martedì 18 settembre 2018

Milan l'è on gran Milan

Desideravo visitare Milano da tempo, più o meno da quando tutti tornavano dall'Expo dicendo che la città era cambiata, era più bella, più moderna più europea e..irriconoscibile.
Mancavo da Milano da dieci anni, dal matrimonio di una mia amica. Non che prima fossi un habitué, ma durante il periodo dell'università facevo di tanto in tanto qualche incursione per trovare la mia amica, anche se le maggiori conoscenze sulla capitale lombarda le ho raccolte quando, a nove anni, vi trascorsi due settimane ospite da una cugina di mia madre, perché la mia nonna materna era milanese, e un po' di sangue lumbard me lo porto nelle vene.
Così ho colto al volo l'opportunità della mostra di Harry Potter, per visitare anche la città dalla quale tutti tornavano estasiati.
Non posso che confermare questa versione: sono state 48 ore dense, ma ben spese, dalle quali sono ritornata con la conoscenza di una città migliorata sotto tantissimi punti di vista. Un centro storico ordinato, silenzioso, con pochissimo traffico. Niente auto in doppia fila, niente strombazzamenti, niente smog.
Una piazza Duomo gremita, ma una Brera, a quattro passi, tranquilla e chic, con quei cortili elegantissimi dove è bello sognare di vivere (perché visti, i prezzi, giusto sognare si può).
I cortili di Brera
Grazie alla velocità della metro siamo riusciti a vedere un bel po' dei posti che avevamo messo in lista, merito di treni veloci, non troppo affollati e frequenti e merito soprattutto di tariffe vantaggiose che invitano le persone a lasciare le auto a casa. Abbiamo scelto un biglietto valido per tutti i mezzi cittadini della durata di 24 ore, del costo di 4,50€ ad adulto (i bambini sotto i dieci anni non pagano) e in questo modo abbiamo girato come trottole in lungo e in largo, prediligendo soprattutto le zone nuove, quelle che più mi incuriosivano.
Ho adorato piazza Gae Aulenti con il suo muro di grattacieli che scintilla da lontano e i giochi d'acqua, le vetrine che rapiscono gli occhi e le strade intorno che rinascono grazie a questa riqualificazione.
Piazza Gae Aulenti
Qui, come a Citylife, un restyling moderno si sposa con gusto con i palazzi d'epoca tutto intorno, mescolando vecchio e nuovo, ma soprattutto creando un ambiente urbano estremamente piacevole, ricco di verde, di spazi fruibili a piedi, di luoghi per lo shopping e il tempo libero.
Il quartiere visto dalle torri di Citylife
Le scelte urbanistiche possono piacere o meno, so che su piazza Gae Aulenti i pareri non sono unanimi, ma quando si gira per i quartieri (sono molte le aree dove si lavora a costruire e ristrutturare), quel che colpisce è che c'è un'idea di città che viene portata avanti, ci sono progetti, c'è una visione moderna.
Il grattacielo di piazza Gae Aulenti visto da corso Garibaldi
Perché è questo che si nota a Milano: la città si sta proiettando nel futuro senza per questo tradire le sue radici, ed è, soprattutto, vivibile.
Sembra il vicolo d'Oro a Praga e invece è il vicolo dei lavandai sul Naviglio grande
