi, si sentì comunque parte integrante e utile (e amata) della comunità. E mi chiedo: chi sono i veri primitivi?

venerdì 2 ottobre 2015

Weekend sul Pollino #2

Il giorno due del nostro weekend sul Pollino si è aperto con un'escursione nel Parco nazionale. Essendoci documentati, sapevamo che esistono decine di itinerari (tra le gole, lungo i torrenti, sulle cime più alte), ma ahimè molti non adatti ai bambini e anche a noi genitori, gente di pianura poco avvezza alla montagna. Alla fine, con la coda tra le gambe, abbiamo ripiegato sul più semplice, quello che parte dal rifugio De Gasperi in località Piano Ruggio.
Il punto di partenza della nostra escursione

Tra valli, boschi, valli e ancora boschi

siamo arrivati alla fine del percorso (quasi commossi per esserci riusciti) e lì, oltre ad ammirare il pino loricato, un albero secolare rarissimo in Italia ma presente nel Parco e del quale è simbolo, ci siamo concessi un pic nic.
Il pino loricato
L'itinerario, facilmente individuabile perché tracciato su sassi e tronchi, è stata abbastanza agevole, fatta eccezione per un punto in pendenza nel bosco dove devo ringraziare tronchi sottili e sconosciuti che mi hanno sostenuta, impedendomi di non scivolare sulle foglie bagnate e sui funghi.
Il tratto più arduo del percorso
Un altro ostacolo che ci ha tenuto in allerta, erano i mucchi di letame lasciati a valle dalle mandrie che pascolano nei dintorni e dai cavalli degli escursionisti. Eravamo terrorizzati che qualcuno dei nostri figli ci finisse dentro, ma per fortuna li abbiamo riportati a casa puliti e profumati.
Al ritorno abbiamo preso una scorciatoia che taglia l'itinerario e sbuca sulla strada asfaltata, ma nonostante l'éscamotage, alla fine abbiamo percorso oltre sette chilometri che tutti i bambini hanno fatto senza (quasi) lamentarsi.
Ora, sebbene io sia più un'amante dei viaggi nelle grandi città (mi piace bearmi dell'architettura di posti nuovi, visitare chiese, musei e gallerie d'arte, spiare la vita altrove, lo struscio nelle vie del centro, le vetrine di prodotti locali), e meno di quelli naturalistici (a meno che non si tratti di mare), questa esperienza non mi è dispiaciuta. La montagna in "verde" (che non conoscevo e desideravo far sperimentare ai bambini) ha il suo fascino, fatto di cieli sconfinati racchiusi fra vette e cime,
di silenzi ricamati dai ronzii degli insetti,
di momenti di tensione, quando nel buio imperlato dei boschi ti chiedi se sbucherà un lupo o un cinghiale (e va bé, siamo gente di pianura). 

Quello che manca, per i miei gusti, è la storia, storia nel senso di avvenimenti umani che abbiano lasciato una traccia, un segno, un cambiamento visibile nel tempo, ma insomma, questo snaturerebbe l'elemento naturalistico, nonché toglierebbe senso al viaggio in sé.
La giornata ha infine riservato una sorpresa assai gradita ai bambini. Mentre eravamo nel museo di Rotonda per vedere i resti di un elefante del Pleistocene, siamo stati intercettati da un signore gentile (probabilmente contattato dalle addette del museo quando hanno visto arrivare i piccoli) che ci ha invitato a salire con lui al piano di sopra.

Abbiamo così scoperto che il museo custodisce un enorme plastico di una stazione ferroviaria, arrivato fin lì per alterne vicende e rimontato e manutenuto dal gentile signore. Oltre a raccontarci la storia della stazione in mignatura, ne ha illustrato il funzionamento ai bambini, ma soprattutto ha dato loro palette e cappelli da capostazione e...li ha fatti giocare con i trenini. Sì, hanno fatto partire i convogli, li hanno fermati, hanno manovrato da soli la pulsantiera e questa cosa li ha ovviamente elettrizzati. In più, nonostante fossero cinque piccole pesti smaniose di controllare i treni, sono riusciti a non litigare perché ognuno ha avuto il suo tempo a disposizione. Ho trovato l'idea molto carina e intelligente, un modo per avvicinare anche dei bambini piccoli come loro (dai tre ai quasi sette anni), a un ambiente che di solito non si ritiene adatto a loro.
Immagino che dopo questa esperienza, i miei figli saranno entusiasti di andare al museo. Spero solo di poterne approfittare quanto prima!


