lunedì 24 luglio 2017

Là dove batte l'oceano

Nel 2007, quando facemmo il nostro primo giro on the road della Spagna che da Madrid ci condusse in Andalusia, attraversammo vallate rosse di papaveri, coltivazioni di ulivi intervallate da qualche collina (più le scogliere battute dal vento che faceva mulinare le pale eoliche) su autostrade ottime e gratuite.
Da Madrid all'Andalusia, i paesaggi della Spagna del Sud
Quest'anno, nei nostri spostamenti da Bilbao verso Santander e poi San Sebastian, abbiamo avuto modo di vedere un territorio completamente diverso. Le autostrade, a pagamento e pure care, si insinuavano come serpenti tra montagne verdi che nascondevano la vicina costa.
Le città nel Nord della Spagna, almeno quelle che abbiamo visitato, sono spesso schiacciate dai monti: Bilbao si adagia in una valle e le case risalgono su lungo le pendici; Santander e San Sebastian si allungano tra i rilievi e il mare e la combinazione di piogge e corsi d'acqua regala una vegetazione rigogliosa, sconosciuta alle nostre marine.
Di Santander, capitale della Cantabria, abbiamo purtroppo visto poco. Il palazzo della Magdalena, residenza estiva dei sovrani spagnoli nei primi del '900, aveva da poco cambiato orari di visita e abbiamo scoperto che l'accesso era consentito solo sabato e domenica, noi ovviamente si era lì di martedì e questa porta in faccia, in barba alla perfezione nordica di quelle zone, aveva un sapore nosrtrano. Abbiamo avuto giusto il tempo di visitare il parco del palazzo, che è scoppiato un acquazzone di quelli memorabili e niente, di Santander mi resterà il ricordo di un veloce giro in macchina e di una lunga permanenza nel El Corte Inglés locale.
Il sole ci ha baciati invece a San Sebastian che mi ha fatto pensare a Montecarlo, sebbene io non sia mai stata nel principato di Monaco.
La città basca sorge su di un'ampia baia che culmina, a destra e a sinistra, con due monti, L'Igueldo e l'Urgull. Al centro, quasi a chiudere l'accesso, una piccola isoletta a forma di tartaruga: l'isola di Santa Clara.
Il panorama è davvero bello, almeno quello dal monte Igueldo, la cui cima si può raggiungere facilmente con la funicolare. La spiaggia, come avevamo avuto modo di constatare anche a Valencia, è ampia, pulita e libera. Non siamo scesi fin sulla riva ma devo dire che anche il mare sembrava bello...per lo meno considerando che si trattava di oceano.
San Sebastian ha un fascino retrò. Un centro storico piccolo e antico e ampi quartieri dal gusto primi Novecento. Anche qui, una cura degli spazi pubblici da fare paura. Ovunque, nei Paesi Baschi, era un pullulare di giardinieri e addetti alla manutenzione di fontane, nonché un fiorire di macchinari da noi impensabili, come quello che sminuzzava le potature e le eiettava in un rimorchio.
San Sebastian, spiagge pulite, verde curato e un tocco d'antan
Girare in auto in Spagna si è rivelato ancora una volta semplice. Il parcheggio non è un problema, ogni città ha centinaia e centinaia di posti sotterranei per cui tu paghi, è vero, ma hai la certezza di trovare posto in cinque minuti e in qualsiasi parte delle città, anche in centro (tra l'altro il comune di San Sebastian ha on line tutti i parcheggi con i posti liberi sempre aggiornati: cioè n'altro mondo). Se si è fortunati, poi, magari si può trovare posto anche fuori, lungo le strade. A Bilbao ci siamo riusciti e dopo le otto non si paga.
Rispetto al resto del Paese il territorio basco ci è sembrato un po' più caro. A Bilbao, ad esempio, nonostante avessimo prenotato otto mesi prima, non abbiamo trovato una quadrupla a prezzo decente e quindi abbiamo preferito alloggiare in un paese là vicino. Anche sul cibo bisogna andare cauti, e spulciare bene il menù per non prendere legnate: noi a Bilbao siamo stati un po' ingenui con la sangria (che peraltro avevamo bevuto ovunque a prezzi politici): non abbiamo consultato prima il prezzo e una, dico una caraffa, ce l'hanno fatta pagare 18 euro.
Infine, sebbene non ci siano attrazioni studiate proprio per i più piccoli (a parte i famosi parchi giochi buttati praticamente ovunque in Spagna) come ci era capitato a Valencia, i bambini hanno gradito il giro e i tratti in auto hanno aiutato a diluire la stanchezza.
Da Barcellona, passando per Valencia e Santander abbiamo testato e apprezzato i parchi spagnoli
Abbiamo evitato ovviamente mete troppo culturali, a parte l'Hospital di Sant Pau che peraltro hanno visitato senza lamentarsi, Ieie incuriosito dal fatto che lì prima ci fosse un ospedale, la Lolla saltellante nei giardini, e optato per passeggiate, panorami e visite a monumenti che non richiedessero troppo tempo. Oppure a parchi, come quello del Monsterio de Piedra che ha incantato i bambini con le sue cascate.
Insomma, questo giro mi ha permesso di colmare un desiderio che coltivavo da anni e di vedere un altro spicchio della penisola iberica. Sono tornata a casa sazia e il mio mal di Spagna, per ora, è appagato.
Per ora. C'è ancora quell'Ovest del Paese che mi attira. Ma questo è un altro sogno da coltivare, e una scusa per pensare che prima o poi tornerò al di là dei Pirenei.