Ci son quartieri, come Isola che non ho visto ma di cui mi hanno parlato, che erano degradati e oggi sono un fiore all'occhiello. C'è via Paolo Sarpi, nella Chinatown, al centro di tante polemiche negli scorsi anni, che rigurgita sì di negozi orientali, ma che si è trasformata in una via pedonale, tranquilla, gradevole, al centro di un quartiere in piena ristrutturazione.
C'è una città dove è bello passeggiare con i bambini, dove ci si sposta con facilità, pulita, ordinata e dove la gente è...gentile. Mi è capitato più di una volta, in questi due giorni, che abitanti di Milano, vedendoci alle prese con strade e cartine, ci chiedessero se avevamo bisogno di aiuto. Non mi succedeva dai tempi di New York di incontrare tanta cortesia non richiesta. Non è scontato, non è sempre stato così.
Ho vissuto dieci anni a Roma e posso testimoniare come la vita nelle grandi città sia capace di abbrutire anche le persone più gentili. Persino io, a furia di vedere il grugno scontroso della tabaccaia sotto casa a Roma ogni volta che compravo un biglietto dei mezzi, ero diventata ostile, collerica, refrattaria a qualsiasi contatto umano (soprattutto se il contatto era, quotidianamente, dover stare spiaccicata tra centinaia di corpi nella metro).
A Milano la gente ti sorride, il che significa che è ben disposta verso il prossimo e che, nonostante la fatica di ogni giorno, tutto sommato si vive bene.
Ora non dirò che è tutto rose e fiori. La mia è stata una visita parziale, certamente ci sono quartieri degradati, ma è bello che qualcosa si muova.
Certo, a volte il progresso può spiazzare. Come quando volevamo visitare il Duomo, ma non si poteva senza biglietto. E va bene pagare per entrare in chiesa, è così in molte città all'estero, i costi di manutenzione sono alti, sono disponibile a fare la mia parte. Solo, non poter entrare in chiesa perché la biglietteria chiude un'ora prima della chiesa stessa, be', questo mi ha lasciata perplessa. Essere costretta a non entrare in una chiesa aperta ancora per un'ora, per una questione di biglietti, questa è una cosa alla quale difficilmente potrò abituarmi.
In ogni caso, mi sento di consigliare vivamente una visita a Milano con i bambini, sia per la facilità negli spostamenti, sia per le tante attrazioni adatte ai più piccoli. Si può scegliere una passeggiata tranquilla tra le vie eleganti, lungo i navigli o in un parco, per esempio a parco Sempione, al quale si accede dopo aver attraversato i cortili del castello Sforzesco e si sa che i castelli esercitano sempre il loro fascino sui più piccoli.
Il Naviglio grande
Se in casa c'è un piccolo fanatico di calcio, si può decidere di portarlo con la metro lilla (quella senza guidatore, dove ti puoi sedere proprio in testa al treno e vedere le gallerie che ti si aprono davanti) fin sotto lo stadio Meazza.
Corso Como
Oppure si può consultare il cartellone degli spettacoli e delle mostre, sicuramente ci sarà qualcosa per il pubblico sotto il metro e mezzo. Il Muba (Museo dei bambini) ha un'offerta varia e interessante e ad ottobre al teatro Nazionale, ad esempio, tornerà in scena il musical su Mary Poppins.
E poi, siccome anche noi grandi abbiamo diritto a un minimo di cultura, ci sono musei, come la Pinacoteca di Brera, dove l'ingresso è gratuito sotto i 18 anni.
L'unica accortezza è dotarsi di bambini con un minimo di tolleranza. Almeno su quello, non ci sono offerte di alcun tipo.