lunedì 28 settembre 2015

Weekend sul Pollino #1

Vivendo in uno dei pochi posti completamente piatti d'Italia, mi dimentico che il nostro Paese è per lo più montuoso. Che è fatto di borghi sospesi o incastonati dalle salite acciottolate; di tornanti in bilico sul nulla dall'asfalto sconnesso a causa di piogge e smottamenti; di frazioni isolate dove, quando nevica, la quotidianità si svolge in una strada tra una manciata di volti amici. Mi dimentico anche di quanto mi incuriosisse la vita in questi posti dove un tempo l'isolamento era dettato dalle difficoltà di reperire il segnale radiotelevisivo e oggi dalla lentezza, o dall'assenza, di quello digitale. Con buona pace della globalizzazione.
A rinfrescarmi la memoria ci ha pensato una gita sul Pollino nel fine settimana che ha preceduto l'inizio della scuola. Erano più di vent'anni che non andavo in montagna e mai prima di allora, mi era capitato di andarci con la bella stagione. Sarà per questo, o perché le vette del Parco differiscono dalle Alpi e dal Gran Sasso, che ho visto scenari nuovi per i miei occhi. In più, devo ammetterlo, non ero mai stata in Basilicata se non di passaggio, pensando, con errore e presunzione, che non ci fosse granché di interessante. Ho scoperto invece che la Regione offre panorami affascinanti ed è puntellata di piccoli borghi, ognuno con una storia e una curiosità da mostrare. Che il parco del Pollino, a cavallo tra Basilicata e Calabria, è il più grande d'Italia (chi se lo immaginava?), che la sua vetta più alta, dal nome Dolcedorme, supera i 2.000 metri (700 metri in meno del Corno Grande sul Gran Sasso) e che le attività (acquatrekking, rafting, arrampicate) e le escursioni sono talmente tante che un weekend non basta nemmeno per la metà.
L'occasione è stata anche un modo per riappropriarsi dei viaggi in comitiva, aboliti dopo la nascita dei bambini, e resi nuovamente possibili dalla compagnia di famiglie con figli della stessa età dei nostri. La presenza di amici di grandi e piccoli ha reso la vacanza più piacevole per tutti e se è vero che la convivenza, o quanto meno la vicinanza persistente, può scatenare scintille anche nei rapporti più consolidati, in questo caso tutto è stato estremamente easy.
Il nostro weekend è iniziato al Mulino Iannarelli in una frazione di San Severino Lucano, paesino che per motivi di tempo abbiamo solo attraversato in auto, ma che mi è sembrato molto curato e ordinato con le sue insegne di legno in perfetto stile montanaro. Al Mulino, che offre anche alloggi, abbiamo mangiato divinamente a prezzi onesti e i bambini si sono divertiti a catturare le mini rane che si confondevano nel verde del prato (poi le hanno liberate, però!). Nelle vicinanze, oltre al fiume, ci sono delle cascatelle da vedere, sebbene in Basilicata ne esistano di più grandi e suggestive.

Le cascate vicino al Mulino Iannarelli
In cerca di qualche itinerario sulla strada per Rotonda, dove ci aspettava il nostro alloggio, ci è stato consigliato il santuario della Madonna del Pollino, centro di grande devozione locale che si raggiunge salendo fino a 1.500 metri con la macchina tra boschi immaginifici tappezzati da minuscoli ciclamini lilla, con i raggi del sole trattenuti dal verde della vegetazione. Il santuario, da quel che ho capito, è aperto solo nella bella stagione, e noi siamo capitati nell'ultima settimana utile. Oltre ai luoghi di culto ha una bellissima passeggiata panoramica che a tratti, per mancanza di recinzione, può dare un po' alla testa, ma che permette di ammirare tutta la valle del Parco.
La valle vista dal Santuario

Ciclamini spontanei

Devo ammettere che lassù, ma anche il giorno dopo in giro per il Parco, ho rimpianto le mie scarse cognizioni botaniche e di geografia fisica. Mi sarebbe piaciuto dare nomi a piante e fiori, spiegare ai bambini la vita del bosco, la differenza tra un ruscello, un torrente e un fiume, ma, oltre al fatto che non ricordo di aver mai studiato niente di simile a scuola, essendo cresciuta tra il mare e l'arida pianura, la mia ignoranza è giustificata.
In serata siamo giunti nella frazione di Rotonda dove sorge l'agriturismo che avevamo scelto per soggiornare. Si tratta di una struttura adagiata nella valle con un panorama fatto di tutte le sfumature del verde, casette che sembrano ancorate sui pendii e orticelli colorati dove la melanzana rossa, specialità locale, fa da padrona.

Dalle recensioni su Tripadvisor sapevamo che la titolare aveva un carattere...particolare. In effetti, può sembrare un po' ruvida e ha delle uscite talvolta infelici, tuttavia ci ha fatto, inconsapevolmente, divertire. Proprio per le nostre innocenti risate, e per evitare di offendere qualcuno, evito di citare il nome del posto, consigliatissimo per altro, per comfort, prezzi contenuti e pasti ottimi e abbondanti a base di zucca, tartufo, funghi, melanzana rossa e cinghiale.
Siamo andati a dormire con la panza più che piena. Il giorno dopo ci aspettava il Parco del Pollino.

venerdì 25 settembre 2015

Cecità maschile

L'altro giorno, per togliere un neo, ho lasciato i bambini dai miei senza troppe spiegazioni. La sera, poiché i pantaloncini del pigiama lasciavano vedere la medicazione sulla gamba, la Lolla prima di andare a letto mi ha chiesto cosa mi fossi fatta. Mi ha fatto sorridere che Ieie, al quale avevo dato la buonanotte poco prima, pur essendo una gran osservatore per di più iper-recettivo, non se ne fosse accorto. E mi sono ricordata di quando, l'anno scorso, mia zia raccontava di aver avuto un momento di malessere di fronte ai nipoti. Niente di che, un po' di tachicardia che l'aveva portata a sedersi per riprendere fiato. Fatto sta che il quindicenne aveva continuato pacificamente a farsi i fatti suoi, la piccola di sette anni, invece, intuito che c'era qualcosa che non andava, le aveva chiesto se si sentisse bene. "Potevo pure svenire - diceva mia zia - e quello non se ne sarebbe accorto".
Ultimamente mi sono arrivate alle orecchie un po' di battute sull'impossibilità, per l'uomo, di trattare con una donna che ha un problema. La sostanza è questa, che lui si mostri o meno interessato a ciò che l'affligge, quella troverà il modo di biasimarlo. Perché, anche in caso di interessamento della controparte maschile, la donna risponderà di non avere niente, salvo poi risentirsi con lui per mancanza di sensibilità. 
Ora, saremo anche nevrotiche e incontentabili, e va bene se il marito, il compagno, il figlio o chi per loro, non si accorge che i nostri capelli corvini sono diventati improvvisamente biondo platino, però, ecco, in alcune situazioni che definirei lapalissiane, chiedere "Cos'hai?" è superfluo, e non servono i superpoteri per capirlo da soli. Per questo, e non perché siamo nevrotiche, talvolta la risposta è "Niente". Perché non possiamo ridare la vista a un cieco.

