venerdì 17 novembre 2017

Ancora tre indagini per il commissario Montalbano-L'odore della notte

Non succede niente di interessante a Vigata, al punto che Montalbano è impegnato a tenere a bada un pensionato fuori di testa per aver perso i risparmi. Li aveva affidati a un investitore tarocco, uno dei soliti truffatori che promettono mari e monti e poi spariscono col capitale come si vede tante volte in televisione, un caso che Montalbano, poco incline alle questioni economiche, aveva affidato al suo vice Augello.
Ma com'è che, ovunque si giri, il commissario si trova ad avere a che fare con persone truffate da Gargano, il mago della finanza scomparso con tutto il malloppo? Montalbano non può fare a meno di chiederselo e, quando la questione minaccia di riguardare anche i suoi affetti, decide di prendere in mano l'inchiesta, complice il fatto che Augello è in licenza matrimoniale.
Parte un po' in sordina L'odore della notte, sesta indagine del commissario di Vigata. Non c'è un omicidio, ma solo un caso che si trascina da un mese senza troppi sviluppi. Di Gargano ormai si dispera di avere notizie, tutti sono convinti che sia in qualche paradiso naturale a godersi i frutti del suo lavoro sporco e non ci sono elementi utili a una svolta. Sarà un dettaglio, colto fortuitamente dal commissario, ad aprire un vaso di Pandora di scoperte tragiche, che in una concatenazione tumultuosa di eventi, porterà a un finale che rovescia sul lettore una quantità insperata di sorprese.
Camilleri non delude e riesce, pur non tradendo lo spirito tipico dei romanzi di Montalbano, a creare un prodotto sempre diverso e a dare nuova linfa al suo personaggio che cresce, invecchia, va avanti come tutte le persone di questo mondo.
Davvero bello. E, come sempre, vien voglia di continuare la lettura.

Ancora tre indagini per il commissario Montalbano-L'odore della notte, Andrea Camilleri, Sellerio

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martedì 7 novembre 2017

Il litigio nell'era digitale

La preadolescenza è quel periodo in cui i rapporti con le amiche del cuore/compagne di scuola possono prendere spesso la strada dell'incomprensione, vittime di quell'amplificazione dei sentimenti tipica dell'età.
Non sono mai stata una tipa litigiosa, però ricordo come io stessa, in quell'incubatore dell'adolescenza che è la scuola media, mi sentissi ferita dalla compagna che aveva più successo con i ragazzi o mi turbassi per un'amica che sembrava prestarmi meno attenzione del solito. Me ne sono ricordata quando, qualche giorno fa, mi sono imbattuta nel racconto di una undicenne alle prede con un litigio con l'amica del cuore. Niente di nuovo, tutte cose già vissute e sentite. Quel che mi ha colpito, però, è stato notare come nell'era dei social anche un litigio assuma contorni nuovi e un po' inquietanti.
Perché la discussione, banale, per i soliti banali motivi (Io sto week end esco con un'altra amica ma tu non uscire con un'altra. E perché? Perché sì. Tu non sei più la mia migliore amica, ecc.) non si è spenta là dov'era nata, tra i banchi di scuola, ma si è trascinata a casa, tra telefonate e whats app, in un tripudio infernale protrattosi per non so quanto tempo e terminato con una delle due che bloccava il numero dell'altra (che, tra parentesi, manco sapevo si potesse fare).
Ora, io me la sono immaginata questa scena, con un telefono che fischia o trilla ogni tre per due impedendoti di pensare ad altro, la trepidazione nel leggere la risposta, l'angosciosa attesa quando quest'ultima non arriva, le telefonate che si concludono con le parole che ti muoiono in bocca mentre l'altra chiude la conversazione fino al terribile, umiliante finale di vedersi banditi.
Ai miei tempi (lo so, fa tanto mia nonna, ma ci sta tutto), una cosa del genere era impensabile. Il telefono non solo costava, ma soprattutto era "della famiglia". C'erano orari e momenti in cui telefonare "a casa delle persone" stava male e nemmeno si poteva essere insistenti ché magari la nonna, la mamma o il fratello non erano proprio felicissimi di farti da centralinista. Il risultato era che la tua rabbia dovevi farla sbollire in altro modo e il tempo e la distanza certo aiutavano, oppure dovevi attendere di rivederti a scuola per chiarire, e il luogo richiedeva pur sempre un certo contegno.
Il fatto di avere un cellulare personale, una linea diretta con l'amica, oltre ad abbattere tutte queste barriere, che è una comodità, porta a un'esasperazione dei comportamenti, in quell'età così vorticosa e strana che è la preadolescenza. Non ci sono filtri, che vuol dire che non solo non c'è nonna Amalia a rispondere al telefono obbligandoti a essere cortese ed educata, ma non ci sono nemmeno il tempo e lo spazio per far decantare i sentimenti ed evitare che quel brutto pensiero che ti è venuto in mente si traduca immediatamente in un messaggio. Così il litigio scivola veloce lungo la china dell'odio, portando a conseguenze nefaste. Essere bloccati, alla fine, non è la cosa peggiore che possa succedere, quando con i social un insulto può avere una diffusione "planetaria".
Dopo tutto, non era tanto male essere adolescenti ai miei tempi, anzi a pensarci bene era decisamente più facile. Ma, soprattutto, noi genitori analogici sapremo gestire l'adolescenza digitale dei nostri figli che è ormai dietro l'angolo?

lunedì 23 ottobre 2017

La fatica di educare

"Figli piccoli problemi piccoli, figli grandi problemi grandi" ti ripetono quando ti lamenti delle notti insonni a causa dei pianti dei pargoli appena nati, lasciandoti intendere che, checché tu ne pensi, non saranno quelle le preoccupazioni peggiori che i tuoi bambini ti daranno.
La fatica di educare, in effetti, si incontra dopo. Dopo i terrible two, dopo l'inserimento all'asilo, dopo i capricci e le sudate per spiegare la differenza tra è ed e.
Si incontra, ad esempio, quando cerchi di far capire a tuo figlio di nemmeno nove anni perché non ritieni che uscire a passeggio da solo come fanno alcuni suoi coetanei, sia una buona idea. O, peggio, perché non è opportuno alla sua età, possedere e usare un proprio cellulare per scambiarsi messaggi con i compagni, sebbene gli altri già lo facciano.
E' allora che senti tutta la fatica di spiegazioni che non sai se andranno a segno.
Perché tu puoi pensare, e dire, che i telefonini sono pericolosi per la salute dei bambini, e lo sostengono persone molto più autorevoli della mamma; che lo smartphone è un'incredibile finestra sul mondo, ma anche una porta di accesso a situazioni pericolose per un "ragazzino" di neppure nove anni; che già fai fatica a tenere sotto controllo le ore di tv e videogiochi sul tablet, perché lui non è proprio in grado di staccarsi dagli apparecchi elettronici, figuriamoci se dovesse esserci di mezzo anche un cellulare.
Soprattutto, tu puoi volere che lui conosca abbastanza la vita vera, fatta di abbracci, litigi, partite di pallone, sudore, erba fresca e vento in  faccia, prima di lasciarsi assorbire da quella virtuale. Così da non deprimersi per una misera manciata di like e da capire che i veri amici non sono quelli che affollano i tuoi social, ma quelli che ti porgono una spalla, in carne e ossa, quando hai bisogno di piangere.
Tutte queste cose possono essere spiegate con un linguaggio kids friendly, come si dice oggi, ma la verità è che ciò che resterà, sarà solo il paragone tra gli amichetti trattati ormai da grandi e se stesso, il bambino.
E quindi puoi solo prenderti il tuo pesante fardello, tenere duro e seminare e sperare che un giorno tutta questa fatica sarà stata utile. Sarà stata compresa.

P.S.
E poi è vero, è difficile per me accettare che il mio bambino non sia più tale, che sia troppo grande ormai per ricevere in dono un giocattolo, ma mi chiedo anche: se adesso esce da solo, quale nuovo traguardo si proporrà, per esempio, tra due anni?
Il discorso che i bambini di oggi sono più svegli dei loro coetanei di vent'anni fa, a me non convince. Forse saranno (ancor) più smaliziati, con più conoscenze, ma di certo non sono più maturi.
Veramente posso accettare che mio figlio talvolta si svegli ancora di notte piangendo, che non voglia restare in casa da solo il tempo necessario per percorrere i 50 metri che ci separano da scuola così da prendere sua sorella senza dover chiedere la collaborazione di qualcuno, che non sia disponibile a restare da "solo" (con la sorella) in auto mentre pago il parcheggio e poi permettergli di uscire senza un adulto?
Che c'azzecca?
C'entra eccome, perché crescere non può significare solo avere più libertà. Maggiori diritti comportano maggiori doveri e responsabilità, mi è sempre stato insegnato che le due cose vanno di pari passo: non basta credersi grandi, per essere trattati come tali.