lunedì 17 luglio 2017

Bilbao, la Spagna del Nord Europa

Correva l'anno 2001 quando Megan Gale, al suono di Sky di Sonique, nello spot dell'allora Omnitel si esibiva in un numero di pattinaggio acrobatico sul tetto di un edificio dalle volute argentate.
Non ricordo se Google fosse già operativo, certo è che gli smartphone erano di là da venire e, quando avevi un dubbio, ti toccava tenertelo per molto tempo. Non so quanto passò prima di scoprire che quell'edificio era il nuovo museo Guggenheim e che si trovava a Bilbao che in quegli anni stava vivendo un rilancio architettonico e culturale, fatto sta che da allora un semino prese a germogliare nel mio cervello: volevo vedere quella città, volevo vedere quell'edificio argentato.
Sedici anni dopo il mio sogno è diventato realtà e il bello è che le aspettative non sono state deluse. Quando dal ponte Salbeko, entrando in città la sagoma del Guggenheim si è stagliata davanti a noi, siamo rimasti tutti a bocca aperta davanti  a cotanto apparato scenografico.
Le foto non rendono: ma il Guggenheim è davvero maestoso e spettacolare

A colpirci è stata dapprima l'architettura imponente e immaginifica del museo, poi tutta l'area del lungofiume, con i curatissimi spazi verdi, i giochi d'acqua, i viali dove correre e andare in bici, il ponte Zubizuri, il tram che corre accanto al fiume tra rotaie adagiate nell'erba.
L'area del lungofiume: il ponte Zubizuri, i giochi d'acqua e le rotaie in mezzo al prato

Anche qui, abitudine molto spagnola, ogni 3/400 metri c'è un parco giochi, con attrazioni gratuite, moderne e ben tenute. Anche qui ordine, pulizia, decoro e fiori freschi a profusione.
L'area del lungofiume non è nuova, i palazzi dall'aria nordeuropea hanno uno stile d'altri tempi, eppure tutto sembra appena ristrutturato, tutto è pittato, laccato e stirato e tu ti chiedi come facciano, che nei nostri condomini ci scanniamo solo per sostituire una serratura difettosa.
I bellissimi palazzi di Bilbao
Bilbao, dicevo, è una Spagna diversa. Un po' nordeuropea, con quei nuvoloni da clima atlantico sempre in agguato, con i bovindo, i canali, gli scorci che ricordano i quadri di Magritte e quelle facciate colorate stile Amsterdam.
E mentre passeggi, il lato opposto del marciapiede si abbassa e tu ti trovi davanti a uno scorcio magrittiano
Bilbao, però, è sopratutto basca. Qui questa diversità, ostentata con orgoglio, si respira non solo per le bandiere rosse e verdi, le scritte in una lingua strana, ma soprattutto per l'assenza nel Casco Viejo delle grandi catene internazionali che monopolizzano i centri di Barcellona, Valencia o Saragozza.
Il Casco Viejo, la parte antica di Bilbao
Girando nella parte antica della città, forse meno chic rispetto al vicino lungofiume, ci si scopre a sbirciare in vetrine che hanno un sapore retrò. Un negozio di baschi, botteghe con abiti per bambini che per tessuti, ricami e taglio, e la totale assenza di griffe note, ricordano quelli di quando eravamo piccoli; boutique di scarpe e vestiti che hanno un tocco di originalità e che attirano sguardi incuriositi e compiaciuti. Negozi di stoffe, pasticcerie con le specialità locali che occhieggiano invitanti dalle vetrine, alimentari votati al baccalà in tutte le salse.
C'è un qualcosa di unico, forse un po' vintage, che traluce da questi negozi, eppure il risultato non sa di vecchiume, di antico, di sorpassato. Tutt'altro: per noi questo non sottostare alla globalizzazione dei consumi ha un sapore nuovo, e, come le madeleine di Proust, ci richiama alla mente vetrine di un passato che abbiamo assaggiato.
L'orgoglio basco ha la sua massima espressione nell'Athletic Bilbao, la squadra di casa con un palmares di tutti rispetto e una condicio sine qua non per essere reclutati tra le file bianco rosse: il certificato di nascita dei Paesi Baschi.
Non so, forse esagerano con questa storia dell'appartenenza, però a me l'idea del difendere le proprie radici, del non sottostare alla dittatura del mercato (e delle abitudini) globale non dispiace. Dopotutto il mondo è bello perché è vario, e se così non fosse non ci prenderemmo la briga di girarlo.
Tra bambini è facile fare amicizia, anche se si parlano lingue diverse: qui Ieie gioca in Plaza Nueva con un bambino con la maglia dell'Athletic Bilbao