giovedì 24 settembre 2015

La maestra di prigione

"Mamma, la maestra di prigione ci ha raccontato che quest'estate i ladri sono andati a casa sua e le hanno rubato gli orecchini e la collanina".
"La maestra di prigione?".
"No! Di PRRIgione!".
"Di prigione".
"Nooo. PRI-GIO-NE".
"...Di religione??!".
"Sì, di religione".

Data la sua persistente tendenza a storpiare le parole, non so come la Lolla potrà affrontare la prima elementare, alias primaria, il prossimo anno.
Però in effetti, che la maestra di prigione fosse stata derubata dai ladri, aveva un suo perché.

mercoledì 23 settembre 2015

Fine dell'estate

Cose che non mi piacciono, quando finisce l'estate:
- dover stirare i capelli con spazzola e phon in quanto l'asciugatura selvaggia, dovuta e consentita dai lavaggi quotidiani e dall'esposizione al sole, non è più possibile;
- salutare il mare e le lunghe nuotate;
- svegliarmi prima delle sette per coordinare la preparazione dei bambini e sentire l'aria fredda del mattino che mi schiaffeggia viso e corpo;
- l'abbronzatura stile 'intonaco che ha fatto il suo tempo';
- non potermi vestire un po' come capita e, se capita, anche con le ciabatte infradito;
- dover scegliere un abbigliamento opportuno;
- costringere i piedi nelle scarpe chiuse;
- dotarsi di una giacca o un golfino nelle scarse uscite serali;
- ricordarmi del golfino anche per i bambini;
- non poter più cenare all'aperto, con il venticello tiepido che ti carezza le braccia e in sottofondo i grilli, il profumo di verde e magari di salsedine;
- dire addio al mare (lo so, l'ho già detto ma è necessario ripeterlo).

Cose che mi piacciono quando inizia l'autunno:
- non soffrire più il caldo torrido (forse);
-
-
-???
Si accettano suggerimenti.


lunedì 21 settembre 2015

Spleen di settembre

Mai come quest'anno faccio fatica a riprendere la routine 'invernale' fatta di orari rigidi, appuntamenti e compleanni da incasellare, di "non si può c'è la scuola/i compiti/ il corso d'inglese" e, soprattutto, di  casa.
Sono sempre stata una che a casa ci stava volentieri, ma sarà che quest'estate le belle giornate si sono sprecate come non succedeva da anni, sarà stato il mare caldo che per una freddolosa come me è una manna, sarà che le uscite serali con i bambini più grandi cominciano a diventare piacevoli, il fatto è che l'idea di un inverno davanti al camino del salotto mi fa rizzare i capelli in testa. Guardare la tv dopo cena è avvilente quando l'aria ancora tiepida ti invoglia a uscire, ma il paesello non è luogo da passeggio e i bimbi devono andare a letto presto, sicché...
Insomma, al contrario degli anni scorsi, quando settembre mi vedeva piena di energia, entusiasmo e propositi per l'autunno, stavolta non riesco a riabituarmi ai ritmi quotidiani, sono insofferente. Non so quanto c'entri il fatto che l'anno scorso avevo un lavoro (per quanto part-time e da casa) e adesso no, ma ho voglia di aria aperta, di stare in compagnia, di pomeriggi lunghi e caldi di sole. E guardo con angoscia a quando il tramonto delle 16.00 significherà solitudine e pomeriggi casalinghi da inventare.
Sono diventata anche una madre scioperata che desidera che suo figlio abbia pochi compiti così da poter progettare una fuga pomeridiana al parco con amiche e amichetti, o al mare, come abbiamo fatto sabato rubando tempo ai doveri e sfruttando uno dei (forse) ultimi giorni di caldo africano. I bambini hanno gradito moltissimo, fiondandosi in mare come se non lo vedessero da mesi, l'acqua cristallina e la spiaggia, non dico deserta ma quanto meno accessibile, mi sono sembrati un regalo da privilegiati.
Sabato 19 settembre, il mare a pomeriggio

Poi arriva la domenica e, come diceva in altro modo il buon Leopardi, ti accorgi che il tempo non è tutto tuo e che un'altra settimana ti aspetta con le sue scadenze.

Uff, credo che dovrò darmi una regolata. Ma non ne ho proprio voglia.