venerdì 20 ottobre 2017

Ancora tre indagini per il commissario Montalbano-La gita a Tindari

L'omicidio di un trentino che fa la bella vita pur non avendo, apparentemente, entrate sufficienti e, a stretto giro, la scomparsa di una coppia di anziani dalla vita piuttosto appartata. Cos'hanno in comune questi due casi su cui indaga Montalabano? Niente, se non il fatto che tutte e tre le persone abitavano nello stesso palazzo. Una coincidenza? Forse, anche se il commissario alle coincidenze non crede poi tanto.
E poi, ancora. Balduccio Sinagra, il boss locale, che vuole costringere, dice lui, il nipote latitante a costituirsi per evitare ritorsioni tra clan e chiede l'aiuto della polizia. Mimì Augello, il vice sciupafemmine di Montalbano che è in vena di sposarsi, mandando ai matti il suo capo che teme di perdere un pezzo della squadra. Il rapporto con Livia, che è ormai a un punto morto. 
Sono questi gli ingredienti de La gita a Tindari, quinto capitolo della saga di Montalbano. Un libro che, pur seguendo la ricetta tipica delle indagini di Montalbano, una serie di casi apparentemente sconnessi, conditi dai profumi e dai sapori della Sicilia, innaffiati dai capricci del mare e musicati col linguaggio di Camilleri, risulta comunque nuovo e appassionante.
Di volume in volume, infatti, scopriamo particolari inediti sulla vita del commissario e la sua vicenda, e di quella del piccolo mondo che lo circonda e che ormai anche per noi lettori è diventato familiare, evolve e si arricchisce. Tornare a Vigata è sempre piacevole, ci si sente a casa, anche se il finale travalica i confini "rassicuranti" della malavita sicula.
Il rischio di essere ripetitivi, così temuto da Camilleri e spiegato nella prefazione a questa nuova edizione, non c'è. Montalbano seguirà le tracce di illustri predecessori che, risolvendo un caso dopo l'altro, hanno appassionato il pubblico e sono entrati nell'immaginario collettivo.

Ancora tre indagini per il commissario Montalbano-La gita a Tindari, Andrea Camilleri, Sellerio

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mercoledì 18 ottobre 2017

Meglio soli

E' successo mentre passeggiavamo a Matera, di sabato sera, nel bel mezzo dello struscio cittadino. E' successo a Matera, ma, premetto, sarebbe potuto accadere in qualsiasi altro posto. Nel giro di pochi minuti passiamo da una comitiva di ragazzi dove un'adolescente si lascia andare, ridendo, a un'imprecazione, a un'altra dove due ragazze che potranno avere al massimo 16 anni, scherzano e un dà all'altra, ridendo, della troia. E' successo a Matera, ripeto, ma non è diverso da altre situazioni in cui mi sono imbattuta recentemente nella mia città, con adolescenti, spesso ragazze, che usano espressioni volgari, imprecano, bestemmiano. A volte nell'assurdo silenzio di genitori non complici, ma più che altro quasi succubi dei figli. Abulici.
Forse sono vecchia e anche un po' codina. Non sono mai stata, neanche in gioventù, una che usava o abusava delle parolacce. Qualche volte mi può scappare, certo, ma non ne ho fatto mai la mia forma linguistica prediletta. Detto questo ho e ho avuto amiche che usano le parolacce molto più di me e so, per esperienza, che quando si è giovani essere sboccati fa figo. Fa grande. Il punto, tuttavia, è che c'è un'enorme differenza tra usare le parolacce e imprecare. E anche le mie amiche più sboccate a certe vette non arrivavano, né le ho mai sentite darmi o darsi della troia. Non nei litigi e neppure per scherzo.
E allora, che succede ai giovani d'oggi? Come mai sempre più femmine si abbandonano a una linguaggio un tempo retaggio non dico di maschi, perché ci sono maschi e maschi, ma di uomini di infimo livello?
Ecco allora che mentre passeggiavo a Matera, ma sarebbe potuto succedere altrove solo che ero lì, un pensiero mi si è formato in testa. Non passerà molto tempo che anche Ieie e la Lolla saranno adolescenti e avranno una vita sociale che si svolgerà prevalentemente senza di me. Come genitore desidererò per loro quello che desideravo anch'io da ragazza, degli amici con cui passare il tempo, perché stare soli può essere triste.
E se questi amici saranno come i giovani che mi capita di incontrare sempre più spesso? Sarei contenta che, pur di non rimanere soli, si accodassero a persone del genere, le approvassero, le imitassero?
Ecco, ho pensato, sarà anche triste, ma piuttosto che questo, preferisco il vecchio detto, meglio soli che male accompagnati. Sì, ho pensato in un moto di assurdo (assurdo?) egoismo, piuttosto che questo, meglio soli.

venerdì 13 ottobre 2017

Ancora tre indagini per il commissario Montalbano-La voce del violino

La voce del violino è il romanzo di Montalbano che finora mi ha fatto ridere di più, con quegli scatti d'ira, quei botta e risposta, quelle esclamazioni alla Montalbano che solo a immaginarle non puoi fare a meno di prorompere in una risata a denti stretti mentre le persone intorno ti guardano come una matta.
La voce del violino si discosta dalle indagini precedenti perché c'è solo un mistero sotto la lente del commissario.
La voce del violino è il romanzo che apporta dei cambiamenti nella vita del Salvo nazionale, come Camilleri spiega nell'introduzione a questa conveniente edizione che raccoglie tre romanzi alla volta e che consiglio a chi, come me, decida di leggere tutta l'epopea del commissario di Vigata. Si tratta del quarto capitolo di Montalbano e Camilleri si era reso conto che, quello che doveva essere un personaggio transitorio, destinato a consumarsi nell'arco di due libri, gli era sfuggito di mano rischiando di diventare seriale. In questi casi il pericolo, spiega l'autore, è di cadere nella ripetitività e per evitarlo apporta un po' di cambiamenti alla vita della sua creatura, introduce nuovi personaggi, scongiura il matrimonio con Livia (piuttosto che farlo sposare lo faccio morire, disse anni fa in un'intervista) e, insomma, gli mette un po' di bastoni tra le ruote.
Come il nuovo questore, bergamasco, che non ha evidentemente in simpatia Montalbano e che, al primo pretesto, gli toglie l'indagine al centro del romanzo: la morte di una bellissima donna, Michela Licalzi, trovata soffocata nella sua casa.
L'assassino si è premunito di cancellare ogni traccia di Dna, arrivando addirittura a portare via i vestiti della donna. Un delitto premeditato, quindi, ma da chi? La vita di Michela, che annota ogni suo spostamento in un'agendina, non ha ombre, al contrario del delitto, che sembra avere dei risvolti passionali sebbene Anna, un'amica della vittima che suscita un certo fascino su Montalbano, la conoscesse così bene da giurare che non avrebbe mai tradito il suo uomo.
Un mistero che cattura e ti trascina fino all'ultima pagina, quando scopri che la verità era sotto gli occhi del lettore perché, come sempre, la realtà è più semplice del previsto.
Un mistero che, stavolta, non lascia questioni in sospeso da riprendere in un libro successivo e che, quindi, avrebbe permesso a Camilleri di mettere la parola fine alle gesta di Montalbano. Ma ormai era troppo tardi, il commissario viveva di vita propria e infatti, con o senza cliffhanger, non si può fare a meno di passare subito a un nuovo Montalbano.

Ancora tre indagini per il commissario Montalbano-La voce del violino, Andrea Camilleri, Sellerio

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giovedì 12 ottobre 2017

Matera

E mentre sei lì, in quella cava che si chiama gravina, in mezzo a cielo e case e stradine che possono sembrare tutte uguali, ma non lo sono, ti sembra di essere in un antico pueblo, in una specie di canyon scolpito o in una scenografia di Hollywood.
Invece sei a Matera, in quel villaggio chiamato Sassi che si apre come uno scenario fantastico sotto al paese "reale".
Il Sasso caveoso come appare da piazza Pascoli

Perché Matera, finché ti aggiri per le sue piazze e per i suoi palazzi, è una cittadina del Sud Italia come tante, forse neanche tanto particolare. Quello che colpisce sono i suoi Sassi, quella manciata di case abbarbicate sulla gravina che, devo dire, ricordavo decadenti (le avevo viste una sola volta nei primi anni Novanta) e che adesso tornano a nuova vita, ristrutturate e trasformate in ristoranti, alberghi e appartamenti.
Quella che negli anni '50 venne definita vergogna nazionale è oggi un posto dove sorgono dimore chic, un cantiere brulicante di progetti anche in vista del 2019, anno in cui Matera sarà capitale europea della cultura.
Così può capitare di soggiornare o di mangiare in locanda a cinque stelle, rustica e raffinata, e fa un  certo effetto pensare che quelle case altro non sono che l'ampliamento di grotte abitate già dal paleolitico, edifici tutt'altro che eleganti, dove si viveva anche in venti persone, assieme al bestiame, con l'acqua piovana raccolta in cisterne collocate sotto al pavimento che riempivano di umidità le già precarie condizioni di vita.
Le grotte abitate già dal Paleolitico. La maggior parte di queste, ampliate, hanno dato origine ai Sassi

Problemi che, all'epoca in cui i Sassi vennero letteralmente sfollati costringendo gli abitanti a traslocare in palazzi moderni e dotati di servizi e acqua corrente (primi anni '50), non riguardavano certo la sola Matera, ma che qui probabilmente avevano raggiunto dimensioni e forme particolarmente drammatiche. Basti pensare a cosa diventava questa valle in caso di pioggia, o al modo in cui si smaltivano i reflui in un posto privo di fognature.
La cattedrale vista dal Sasso caveoso