venerdì 14 luglio 2017

La verità sul caso Harry Quebert

Un libro che "ti prende" è un piacere tutto da gustare al quale non vedi l'ora di dedicare il tuo tempo libero. E' come un bel regalo che ti aspetta e sei felice perché ogni pagina intonsa sarà una sorpresa da scartare.
Questo pensavo mentre mi abbandonavo alla lettura de La verità sul caso Harry Quebert, di Joel Dicker, finché sono rimasta spiazzata da una sorta di aforisma conclusivo in calce al romanzo, perché sembrava quasi che l'autore mi avesse letto nel pensiero.
Dicker ci porta ad Aurora, tranquilla cittadina del New Hampshire, dove il giovane scrittore Marcus Goldman si reca a trovare il suo professore universitario, nonché grande scrittore, Harry Quebert. Siamo nel 2008 e, dopo l'enorme successo del suo primo libro, Marcus è in preda a una calo d'ispirazione: l'editore aspetta un nuovo best seller, ma nella testa di Marcus c'è il vuoto. Neanche gli incoraggiamenti di Harry, da sempre suo mentore e amico, hanno successo, ma proprio quando le speranze sembrano sparire, il ritrovamento nel giardino di Harry dei resti di Nola Kellergan, quindicenne di Aurora scomparsa misteriosamente nel 1975, daranno a Marcus la voglia di ricominciare a scrivere.
Lo farà proprio per scagionare Harry, che con la ragazzina aveva una relazione proibita e che viene accusato di averla uccisa.
In un patchwork di flashback e ricostruzioni, frammenti dei libri di Harry e Marcus, in un gioco di metalibro in cui talvolta il lettore si perde, ci ritroviamo nell'estate di trentatré anni prima, per scoprire che, sotto la sua patina sonnacchiosa, Aurora nasconde un micromondo dai risvolti inimmaginabili.
Come in uno spettacolo pirotecnico, Dicker parte in sordina, ci conduce a un approdo, devia, torna indietro, fa compiere alla storia talmente tante evoluzioni da lasciarci storditi e affascinati per poi giungere a un finale scoppiettante. E il bello è che, a differenza di altri gialli, stavolta non c'è nemmeno bisogno di tornare indietro per rileggere qualche passaggio fondamentale, perché con qualche trucchetto Dicker ce lo riproporrà senza farci scomodare.
Se si cerca un libro profondo, che tocchi l'animo e la mente, forse è meglio cambiare scelta, ma se si ha voglia di una storia accattivante, di una trama densa, allora questo è il titolo ideale. E quelle 700 e passa pagine, tutte da scoprire, passeranno in un baleno.


"Un bel libro, Marcus, non si valuta solo per le ultime parole [...] All'incirca mezzo secondo dopo aver finito il tuo libro, il lettore deve sentirsi pervaso da un'emozione potente; per un istante, deve pensare soltanto a tutte quelle cose che ha appena letto, riguardare la copertina e sorridere con una punta di tristezza, perché sente che quei personaggi gli mancheranno. Un bel libro, Marcus, è un libro che dispiace aver finito".

