venerdì 13 ottobre 2017

Ancora tre indagini per il commissario Montalbano-La voce del violino

La voce del violino è il romanzo di Montalbano che finora mi ha fatto ridere di più, con quegli scatti d'ira, quei botta e risposta, quelle esclamazioni alla Montalbano che solo a immaginarle non puoi fare a meno di prorompere in una risata a denti stretti mentre le persone intorno ti guardano come una matta.
La voce del violino si discosta dalle indagini precedenti perché c'è solo un mistero sotto la lente del commissario.
La voce del violino è il romanzo che apporta dei cambiamenti nella vita del Salvo nazionale, come Camilleri spiega nell'introduzione a questa conveniente edizione che raccoglie tre romanzi alla volta e che consiglio a chi, come me, decida di leggere tutta l'epopea del commissario di Vigata. Si tratta del quarto capitolo di Montalbano e Camilleri si era reso conto che, quello che doveva essere un personaggio transitorio, destinato a consumarsi nell'arco di due libri, gli era sfuggito di mano rischiando di diventare seriale. In questi casi il pericolo, spiega l'autore, è di cadere nella ripetitività e per evitarlo apporta un po' di cambiamenti alla vita della sua creatura, introduce nuovi personaggi, scongiura il matrimonio con Livia (piuttosto che farlo sposare lo faccio morire, disse anni fa in un'intervista) e, insomma, gli mette un po' di bastoni tra le ruote.
Come il nuovo questore, bergamasco, che non ha evidentemente in simpatia Montalbano e che, al primo pretesto, gli toglie l'indagine al centro del romanzo: la morte di una bellissima donna, Michela Licalzi, trovata soffocata nella sua casa.
L'assassino si è premunito di cancellare ogni traccia di Dna, arrivando addirittura a portare via i vestiti della donna. Un delitto premeditato, quindi, ma da chi? La vita di Michela, che annota ogni suo spostamento in un'agendina, non ha ombre, al contrario del delitto, che sembra avere dei risvolti passionali sebbene Anna, un'amica della vittima che suscita un certo fascino su Montalbano, la conoscesse così bene da giurare che non avrebbe mai tradito il suo uomo.
Un mistero che cattura e ti trascina fino all'ultima pagina, quando scopri che la verità era sotto gli occhi del lettore perché, come sempre, la realtà è più semplice del previsto.
Un mistero che, stavolta, non lascia questioni in sospeso da riprendere in un libro successivo e che, quindi, avrebbe permesso a Camilleri di mettere la parola fine alle gesta di Montalbano. Ma ormai era troppo tardi, il commissario viveva di vita propria e infatti, con o senza cliffhanger, non si può fare a meno di passare subito a un nuovo Montalbano.

Ancora tre indagini per il commissario Montalbano-La voce del violino, Andrea Camilleri, Sellerio

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giovedì 12 ottobre 2017

Matera

E mentre sei lì, in quella cava che si chiama gravina, in mezzo a cielo e case e stradine che possono sembrare tutte uguali, ma non lo sono, ti sembra di essere in un antico pueblo, in una specie di canyon scolpito o in una scenografia di Hollywood.
Invece sei a Matera, in quel villaggio chiamato Sassi che si apre come uno scenario fantastico sotto al paese "reale".
Il Sasso caveoso come appare da piazza Pascoli

Perché Matera, finché ti aggiri per le sue piazze e per i suoi palazzi, è una cittadina del Sud Italia come tante, forse neanche tanto particolare. Quello che colpisce sono i suoi Sassi, quella manciata di case abbarbicate sulla gravina che, devo dire, ricordavo decadenti (le avevo viste una sola volta nei primi anni Novanta) e che adesso tornano a nuova vita, ristrutturate e trasformate in ristoranti, alberghi e appartamenti.
Quella che negli anni '50 venne definita vergogna nazionale è oggi un posto dove sorgono dimore chic, un cantiere brulicante di progetti anche in vista del 2019, anno in cui Matera sarà capitale europea della cultura.
Così può capitare di soggiornare o di mangiare in locanda a cinque stelle, rustica e raffinata, e fa un  certo effetto pensare che quelle case altro non sono che l'ampliamento di grotte abitate già dal paleolitico, edifici tutt'altro che eleganti, dove si viveva anche in venti persone, assieme al bestiame, con l'acqua piovana raccolta in cisterne collocate sotto al pavimento che riempivano di umidità le già precarie condizioni di vita.
Le grotte abitate già dal Paleolitico. La maggior parte di queste, ampliate, hanno dato origine ai Sassi