Per anni i Sassi sono stati il cimitero di Matera, che rinasceva moderna e faceva di quella cava una discarica. Poi negli anni '90 una nuova consapevolezza del suo valore storico ha permesso di recuperarli. Oggi i Sassi sono demanio dello Stato che li dà in concessione ai privati che si impegnino a ristrutturarli e restituirli a nuova vita. Il lavoro non è finito, ma è già a buon punto.
Arrivare a Matera non è facile, mi hanno detto, soprattutto se, come abbiamo fatto noi, non si può raggiungere in auto. La "spesa", però, vale l'impresa. Lo spettacolo è veramente suggestivo, l'effetto è straniante e se si ha la fortuna di ammirarla di sera, con tutte quelle lucine che sbrilluccicano nel buio della gravina, sembrerà di ammirare un presepe en plein air.

giovedì 5 ottobre 2017

Di diari e di segreti

Frugando a casa dei nonni, Ieie e la Lolla hanno trovato un mio diario "segreto", scritto quando avevo più o meno la loro età. Con la discrezione che li contraddistingue, lo hanno letteralmente divorato, chiedendo lumi su persone e vicende di cui io avevo perso memoria e trovando che i miei racconti su film visti, giochi con le amichette e personaggi dei cartoni animati di trenta e passa anni fa, fossero il massimo dello spasso.
Dopodiché la Lolla ha iniziato un suo diario segreto, un'agendina minuscola dei My little Pony trovata questa estate in un Happy Meal di Barcellona, che ha avuto l'onore di custodire i pensieri più reconditi della mia bambina.
L'altra sera Ieie, scoperta l'esistenza del diario, cercava di convincere la sorella a farglielo leggere.
"No, è il mio diario segreto".
"Dai, ma i segreti si possono anche svelare".
"Noooo".
"Se no a cosa serve la parola svelare?".
"Va bene".
Sarà stata la logica inattaccabile di Ieie o il fatto che ogni scrittore altro non vuole che un pubblico di lettori, ma tant'è che il diario della Lolla è ora di pubblico dominio. E per quel che ho sentito, mi commuove il fatto che il mio vecchio diario sia stato una fonte di ispirazione.

venerdì 29 settembre 2017

Philip K. Dick Tutti i racconti 1955 1963

Quando ho scoperto che dai racconti di Philip K. Dick sono stati tratti alcuni film di fantascienza come Blade Runner (che mannaggia non sono ancora riuscita a vedere, ma ne ho sentito parlare così tanto che prima o poi dovrò rimediare) o Minority Report, ho deciso che valeva la pena buttarsi in questa lettura.
Non sono un'amante della fantascienza in generale, mi piacciono opere come 1984 di Orwell o Il mondo nuovo di Huxley che, più che astronavi e alieni, cercano di immaginare dove approderanno le nostre società malate, con lo scopo, magari, di darci anche una sveglia, e ho pensato che Dick facesse al caso mio.
Ho scelto il terzo volume della raccolta dei suoi racconti, quello che va dal 1955 al 1963, per il semplice fatto che è anche quello che contiene Rapporto di minoranza (per scoprire che il film da lì ha preso l'idea di fondo, per poi deviare in molti punti) e devo dire che sono stata accontentata, ma non in tutto.
Dick ha un'incredibile capacità immaginifica e una scrittura che definirei visiva, te ne accorgi dalla prima storia, Veterano di guerra, una delle più belle, che è come se ti catapultasse davanti a uno schermo cinematografico, però i suoi racconti risentono molto del clima della guerra fredda che si respirava in quegli anni.
La minaccia nucleare, i mutanti, la guerra, gli uomini costretti a vivere in colonie nel sottosuolo, lo spazio divenuto meta di conquiste, sono temi ricorrentissimi. Al punto che al quinto racconto in cui la terra è ridotta a un cumulo di cenere a causa della bomba H (il futuro immaginato è spesso il nostro passato degli anni '80) un po' ti viene da ridere, un po' pensi "Aridaje".
Ho trovato più belli e interessanti, invece, i racconti misteriosi e inquietanti come Umano è, Modello Due, Tornando a casa che ricordano lo stile de La bottega del mistero di Buzzati. O, ancora, quelli a metà tra il noir e il thriller, che sembrano una sceneggiatura pronta per Hollywood, vedi il già citato Veterano di guerra o La macchina.
Il meglio di sé, però, Dick lo dà quando riesce a cogliere e ad anticipare, con la sua vena visionaria e grottesca, i mali (questi sì) del nostro tempo.
Ecco allora che quando si interroga sulle conseguenze di un eccessivo affidamento alle macchine (Nanny, Autofac, Al servizio del padrone), della pubblicità e dei consumi indotti, Foster, sei morto, della comunicazione di massa, (lo stupendo Yancy) Dick ci costringe a fermarci a riflettere.
Se sulla guerra nucleare (almeno per ora), non ci ha visto giusto, si è dimostrato molto più lungimirante sugli aspetti psicologici e comportamentali della nostra generazione, delineando, soprattutto nelle ultime storie della raccolta, un mondo dove gli uomini hanno rinunciato a impegnarsi per la società, preferendo il comfort e la tranquillità delle mura domestiche e delegando il potere a élite dagli scopi ambigui.
Si nota soprattutto negli ultimi racconti, quelli più recenti in ordine temporale, dimostrando che nel tempo c'è stata una evoluzione del Dick-pensiero e che, quindi, col passare degli anni l'autore ha individuato nuovi spunti di riflessione.
Personalmente sono curiosa di sapere di cosa trattano, allora, i racconti redatti tra il 1964 e il 1981, raccolti nel volume successivo. Chissà che il futuro descritto da Dick non si sia già avverato.



Tutti i racconti 1955-1963, Philip K. Dick, Fanucci editore, traduzioni di Vittorio Curtoni, Maurizio Nati, Sandro Pergameno, Paolo Prezzavento, Delio Zinoni.

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venerdì 22 settembre 2017

Cipì

Cipì è un passerotto uscito da poco dall'uovo, il più vivace della nidiata di Mamì, ma anche quello che con le sue intemperanze e la sua voglia di scoprire il mondo si ricava un posto speciale nel cuore della mamma e di tutti quelli che lo conoscono.
Cipì è curioso e impavido. Affronta l'animale baffuto che forse non è così cattivo come gli hanno raccontato, cade nel buco nero della torre fumante, si specchia nel nastro d'argento che taglia la valle, assiste alla guerra dei nuvoloni e al volo delle farfalle bianche. Passano le stagioni, il piccolo mondo di Cipì muta e da paradisiaco e accogliente diventa ostile con l'arrivo dell'inverno. Cipì è cresciuto e, dopo aver capito che l'uomo può essere molto, molto cattivo, ha formato una nuova famiglia con Passerì e si dimostra ancora coraggioso, affrontando il cattivo signore della notte.
E' una favola per bambini che commuove anche gli adulti, questo libro scritto dal maestro Mario Lodi raccogliendo le impressioni e le sensazioni dei suoi alunni davanti al mutare della natura coll'alternarsi delle stagioni. Quando la Lolla, andata in libreria con la scuola, è tornata con questo libricino di cui le era stato letto il primo capitolo, ho pensato che 100 pagine erano un po' troppe per lei, e che, per quanto ne fosse stata affascinata, avrebbero dovuto consigliarle qualcosa più alla sua portata. Poi, complice il tempo disteso delle vacanze, ho pensato di leggerglielo io e sono tornata bambina con lei.
Perché Cipì è un libro scritto per i bambini, guardando al mondo con i loro occhi. Cipì è proprio come i nostri figli, ingenuo, curioso, ma col cuore pieno di buoni sentimenti e il suo approcciarsi alla vita ricorda quello di ogni bambino. Ieie e la Lolla lo hanno apprezzato molto. Ogni volta che proponevo loro di leggere un capitolo, si sedevano accanto a me con gli occhi sgranati, pronti a stupirsi insieme a Cipì. Per questo mi sento di consigliarlo a tutte le mamme e i papà che hanno voglia di passare del tempo leggendo ai propri figli, non solo si sentiranno vicini a loro, ma si ricorderanno di quando il mondo era un posto pieno di meravigliose scoperte.