giovedì 17 settembre 2015

I sette peccati di Hollywood

Nel 1956 Oriana Fallaci si recò a Los Angeles come inviata dell'Europeo per un reportage dal titolo "Hollywood dal buco della serratura". Da quell'inchiesta, tre anni dopo, nacque "I sette peccati di Hollywood", il primo approccio della giornalista alla letteratura, in cui, con un linguaggio, un'ironia e un acume che non dimostrano gli oltre cinquant'anni trascorsi, la Fallaci diede prova delle sue capacità di scrittrice.
Raccontando i retroscena dorati della vita delle star Hollywoodiane, il libro rappresenta un'ottima lettura estiva, fresca e divertente, ma sbaglia chi pensa di trovarvi un antesignano del gossip moderno. La Fallaci, infatti, da brava giornalista rifugge i pettegolezzi, le voci di corridoio, i "si dice". I suoi resoconti  si basano su interviste, colloqui, incontri con i diretti interessati. Frequentò première, feste a Beverly Hills, case, piscine, camerini dei divi di una Hollywood che, come racconta lei stessa, era sul viale del tramonto. L'imporsi dei produttori indipendenti e l'insofferenza di molti attori e registi per le major, avrebbe infatti scardinato quel mondo basato sul divismo. La Hollywood turistica di oggi, sebbene sia ancora la casa del cinema, vive per lo più del ricordo di quell'epoca d'oro, quell'epoca che la Fallaci ci racconta con uno sguardo ironico e disincantato, quasi a squarciare il velo dorato che lo ammantava. 
Scopriamo così la storia della bambina Judy Garland, rapita alla sua fanciullezza e consegnata a un destino di pillole e sofferenza; di Kim Novak, la star costruita a tavolino come una campagna pubblicitaria per il lancio della nuova 500; di Jayne Mansfield, la ragazza, secondo la Fallaci, "più simpatica, più sincera e più criticata di Hollywood".
Quel che colpisce, come fa notare Maria Luisa Agnese, giornalista del Corriere della Sera, nella prefazione al libro, è come molte delle tendenze di quel mondo descritte dalla Fallaci, si siano poi diffuse non solo nel nostro più provinciale star system, ma anche nella vita quotidiana degli spettatori. Altre piccole, e grandi, manie, invece, fanno ancor oggi strabuzzare gli occhi.
Se, infine, il libro ci consegna racconti inediti di divi i cui nomi ancor oggi fanno parte dell'immaginario collettivo, dall'altra parte conserva ritratti di artisti la cui stella sì è nel tempo offuscata, al punto che in pochi ricordano chi siano. In un certo senso è come se la Fallacci ci abbia, inconsapevolmente, mostrato quanto questo mondo, con i suoi riflettori, i lustrini e il lusso, sia effimero.
Un discorso a parte meritano poi quegli attori che, all'epoca del reportage, erano all'apice della carriera e del successo e che, alcuni anni dopo, sarebbero morti in circostanze tragiche. Leggere di Montgomery Clift, di Elvis Presley o di William Holden come se fossero ancora vivi, ancora belli, dannati e inseguiti dalle fan, fa riflettere. Ricordando come si siano spenti, vien da pensare che a volte è meglio una piccola casetta in periferia di una mega villa a Beverly Hills.

I sette peccati di Hollywood di Oriana Fallaci, Bur Rizzoli

martedì 15 settembre 2015

Come virgulti

Eccoci, dopo 90 giorni incredibilmente volati, alla linea di partenza. Domani si ricomincia, nuovo anno scolastico in vecchie scuole. Una seconda elementare e una terza materna che sembrano tanto lunghe, ma che, come da copione, ci lasceranno con la domanda "Possibile, è già finita?".
E' proprio guardando i miei figli, che mi rendo conto del potere del tempo. Se ne accorgono ogni anno le maestre, che ritrovano nei vecchi alunni dei bambini nuovi, perché l'estate, per piante e uomini, è il momento della crescita. Ci pensavo un bel po' di settimane fa, in quella che sembrava un'altra vita, quando Ieie sul lungomare del paesino imparava ad andare in bici senza rotelle, una cosa che, dicono, non dimenticherà mai. 
Quante cose, mi dicevo mentre lo guardavo emozionata, cambiano in una manciata di mesi. Esci da scuola pallido e smunto e torni più alto, atletico, abbronzato, biondo, con meno denti, capace di nuotare, di fischiare e di portare la bicicletta. Sembra quasi un miracolo e invece è la quotidianità di ognuno di noi, e però ti emoziona come e più di quando è successo a te in prima persona, manco fosse merito tuo (e no, non lo è).
Così, mentre il cuore mi palpitava per i progressi di Ieie, mi sono resa conto anche di quanto noi genitori siamo schizofrenici. Ogni traguardo raggiunto dai nostri figli ci elettrizza, esultiamo per un dente caduto, per un bracciolo tolto e guardiamo avidi a nuovi progressi. Poi vediamo un neonato e ci sciogliamo, ci ricordiamo di quando eravamo noi a stringere i nostri frugoletti al petto e rimpiangiamo quei momenti.
Forse essere genitori è questo, un'altalena di emozioni mentre partecipiamo, come assistenti, al miracolo quotidiano della crescita. No, nessun loro traguardo è merito nostro, ma spetta a noi esserci. Consigliare, aiutare, sostenere, perché noi siamo i giardinieri. Abbiamo piantato il seme, curiamo i germogli, li proteggiamo e adottiamo tutte le precauzioni che, ci hanno detto, serviranno alla crescita della pianta. E poi, a un certo punto, quella andrà da sola e noi potremo solo guardarla orgogliosi e illuderci che è anche un po' merito nostro.