domenica 16 settembre 2018

Si ricomincia

In questa vigilia agrodolce che precede il riprendere della scuola, sono divisa tra la necessità di mettere un punto a ben tre mesi di vacanza (e riprendermi un po' del mio tempo) e la malinconia all'idea di ricominciare col tran tran frenetico. Mi sembra ieri che mi affannavo tra compiti e attività sportive e, lo so che invece di tempo ne è passato e di cose ne abbiamo fatte, ma la prospettiva di rituffarmi nel vortice non mi alletta per nulla.
E poi c'è lui, che si appresta alla classe quinta, traguardo e rampa di lancio.
Avrei voluto scrivere fior fior di riflessioni su questo momento così simbolico, ma la verità è che ho un'unica, banale considerazione, che è poi comune a molte mamme: il tempo è volato via.
E' stantio dire che mi sembra ieri quando Ieie, piccolo e tremante, aspettava con i compagni davanti alla scuola la cerimonia di accoglienza dei bambini di prima. Era talmente teso e pareva minuscolo sotto quello zaino vuoto. A parte il primo anno, che forse per la fatica iniziale mi è sembrato più lungo, per il resto non so nemmeno io come abbiamo fatto a ritrovarci già qui. Erano i piccoli, da domani saranno tra i grandi della scuola.
Chissà cosa ricorderà Ieie della "primaria". Io ho memorie nitide e precise delle mie elementari. Ricordo mia nonna che mi chiedeva conto degli esami di quinta, la mattina, a casa sua, appena uscita da scuola; ricordo i pianti in braccio a mia madre sulla sdraio beige del balcone, quella che non esiste più, al pensiero che non avrei più rivisto i compagni di quegli, nella mia mente di bambina, interminabili cinque anni. Ricordo le amiche che sembravano dover essere per sempre e che invece non ho più rivisto.
Chissà cosa si porterà dietro mio figlio.
Io, per quest'anno, ho un solo piccolo desiderio: che il tempo rallenti un po', perché ho paura che, a quella campanella di inizio lezioni, seguirà rapida quella che ne segnerà la fine.

venerdì 14 settembre 2018

Leggiamolo insieme-Harry Potter e la camera dei segreti: libro+film+mostra

Harry Potter e la camera dei segreti rappresenta un punto di svolta nel ciclo del maghetto di Hogwarts. La capacità narrativa della Rowling si affina e diventa più sofisticata rispetto al primo volume, la storia assume i contorni di una saga grazie all'inserimento di elementi che torneranno utilissimi per comprendere gli ultimi libri e si innesca quel meccanismo a orologeria perfetto che è la vicenda del maghetto più famoso al mondo.
Dal mio punto di vista è di gran lunga superiore a Harry Potter e la pietra filosofale perché, pur conservando ancora quella spensierata fanciullezza che dal quarto volume in poi andrà stemperandosi in toni più lugubri, già mostra la maestria della Rowling nel creare misteri che lasciano col fiato sospeso, dal finale incredibile in tutti i sensi. Secondo come bellezza al prigioniero di Azkaban, che resta il mio preferito, ha riscosso grande successo nella nostra lettura collettiva, resa più agile dalle vacanze estive.
Questa volta il nostro eroe, al suo secondo anno a Hogwarts, sempre affiancato dai fidi Ron e Hermione, dovrà vedersela con una stanza leggendaria che forse esiste o forse no e con un mostro che pietrifica gli studenti. Tra voci disincarnate, diari segreti e pozioni polisucco, i tre amici giungeranno alla soluzione del mistero, che lascerà letteralmente di sasso.
La storia si arricchirà di nuovi personaggi, alcuni dei quali diventeranno nel tempo vecchie, care conoscenze, assumerà toni spassosi in presenza del professor Gilderoy Allock che Ieie e la Lolla hanno adorato, stupirà e no, non farà paura (cosa che molte amiche mamme mi chiedono quando i bambini raccontano di Harry Potter), nemmeno quando i mostri, dalla pagina del libro, si materializzano nell'omonimo film.
Secondo me i miei figli mi stanno ad ascoltare più per il piacere di vedere, a libro finito, il film, che per la lettura in sé, ma va bene così. Sono contenta di aver fatto scoprire loro questo mondo, sono contenta di scoprirlo attraverso i loro occhi perché rileggere i libri e rivedere i film con loro, mi restituisce tutto lo stupore e il fascino che i bambini provano approcciandosi alla saga di Harry Potter.
La Lolla si sveglia la mattina chiedendomi chiarimenti su qualche passaggio dello storia, Ieie ne memorizza le battute, insomma è HarryPottermania e a coronare il tutto, stavolta ho pensato di regalare loro un pezzetto di magia in più.
Così, per festeggiare la fine del secondo capitolo della saga, siamo stati alla Harry Potter Exhibition, la mostra che si è tenuta a Milano nello stabile della Fabbrica del vapore fino al 9 settembre scorso. L'attesa è stata spasmodica e febbrile per tutta l'estate. Poi, finalmente, l'8 settembre abbiamo visitato l'esposizione che, altro non è, che la mise en place del materiale usato per i film: costumi, oggetti di scena, allestimenti.
Si va dagli arredi della torre del Grifondoro alle scope per il Quidditch, dalla tunica di Silente alle mandragole e chi più ne ha più ne metta. Ci siamo divertiti molto a girare tra il materiale cercando di riconoscere ogni singolo pezzo e, anche quando si trattava di elementi o personaggi dei libri successivi che ancora non conoscevano, è stato bello curiosare con loro sui prossimi volumi, cercando, of course, di non svelare troppo.
Rinvasando mandragole
Dopo la mostra, a mente fredda, posso dire che forse, visto il contenuto dell'esposizione, il prezzo del biglietto potrebbe essere un tantino più contenuto (abbiamo speso mooolto meno per la Pinacoteca di Brera che è pur sempre la Pinacoteca di Brera), però i bambini sono tornati entusiasti, per cui alla fine, vista con i loro occhi, ne è valsa la pena.
Provando a segnare con la Pluffa
Harry Potter e la camera dei segreti di J.K. Rowling, Salani, traduzione di Serena Daniele