Mario Lodi e i suoi ragazzi, Cipì, Einaudi Scuola

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giovedì 21 settembre 2017

Uno su mille ce la fa

Io li ammiro quei genitori pronti a sacrificare i loro fine settimana nell'erba di un campetto o sul cigolante linoleum di una palestra. Disponibili a condividere con i figli i sacrifici che l'agonismo comporta, a giustificare le ore di allenamento a scapito di altre attività. Veramente, li ammiro.
Quando invece, io, ogni volta che l'allenatore di mio figlio mi prospettava l'ennesima domenica in un palazzetto dall'aroma di sudore, alzavo gli occhi al cielo sentendomi dire "Perché, che dovete fare?".
Be', ecco. E' un giorno festivo, mio marito è, incredibilmente, libero, sono previsti 30° gradi, abbiamo il mare a due passi, insomma una combinazione di eventi più rara di un'eclissi solare, vedi un po' tu.
Ecco, questo è il mio rapporto con lo sport. Soprattutto con lo sport dei miei figli. Per carità, anch'io in giovinezza ho avuto le mie passioni, ho vissuto un anno incredibile all'insegna del campionato di pallavolo. Incredibile e stancante al punto da dover ricorrere, alla fine, a una cura di ferro che mi fece capire che l'agonismo ed io eravamo due mondi destinati a non incontrarsi.
Ma tant'è, è giusto che i bambini facciano sport, che si muovano, soprattutto che si divertano. Purtroppo quest'ultimo concetto non è tanto condiviso. Se per me l'attività sportiva dei miei figli deve essere un momento di apprendimento sì, ma specialmente di svago, la maggior parte delle scuole la pensa diversamente. Lasciamo stare che quello dello sport dei bambini è diventato un business da migliaia di euro dove la pratica in sé per sé è la parte più "economica", alla quale devi aggiungere visite mediche iperspecialistiche, divise, attrezzi, spese per saggi e dimostrazioni. Ma la verità è che ogni scuola non può chiamarsi tale se non partecipa a gare, manifestazioni sportive, tornei e chi più ne ha, più ne metta. Spesso il fine settimana. A volte la domenica mattina mooolto presto. Sempre sulle spalle di noi genitori che, tanto, cosa abbiamo di meglio da fare?
Così quando quest'anno la Lolla ha detto che non voleva più fare la ginnastica per bambini degli anni scorsi (economica, pratica, divertente), ma voleva darsi alla danza, ho avuto un momento di sconforto pensando ai soldi volatilizzati per lezioni, tutù, saggi, affitto teatri, trucco, parrucco e fioraio (non scherzo, sono discorsi che ho realmente sentito da mamme di piccole ballerine).
Dopo un giro tra scuole dove siamo state accolte da algide maestre con le pareti adorne di attestati che manco i chirurghi di Grey's anatomy, dritte come fusi e con l'approccio di una Rottermaier, dove ho appurato che "la danza è disciplina" (aspetta che forse preferisco arruolarla), che "raccogliere i capelli in uno chignon non è difficile, faremo un corso per le mamme" (risata inarcando la schiena come facesse un grand jeté), che una "coda di cavallo andrà bene finché i capelli della bambina cresceranno" (perché, ho forse detto che sarebbero cresciuti?), ho dirottato la Lolla verso una prova di ritmica, pensando che, per quanto sia anch'essa un'attività rigorosa, la maestra paziente e gentile di quel corso facesse più al caso nostro.
La bambina ne è uscita stravolta, con i capelli scarmigliati ("le mollette mi davano fastidio e me le sono tolte") e propensa a fare quello che faceva l'anno scorso, perché si cambiava spesso gioco, era divertente e aggiungo io, poteva parlare con le compagne, che per una come la Lolla, che già soffre a dover stare in silenzio per cinque ore e mezza sui banchi di scuola, è un grandissimo vantaggio.
E niente, si vede che non è ancora pronta per lo sport vero e proprio, o forse non ha ancora trovato quello che la appassiona, chissà, è ancora presto per saperlo. Quello che è certo è che per quanto ogni sport abbia le sue regole e necessiti di disciplina (per carità sono d'accordo), bisogna ricordarsi che i bambini sono bambini, che hanno bisogno soprattutto di giocare e stare in compagnia e che questo, insieme a fare del movimento, dovrebbe essere il fine della gran parte delle attività sportive a loro dirette. Perché, dopo tutto, di campioni in erba pronti al sacrificio ne vien fuori uno su mille.

venerdì 8 settembre 2017

Dieci piccoli indiani

Benvenuti a Nigger Island, ospiti del misterioso quanto munifico U.N.Owen. Dieci ospiti selezionati potranno godere del comfort della sua moderna e funzionale dimora, di panorami mozzafiato, di pace e tranquillità grazie al fatto di avere un'intera isola a loro disposizione.
Nigger Island, infatti, è disabitata, senza un porto o barche che permettano spostamenti frequenti.
Dieci piccoli indiani è uno dei più celebri romanzi di Agatha Christie, nonché un classico dei gialli definiti "della camera chiusa" anche se in realtà i dieci protagonisti non sono propriamente chiusi in una stanza, ma si ritrovano in una villa su di un isolotto deserto. Rispetto ai gialli tradizionali, e a quelli della Christie in particolare, non abbiamo una "mente" (poliziotto, investigatore, ecc.) al di fuori del caso che cerchi di riportare l'ordine e individui il colpevole. Qui tutti sono vittime e tutti sono colpevoli.
Differenti tra loro per età e professioni, nonché sconosciuti gli uni agli altri, i dieci sono infatti stati attirati in modi diversi a Nigger Island, chi per lavoro, chi per vacanza, ma scopriranno presto che si tratta di una trappola.
Qualcuno li accusa di aver provocato o di essere responsabili della morte di svariate persone e cercherà di ucciderli a uno a uno, seguendo la trama di una filastrocca per bambini Ten little niggers.
Appurato che sull'isola non c'è nessun altro, gli ospiti di Nigger Island comprendono che l'assassino, il misterioso U.N.Owen, non può che essere uno di loro e questo non fa che aumentare i sospetti e la tensione, in un crescendo che porta i superstiti, oltre che il lettore, a dubitare di tutto e di tutti.
E' un gioco (al massacro) molto ben riuscito quello messo in scena dalla Christie e chi ancora non ha avuto la fortuna di leggerlo, potrà cimentarsi in questa sciarada cercando risposte e soluzioni plausibili.
Posso dirlo: io un'intuizione l'avevo avuta, ma non è bastata a risolvere l'enigma.
Enigma che tra l'altro Agatha trascina fino alla fine lasciandoti credere, per un momento, che una risposta non c'è. Ma la risposta, anche questa volta, c'è.

Dieci piccoli indiani di Agatha Christie, Oscar Monandori, trad. di Beata Della Frattina

Questo post partecipa al Venerdì del libro di HomeMadeMamma

mercoledì 6 settembre 2017

Così parlò la Lolla

"Allora bambini vi ricordate cosa significa poodle?".
"Io sì, io sì".
"Su dillo Lolla".
Ci pensa un attimo, il dito sulle labbra "Batuffolo, anzi no il cane batuffolato!".

Per la cronaca, poodle significa barboncino. Ma il mondo, visto con gli occhi di una Lolla, ha tutto un altro colore.

lunedì 4 settembre 2017

Malinconia

Sopraffatti per due lunghi mesi da una calura densa e appiccicosa, ci chiediamo adesso che la pelle d'oca ci ha sorpresi impreparati, che fine abbia fatto tutto quel caldo.
Piombati da un giorno all'altro in questa cappa di silenzio, ci domandiamo dove siano finiti tutti quanti.
Ogni angolo del paese ci investe con ricordi estivi apparentemente lontani, ma risalenti all'altro ieri, che esplodono come coriandoli multicolore.
I saluti con i lucciconi agli occhi, mentre ci contiamo, noi superstiti.
Eppure.
Quando l'estate era in fiore, quando era ancora una promessa, guardavo il mare con sufficienza, certa che ce ne sarebbe stato ancora e ancora.
Adesso che l'estate è giusto un ricordo, ogni volta che guardo il mare un pezzo di cuore si sbriciola e devo fermarmi ad ammirarlo. Ho bisogno di fare scorta per un lungo periodo.
E' incredibile che il mare possa mancarti come una persona.

mercoledì 30 agosto 2017

Tormentoni estivi

"...internettuali nei caffé/ internettologi/ soggenerali coccodei selfisti anonimi (...) AAA cercasi cercasi/ umanità virtuale sezzapi sezzapi/ comunque vada pantalei/ ai sid iintrein/ lezioni di nirvana/ c'è butta in fila indiana..."

"....fuga dall'inferno finalmente in viaggio/ la tua vacanza in un parchetto omaggio./ Foto di gruppo sotto al monumento/ mister campo di concentramento..."

"...senza una meta/ senza una strada/ con gli occhi lucidi/ e la sirenettaaaa..."

I tormentoni estivi...secondo la Lolla.

lunedì 28 agosto 2017

Cose che vedo dalla mia finestra

Alle 18 arriva lei. Scooter grigio perla e casco rosa. Non avrà nemmeno vent'anni. Parcheggia (male) e scende verso la passerella di legno che costeggia il porto turistico. La percorre in un senso, poi nell'altro. Allunghiamo il collo per seguirla mentre si dirige verso i grandi yacht, poi torna e scompare nel senso opposto là dove la passerella si insinua tra gli scogli e si nasconde alla vista. A volte dopo un quarto d'ora va via, altre di lei si perdono le tracce. Ma è una presenza quotidiana. Su di lei abbiamo fatto le scommesse più assurde.
Va a cercare gli amici.
Va a fumare dove i genitori non possano scoprirla.
Va a incontrare il fidanzato.
Va a spiare il tipo che le piace.

Più o meno alla stessa ora arriva lui. Un ometto piccino, magro e bruno. Anche lui scende al porto e percorre la passerella. Se ne va camminando, seguendo ogni dì il medesimo itinerario. E sempre parlando al telefono. Con chi e di cosa non è dato sapere.