La verità sul caso Harry Quebert, di Joel Dicker, Bompiani, traduzione di Vincenzo Vega

Questo post partecipa al Venerdì del libro di HomeMadeMamma

lunedì 10 luglio 2017

Giugno, verso la Spagna del Nord

Lo chiamano mal d'Africa perché, una volta vista, pare che si desideri fortemente tornarci. Non so se sia vero, non sono mai stata in Africa, però conosco il mal di Spagna, quel desiderio di visitarla ancora e ancora che, in dieci anni, mi ha riportata lì per la quinta volta.
E' passato ormai un mese dalla nostra vacanza sulle coste oceaniche della Spagna, un itinerario studiato e programmato con mesi di anticipo (e questo ci ha permesso un notevole risparmio economico perché i prezzi a ridosso della partenza erano lievitati), un viaggio on the road nel Nord del Paese esattamente a dieci anni da quello che, fidanzati, facemmo partendo da Madrid e guidando fino alla Spagna del Sud.
Questa volta la prima tappa è stata Barcellona, sempre splendida, sempre ricca di posti nuovi da ammirare. Ci eravamo ripromessi un giro veloce nella capitale della Catalogna, poi però la scoperta del restauro di un monumento del modernismo catalano ora visitabile (praticamente ogni anno c'è qualcosa di bello che riapre al pubblico), ci ha "costretti" a prolungare il nostro itinerario.
Si tratta dell'ospedale de la Santa Creu e Sant Pau, un vero e proprio ospedale costruito nel 1902 in stile modernista e funzionante fino al 2009. E' incredibile come questo gioiellino di Domènech i Montaner unisse alla bellezza architettonica le più moderne (per l'epoca ovviamente) concezioni di comfort e funzionalità ospedaliere. Purtroppo non è possibile visitarlo tutto, i lavori di restauro sono ancora in corso, e questo (forse) spiega il prezzo molto alto del biglietto (sì, glielo dobbiamo pagare noi turisti il restauro :-( ).
Ospedale de la Santa Creu i Sant Pau

Da Barcellona il nostro itinerario è proseguito per Saragozza, capitale dell'Aragona. Si tratta di una cittadina poco battuta dal turismo internazionale e forse per questo in pochissimi parlavano inglese. Il centro, abbastanza piccolo, è, come in tutta la Spagna, molto ben tenuto. I palazzi colorati sembrano sempre pitturati di fresco, le case dalle facciate impeccabili, coordinate tra loro.
A differenza di altre città spagnole, però, appena fuori dal centro ho notato una certa trascuratezza, un aspetto più trasandato e sporco, insomma non mi sono sentita a mio agio, come invece di solito mi capita al di là dei Pirenei.
Saragozza: la piazza con la Basilica e la Cattedrale e i palazzi del centro

La disponibilità della macchina ci ha permesso di spostarci in un paesino a 100 km da Saragozza, Nuevalos, dove ha sede un bellissimo complesso, il Monasterio de Piedra. Durante il percorso abbiamo constatato che l'Aragona non è solo praterie brulle e assolate (la stessa Saragozza era caldissima, da qui forse l'abitudine degli abitanti di cercare ristoro tuffandosi nella fontana della piazza principale), ma anche oasi di verde tra le montagne.
Il Monasterio di per sé non è molto diverso dai nostri, la sua particolarità è per l'appunto il bellissimo parco che, tra boschi e colline, nasconde una rete di cascatelle, ruscelli e laghi. Per motivi di tempo non siamo riusciti a vederlo tutto, ma ne vale davvero la pena. Anche qui il costo del biglietto, tra l'altro, è altino (cioè, gli Uffizi costano meno!), per cui a saperlo prima avremmo cercato di rimanere qualche ora in più, purtroppo però non conoscevamo la strada e la via tortuosa ha richiesto più tempo del previsto.
La strada verso il Monasterio e il parco

Sulla via del ritorno ci siamo fermati a mangiare in un paesino trovato strada facendo. Se non fosse che parlavano solo spagnolo e che eravamo tra le colline, con un bellissimo panorama soleggiato nonostante le otto di sera passate, il clima rustico e familiare avrebbe potuto essere tranquillamente quello di un qualsiasi paesino della nostra provincia. Poi quando Ieie si è entusiasmato per un gol della nazionale spagnola trasmesso in Tv, i vecchietti del posto l'hanno preso proprio in simpatia.
Lasciata Saragozza abbiamo fatto rotta verso una zona del tutto nuova per noi, una Spagna un po' diversa dal solito, dove le bandiere appese ai balconi (per carità anche a Barcellona è pieno del giallo e del rosso della Catalogna, ma finisce lì) chiedevano una sola cosa: Independentzia, e lo chiedevano con una lingua un po' diversa dai soliti dialetti locali.
Bandiere su calle de la Estafeta, ma potrebbero essere in una qualsiasi altra via di Pamplona

Ce ne siamo accorti già dalla nostra mattinata a Pamplona, capitale della Navarra che, pur non facendo parte della provincia dei Paesi Baschi, Basca si sente fin nel midollo.
Lo dicono i cartelli in quella lingua strana (pare sia una delle più antiche in Europa), le bandiere, i prodotti tradizionali che i camerieri assicurano essere, oltre che unici, anche buonissimi.
Altro che il tormentone "siamo come i tori a Pamplona". Noi come i tori, a Pamplona, ci siamo fatti tutta la via che a luglio viene attraversata dall'Encierro, la famosa corsa per la festa di San Firmino. Non so come la riducano in quell'occasione, ma posso assicurare che calle de la Estafeta, come tutta Pamplona, è un gioiellino.