mercoledì 9 settembre 2015

Ansia di ritorno

Tornare alla vita di tutti i giorni dopo la villeggiatura estiva è un po' come trasferirsi da Favignana a Times Square. L'effetto straniante è lo stesso. Riprendere le fila degli argomenti in sospeso, dei problemi che aspettano di essere risolti (e che no, non hai dimenticato, hai solo cercato di guardare da una certa distanza) ha un effetto schiacciasassi sul corpo e sulla mente.
Se poi si aggiungono i nuovi problemi, costituiti da tutto quello che è andato in pezzi durante la tua assenza, lo stress è assicurato. A parte un po' di piante che, nonostante le innaffiate settimanali, non hanno retto  al caldo di quest'anno, bisogna aggiungere la lavastoviglie che ha fatto kaput (e un po' me ne do la colpa per aver pensato, poco prima di avviarla, ma avremo fatto bene a prenderla incassata, uguale al resto della cucina? e se poi si rompe?) e la batteria della mia macchina che nemmeno a ricaricarla si è ripresa.
Almeno per quest'ultima, ho avuto la bella notizia che fosse ancora in garanzia (onesto l'elettrauto del paesello che me l'ha fatto presente). Così ho chiamato la concessionaria dove ho comprato la macchina, e che ha anche un servizio officina, e mi hanno confermato che sì, la batteria era ancora in garanzia, ma che per ottenere il servizio assistenza dovevo chiamare il numero verde. Ora risparmierò tutto il racconto delle mie telefonate con Dora da Tirana (due telefonate, perché la prima volta, nel bel mezzo della registrazione, il sistema è andato in tilt e la seconda volta, visto che non mi richiamavano, ho dovuto fare la voce grossa con Dora e alla fine il sistema s'è ripreso); lo spelling di targa, numero telaio e cognome (forse il dato più difficile dei tre) con una straniera (peraltro parlante un ottimo italiano) su una linea che frigge (fateci caso, quando i call center sono all'estero, la linea è sempre disturbata); il sistema, sempre lui, che non rilevava la via di casa mia ("Signora - diceva Dora - esca e chieda a un negoziante qualche indicazione", ora, a parte che sulla via ci sono solo case e manco un negozio, che faceva un caldo torrido e non circolava nessuno, ma la figura della pazza che chiede ai vicini di casa come si chiama la strada in cui abita, anche no, grazie). Fatto sta che alla fine il sistema mi invia un Sms con l'indicazione dell'officina dove il carro attrezzi in arrivo, porterà la mia auto e, sorpresa sorpresa, è quella della concessionaria. Sì, quella che due ore prima mi aveva indirizzato al numero verde. 
Ho il sospetto che la globalizzazione sia una gran presa per i fondelli.
La ciliegina sulla torta del rientro è stato il ripresentarsi dei problemi di Ieie col sonno. Ora io vorrei capire perché, in un mese e mezzo al paesino, è sempre andato a letto tranquillo, e appena tornato ha ripreso con i singhiozzi al calar della sera, i drammatici "Dormirò?" e i risvegli per varie ed eventuali.
Ansia da separazione, l'ha definita un amico laureato in Psicologia e psicoterapeuta.
Il suo rapporto drammatico col sonno risale ai 20 mesi, ma a dire il vero ha avuto alterne vicende. Periodi tranquilli si sono succeduti a periodi più turbolenti e infatti prima dell'estate c'era stata una ricaduta che con la villeggiatura sembrava rientrata.
Sembrava. Perché la prima notte dopo il rientro Ieie ha dormito pochissimo. Succede sempre quando il padre ha il turno di mattina e si alza alle sei. Ieie si sveglia prestissimo, prima del padre, per controllare che anche io non me ne vada (giuro: non l'ho mai fatto). Al paesino, anche se il padre andava al lavoro presto, dormiva tranquillo. Qui siamo punto e daccapo. Ho pensato che forse il fatto che al paesino ci fossero anche i nonni con noi lo rendeva più sicuro, e so che è sensibile, che i cambiamenti lo destabilizzano e che anch'io alla fine delle vacanze divenivo (divengo) preda della malinconia. Ma all'improvviso ho avuto una voglia matta di sventolare bandiera bianca e di arrendermi.
Ecco, se ci fosse un numero verde anche per problemi di sonno di Ieie, sono pronta a contattarlo, fosse pure a Tirana.