Ogni tanto arrivano loro. Non sono sempre gli stessi. Si muovono a gruppi dalla composizione variegata, ma hanno in comune l'utilizzo della medesima vecchia barchetta di legno, con un'improbabile vela e un motore da due, massimo tre cavalli.
Chiunque prenda possesso del natante impiega almeno un quarto d'ora per metterlo in moto. Normalmente sussistono anche problemi  nel salire a bordo e nel mollare gli ormeggi ma, quando finalmente prendono il largo, la barchetta se ne va al ritmo di una moto chopper.
Com'è come non è, dopo un quarto d'ora d'orologio sono sempre di ritorno. Che, considerando le distanze e che a nuoto sarebbero più veloci, non arrivano nemmeno a superare l'imboccatura del porto.
Una domanda ci assilla. Dove vanno? Perché lo fanno?

Non è il davanzale di Miss Marple a St. Mary Mead, ma il mio al paesino. Però chissà se riuscirò a risolvere almeno un enigma.

giovedì 24 agosto 2017

La gatta e la tartaruga


Da alcuni anni ormai, la nostra casa è allietata anche dalla presenza di una gatta, una trovatella erroneamente creduta maschio a cui fa dato nome Ugo, poi convertito in Ughetta, e una tartaruga a cui fu affibbiato il nome Violetta e che invece è risultata essere maschio e che però Violetta è rimasta perché Violetto sembra più il nome di un pastello che di una tartaruga.
Da quest'anno, la suddetta si è risvegliata dal letargo invernale più arzilla che mai. L'aiuola di quasi due metri quadri che la ospita al paesello non le basta più e ha preso l'abitudine di uscire, per girovagare in giardino e collocarsi preferibilmente in quella adibita a orto, dove si perde tra l'erba e le piante. Finora, con molta fortuna, siamo sempre riusciti a ritrovarla e ad evitare che finisse sotto il tosaerba o la motozappa.
Ora che siamo al paesino, può contare su una sola, grande aiuola, perché il resto del giardino è mattonato. Nonostante questo, e nonostante l'aiuola abbia uno zoccoletto di circa 8 cm, è riuscita a evadere anche da lì. Solo che poi non è stata più capace di rientrare ed è rimasta, non so per quanto tempo, a girare tra i vasi, finché non l'abbiamo ritrovata e rimessa nell'aiuola da dove, imparata la lezione, non è più fuggita.
Ma la pervicace tartaruga quest'anno si è data un altro compito: impedire alla gatta di stazionare nell'aiuola della casa al paesino. Non appena la vede rotolarsi beata nella terra, Violetta prende la rincorsa (ma veramente!) e le "corre" dietro. Ughetta, che è un cuor di leone, scappa a zampe levate da un'altra parte e quella cambia direzione e la segue finché non la costringe ad abbandonare l'aiuola.
Stamattina Violetta si inerpicava sui resti di alcuni rami di oleandro, alti circa 15 cm, che sbucavano da terra. Era un po' in difficoltà, e le sue zampette annaspavano nel vuoto come alucce, ma non appena ha visto Ughetta approfittare della sua assenza per farsi una rotolatina al sole, si è data lo slancio, ha preso velocità e...ed è caduta con un tonfo capovolgendosi. La gatta è scappata e la tartaruga zampettando di qua e di là è finalmente riuscita a rimettersi dritta, rimanendo ferma a guardarsi intorno, probabilmente ferita nell'orgoglio per la figuraccia rimediata.
Perché, a osservarli da vicino, gli animali sono proprio come noi. Hanno una personalità, vizi e virtù, e possono risultare simpatici o antipatici.
Possono essere fifoni come una gatta o bizzosi come una tartaruga.

martedì 22 agosto 2017

Questa estate

Siamo arrivati al paesino che ci sembrava di avere tutta l'estate davanti. Una quantità incalcolabile di bagni e tuffi da fare; di granchi da catturare; di passeggiate sul selciato sabbioso del lungomare. Tante risate e tanti giochi in compagnia e una dose soddisfacente di mangiate all'aperto.
Non sappiamo come, ma il tempo è già volato e pare l'estate volga al termine. Non lo puoi capire dalle spiagge ancora affollate o dalle auto in fila sull'unica strada del paesino, ma il sole che scompare prima dalla terrazza, i teli mare stesi che rimangono bagnati, quella luce più bassa e luccicosa, annunciano senza tema di smentita che settembre si avvicina. E con esso l'autunno, la scuola, la fine delle giornate all'aperto.
Da una parte l'idea di riappropriarmi dei miei spazi e della mia casa mi alletta. La routine della scuola, che quando vien meno, a giugno, ci lascia affranti e spaesati, ha i suoi bei perché per noi genitori. Dall'altra sento che sto per perdere qualcosa. Cosa sia, già lo so.
Eppure devo ammettere che i giorni di settembre, se non fosse che sono gli ultimi, sono tra i più belli delle vacanze. Per quel silenzio, quella luce, quei colori così tenui e smorzati che solo settembre sa donare. Perché il paesino torna ad essere per pochi privilegiati che si riappropriano degli spazi fino a poco prima contesi.
Certo settembre è il preludio alla fine dell'estate. Quell'estate che abbiamo atteso per un lunghissimo e freddissimo anno e che in un soffio, vai a capire come, è già passata.
Tempo di bilanci, quindi, di partite tra dare e avere.
Quest'estate mi ha lasciato una Lolla allungatasi come una piantina sotto i nostri occhi. Una Lolla che ha iniziato a nuotare con un bracciolo e una gran paura dell'acqua in faccia e che adesso si tuffa e fa persino delle piccole immersioni. Una Lolla che si è rivelata grande intrattenitrice di bambini, soprattutto quelli più piccoli di lei, e che molte mamme mi hanno chiesto in prestito come baby sitter (lo ammetto: è molto più paziente di me!).

Quest'estate è servita a disintossicare Ieie da tablet &Co. Al paesino la tecnologia, anche la Tv, è ridotta al minimo indispensabile e basta veramente poco per adattarsi. Poi, non so, ma da quando è finita la scuola, l'uso delle parolacce e del dialetto sono svaniti e questo ovviamente mi ha fatto molto riflettere.
Quest'estate mi ha portato un po' di casini. Sono ormai tre anni che, per motivi diversi, mi trovo ad avere a che fare con maestranze di vario tipo ed è un incubo soprattutto perché succede sempre in prossimità di Ferragosto.
Quest'estate al paesino la spiaggia libera si è contratta, tendendo ormai allo zero. Uno zero sporco, puzzolente e abbandonato. Un po' come il paesino che, mentre si riempie all'inverosimile di turisti, mostra il suo lato più sudicio.
Quest'estate mi ha portato un po' di incontri. E, soprattutto quando rivedi persone di cui hai perso le tracce dieci anni fa, quando conducevi un'altra vita in un'altra città, ti scontri con il ricordo di una te che...non ricordavi. Scopri che hai parlato di cose, vere, sentite e che tuttora pensi, che non credevi avessi lasciato mai trapelare. E ti senti strana considerando tutto il flusso del tempo che hai attraversato in quei dieci lunghi anni.
Quest'estate mi ha dato modo di pensare a tante cose. A riconsiderare le scale di valori; a non assolutizzare ciò che è solo una goccia nel mare; a godere di ciò che c'è perché del futuro non v'è certezza. A guardare al futuro con occhi diversi.
Spero di fare tesoro di questa estate.

venerdì 18 agosto 2017

Pretty little liars-Flawless

Pretty little liars-Flawless, prende il via là dove si era concluso il primo volume della saga dedicata alle quattro ragazze di Rosewood, sobborgo inn di Philadelphia, Aria, Emily, Spencer e Hanna. A distanza di tre anni dalla scomparsa della loro amica Alison, collante e leader del gruppetto, le adolescenti cominciano a ricevere messaggi misteriosi da A che le ricatta e minaccia di rivelare i loro segreti.
In Flawless, le quattro si ritrovano assieme dopo tre anni e scoprono di essere tutte perseguitate da A. Appurato ormai che non si tratta di Alison, nessuna di loro è però pronta a svelare alle altre il contenuto dei messaggi ricevuti, perché ciò vorrebbe dire mettere in piazza segreti personali, di cui solo Alison era al corrente.
A, tra l'altro, sembra essere a conoscenza anche dell'affare Jenna che qui viene finalmente svelato. Un anno prima che Alison scomparisse, a seguito di brutto scherzo andato male, le cinque ragazze avevano accidentalmente accecato la compagna di scuola Jenna. In quell'occasione Alison aveva fatto giurare alle amiche di non ammettere le proprie responsabilità anche perché, dopo poco, Toby, il fratellastro di Jenna, si era stranamente addossato la colpa dell'incidente.
Spencer è a conoscenza del motivo del gesto di Toby, poiché Alison gliel'aveva rivelato in confidenza, ma ha paura di parlarne e inizia a sospettare che A sia Toby.
Intanto A mette alle strette le ragazzine, le constringe a scelte drastiche e ne combina loro di tutti i colori. Anche Hanna, Emily e Aria si convincono, ognuna per conto proprio, della colpevolezza di Toby, fino al finale che le rivedrà nuovamente insieme e che lascia tanti misteri insoluti.
Rispetto al primo volume, il secondo si distacca di più dalla serie televisiva, se non per il canovaccio generale, sicuramente per molti dettagli. L'ho trovato anche più lento in confronto al primo libro, sebbene la storia si svolga nell'arco di pochi giorni. Il finale comunque è inaspettato e, soprattutto, aumenta la voglia di continuare a indagare su A. Io, avendo visto la serie, so già chi sia e quindi riesco a cogliere gli indizi seminati tra le pagine.
Sarei curiosa di sapere se, chi non conosce la storia, riuscirà facilmente a smascherare A.