Da lì, abbiamo proseguito la risalita verso Nord, rotta la bellissima Bilbao....

venerdì 7 luglio 2017

Le confessioni di un italiano

I classici sono da sempre una mia fissazione, quel vuoto imprescindibile da colmare a ogni costo. Un tempo ne consumavo molti di più, adesso diciamo che me ne impongo almeno uno l'anno e stavolta la scelta è ricaduta su un classicone made in Ottocento, quel Le confessioni di un italiano che portò fama a Ippolito Nievo, morto poco dopo in giovane età nel naufragio di una nave. 
Ambientato in un'Italia ancora divisa, il romanzo si snoda dal periodo che va dalla Rivoluzione francese alla vigilia della seconda guerra d'Indipendenza e narra, attraverso le memorie dell'ottuagenario Carlo Altoviti, nato nella Repubblica di Venezia, ma che spera di morire italiano, le vicende storiche, e belliche, del nostro Paese attraverso le avventure della sua vita.
Abbandonato in fasce a casa della cugina Pisana, presenza bizzosa e costante della sua vita e unico vero amore del protagonista, il giovane Carlo cresce tra la servitù del castello di Fratta, in Friuli, ed assiste allo sgretolamento di un mondo ormai al tramonto, alla diffusione di nuove idee, mentre di pari passo anche la sua vita cambia. Scoperto di avere un padre, si ritrova tra il patriziato veneziano, per poi cadere subito dopo tra i proscritti col trattato di Campoformio e girare l'Italia, un po' per caso un po' per volontà, trovandosi al centro delle vicende belliche del periodo, dalle repubbliche napoleoniche, alle rivolte del '20 e '21 fino alla prima guerra d'Indipendenza.
Tra altri e bassi Carlo dimostra soprattutto una forte morale e una dedizione alla vita e agli ideali che lo portano, anche davanti a grandi sventure, a impegnarsi e ad avere fiducia nel futuro.
Devo ammettere che all'inizio, vista l'estrema difficoltà del linguaggio, sciacquato, ammollato e intriso di verbosità ottocentesche, ho rimpianto di non aver affrontato prima questa lettura, quando magari ero ancora fresca del fraseggiare ciceroniano o del romanzare manzoniano. Poi, però, un po' come accade con la sicilianità esasperata del commissario Montalbano, ci ho preso la mano. Mi sono abituata a quei massime che significano soprattutto, all'aveva usato alla prima persona singolare e a tutti gli artifici di un tempo.
E poi, lo dico senza vergognarmi, nonostante il libro sia lontano da noi anni luce per verbosità e mentalità, devo dire che mi è piaciuto.
Se non ci si fa scoraggiare dalla lunghezza e da alcuni tempi morti, si troveranno due aspetti fondamentali nel romanzo di Nievo. Il primo è un approfondimento storico. Tutti quegli anni che sui libri di scuola sono una rassegna di date e battaglie, trovano ampio respiro nella narrazione e alcune vicende nelle quali il protagonista si trova coinvolto in prima persona, permettono al lettore di avere un quadro più chiaro di quel periodo e di comprendere meccanismi e situazioni che di solito a scuola impariamo meccanicamente senza soffermarci troppo sul come e sul perché.
Il secondo aspetto è che leggendo questo libro ci si rende conto, purtroppo, che tutto cambia affinché nulla cambi. Alcune riflessioni di Nievo, sul sistema giudiziario o sulla decadenza della Repubblica di Venezia ad esempio, calzerebbero anche ai nostri tempi, a sostegno della tesi sui corsi e ricorsi storici di cui parlava Vico.
O a dimostrazione che ci sono caratteri ereditari in questa Italia, che hanno origini antiche e forse per questo sono così difficili da estirpare.

Se Venezia era de' governi italiani il più nullo e rimbambito, tutti dal più al meno agonizzavano per quel difetto di pensiero e di vitalità morale.