Problemi che, all'epoca in cui i Sassi vennero letteralmente sfollati costringendo gli abitanti a traslocare in palazzi moderni e dotati di servizi e acqua corrente (primi anni '50), non riguardavano certo la sola Matera, ma che qui probabilmente avevano raggiunto dimensioni e forme particolarmente drammatiche. Basti pensare a cosa diventava questa valle in caso di pioggia, o al modo in cui si smaltivano i reflui in un posto privo di fognature.
La cattedrale vista dal Sasso caveoso

Per anni i Sassi sono stati il cimitero di Matera, che rinasceva moderna e faceva di quella cava una discarica. Poi negli anni '90 una nuova consapevolezza del suo valore storico ha permesso di recuperarli. Oggi i Sassi sono demanio dello Stato che li dà in concessione ai privati che si impegnino a ristrutturarli e restituirli a nuova vita. Il lavoro non è finito, ma è già a buon punto.
Arrivare a Matera non è facile, mi hanno detto, soprattutto se, come abbiamo fatto noi, non si può raggiungere in auto. La "spesa", però, vale l'impresa. Lo spettacolo è veramente suggestivo, l'effetto è straniante e se si ha la fortuna di ammirarla di sera, con tutte quelle lucine che sbrilluccicano nel buio della gravina, sembrerà di ammirare un presepe en plein air.

giovedì 5 ottobre 2017

Di diari e di segreti

Frugando a casa dei nonni, Ieie e la Lolla hanno trovato un mio diario "segreto", scritto quando avevo più o meno la loro età. Con la discrezione che li contraddistingue, lo hanno letteralmente divorato, chiedendo lumi su persone e vicende di cui io avevo perso memoria e trovando che i miei racconti su film visti, giochi con le amichette e personaggi dei cartoni animati di trenta e passa anni fa, fossero il massimo dello spasso.
Dopodiché la Lolla ha iniziato un suo diario segreto, un'agendina minuscola dei My little Pony trovata questa estate in un Happy Meal di Barcellona, che ha avuto l'onore di custodire i pensieri più reconditi della mia bambina.
L'altra sera Ieie, scoperta l'esistenza del diario, cercava di convincere la sorella a farglielo leggere.
"No, è il mio diario segreto".
"Dai, ma i segreti si possono anche svelare".
"Noooo".
"Se no a cosa serve la parola svelare?".
"Va bene".
Sarà stata la logica inattaccabile di Ieie o il fatto che ogni scrittore altro non vuole che un pubblico di lettori, ma tant'è che il diario della Lolla è ora di pubblico dominio. E per quel che ho sentito, mi commuove il fatto che il mio vecchio diario sia stato una fonte di ispirazione.