Pretty little liars-Flawless, Sara Shepard, Harper Teens

Questo post partecipa al Venerdì del libro di HomeMadeMamma


giovedì 10 agosto 2017

Maschi vs Femmine #3

A passeggio.
"Ieie guarda, una Audi (segue sigla alfanumerica dimenticata all'istante). Questa si sarebbe voluta prendere papà quando si è cambiata la macchina. Ti piace? Ce la prendiamo?".
"Sì bella papà!".
"Ieie guarda la Porsche, la Porsche!".
"Wow".
"Ieie, sta passando la limousine con la sposa!".
"Dove, dove?".
Lolla, esasperata, "Ma insomma che c'è di bello in tutte queste cose?".
Solo noi donne abbiamo la capacità di frantumare in due parole, il granitico (e sporadico) entusiasmo maschile.

venerdì 28 luglio 2017

Pretty little liars

Ok, lo confesso, nonostante la mia età mi capita di vedere in Tv qualche teen drama. No, non si tratta di repliche di puntate risalenti alla mia giovinezza, ma di serie nuove. Per esempio ultimamente ho seguito con passione Pretty little liars perché ha una trama a base di misteri, spesso intricata, ma molto intrigante.
Così, visto che d'estate le letture leggere sono abbondantemente concesse, quest'anno ho deciso di rispolverare anche un po' di inglese e di leggere la versione in lingua originale dell'omonimo libro da cui è stata tratta la serie. Ho iniziato dal primo volume, eh sì ce ne sono 17, che è abbastanza fedele alla trama televisiva.
A Rosewood, sobborgo chic di Philadelphia, Alison DiLaurentis è una tredicenne bella e popolare. Come ogni adolescente si divide tra scuola, sport, feste e il suo gruppo di amiche: Emily, Aria, Hanna e Spencer. E' stata proprio Ali, personalità carismatica, a sceglierle e formare un  gruppetto che, forte di quest'amicizia, deride, commenta, esclude.
Le cinque ragazze, in realtà, hanno poco in comune fra di loro, a tenerle unite ci pensa Ali e una buona dose di segreti. Ali conosce le verità più inconfessabili di ognuna di loro e poi c'è l'affare di Jenna. Ali ha fatto giurare loro di non parlarne, ma il ricordo di quell'episodio le tormenta da tempo.

Tre persone possono mantenere un segreto. Se due di loro sono morte
Benjamin Franklin

Siamo alla fine del seventh grade (la nostra seconda media), le vacanze estive sono appena iniziate quando, durante un pigiama party, Ali esce in giardino e scompare misteriosamente.
Flash forward e ci troviamo, tre anni dopo, con Emily, Aria, Spencer e Hanna che, dopo la scomparsa di Alison, mai più ritrovata, hanno smesso di frequentarsi. Aria ha vissuto un periodo all'estero, Hanna è dimagrita ed è diventata una delle ragazze più carine della scuola, Spencer si impegna nello studio con profitto e Emily è fidanzata con un compagno della squadra di nuoto. La loro vita scorre più o meno tranquilla quando tutte cominciano a ricevere strani messaggi. L'anonimo mittente, che si firma A, sembra conoscerle molto bene, non solo le spia nel quotidiano, ma è al corrente di segreti (i tradimenti del padre di Aria, le tendenze sessuali di Emily, i problemi familiari di Hanna e la gelosia di Spencer verso la sorella) che non hanno condiviso con nessuno, con nessuno...tranne che con Alison.
Chi è quindi che le minaccia? Che Alison sia tornata? O forse è il suo fantasma a tormentarle dall'aldilà?
Gli avvenimenti precipitano fino al capitolo finale che, oltre a riunire le quattro amiche, ci darà qualche risposta. Ma non svelerà l'identità di A. Questo volume si ferma infatti ai primi episodi della prima serie di Pretty little liars, lasciando quindi grande suspense.
Intendiamoci, si tratta di una lettura da ombrellone e per chi, come me, ha già visto il telefilm e sa come andrà a finire, gran parte del pathos è perduto. Però il libro scorre piacevolmente e i personaggi risultano più approfonditi e meno edulcorati rispetto alla versione televisiva.
Insomma una lettura da consigliare a chi vuole divertirsi e mettersi alla prova. Chi sarà il misterioso A?

Pretty little liars di Sara Shepard, Harper Teen

Questo post partecipa al Venerdì del libro di HomeMadeMamma

lunedì 24 luglio 2017

Là dove batte l'oceano

Nel 2007, quando facemmo il nostro primo giro on the road della Spagna che da Madrid ci condusse in Andalusia, attraversammo vallate rosse di papaveri, coltivazioni di ulivi intervallate da qualche collina (più le scogliere battute dal vento che faceva mulinare le pale eoliche) su autostrade ottime e gratuite.
Da Madrid all'Andalusia, i paesaggi della Spagna del Sud
Quest'anno, nei nostri spostamenti da Bilbao verso Santander e poi San Sebastian, abbiamo avuto modo di vedere un territorio completamente diverso. Le autostrade, a pagamento e pure care, si insinuavano come serpenti tra montagne verdi che nascondevano la vicina costa.
Le città nel Nord della Spagna, almeno quelle che abbiamo visitato, sono spesso schiacciate dai monti: Bilbao si adagia in una valle e le case risalgono su lungo le pendici; Santander e San Sebastian si allungano tra i rilievi e il mare e la combinazione di piogge e corsi d'acqua regala una vegetazione rigogliosa, sconosciuta alle nostre marine.
Di Santander, capitale della Cantabria, abbiamo purtroppo visto poco. Il palazzo della Magdalena, residenza estiva dei sovrani spagnoli nei primi del '900, aveva da poco cambiato orari di visita e abbiamo scoperto che l'accesso era consentito solo sabato e domenica, noi ovviamente si era lì di martedì e questa porta in faccia, in barba alla perfezione nordica di quelle zone, aveva un sapore nosrtrano. Abbiamo avuto giusto il tempo di visitare il parco del palazzo, che è scoppiato un acquazzone di quelli memorabili e niente, di Santander mi resterà il ricordo di un veloce giro in macchina e di una lunga permanenza nel El Corte Inglés locale.
Il sole ci ha baciati invece a San Sebastian che mi ha fatto pensare a Montecarlo, sebbene io non sia mai stata nel principato di Monaco.
La città basca sorge su di un'ampia baia che culmina, a destra e a sinistra, con due monti, L'Igueldo e l'Urgull. Al centro, quasi a chiudere l'accesso, una piccola isoletta a forma di tartaruga: l'isola di Santa Clara.
Il panorama è davvero bello, almeno quello dal monte Igueldo, la cui cima si può raggiungere facilmente con la funicolare. La spiaggia, come avevamo avuto modo di constatare anche a Valencia, è ampia, pulita e libera. Non siamo scesi fin sulla riva ma devo dire che anche il mare sembrava bello...per lo meno considerando che si trattava di oceano.
San Sebastian ha un fascino retrò. Un centro storico piccolo e antico e ampi quartieri dal gusto primi Novecento. Anche qui, una cura degli spazi pubblici da fare paura. Ovunque, nei Paesi Baschi, era un pullulare di giardinieri e addetti alla manutenzione di fontane, nonché un fiorire di macchinari da noi impensabili, come quello che sminuzzava le potature e le eiettava in un rimorchio.
San Sebastian, spiagge pulite, verde curato e un tocco d'antan
Girare in auto in Spagna si è rivelato ancora una volta semplice. Il parcheggio non è un problema, ogni città ha centinaia e centinaia di posti sotterranei per cui tu paghi, è vero, ma hai la certezza di trovare posto in cinque minuti e in qualsiasi parte delle città, anche in centro (tra l'altro il comune di San Sebastian ha on line tutti i parcheggi con i posti liberi sempre aggiornati: cioè n'altro mondo). Se si è fortunati, poi, magari si può trovare posto anche fuori, lungo le strade. A Bilbao ci siamo riusciti e dopo le otto non si paga.
Rispetto al resto del Paese il territorio basco ci è sembrato un po' più caro. A Bilbao, ad esempio, nonostante avessimo prenotato otto mesi prima, non abbiamo trovato una quadrupla a prezzo decente e quindi abbiamo preferito alloggiare in un paese là vicino. Anche sul cibo bisogna andare cauti, e spulciare bene il menù per non prendere legnate: noi a Bilbao siamo stati un po' ingenui con la sangria (che peraltro avevamo bevuto ovunque a prezzi politici): non abbiamo consultato prima il prezzo e una, dico una caraffa, ce l'hanno fatta pagare 18 euro.
Infine, sebbene non ci siano attrazioni studiate proprio per i più piccoli (a parte i famosi parchi giochi buttati praticamente ovunque in Spagna) come ci era capitato a Valencia, i bambini hanno gradito il giro e i tratti in auto hanno aiutato a diluire la stanchezza.
Da Barcellona, passando per Valencia e Santander abbiamo testato e apprezzato i parchi spagnoli
Abbiamo evitato ovviamente mete troppo culturali, a parte l'Hospital di Sant Pau che peraltro hanno visitato senza lamentarsi, Ieie incuriosito dal fatto che lì prima ci fosse un ospedale, la Lolla saltellante nei giardini, e optato per passeggiate, panorami e visite a monumenti che non richiedessero troppo tempo. Oppure a parchi, come quello del Monsterio de Piedra che ha incantato i bambini con le sue cascate.
Insomma, questo giro mi ha permesso di colmare un desiderio che coltivavo da anni e di vedere un altro spicchio della penisola iberica. Sono tornata a casa sazia e il mio mal di Spagna, per ora, è appagato.
Per ora. C'è ancora quell'Ovest del Paese che mi attira. Ma questo è un altro sogno da coltivare, e una scusa per pensare che prima o poi tornerò al di là dei Pirenei.