Le confessioni di un italiano, Ippolito Nievo, Giunti Demetra

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venerdì 9 giugno 2017

Il ladro di merendine

Si distacca un po' dai due romanzi precedenti Il ladro di merendine, il terzo capitolo della saga di Montalbano. Prima di tutto Camilleri introduce la novità di un cliffhanger sul finale, lasciandoci con la curiosità di sapere cosa succederà tra il commissario e Livia (e ok, noi che abbiamo visto le fiction Rai già lo sappiamo, ma ammetto che il colpo di scena ha incuriosito anche me e non vedo l'ora di approdare alla quarta indagine); ma soprattutto conosciamo nuovi lati di Montalbano che si spoglia dell'aura che l'ha circondato fino ad adesso, mostrandosi per quello che è, un uomo di vizi e di virtù.
"Quando si deciderà a crescere, Montalbano?", la domanda del cavaliere Pintacuda è il sigillo sulle debolezze del commissario che, stavolta, nell'amara conclusione del libro, così in contrasto con l'umorismo dei primi capitoli, delude i suoi lettori per la sua vigliaccheria.
Ma andiamo con ordine. Siamo sempre a Vigata, un anno dopo l'indagine definita del Cane di terracotta e pochi anni dopo il primo caso che ci ha fatto conoscere Montalbano. Stretto tra il pensionamento del questore e l'odiata prospettiva di diventare vicequestore, come spesso succede Salvo si trova a sbrogliare due matasse apparentemente indipendenti: l'omicidio di un pensionato nell'ascensore del suo condominio e quello di un pescatore su di un'imbarcazione che avrebbe sconfinato in acque straniere. Sbolognata la seconda indagine con un pretesto di competenza, Montalbano si imbatte poi nel ladro di merendine che dà il nome al libro: un bambino che, per placare i morsi della fame, ruba la merenda agli allievi di una scuola elementare.
Questo terzo incontro, destinato a smuovere le acque del rapporto con Livia, sarà il fil rouge tra le tre vicende e toccherà a Montalbano usare tutta la sua abilità, ma soprattutto la strafottenza e il pelo sullo stomaco di cui è dotato, per venirne fuori sano, Salvo e con il massimo del guadagno per tutti.
Di più non si può dire, se non che questo capitolo getta luce su nuovi aspetti della vita del commissario, sulla sua infanzia, sul suo rapporto con Livia e, udite udite, sulla sua età. Insomma ne emerge un personaggio a tutto tondo, sempre più completo e complesso e di questo va dato il merito a Camilleri che si rivela, oltre a un abile tessitore di trame, esperto cesellatore di personaggi veri, e per questo amati dai lettori.

Il ladro di merendine, di Andrea Camilleri, Sellerio editore Palermo

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sabato 27 maggio 2017

40

Ti guardi allo specchio e te lo chiedi, se siano troppi. Perché quel numero pesa, ma dentro tu ti senti ancora giovane, a dispetto di quella ruga che ti si disegna al lato della bocca, e di quel segno che, sei sicura prima non c'era, si nasconde traditore sotto il mento.
Insomma, la tua adolescenza è proprio dietro l'angolo. Poi guardi il Tg e senti che Nek celebra i 25 anni di carriera e ti chiedi "Na, com'è possibile sia passato così tanto tempo, che me lo ricordo quando ha iniziato". E fai i conti. E tornano. Tu avevi quindici anni e adesso sono 40.
E allora ripensi alla giovinezza, a quei ricordi che tenevi catalogati con la precisione di un archivio e ti rendi conto che iniziano a mischiarsi come carte nel mazzo. Perché forse 40 cominciano a essere tanti, soprattutto quando tuo figlio, che è pervicacemente preciso, a ogni accenno al tuo passato ti chiede, quando, quanto tempo fa?
E poi fai i conti con tanti altri aspetti che, no, non tornano.
Perché a 40 anni cominci a fare un bilancio di quel che volevi e di quel che hai avuto.
Perché a 40 anni ti rendi conto che il tempo a venire potrebbe essere meno di quello già goduto.
Perché a 40 anni pensavi che saresti stata una donna sicura di sé e senza paure, ma forse adesso che sei matura, di paure ne hai più di quando guardavi spavalda al tuo futuro.
40 anni, sono troppi o no? Ancora non so dirlo, e sono al giorno due.
Poi penso ai miei bambini che ieri erano così eccitati come se fosse la loro festa. A Ieie, che gli altri anni mi portava il regalo nascosto in casa dai nonni, e questa volta no perché era arrivato in anticipo, e si crucciava di non avermi dato niente "E che festa è se non c'è un regalo?", o alla Lolla che mi ha chiesto cosa volessi per il mio compleanno e alla mia richiesta di un viaggio a New York ha risposto "Ma io non ho i soldini...però te lo posso disegnare!".
Guardo loro due e capisco che, al di là di quello che riserva il futuro, il mio futuro, il mio ponte verso il domani, sono loro. E allora non so se 40 sono troppi, però sono felice di poter rivivere la mia giovinezza grazie a loro.