venerdì 29 settembre 2017

Philip K. Dick Tutti i racconti 1955 1963

Quando ho scoperto che dai racconti di Philip K. Dick sono stati tratti alcuni film di fantascienza come Blade Runner (che mannaggia non sono ancora riuscita a vedere, ma ne ho sentito parlare così tanto che prima o poi dovrò rimediare) o Minority Report, ho deciso che valeva la pena buttarsi in questa lettura.
Non sono un'amante della fantascienza in generale, mi piacciono opere come 1984 di Orwell o Il mondo nuovo di Huxley che, più che astronavi e alieni, cercano di immaginare dove approderanno le nostre società malate, con lo scopo, magari, di darci anche una sveglia, e ho pensato che Dick facesse al caso mio.
Ho scelto il terzo volume della raccolta dei suoi racconti, quello che va dal 1955 al 1963, per il semplice fatto che è anche quello che contiene Rapporto di minoranza (per scoprire che il film da lì ha preso l'idea di fondo, per poi deviare in molti punti) e devo dire che sono stata accontentata, ma non in tutto.
Dick ha un'incredibile capacità immaginifica e una scrittura che definirei visiva, te ne accorgi dalla prima storia, Veterano di guerra, una delle più belle, che è come se ti catapultasse davanti a uno schermo cinematografico, però i suoi racconti risentono molto del clima della guerra fredda che si respirava in quegli anni.
La minaccia nucleare, i mutanti, la guerra, gli uomini costretti a vivere in colonie nel sottosuolo, lo spazio divenuto meta di conquiste, sono temi ricorrentissimi. Al punto che al quinto racconto in cui la terra è ridotta a un cumulo di cenere a causa della bomba H (il futuro immaginato è spesso il nostro passato degli anni '80) un po' ti viene da ridere, un po' pensi "Aridaje".
Ho trovato più belli e interessanti, invece, i racconti misteriosi e inquietanti come Umano è, Modello Due, Tornando a casa che ricordano lo stile de La bottega del mistero di Buzzati. O, ancora, quelli a metà tra il noir e il thriller, che sembrano una sceneggiatura pronta per Hollywood, vedi il già citato Veterano di guerra o La macchina.
Il meglio di sé, però, Dick lo dà quando riesce a cogliere e ad anticipare, con la sua vena visionaria e grottesca, i mali (questi sì) del nostro tempo.
Ecco allora che quando si interroga sulle conseguenze di un eccessivo affidamento alle macchine (Nanny, Autofac, Al servizio del padrone), della pubblicità e dei consumi indotti, Foster, sei morto, della comunicazione di massa, (lo stupendo Yancy) Dick ci costringe a fermarci a riflettere.
Se sulla guerra nucleare (almeno per ora), non ci ha visto giusto, si è dimostrato molto più lungimirante sugli aspetti psicologici e comportamentali della nostra generazione, delineando, soprattutto nelle ultime storie della raccolta, un mondo dove gli uomini hanno rinunciato a impegnarsi per la società, preferendo il comfort e la tranquillità delle mura domestiche e delegando il potere a élite dagli scopi ambigui.
Si nota soprattutto negli ultimi racconti, quelli più recenti in ordine temporale, dimostrando che nel tempo c'è stata una evoluzione del Dick-pensiero e che, quindi, col passare degli anni l'autore ha individuato nuovi spunti di riflessione.
Personalmente sono curiosa di sapere di cosa trattano, allora, i racconti redatti tra il 1964 e il 1981, raccolti nel volume successivo. Chissà che il futuro descritto da Dick non si sia già avverato.



Tutti i racconti 1955-1963, Philip K. Dick, Fanucci editore, traduzioni di Vittorio Curtoni, Maurizio Nati, Sandro Pergameno, Paolo Prezzavento, Delio Zinoni.