lunedì 17 luglio 2017

Bilbao, la Spagna del Nord Europa

Correva l'anno 2001 quando Megan Gale, al suono di Sky di Sonique, nello spot dell'allora Omnitel si esibiva in un numero di pattinaggio acrobatico sul tetto di un edificio dalle volute argentate.
Non ricordo se Google fosse già operativo, certo è che gli smartphone erano di là da venire e, quando avevi un dubbio, ti toccava tenertelo per molto tempo. Non so quanto passò prima di scoprire che quell'edificio era il nuovo museo Guggenheim e che si trovava a Bilbao che in quegli anni stava vivendo un rilancio architettonico e culturale, fatto sta che da allora un semino prese a germogliare nel mio cervello: volevo vedere quella città, volevo vedere quell'edificio argentato.
Sedici anni dopo il mio sogno è diventato realtà e il bello è che le aspettative non sono state deluse. Quando dal ponte Salbeko, entrando in città la sagoma del Guggenheim si è stagliata davanti a noi, siamo rimasti tutti a bocca aperta davanti  a cotanto apparato scenografico.
Le foto non rendono: ma il Guggenheim è davvero maestoso e spettacolare

A colpirci è stata dapprima l'architettura imponente e immaginifica del museo, poi tutta l'area del lungofiume, con i curatissimi spazi verdi, i giochi d'acqua, i viali dove correre e andare in bici, il ponte Zubizuri, il tram che corre accanto al fiume tra rotaie adagiate nell'erba.
L'area del lungofiume: il ponte Zubizuri, i giochi d'acqua e le rotaie in mezzo al prato

Anche qui, abitudine molto spagnola, ogni 3/400 metri c'è un parco giochi, con attrazioni gratuite, moderne e ben tenute. Anche qui ordine, pulizia, decoro e fiori freschi a profusione.
L'area del lungofiume non è nuova, i palazzi dall'aria nordeuropea hanno uno stile d'altri tempi, eppure tutto sembra appena ristrutturato, tutto è pittato, laccato e stirato e tu ti chiedi come facciano, che nei nostri condomini ci scanniamo solo per sostituire una serratura difettosa.
I bellissimi palazzi di Bilbao
Bilbao, dicevo, è una Spagna diversa. Un po' nordeuropea, con quei nuvoloni da clima atlantico sempre in agguato, con i bovindo, i canali, gli scorci che ricordano i quadri di Magritte e quelle facciate colorate stile Amsterdam.
E mentre passeggi, il lato opposto del marciapiede si abbassa e tu ti trovi davanti a uno scorcio magrittiano
Bilbao, però, è sopratutto basca. Qui questa diversità, ostentata con orgoglio, si respira non solo per le bandiere rosse e verdi, le scritte in una lingua strana, ma soprattutto per l'assenza nel Casco Viejo delle grandi catene internazionali che monopolizzano i centri di Barcellona, Valencia o Saragozza.
Il Casco Viejo, la parte antica di Bilbao
Girando nella parte antica della città, forse meno chic rispetto al vicino lungofiume, ci si scopre a sbirciare in vetrine che hanno un sapore retrò. Un negozio di baschi, botteghe con abiti per bambini che per tessuti, ricami e taglio, e la totale assenza di griffe note, ricordano quelli di quando eravamo piccoli; boutique di scarpe e vestiti che hanno un tocco di originalità e che attirano sguardi incuriositi e compiaciuti. Negozi di stoffe, pasticcerie con le specialità locali che occhieggiano invitanti dalle vetrine, alimentari votati al baccalà in tutte le salse.
C'è un qualcosa di unico, forse un po' vintage, che traluce da questi negozi, eppure il risultato non sa di vecchiume, di antico, di sorpassato. Tutt'altro: per noi questo non sottostare alla globalizzazione dei consumi ha un sapore nuovo, e, come le madeleine di Proust, ci richiama alla mente vetrine di un passato che abbiamo assaggiato.
L'orgoglio basco ha la sua massima espressione nell'Athletic Bilbao, la squadra di casa con un palmares di tutti rispetto e una condicio sine qua non per essere reclutati tra le file bianco rosse: il certificato di nascita dei Paesi Baschi.
Non so, forse esagerano con questa storia dell'appartenenza, però a me l'idea del difendere le proprie radici, del non sottostare alla dittatura del mercato (e delle abitudini) globale non dispiace. Dopotutto il mondo è bello perché è vario, e se così non fosse non ci prenderemmo la briga di girarlo.
Tra bambini è facile fare amicizia, anche se si parlano lingue diverse: qui Ieie gioca in Plaza Nueva con un bambino con la maglia dell'Athletic Bilbao

venerdì 14 luglio 2017

La verità sul caso Harry Quebert

Un libro che "ti prende" è un piacere tutto da gustare al quale non vedi l'ora di dedicare il tuo tempo libero. E' come un bel regalo che ti aspetta e sei felice perché ogni pagina intonsa sarà una sorpresa da scartare.
Questo pensavo mentre mi abbandonavo alla lettura de La verità sul caso Harry Quebert, di Joel Dicker, finché sono rimasta spiazzata da una sorta di aforisma conclusivo in calce al romanzo, perché sembrava quasi che l'autore mi avesse letto nel pensiero.
Dicker ci porta ad Aurora, tranquilla cittadina del New Hampshire, dove il giovane scrittore Marcus Goldman si reca a trovare il suo professore universitario, nonché grande scrittore, Harry Quebert. Siamo nel 2008 e, dopo l'enorme successo del suo primo libro, Marcus è in preda a una calo d'ispirazione: l'editore aspetta un nuovo best seller, ma nella testa di Marcus c'è il vuoto. Neanche gli incoraggiamenti di Harry, da sempre suo mentore e amico, hanno successo, ma proprio quando le speranze sembrano sparire, il ritrovamento nel giardino di Harry dei resti di Nola Kellergan, quindicenne di Aurora scomparsa misteriosamente nel 1975, daranno a Marcus la voglia di ricominciare a scrivere.
Lo farà proprio per scagionare Harry, che con la ragazzina aveva una relazione proibita e che viene accusato di averla uccisa.
In un patchwork di flashback e ricostruzioni, frammenti dei libri di Harry e Marcus, in un gioco di metalibro in cui talvolta il lettore si perde, ci ritroviamo nell'estate di trentatré anni prima, per scoprire che, sotto la sua patina sonnacchiosa, Aurora nasconde un micromondo dai risvolti inimmaginabili.
Come in uno spettacolo pirotecnico, Dicker parte in sordina, ci conduce a un approdo, devia, torna indietro, fa compiere alla storia talmente tante evoluzioni da lasciarci storditi e affascinati per poi giungere a un finale scoppiettante. E il bello è che, a differenza di altri gialli, stavolta non c'è nemmeno bisogno di tornare indietro per rileggere qualche passaggio fondamentale, perché con qualche trucchetto Dicker ce lo riproporrà senza farci scomodare.
Se si cerca un libro profondo, che tocchi l'animo e la mente, forse è meglio cambiare scelta, ma se si ha voglia di una storia accattivante, di una trama densa, allora questo è il titolo ideale. E quelle 700 e passa pagine, tutte da scoprire, passeranno in un baleno.


"Un bel libro, Marcus, non si valuta solo per le ultime parole [...] All'incirca mezzo secondo dopo aver finito il tuo libro, il lettore deve sentirsi pervaso da un'emozione potente; per un istante, deve pensare soltanto a tutte quelle cose che ha appena letto, riguardare la copertina e sorridere con una punta di tristezza, perché sente che quei personaggi gli mancheranno. Un bel libro, Marcus, è un libro che dispiace aver finito".