lunedì 22 maggio 2017

Senza di lei

Quello dei pasti è, per me, uno dei momenti più temuti della giornata. Cerco sempre di mangiare prima dei bambini, con buona pace del concetto di pranzo in famiglia, poiché altrimenti, essendo spesso l'unica adulta della tavola, mi tocca interrompermi e alzarmi in continuazione a ogni "Mi dai un po' d'acqua?" "Ho finito il primo, che c'è di secondo?" "Mi tagli la carne?" "Mi sbucci la frutta?" "Ho versato l'acqua" "Mi sono sporcato di sugo", e no, non incentivo l'autonomia dei miei figli perché preferisco fare io piuttosto che dover pulire i disastri combinati.
Ma tutto questo, in fondo, è il minimo. Il motivo per cui mangio prima è che durante i loro pasti devo fare il vigile. Interdire inopportune quanto continue alzate da tavola (con annessi dispetti), dirimere litigi su chi è più veloce, più bravo, più tutto, mitigare sfottò, battute, insulti di ogni tipo che i due, ai capi opposti del tavolo, si lanciano come strali e, infine, moderare anche la chiacchiera continua che rallenta no, anzi, blocca il pasto come un cantiere in tangenziale. Nel mentre che faccio tutto questo, penso, mi chiedo e spero, che cali dall'alto una soluzione che renda il momento del pasto meno caotico e stressante.

Qualche giorno fa la Lolla è andata a mangiare da una compagna. Fin qui tutto normale, se non che Ieie quel giorno è tornato a casa muto e solingo. Abbiamo mangiato insieme e, devo ammetterlo, la situazione è stata strana. In cucina regnava un silenzio surreale, quasi angosciante, al quale non ero più abituata. Vedendo mio figlio un po' triste ho cercato di ravvivare la conversazione (sì, proprio io!) chiedendogli ragguagli sulla sua giornata e cercando spunti che innescassero la sua chiacchiera che, certo, non è irrefrenabile come quella della Lolla, ma che di solito fornisce valido supporto alla linguacciuta sorella. Ma niente, la conversazione ha ristagnato e alla fine ho lasciato perdere, intristita anch'io da quell'assurdo silenzio.
Poi la Lolla è tornata, e cinque minuti dopo si inseguivano per casa urlando e menandosi come bestie liberate dalle gabbie. Ieie, che mi aveva confidato di essere un po' geloso perché lei era stata invitata da un'amica e lui no, sembrava aver dimenticato tutto e recuperato il consueto brio post scolastico.

Ora, non arriverò a dire che il caos del pranzo mi è mancato (questo mai!), però, ecco, da figlia unica, mi trovo spesso a invidiare i miei figli. Perché hanno quello che io ho desiderato inutilmente per una vita e perché quando li vedo insieme, anche se spesso non fanno altro che litigare, sono contenta di sapere che per loro essere in due è scontato e normale e non sapranno cosa vuol dire essere l'unica bambina in una famiglia di adulti.

venerdì 5 maggio 2017

Niente e così sia

Non si viene al mondo per morire a vent'anni alla guerra.

E' un libro di filosofia Niente e così sia, il diario sulla guerra che Oriana Fallaci scrisse durante la sua esperienza in Vietnam a cavallo tra il 1967 e il 1968. E' un libro di filosofia perché, nel tentativo di rispondere alla domanda che l'aveva portata al fronte (perché gli uomini facciano una cosa così stupida come la guerra, perché si uccidano e a cosa pensino quando sono lì), partendo da Saigon e spostandosi tra foreste di palme, piantagioni di caffé, colline e trincee del Vietnam del Sud, la Fallaci scopre verità immutabili e incontrovertibili sulla condizione umana.

Sono qui per spiegare quanto è ipocrita il mondo quando si esalta per un chirurgo che sostituisce un cuore; e poi accetta che migliaia di creature tutte giovani, col cuore a posto, vadano a morire come vacche al macello per la bandiera.

Il conflitto del Vietnam fu un tritacarne nel vero senso della parola, l'abbiamo imparato da una filmografia impressionante e, dopo aver visto il Cacciatore, pensavo che non si potessero aggiungere altri tasselli di atrocità a questa vicenda. Invece il libro della Fallaci conferma e amplifica tutto questo, la guerra viene vista proprio da dentro la trincea, da sotto un cielo da cui piovono bombe, in mezzo ai soldati e, in questa apoteosi del male, riusciamo a capire come i fatti, dal di dentro, assumano contorni e colori diversi. Guardiamo l'Uomo e riflettiamo con Oriana sull'assurdità del male, sulla storia che non aiuta ad evitare errori uguali ai precedenti.