lunedì 7 settembre 2015

Vecchia casa

Se c'è una cosa che, nonostante l'età che avanza, è rimasta uguale rispetto alla mia adolescenza, è quel senso di malinconica che mi assale quando arriva il momento di lasciare la casa al paesino. Ricordo esattamente cosa feci un anno fa nella stessa occasione - come trascorsi la serata, le cose che scrissi su whatsapp - come se fosse successo ieri, e questo è senza dubbio un segno inequivocabile dell'età (Mi hanno detto, riferiva giorni fa il barbiere del paesino, che dopo i cinquant'anni gli anni volano, meno male che non ci sono ancora arrivato!), perciò non riesco a raccapezzarmi che questa estate così strana sia già finita.
Come ogni anni arrivo nella vecchia casa che ha accolto tante generazioni della mia famiglia, quasi controvoglia. Ci sono le valigie da disfare, nuovi ritmi e spazi a cui abituarsi, letti vecchi e cigolanti e bisogna fare a meno di tanti comfort.
Tempo due giorni e ti sembra di stare qui da sempre. Soprattutto ti accorgi di quante cose puoi fare a meno senza sentirne la mancanza. In primis i negozi. A parte i beni di prima necessità, qui non c'è niente da comprare, e questo è un toccasana per il corpo e lo spirito, al punto che consiglierei una villeggiatura al paesino a tutti coloro che sono drogati di shopping. Ne gioverebbero.
Quel che invece non manca, e che adesso mi dispiace abbandonare, è la vicinanza, geografica e metrica, con tanti amici e avere un po' di quotidianità con i miei genitori. Basta uscire di casa, affacciarsi nel cortile affianco o sugli scogli poco distanti, per trovare un volto noto, un compagno di giochi per i bambini, una voce amica con cui scambiare quattro chiacchiere. E va bene che d'inverno viviamo più o meno tutti nella stessa provincia, ma non è la stessa cosa. Bisogna fissare appuntamenti, incastrare impegni, lottare contro gli imprevisti dei virus stagionali e alla fine passano settimane prima di riuscire a vedersi.
Anche per i bambini l'addio al paesino diventa ogni anno più triste. Perché devono rinunciare ad avere amici sempre disponibili per giocare, ai nonni che vivono sotto il loro stesso tetto, alla libertà dagli orari e alle uscite frequenti. Ma anche perché cominciano a crescere e, come la mamma, ripartono con un bagaglio di ricordi difficile da gestire.
La verità è che qui, né io né i bambini, ci sentiamo mai soli. Ed è difficile rinunciare a questo.
Ma, arrivata la fine dell'estate, l'aspetto che più di tutti mi strugge fino a far male, è il momento di fare i bagagli per lasciare la vecchia casa di famiglia, quella casa dove, in 39 anni, non ho mai mancato di trascorrere (anche per poco) la mia estate. Non è lo stress delle valigie, l'ansia di dimenticarmi qualcosa o la fatica di caricare la macchina che mi preoccupano. No, è vedere sparire sassolini e conchiglie rubati alla spiaggia, giochini trovati nelle patatine o comprati alla festa del paese, è il disordine giocoso dei bambini che con un colpo di spugna va via togliendo vita alla casa. Sono i mobili che si svuotano, i divani che vengono coperti con vecchie lenzuola, la biancheria che ritorna, profumata, negli armadi, le sedie da giardino coricate in cucina. E' la casa che si appresta al lungo letargo invernale e che con i suoi quadri e ninnoli sembra salutarti mestamente e darti, fiduciosa, appuntamento al prossimo anno.
E' stupido, ma la verità è che quella che stai salutando è la te stessa di oggi, dell'anno appena trascorso, e non sai come sarà la donna che tornerà qui la prossima estate.

domenica 6 settembre 2015

Chi bella vuol apparire...

"Mamma cos'è quella?".
"Una tronchesina".
"Una tronchesina? E a che serve?".
"A tagliare le unghie dei piedi"
"Ma non fa male?"
"No amore, taglio le unghie, come con le forbici, non si sente niente".
"...".
"...".
Con fare preoccupata "Mamma l'hai rotto tutto!".
"Amore ho tagliato l'unghia, mica il dito. Vedi? Sto bene".
"Mmh. Mamma mi metti lo smalto ai piedi?".
"Sì, ma prima devi tagliarti anche tu le unghie".
"Ma non con quella".
"Preferisci le forbici?".
"Sì".

Non ho avuto cuore di dire a mia figlia che, di tutte le torture alle quali noi donne ci sottoponiamo per fini estetici, la tronchesina rappresenta la meno pesante. Come disse la mia prof di matematica delle medie quando la figlia si mise l'apparecchio ai denti, "Chi bella vuol apparire, un po' deve soffrire".

martedì 1 settembre 2015

Settembre

Quando l'aria si riempie di oro e di ovatta. L'oro del del sole che, più basso sull'orizzonte, riveste il mare di riflessi; l'ovatta di un silenzio che non è assenza di rumore, bensì possibilità di ascoltare la voce della  natura.
Quando, anche nelle giornate più calde, la sera è attraversata da zefiri freschi.
Quando il mare ti regala il suo volto più bello.
Quando i locali, novelle sirene, non ti fracassano più le orecchie con la loro musica, semplicemente perché non c'è nessuno da richiamare.
Quando anche i turisti rimasti non riescono a illuderci che l'estate continui.
Quando, anche i turisti rimasti non riescono a spegnere l'incanto di queste giornate.
Quando cominci a contare chi è partito e chi è rimasto.
Quando i ricordi sovrastano i programmi.
Quando ti struggi di malinconia.
Quando la calma e la tranquillità non sono festose e cariche di aspettative, come quelle di giugno, ma sono solo il preludio alla fine delle vacanze.

giovedì 27 agosto 2015

Di denti, amicizie, Marte e Venere

Al paesino Ieie ha un'amichetta della sua stessa età con la quale si diverte a giocare. A dire il vero si vedono anche in inverno, poiché non abitiamo distanti, ma con una minore frequenza dovuta alla scuola e ai molteplici impegni di tutti noi. Fatto sta che vanno molto d'accordo e per entrambi passare il tempo insieme è una festa. Sempre che non arrivi qualche amico maschio...
L'altro giorno la mamma della bimba, che per inciso è un'amica di vecchia data, mi ha confessato che la figlia le ha detto con stupore che Ieie, quando c'è P., un loro amichetto comune, "è diverso". Sì, insomma, la trascura.
"E - ho risposto io - dovresti dirle che questa è solo la prima verità che scoprirà sugli uomini. Ne seguiranno molte altre".
A onor del vero, e per dovere di cronaca, anche l'amichetta, con la quale quest'inverno frequentava un corso di basket, durante gli allenamenti lo trascurava a vantaggio della sua amica del cuore. Ma tant'è, lui non se n'è mai fatto un problema. E anche questo dimostra come maschi e femmine siano diversi.