La verità sul caso Harry Quebert, di Joel Dicker, Bompiani, traduzione di Vincenzo Vega

Questo post partecipa al Venerdì del libro di HomeMadeMamma

lunedì 10 luglio 2017

Giugno, verso la Spagna del Nord

Lo chiamano mal d'Africa perché, una volta vista, pare che si desideri fortemente tornarci. Non so se sia vero, non sono mai stata in Africa, però conosco il mal di Spagna, quel desiderio di visitarla ancora e ancora che, in dieci anni, mi ha riportata lì per la quinta volta.
E' passato ormai un mese dalla nostra vacanza sulle coste oceaniche della Spagna, un itinerario studiato e programmato con mesi di anticipo (e questo ci ha permesso un notevole risparmio economico perché i prezzi a ridosso della partenza erano lievitati), un viaggio on the road nel Nord del Paese esattamente a dieci anni da quello che, fidanzati, facemmo partendo da Madrid e guidando fino alla Spagna del Sud.
Questa volta la prima tappa è stata Barcellona, sempre splendida, sempre ricca di posti nuovi da ammirare. Ci eravamo ripromessi un giro veloce nella capitale della Catalogna, poi però la scoperta del restauro di un monumento del modernismo catalano ora visitabile (praticamente ogni anno c'è qualcosa di bello che riapre al pubblico), ci ha "costretti" a prolungare il nostro itinerario.
Si tratta dell'ospedale de la Santa Creu e Sant Pau, un vero e proprio ospedale costruito nel 1902 in stile modernista e funzionante fino al 2009. E' incredibile come questo gioiellino di Domènech i Montaner unisse alla bellezza architettonica le più moderne (per l'epoca ovviamente) concezioni di comfort e funzionalità ospedaliere. Purtroppo non è possibile visitarlo tutto, i lavori di restauro sono ancora in corso, e questo (forse) spiega il prezzo molto alto del biglietto (sì, glielo dobbiamo pagare noi turisti il restauro :-( ).
Ospedale de la Santa Creu i Sant Pau

Da Barcellona il nostro itinerario è proseguito per Saragozza, capitale dell'Aragona. Si tratta di una cittadina poco battuta dal turismo internazionale e forse per questo in pochissimi parlavano inglese. Il centro, abbastanza piccolo, è, come in tutta la Spagna, molto ben tenuto. I palazzi colorati sembrano sempre pitturati di fresco, le case dalle facciate impeccabili, coordinate tra loro.
A differenza di altre città spagnole, però, appena fuori dal centro ho notato una certa trascuratezza, un aspetto più trasandato e sporco, insomma non mi sono sentita a mio agio, come invece di solito mi capita al di là dei Pirenei.
Saragozza: la piazza con la Basilica e la Cattedrale e i palazzi del centro

La disponibilità della macchina ci ha permesso di spostarci in un paesino a 100 km da Saragozza, Nuevalos, dove ha sede un bellissimo complesso, il Monasterio de Piedra. Durante il percorso abbiamo constatato che l'Aragona non è solo praterie brulle e assolate (la stessa Saragozza era caldissima, da qui forse l'abitudine degli abitanti di cercare ristoro tuffandosi nella fontana della piazza principale), ma anche oasi di verde tra le montagne.
Il Monasterio di per sé non è molto diverso dai nostri, la sua particolarità è per l'appunto il bellissimo parco che, tra boschi e colline, nasconde una rete di cascatelle, ruscelli e laghi. Per motivi di tempo non siamo riusciti a vederlo tutto, ma ne vale davvero la pena. Anche qui il costo del biglietto, tra l'altro, è altino (cioè, gli Uffizi costano meno!), per cui a saperlo prima avremmo cercato di rimanere qualche ora in più, purtroppo però non conoscevamo la strada e la via tortuosa ha richiesto più tempo del previsto.
La strada verso il Monasterio e il parco

Sulla via del ritorno ci siamo fermati a mangiare in un paesino trovato strada facendo. Se non fosse che parlavano solo spagnolo e che eravamo tra le colline, con un bellissimo panorama soleggiato nonostante le otto di sera passate, il clima rustico e familiare avrebbe potuto essere tranquillamente quello di un qualsiasi paesino della nostra provincia. Poi quando Ieie si è entusiasmato per un gol della nazionale spagnola trasmesso in Tv, i vecchietti del posto l'hanno preso proprio in simpatia.
Lasciata Saragozza abbiamo fatto rotta verso una zona del tutto nuova per noi, una Spagna un po' diversa dal solito, dove le bandiere appese ai balconi (per carità anche a Barcellona è pieno del giallo e del rosso della Catalogna, ma finisce lì) chiedevano una sola cosa: Independentzia, e lo chiedevano con una lingua un po' diversa dai soliti dialetti locali.
Bandiere su calle de la Estafeta, ma potrebbero essere in una qualsiasi altra via di Pamplona

Ce ne siamo accorti già dalla nostra mattinata a Pamplona, capitale della Navarra che, pur non facendo parte della provincia dei Paesi Baschi, Basca si sente fin nel midollo.
Lo dicono i cartelli in quella lingua strana (pare sia una delle più antiche in Europa), le bandiere, i prodotti tradizionali che i camerieri assicurano essere, oltre che unici, anche buonissimi.
Altro che il tormentone "siamo come i tori a Pamplona". Noi come i tori, a Pamplona, ci siamo fatti tutta la via che a luglio viene attraversata dall'Encierro, la famosa corsa per la festa di San Firmino. Non so come la riducano in quell'occasione, ma posso assicurare che calle de la Estafeta, come tutta Pamplona, è un gioiellino.

Da lì, abbiamo proseguito la risalita verso Nord, rotta la bellissima Bilbao....

venerdì 7 luglio 2017

Le confessioni di un italiano

I classici sono da sempre una mia fissazione, quel vuoto imprescindibile da colmare a ogni costo. Un tempo ne consumavo molti di più, adesso diciamo che me ne impongo almeno uno l'anno e stavolta la scelta è ricaduta su un classicone made in Ottocento, quel Le confessioni di un italiano che portò fama a Ippolito Nievo, morto poco dopo in giovane età nel naufragio di una nave. 
Ambientato in un'Italia ancora divisa, il romanzo si snoda dal periodo che va dalla Rivoluzione francese alla vigilia della seconda guerra d'Indipendenza e narra, attraverso le memorie dell'ottuagenario Carlo Altoviti, nato nella Repubblica di Venezia, ma che spera di morire italiano, le vicende storiche, e belliche, del nostro Paese attraverso le avventure della sua vita.
Abbandonato in fasce a casa della cugina Pisana, presenza bizzosa e costante della sua vita e unico vero amore del protagonista, il giovane Carlo cresce tra la servitù del castello di Fratta, in Friuli, ed assiste allo sgretolamento di un mondo ormai al tramonto, alla diffusione di nuove idee, mentre di pari passo anche la sua vita cambia. Scoperto di avere un padre, si ritrova tra il patriziato veneziano, per poi cadere subito dopo tra i proscritti col trattato di Campoformio e girare l'Italia, un po' per caso un po' per volontà, trovandosi al centro delle vicende belliche del periodo, dalle repubbliche napoleoniche, alle rivolte del '20 e '21 fino alla prima guerra d'Indipendenza.
Tra altri e bassi Carlo dimostra soprattutto una forte morale e una dedizione alla vita e agli ideali che lo portano, anche davanti a grandi sventure, a impegnarsi e ad avere fiducia nel futuro.
Devo ammettere che all'inizio, vista l'estrema difficoltà del linguaggio, sciacquato, ammollato e intriso di verbosità ottocentesche, ho rimpianto di non aver affrontato prima questa lettura, quando magari ero ancora fresca del fraseggiare ciceroniano o del romanzare manzoniano. Poi, però, un po' come accade con la sicilianità esasperata del commissario Montalbano, ci ho preso la mano. Mi sono abituata a quei massime che significano soprattutto, all'aveva usato alla prima persona singolare e a tutti gli artifici di un tempo.
E poi, lo dico senza vergognarmi, nonostante il libro sia lontano da noi anni luce per verbosità e mentalità, devo dire che mi è piaciuto.
Se non ci si fa scoraggiare dalla lunghezza e da alcuni tempi morti, si troveranno due aspetti fondamentali nel romanzo di Nievo. Il primo è un approfondimento storico. Tutti quegli anni che sui libri di scuola sono una rassegna di date e battaglie, trovano ampio respiro nella narrazione e alcune vicende nelle quali il protagonista si trova coinvolto in prima persona, permettono al lettore di avere un quadro più chiaro di quel periodo e di comprendere meccanismi e situazioni che di solito a scuola impariamo meccanicamente senza soffermarci troppo sul come e sul perché.
Il secondo aspetto è che leggendo questo libro ci si rende conto, purtroppo, che tutto cambia affinché nulla cambi. Alcune riflessioni di Nievo, sul sistema giudiziario o sulla decadenza della Repubblica di Venezia ad esempio, calzerebbero anche ai nostri tempi, a sostegno della tesi sui corsi e ricorsi storici di cui parlava Vico.
O a dimostrazione che ci sono caratteri ereditari in questa Italia, che hanno origini antiche e forse per questo sono così difficili da estirpare.

Se Venezia era de' governi italiani il più nullo e rimbambito, tutti dal più al meno agonizzavano per quel difetto di pensiero e di vitalità morale.

Le confessioni di un italiano, Ippolito Nievo, Giunti Demetra

Questo post partecipa al Venerdì del libro di HomeMadeMamma