Questo post partecipa al Venerdì del libro di HomeMadeMamma

martedì 11 settembre 2018

Sulle smanie dell'inizio scolastico

Ritorni dalle vacanze e, senza nemmeno accorgertene, i soldi ti sgusciano fuori dal portafogli. Cene fuori? cinema? shopping selvaggio? Neanche a parlarne, la prima grossa spesa della stagione è il materiale scolastico. Ieri ho iniziato, senza peraltro concluderlo, il tour de force tra quadernoni e penne ritrovandomi a domandarmi come abbia potuto sborsare tutti quei soldi per un po' di cancelleria.
E no, io non sono una che vuole tutto griffato, tutt'altro, ieri, al centro commerciale, ero quella che ravanava nel cesto dei pacchi di quadernoni in offerta, alla ricerca dei più convenienti e che, quando si è arresa all'evidenza della fine dei quadernoni a righe di terza, anziché cedere alla proposta della Lolla che sventolava quelli di Elsa da € 1,50 l'uno, ha gridato "Giammai, piuttosto li faccio io con la fotocopiatrice e la spillatrice" (ok, non l'ho urlato ma l'ho seriamente pensato).
Così, sotto un sole ancora terribilmente caldo, siamo andate di negozio in negozio per tornare a casa con 45 tra quadernoni a righe e a quadretti (tutti in offerta). Esagerata? Eppure lo scorso anno ne comprai altrettanti e bastarono sì e no fino a Pasqua. Tempo una settimana e già la metà saranno foderati e destinati a una materia. Prendete un quadernone per storia, scienze e geografia a testa, tre per italiano, due per matematica, un altro ciascuno per religione, inglese, musica e arte, moltiplicate per due (figli) e i conti tornano. Attaccate schede su schede su ogni pagina e i quadernoni finiranno prima che riusciate a memorizzare l'associazione copertina/materia.
Non voglio rispolverare il solito "ai miei tempi", ma è un fatto che i quaderni (piccoli, compatti) che ho usato in cinque anni di elementari, sono all'incirca quanti quelli che Ieie ha fatto fuori nel solo primo anno di primaria.
E va bene che la didattica è cambiata e tutta la solita solfa, ma io, come dice lo spot, guardo al risultato, e non mi sembra che Ieie e la Lolla ne sappiano di più di me alla loro età. E no, non è perché io fossi più brava di loro (tutti i dieci che portano a casa io li vedevo col cannocchiale), è che semplicemente noi, si lavorava di più. Ho ancora l'incubo dei pomeriggi trascorsi a fare l'analisi grammaticale di interi brani del libro di testo, mi pareva che l'orologio si cristallizzasse mentre sottolineavo ogni parola con un colore diverso (blu per il verbo, rosso il nome, giallo l'aggettivo) e le riscrivevo sul quaderno con la relativa analisi.
Però io, a tutt'oggi, potrei fare l'analisi grammaticale solfeggiando su un piede solo, e non so se i miei figli, alla fine della primaria, ne saranno altrettanto capaci.
Così, dicevo, le prime banconote sono volate via solo per i quadernoni, e speriamo che siano soldi ben spesi.
Su qualche altro articolo richiesto dalla scuola, io, che sin da bambina ho avuto il complesso dell'autorità e non ho mai messo in discussione le richieste degli insegnanti, ho glissato con nonchalance. Mi riferisco alla etichette con nome e cognome con cui, dallo scorso anno, dovrebbero essere corredati tutti gli articoli in possesso degli studenti: dai quaderni ai libri, fino alle forbici e a tutti i pastelli.
Lo so che ci sono appositi siti Internet che te li stampano e te li inviano a casa (ma mica te li appiccicano, eh?), ma io lo scorso anno mi sono rifiutata di sottopormi a questa spesa.
I motivi, per parte mia, sono due, entrambi validissimi.
Il primo è che, con o senza nome, i bambini si perdono comunque il materiale scolastico. Le gomme per cancellare, per dire, le ho sempre vergate con il nome dei miei figli su ogni faccia. Questo, tuttavia, non ha impedito che il numero di gomme smarrite e mai più ritrovate sia comunque giunto a una cifra incalcolabile (e infatti mica lo so quante ne abbiamo cambiate negli anni). Sicché etichettare tutto, cui prodest?
Il secondo motivo è  che, se la scuola mi chiede di appiccicare etichette su tutto, anche dal primo all'ultimo dei 24 pastelli, evidentemente suppone che io non abbia nulla da fare e mi stia gentilmente suggerendo un modo per impiegare il tempo libero. Ma io, di tempo, ne ho poco, e quel che mi avanza, so già come impiegarlo di mio (per non parlar dei soldi), sicché siccome lo scorso anno nessuno ha eccepito sulla mancata etichettatura, qualora quest'anno la richiesta si dovesse ripetere, ho già pronta la risposta.
Comunque, io speriamo che me la cavo, e pure i miei figli, va.
I quadernoni oggi e i quaderni di un tempo