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venerdì 22 settembre 2017

Cipì

Cipì è un passerotto uscito da poco dall'uovo, il più vivace della nidiata di Mamì, ma anche quello che con le sue intemperanze e la sua voglia di scoprire il mondo si ricava un posto speciale nel cuore della mamma e di tutti quelli che lo conoscono.
Cipì è curioso e impavido. Affronta l'animale baffuto che forse non è così cattivo come gli hanno raccontato, cade nel buco nero della torre fumante, si specchia nel nastro d'argento che taglia la valle, assiste alla guerra dei nuvoloni e al volo delle farfalle bianche. Passano le stagioni, il piccolo mondo di Cipì muta e da paradisiaco e accogliente diventa ostile con l'arrivo dell'inverno. Cipì è cresciuto e, dopo aver capito che l'uomo può essere molto, molto cattivo, ha formato una nuova famiglia con Passerì e si dimostra ancora coraggioso, affrontando il cattivo signore della notte.
E' una favola per bambini che commuove anche gli adulti, questo libro scritto dal maestro Mario Lodi raccogliendo le impressioni e le sensazioni dei suoi alunni davanti al mutare della natura coll'alternarsi delle stagioni. Quando la Lolla, andata in libreria con la scuola, è tornata con questo libricino di cui le era stato letto il primo capitolo, ho pensato che 100 pagine erano un po' troppe per lei, e che, per quanto ne fosse stata affascinata, avrebbero dovuto consigliarle qualcosa più alla sua portata. Poi, complice il tempo disteso delle vacanze, ho pensato di leggerglielo io e sono tornata bambina con lei.
Perché Cipì è un libro scritto per i bambini, guardando al mondo con i loro occhi. Cipì è proprio come i nostri figli, ingenuo, curioso, ma col cuore pieno di buoni sentimenti e il suo approcciarsi alla vita ricorda quello di ogni bambino. Ieie e la Lolla lo hanno apprezzato molto. Ogni volta che proponevo loro di leggere un capitolo, si sedevano accanto a me con gli occhi sgranati, pronti a stupirsi insieme a Cipì. Per questo mi sento di consigliarlo a tutte le mamme e i papà che hanno voglia di passare del tempo leggendo ai propri figli, non solo si sentiranno vicini a loro, ma si ricorderanno di quando il mondo era un posto pieno di meravigliose scoperte.

Mario Lodi e i suoi ragazzi, Cipì, Einaudi Scuola

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giovedì 21 settembre 2017

Uno su mille ce la fa

Io li ammiro quei genitori pronti a sacrificare i loro fine settimana nell'erba di un campetto o sul cigolante linoleum di una palestra. Disponibili a condividere con i figli i sacrifici che l'agonismo comporta, a giustificare le ore di allenamento a scapito di altre attività. Veramente, li ammiro.
Quando invece, io, ogni volta che l'allenatore di mio figlio mi prospettava l'ennesima domenica in un palazzetto dall'aroma di sudore, alzavo gli occhi al cielo sentendomi dire "Perché, che dovete fare?".
Be', ecco. E' un giorno festivo, mio marito è, incredibilmente, libero, sono previsti 30° gradi, abbiamo il mare a due passi, insomma una combinazione di eventi più rara di un'eclissi solare, vedi un po' tu.
Ecco, questo è il mio rapporto con lo sport. Soprattutto con lo sport dei miei figli. Per carità, anch'io in giovinezza ho avuto le mie passioni, ho vissuto un anno incredibile all'insegna del campionato di pallavolo. Incredibile e stancante al punto da dover ricorrere, alla fine, a una cura di ferro che mi fece capire che l'agonismo ed io eravamo due mondi destinati a non incontrarsi.
Ma tant'è, è giusto che i bambini facciano sport, che si muovano, soprattutto che si divertano. Purtroppo quest'ultimo concetto non è tanto condiviso. Se per me l'attività sportiva dei miei figli deve essere un momento di apprendimento sì, ma specialmente di svago, la maggior parte delle scuole la pensa diversamente. Lasciamo stare che quello dello sport dei bambini è diventato un business da migliaia di euro dove la pratica in sé per sé è la parte più "economica", alla quale devi aggiungere visite mediche iperspecialistiche, divise, attrezzi, spese per saggi e dimostrazioni. Ma la verità è che ogni scuola non può chiamarsi tale se non partecipa a gare, manifestazioni sportive, tornei e chi più ne ha, più ne metta. Spesso il fine settimana. A volte la domenica mattina mooolto presto. Sempre sulle spalle di noi genitori che, tanto, cosa abbiamo di meglio da fare?
Così quando quest'anno la Lolla ha detto che non voleva più fare la ginnastica per bambini degli anni scorsi (economica, pratica, divertente), ma voleva darsi alla danza, ho avuto un momento di sconforto pensando ai soldi volatilizzati per lezioni, tutù, saggi, affitto teatri, trucco, parrucco e fioraio (non scherzo, sono discorsi che ho realmente sentito da mamme di piccole ballerine).
Dopo un giro tra scuole dove siamo state accolte da algide maestre con le pareti adorne di attestati che manco i chirurghi di Grey's anatomy, dritte come fusi e con l'approccio di una Rottermaier, dove ho appurato che "la danza è disciplina" (aspetta che forse preferisco arruolarla), che "raccogliere i capelli in uno chignon non è difficile, faremo un corso per le mamme" (risata inarcando la schiena come facesse un grand jeté), che una "coda di cavallo andrà bene finché i capelli della bambina cresceranno" (perché, ho forse detto che sarebbero cresciuti?), ho dirottato la Lolla verso una prova di ritmica, pensando che, per quanto sia anch'essa un'attività rigorosa, la maestra paziente e gentile di quel corso facesse più al caso nostro.
La bambina ne è uscita stravolta, con i capelli scarmigliati ("le mollette mi davano fastidio e me le sono tolte") e propensa a fare quello che faceva l'anno scorso, perché si cambiava spesso gioco, era divertente e aggiungo io, poteva parlare con le compagne, che per una come la Lolla, che già soffre a dover stare in silenzio per cinque ore e mezza sui banchi di scuola, è un grandissimo vantaggio.
E niente, si vede che non è ancora pronta per lo sport vero e proprio, o forse non ha ancora trovato quello che la appassiona, chissà, è ancora presto per saperlo. Quello che è certo è che per quanto ogni sport abbia le sue regole e necessiti di disciplina (per carità sono d'accordo), bisogna ricordarsi che i bambini sono bambini, che hanno bisogno soprattutto di giocare e stare in compagnia e che questo, insieme a fare del movimento, dovrebbe essere il fine della gran parte delle attività sportive a loro dirette. Perché, dopo tutto, di campioni in erba pronti al sacrificio ne vien fuori uno su mille.