Dopo un paio di giorni poi, sempre la mia amica nonché mamma della bimba, mi ha detto di aver sottoposto la figlia a un piccolo interrogatorio.
"Chi preferisci tra Ieie e G.?", le ha chiesto.
"Ieie", ha risposto lei senza esitazioni.
"E tra Ieie e P?".
"Sempre Ieie".
"E tra Ieie e la Lolla?".
"La Lolla".
Eccola, come la giri e come la volti, lo frega sempre. Non basta che il suo essere più piccola, vezzosa, smorfiosa e ruffianamente affettuosa (e femmina, of course), attiri su di lei tutte le attenzioni. Non basta che sia spuntata come un fungo tra lui e i genitori, i nonni e gli zii e che si appropri indebitamente dei suoi giochi. No. Lei è anche insinuante. Ovunque Ieie poggi il suo piede per primo, che sia un'amicizia, un gioco nuovo (ma anche vecchio), un libro, una chiacchierata con qualcuno, ecco che arriva la Lolla. Prima ficcanasa, poi sgomita per farsi un po' di spazio, quindi lo costringe a condividere e infine s'impossessa della preda lasciandolo a mani vuote.
A volte penso a quanto deve essere difficile avere una sorella come lei.


Martedì, infine, è caduto il terzo dentino, un incisivo superiore, e finalmente si è aperta una finestrella nel sorriso di Ieie, ché le altre volte c'era già un dente nuovo di zecca a sostituire il deciduo. Senonché, lavandosi i denti deve essersi guardato allo specchio perché ha cominciato a piangere. Gli è stato chiesto il motivo. "Sono brutto", ha esclamato tra le lacrime indicando il buco.

Un sorriso sdentato, l'autostima estetica un po' barcollante e le prime incomprensioni con l'altro sesso. Tutte cose che ti fanno capire che tuo figlio sta crescendo.

martedì 25 agosto 2015

Dal barbiere

"Nonna non c'è bisogno che vieni anche tu dal barbiere. Quando finisco posso aspettare il nonno, io non mi annoio, leggo qualcosa. Anche quando vado con papà faccio così, mi guardo i giornali con le automobili".
E così Ieie ieri è andato a tagliarsi i capelli col nonno, come quando era piccino. Solo che al suo arrivo, ha scoperto che il barbiere del paesino non disponeva di riviste.
"Nonno, ma non ci sono giornali?" ha chiesto un po' deluso. Il nonno prontamente ha sollecitato il titolare.
"No bello mio, mi dispiace, non ne abbiamo".
"Nemmeno un libricino?".

Quando me l'hanno raccontato, ho pensato due cose: che mio figlio mi ricorda me da piccola (e anche da grande), e che ho creato un mostro. E sono stata perversamente felice.

sabato 22 agosto 2015

Amarcord

Accade che dopo un numero imprecisato di anni che hai paura a contare ché il numero a due cifre che cresce ti fa impressione, ti ritrovi a giocare a beach volley con gli amici di una vita. Non nel solito campetto dove un tempo trascorrevate gli spensierati pomeriggi estivi dell'adolescenza, e dove da anni ormai non montate più la rete, non per colpa dei bambini (stavolta), ma per motivi che nemmeno più ricordi (il lavoro? le vacanze più corte? le ferie in periodi diversi? o il porto che, chiudendo la spiaggia alle mareggiate, ha fatto sì che vi crescesse una foresta selvatica?), ma in una struttura a noleggio.
Accade che di tanti che eravate, solo alcuni rispondono all'appello poiché gli altri si sentono troppo vecchi per rinverdire i fasti del tempo che fu. Così con uno sparuto gruppo di amici, rinforzato da qualche coniuge sopraggiunto negli anni, ti lanci, è proprio il caso di dirlo, nell'avventura. E' solo un'ora, e vola via veloce, ma sul corpo lascia i segni di un intero campionato di serie A perché sì, i temerari avevano ragione, non siamo più quelli di un tempo, e il polso che ti duole per due giorni ne è la prova.
Però quell'ora di gioco, che entusiasmo!
E poi, rifare una cosa che non facevi da quando eri giovane, e rifarla esattamente come allora, ti fa capire quanto sei cresciuta, e cambiata. E, nell'ordine, ti accorgi
a) di muscoli del tuo corpo che avevi dimenticato di avere;
b) che la mente arriva alla palla, il corpo un po' meno;
c) che il tuo cuore non aveva mai avuto una frequenza così alta, nemmeno quando t'innamoravi;
d) che ci sono cose che un tempo non avresti avuto il coraggio di dire, e adesso lo fai, senza remore;
e) che sei un'adulta, perché, pur trovandoti nella stessa situazione di quando eri ragazza, vedi tutto in una prospettiva diversa.
E che ci sono amicizie che possono durare una vita.
Poi, finita la partita, raggiungi i tuoi figli alla Lega Navale del paesino, dove è in corso una festa per bambini.
E anche questo ti fa pensare. Perché in quella Lega Navale ci sei cresciuta. E' lì che hai conosciuto gran parte dei tuoi amici che hai appena lasciato, lì trascorrevi le mattinate di mare, i pomeriggi dell'infanzia a giocare a nascondino o strega comanda colori e le prime serate fuori casa da sola a raccontare barzellette e a fare il gioco della bottiglia. Poi il porto ha eliminato lo scalo per canoe e vele, ha ridotto i posti barca disponibili per i soci, ha cancellato la discesa a mare. Così, svuotata di senso e di iscritti, la Lega si è ridotta a un circolo serale per adulti di mezza età. Le giovani famiglie sono rimaste senza un posto comodo per andare a mare, senza un punto di aggregazione per le nuove generazioni.
Eppure, alla festa, t'imbatti in una cinquantina di pargoli, da 0 a 10 anni e pensi: ma dov'erano fino a oggi? Alcuni li conosci bene, altri scopri con sorpresa essere i figli di amici che hai perso di vista. Altri ancora non li hai mai visti, ma un dettaglio (un taglio degli occhi, una frangetta) ti fa capire subito chi sono i loro genitori, adulti che sono stati bambini insieme a te. 
E pensi che il cemento non si è mangiato solo il mare, la costa e i fondali con la loro flora e fauna.
S'è mangiato anche i legami umani.
La spiaggia dove giocavamo tanti anni fa
La spiaggia com'è oggi