mercoledì 5 settembre 2018

Ciao, mare

Hai mai visto, veramente, il mare? Hai nuotato tra le sue onde, tagliandolo a vigorose bracciate, sentito la sua freschezza scivolarti addosso? Hai permesso al tuo corpo di divenire parte dell'acqua, mentre polmoni, occhi, naso perdevano la loro consistenza diventando liquidi essi stessi?
Hai lasciato la salsedine seccarsi sulla pelle, imperlarti le sopracciglia, infarinarti il viso?
Hai mai vissuto il mare? Hai respirato il suo profumo? Lo hai solcato a tutte le ore imparando come a ognuna corrisponda una sfumatura diversa di luce?
Sin da bambina ho sempre amato il mare. Il mio mare.

L'ho amato pazzamente quando saltavo i cavalloni sulla prua di una barca.
L'ho amato osservandolo attraverso le lenti di maschere che mi hanno insegnato a riconoscere fondali e colori di ogni singola insenatura.

L'ho amato quando ne esploravo le viscere scendendo sempre più giù.
L'ho amato anche quando, profondo e arcigno, non permetteva di vederne la fine mostrando solo l'angosciante incrocio dei raggi del sole.
Poi sono cresciuta e, come ogni amore che si rispetti, la maturità ha aggiunto a quel sentimento folle e sconsiderato, una scintilla di lucidità.
Ho cominciato a temerlo e a rispettarlo, dopo averne conosciuto l'imprevedibilità.
Ma ho continuato ad amarlo.
Lo amo quando sonnecchia placido e bellissimo sotto il sole e la sua chioma diventa d'oro; lo amo quando si increspa leggermente infastidito per un refolo troppo audace; lo amo quando, arrabbiato, ti scuote e ti strattona.