venerdì 8 settembre 2017

Dieci piccoli indiani

Benvenuti a Nigger Island, ospiti del misterioso quanto munifico U.N.Owen. Dieci ospiti selezionati potranno godere del comfort della sua moderna e funzionale dimora, di panorami mozzafiato, di pace e tranquillità grazie al fatto di avere un'intera isola a loro disposizione.
Nigger Island, infatti, è disabitata, senza un porto o barche che permettano spostamenti frequenti.
Dieci piccoli indiani è uno dei più celebri romanzi di Agatha Christie, nonché un classico dei gialli definiti "della camera chiusa" anche se in realtà i dieci protagonisti non sono propriamente chiusi in una stanza, ma si ritrovano in una villa su di un isolotto deserto. Rispetto ai gialli tradizionali, e a quelli della Christie in particolare, non abbiamo una "mente" (poliziotto, investigatore, ecc.) al di fuori del caso che cerchi di riportare l'ordine e individui il colpevole. Qui tutti sono vittime e tutti sono colpevoli.
Differenti tra loro per età e professioni, nonché sconosciuti gli uni agli altri, i dieci sono infatti stati attirati in modi diversi a Nigger Island, chi per lavoro, chi per vacanza, ma scopriranno presto che si tratta di una trappola.
Qualcuno li accusa di aver provocato o di essere responsabili della morte di svariate persone e cercherà di ucciderli a uno a uno, seguendo la trama di una filastrocca per bambini Ten little niggers.
Appurato che sull'isola non c'è nessun altro, gli ospiti di Nigger Island comprendono che l'assassino, il misterioso U.N.Owen, non può che essere uno di loro e questo non fa che aumentare i sospetti e la tensione, in un crescendo che porta i superstiti, oltre che il lettore, a dubitare di tutto e di tutti.
E' un gioco (al massacro) molto ben riuscito quello messo in scena dalla Christie e chi ancora non ha avuto la fortuna di leggerlo, potrà cimentarsi in questa sciarada cercando risposte e soluzioni plausibili.
Posso dirlo: io un'intuizione l'avevo avuta, ma non è bastata a risolvere l'enigma.
Enigma che tra l'altro Agatha trascina fino alla fine lasciandoti credere, per un momento, che una risposta non c'è. Ma la risposta, anche questa volta, c'è.

Dieci piccoli indiani di Agatha Christie, Oscar Monandori, trad. di Beata Della Frattina

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