mercoledì 12 agosto 2015

Via col vento

Non sono per i romanzi d'amore. Non che non mi piacciano, ma credo creino assuefazione e, in più, portano a una visione distorta della vita. Alla fine di queste storie, infatti, ti rimane sempre un senso di inadeguatezza, - perché a me non succede mai, ti chiedi (ma neanche alla tua amica, alla collega d'ufficio o alla vicina di casa, eh) di incontrare uno bello e impossibile che perde la brocca per me al punto da arrampicarsi sui ponti come Manolo, ghiacciarsi nel mare o scalare una scala antincendio a Los Angeles? - del tutto ingiustificato, come se dopo aver letto Harry Potter rimpiangessi di non essere andato a studiare a Hogwarts.
Invece amo i classici della letteratura perché raramente tradiscono (le aspettative) e raccontano storie senza tempo che lasciano il segno.
Via col vento, di Margaret Mitchell, è appunto un classicone che molti, me per prima, conoscono per aver visto l'omonimo film con Vivian Leigh e Clark Gable. Da tempo mi ero proposta di leggere il libro, solo ora l'ho fatto e, dopo aver consumato rapidamente le sue 1.100 pagine mi sono chiesta perché ho aspettato tanto. L'ho trovato appassionante, avvincente, interessante, una storia d'amore, ma non solo e non tanto, perché il tema d'amore è diluito all'interno del racconto storico e della saga familiare e la scena è retta da una serie di personaggi che danno spessore a un racconto vivo e palpitante. 
La trama è abbastanza nota. Rossella O'Hara, giovane rampolla di una ricca famiglia di piantatori di cotone della Georgia, è bella, egoista e spregiudicata. Non si fa remore, con la sua civetteria, a mietere cuori fra i giovanotti della contea, solo per il gusto di vederli cadere ai suoi piedi. L'unico che le interessi veramente, Ashley Wilkes, è però destinato a sposare l'insignificante Melania, sebbene Rossella, che sa di essere da lui riamata, non voglia arrendersi a questo matrimonio. Lo scoppio improvviso della guerra di secessione getta nello scompiglio il loro mondo fatto di abbondanza, feste e balli. Rossella si ritroverà sposata a Carlo, un uomo che non ama e che ben presto morirà. Ad Atlanta, dove dovrà convivere proprio con Melania, passerà dall'illusione della vittoria del Sud, alle tragedie della sconfitta. La guerra, la fame, la disperazione, induriranno il suo cuore e accentueranno il suo egoismo, al punto che, pur di risalire la china, Rossella non guarderà in faccia a niente e a nessuno, mettendo a tacere la coscienza con la famosa frase "ci penserò domani".
Negli alti e bassi della sua vita, fa capolino Rhett Butler, l'uomo dagli occhi neri e dal sorriso cinico, audace, sardonico, spudorato, esuberante, malizioso e malfido. Un avventuriero che con le sue frecciatine è l'unico a leggere nel cuore di Rossella e a saperle tenere testa. Il personaggio è finemente cesellato dalla Mitchell che, attraverso sguardi sapientemente descritti e dialoghi magistrali, crea un perfetto mascalzone rubacuori (insomma datemi un Rhett Butler e vi solleverò il mondo) e punteggia il romanzo con una storia d'amore che in realtà si dispiegherà solo nella parte finale del libro, riuscendo ad essere appassionante ma non scontata, con un fitto sottotesto psicologico.
La bravura della Mitchell sta nell'aver saputo costruire personaggi credibili, nell'aver dato loro un'anima e averteli fatti amare, anche contro la tua volontà. Perché, diciamoci la verità, nella realtà a una come Rossella come minimo le strapperesti i capelli, e invece sei lì a fare il tifo per lei nonostante non se lo meriti proprio. E dopo esserti chiesta per pagine e pagine 'Ma che ci troverà in quello scipito di Ashley?', ecco che alla fine ti appare pure il primo amore, tuo o di qualche amica, quello su cui spesso ci si fissa contro ogni logica (nel senso che tutte ti avevano avvisato dell'abbaglio, ma solo tu continuavi a non vedere la realtà) e che qualche donna, dopo anni, continua a conservare nel cuore rivestendolo dell'ideale dell'uomo (e dell'amore) perfetto.
Molto bella è infine la ricostruzione storica della guerra che offre un punto di vista diverso al riguardo, mettendo in crisi le quattro nozioni che di solito impariamo sui libri di scuola. Il conflitto è visto dalla parte dei Confederati sconfitti e il racconto fa riflettere su come spesso vincitori e vinti siano fatti delle stesse meschinità. Anche lo schiavismo viene trattato fuori dai soliti luoghi comuni e dalla trama si intuisce come mai, dopo una guerra vittoriosa nata per liberare i neri, ci sia stato quasi un secolo di segregazione razziale.
Che dire altro? Via col vento è stato una vera sorpresa, uno dei libri più belli che ho letto negli ultimi tempi, di quelli che ti fanno fare pace con la letteratura. Io avrei voluto che non finisse mai e posso solo invidiare chi ancora deve leggerlo. Anche se gli consiglieri di non aspettare troppo.


Via col vento di Margaret Mitchell, Oscar Mondadori, trad. Di Ada Salvatore ed Enrico Piceni