Lo amo vestito con i colori verdi e azzurri della spensieratezza, o col blu scuro delle grandi occasioni; lo amo al tramonto, quando stanco e incapace di opporsi, permette al sole di tingerlo di sfumature fosforescenti rosa e violette.
Lo amo persino quando si fa baciare dal sole, diluendosi in un rosso appassionato.

Come ogni anno le vacanze al paesino sono agli sgoccioli. Come ogni anno da tanti a questa parte, arrivano le giornate intrise di nostalgia e il cuore è un puntaspilli dove ogni ricordo lascia una piccola puntura. A volte vorrei saltarlo a pie' pari, questo momento che si trascina con malinconia, ma fa parte della vita, della fine di qualsiasi cosa bella. E il fatto che le vacanze al paesino, dopo tanti anni, sappiano ancora farsi rimpiangere è dopotutto un fatto positivo.
Non sarà solo il mare, a mancarmi, ma tutto ciò che questo spazio sconfinato racchiude: la libertà, la possibilità di vivere all'aria aperta, la vicinanza con vecchi amici e l'opportunità di trascorrere con loro tanto tempo assieme.
E poi, quest'anno, anche Ieie si approssima alla fine delle vacanze con un nuovo stato d'animo, quello di chi ha compreso il segreto, ineluttabilmente dolce-amaro, del tempo che se ne va.
Ha raccontato alla nonna di aver salutato un amichetto conosciuto in spiaggia, perché era l'ultima mattina in cui si sarebbero visti.
"Va be' - l'ha consolato mia madre - vi rivedrete l'anno prossimo".
"Sì ma non è la stessa cosa, perché l'anno prossimo sarò più grande".


venerdì 31 agosto 2018

Saigon e così sia

Tra il 1967 e il 1968 Oriana Fallaci visitò il Vietnam del Sud come inviata di guerra, usufruendo di documenti, divise e mezzi dell'esercito Usa. Di quell'esperienza è frutto Niente e così sia, il libro in cui raccontò il massacro del conflitto in Indocina.
Un anno dopo era di nuovo lì, sul fronte opposto, per conoscere quel popolo che aveva ammirato e desiderato incontrare, gli abitanti del Vietnam del Nord, visti fino ad allora solo cadaveri.
Da quel viaggio prende vita Saigon e così sia, libro pubblicato postumo, che la stessa Oriana aveva voluto e curato e che, a differenza del precedente, non è una diario della spedizione, ma una raccolta di articoli pubblicati all'epoca sull'Europeo che raccontano la visita della Fallaci ad Hanoi a seguito di una delegazione di donne italiane, il successivo ingresso nella Cambogia, durante la fase di allargamento del conflitto in Indocina, i negoziati statunitensi prima del disimpegno dal Vietnam e la caduta finale di Saigon.
Uno specchio accurato e documentato delle ultime fasi della guerra in Vietnam che qui, attraverso il resoconto delle trattative di Kissinger e la ricostruzione della vita di alcuni dei suoi protagonisti, da Ho Chi Min al presidente Thieu, sembra mostrarsi appieno nel suo significato. Si capisce così come una giusta battaglia per l'indipendenza abbia assunto infine l'aspetto di un regime oppressivo.
Se infatti nel 1968 per la gran parte degli occidentali le origini del conflitto erano note (o almeno avrebbero dovuto esserlo), per noi che l'abbiamo conosciuto attraverso i film e le scarne citazioni sui libri di storia, rimane solo una guerra imperialista, inutile e sanguinosa, nonché la prima sconfitta per la potenza americana. Vale la pena quindi affrontare questa lettura, per comprendere finalmente questa guerra (e magari per evitare altri errori simili).
Molto bella la prima parte del libro, quella che racconta appunto del viaggio ad Hanoi e nelle province limitrofe. La Fallaci, che aveva ammirato la tenacia dei nordvietnamiti, ne rimane subito delusa:

E' assai più facile amarli da lontano o dall'altra parte della barricata. Forse li hai amati troppo, li hai pianti troppo, li hai idealizzati troppo. Visti da vicino, non potevano che ferirti.

Non è solo la guerra, spiega la Fallaci, la guerra c'era anche Saigon, eppure Saigon era una città che brulicava di vita, la gente riusciva ancora a sorridere. Ad Hanoi tutto è tetro, la città le facce della gente, e si vive in una sorta di rigore monacale che non impedisce solo la libertà di parola o di pensiero, ma la vita stessa.

Hanoi ricorda un cupo convento dove ciascuno è impegnato a mortificarsi [...]. Non c'è un locale di divertimento, solo cinematografi sporchi che proiettano filmucci di propaganda o di guerra, non sorprendi mai due che si baciano [...] e le donne [...] non fanno mai nulla per sembrare graziose.

Verrebbe voglia di urlare: datti un colpo di pettine, perbacco, datti un po' di rossetto, non andrai mica all'inferno se lo fai!

Secondo la Fallaci la spiegazione è nell'esempio dato dall'austero Ho Chi Min, di cui, nella parte finale del libro, la giornalista traccia un ritratto magistrale (leggetelo se, come per me, Ho Chi Min è solo il nome polveroso di un vecchio leader marxista)
Come sempre, quello che ho apprezzato è l'accuratezza con cui la Fallaci affronta i suoi testi. Niente è lasciato al caso e ogni parola è frutto di accorte documentazioni e di testimonianze dirette. Oriana non si fa guidare dal pregiudizio o dal sentito dire, vuole essere in prima linea, sfatare (o confermare) miti e leggende ed è capace di ammettere l'errore, senza farsi accecare dall'ideologia o dal proprio ego.
Da ammirare il coraggio mostrato dalla giornalista nel viaggio ad Hanoi, la faccia tosta nel riproporre domande che le erano state espressamente vietate, nel fotografare quel che era coperto da segreto, nel nascondere i rullini fotografici proibiti.
Alla censura e ai comunicati stile MinCulPop di Hanoi (vedere l'intervista al generale Giap), la Fallaci oppone il coraggio della verità, abituata com'era a quella "libertà di movimento che gli americani ti danno anche se parli male di loro".
Amarissimo il giudizio finale della giornalista che, pur comprendendo le motivazioni della guerra, non trova giustificazioni, né valori difendibili da nessun lato della barricata.

Sì, il male è equamente diviso in quella guerra: gli elementari diritti delle creature sono infranti sia a Saigon che ad Hanoi, da nessuna parte della barricata v'è la risposta alle nostre speranze. E con tale conclusione, inevitabile, amara, chiudo la mia testimonianza sul Nord Vietnam. Oltre che una testimonianza, una conferma che non basta parlar di giustizia per essere giusti, di civiltà per essere civili, di umanesimo per essere umani.

E mentre la guerra finisce e la cortina del silenzio cala su Saigon chiudendo a chiave un popolo costretto a tacere e soffrire, le parole della Fallaci andrebbero impresse su tutti i libri di storia. Chissà che possa no aiutarci a essere uomini, e donne, migliori.

Saigon e così sia di Oriana Fallaci, Best Bur

Questo post partecipa al Venerdì del libro di HomeMadeMamma

giovedì 30 agosto 2018

14 agosto

E' proprio quando, nel giorno della vigilia di Ferragosto, vorresti sfogare il tuo nervosismo dovuto alla folla, al caos, al traffico, alla maleducazione dei turisti, che la vita ti riporta con i piedi per terra, a guardare tutto ciò da lontano, come con un cannocchiale, e a considerare quel che è veramente importante.
Ci pensa una telefonata, che a quell'ora qualcosa deve essere successo, ma a quelle parole, impossibili, incredibili, che però non possono essere dette a casaccio, non ci avresti mai pensato.
E ti metti in macchina, un peso sulla bocca dello stomaco e il desiderio che si tratti di un errore. Adesso ti richiamano e ti dicono che si sono sbagliati, oppure arrivi lì e constati con i tuoi occhi che c'è stato un malinteso.
Lei tornerà ad accoglierti col suo sorriso.
Senti ancora la sua voce.
Ed entri in quella casa dove sei entrata centinaia di volte da quand'eri bambina, sempre uguale, immutata. Di una vecchiezza scomoda e fuori moda. Ma quel che per qualcuno è da buttare, per qualcun altro è una reggia.
Entri e ti tornano in mente tutte le volte che sei passata da quella porta a vetri. Soprattutto le ultime, che da quando vivi al paesello son quattro passi da casa tua.
Quei quattro passi che non farai più.
E pensi.
Perché ogni oggetto è un ricordo.
Pensi all'ultima settimana prima di andare al mare. "Ci vediamo prima che partiate?". Sì, avevi risposto, e in effetti vi eravate riviste, ma quasi per caso. L'ultima volta che sei stata lì, non sei nemmeno entrata. C'erano i bambini.
I bambini che lei amava tanto ed accoglieva con "Nah, chi viene? Chi viene?" appena li riconosceva dai vetri della porta.
Senti ancora la sua voce.
"Beh, la Pizzupia" diceva alla Lolla, che di quel nome se ne faceva un vanto. "Belli, belli della zia" ripeteva, prima di essere coinvolta in una partita di assopigliatutto o in una passeggiata fino al pollaio.
Ed ecco, arrivano i rimpianti per tutte le visite non fatte o fatte di fretta. E il conforto, meno male, di quelle più lunghe. Delle parole scambiate, del tempo trascorso assieme. Dell'esserci stata negli ultimi mesi più duri, quelli del lutto e della malattia. Dell'aver attraversato insieme il reparto di radioterapia, dove una dottoressa gentile e gagliarda che l'aveva presa in cura, era rimasta abbagliata dalla sua tempra e dalla sua mente e aveva decretato che la malattia avrebbe avuto un decorso lento e, data l'età, se ne sarebbe andata per qualche altro motivo.
Chi lo sa, forse aveva ragione.
Ma nessuno pensava sarebbe successo così presto. Proprio lei che sembrava inossidabile. Che c'era sempre stata e forse avrebbe continuato a esistere dopo tutti noi. Che, nata e vissuta nella casa di suo nonno, padre di dieci figli, era la memoria storica di una famiglia di decine di nipoti. E tutto ricordava di quel passato.
Resta il rimpianto di quel che avrei voluto ancora chiederle.
Delle ricette che non ho fatto in tempo a farmi spiegare.
Delle cose che avevamo rimandato a dopo l'estate, impreparate, entrambe, al fatto che un dopo non ci sarebbe stato.
Resta una pianta di cappero fatta preparare da lei per me, per il mio giardino. Da piantare in autunno.
Gli alberi di agrumi del suo aranceto, tornati a produrre dopo due anni di inattività, di cui aspettavamo il raccolto natalizio.
Resta un dolore alla bocca dello stomaco che torna a colpire ogni volta che la vita va in stand by e ti rendi conto che è successo, ed è tutto vero.

Te ne sei andata come hai sempre vissuto, in una vigilia di Ferragosto, con il paesello semideserto, per non destare troppo rumore.
Te ne sei andata come hai voluto. Nella tua casa, tra le tue cose, autosufficiente, autonoma.
Te ne sei andata, ma ancora non mi sembra vero.
Ogni volta che chiudo gli occhi, a me sembra di sentire ancora la tua voce.
"Nah, chi viene, chi viene?".

C'è un prima e c'è un dopo. E incredibilmente, non coincidono più.