La morte, sa, ha un valore relativo. Quando è poca, conta. Quando è molta, non conta più.

L'orrore della Shoa era proprio dietro l'angolo, ancora indelebile, eppure gli uomini sembravano aver già dimenticato.
Nel suo libro, forse un po' lungo, perché 400 pagine di guerra son dure da mandar giù, Oriana ascoltò tutte le voci, generali e umili soldati, americani, vietcong, nordvietnamiti e sudvietnamiti spettatori del conflitto, per fornire al lettore, e a se stessa, un quadro completo. Impressionante è come emerga, da ambo le parti, la paura e la stanchezza dei poveri soldati, mandati a morire senza un perché da uomini più potenti e grandi di loro che, però, stanno al sicuro, e a morire ci mandano gli altri.
A fare da sfondo alla bruttezza creata dall'uomo, un Paese che appare invece di una bellezza fiabesca, con i suoi fiumi, le foreste e le colline di un verde esotico e per noi sconosciuto, martoriati da un martellare di fuoco, bombe, bengala e da una quantità di armi che nemmeno immaginavamo esistessero. Proprio sulle armi, sul piccolo proiettile dell'M16, c'è una delle riflessioni più belle della Fallaci, e solo per questa bisognerebbe leggere il libro. Per chiederci, tutti, quanto siamo innocenti. Per imparare qualcosa sul concetto di responsabilità.
In conclusione la Fallaci risponde alle domande che l'avevano portata al fronte e, soprattutto, alla domanda postale dalla sorellina prima della partenza, che è l'anima del libro "La vita cos'è?". La risposta Oriana ce la dà sul finale quando, tornata dal Vietnam e in missione in Messico, rischiò la vita durante una manifestazione studentesca. Io ovviamente non la anticipo, vale la pena andare al fronte con Oriana per capire la vita cos'è.

P.S.
Ho poi scoperto che anni dopo Oriana Fallaci tornò in Vietnam, non tra le truppe americane, ma tra quelle nordvietnamite, per vedere la guerra dal fronte opposto. Gli articoli frutto di quell'esperienza sono ora raccolti nel volume Saigon e così sia

Niente e così sia, di Oriana Fallaci, Best Bur

Questo post partecipa al Venerdì del libro di HomeMadeMamma

martedì 2 maggio 2017

1° maggio

"Mamma lo sai quale casa mi piace di più tra la nostra, quella dei nonni e quella dei nonni al paesino?".
"No Lolla, quale?".
"Quella al paesino. E sai perché?".
"Perché?".
"Perché è vicina al mare. E perché possiamo uscire sempre. Solo quando piove restiamo a casa, ma per poco".
Caro paesino, cara casa, cosa avrete di così speciale non si sa, ma se anche la mia nonna materna, milanese, dopo la fame e la paura della guerra, approdò in questo posto dimenticato dagli uomini e le sembrò il Paradiso, un motivo per cui di generazione in generazione ci fate innamorare ci sarà.
Ancora oggi, nonostante gli uomini abbiano impiegato camion di cemento per nascondere quest'angolo di Paradiso creato da Dio in terra, c'è qualcosa di magico in questo paese lontanissimo da tutto, chiuso tra la scogliera e il mare più blu. Qualcosa che ti entra nel cuore e ti rapisce per sempre.
Ieri, a distanza di mesi, siamo tornati al paesino approfittando della prima bella giornata di sole regalataci da maggio dopo il freddo aprile. Poche novità, nemmeno piacevoli, ma la sensazione di pace e benessere è stata impagabile. Ho guardato con desiderio la cara terrazza, la Lolla ha chiesto dove fosse il dondolo, e mi sono immaginata lì, immersa in qualche buon libro, il mare davanti e il sole sopra di noi.
Andando via il venticello di scirocco mi ha persino solleticato con il profumo del mare, quel mix di alghe fresche e salsedine che d'estate è così difficile percepire, forse perché ci sono troppe narici bramose per l'aria.
E' stato bello, direi riconciliante.
E adesso dobbiamo solo aspettare l'estate.

sabato 22 aprile 2017

Maschi vs femmine #2

Una mattina delle ultime vacanze.
"Bambini io vado in camera a prepararmi, va bene?". Mugugni indistinti (forse) di assenso, da parte di una Lolla intenta a costruire una palestra con i lego e di Ieie irretito da un'intervista a Donnarumma.
Dopo una ventina di minuti mi arrivano dalla cucina queste parole.
"Mamma! Mammaaa?! Lolla ma dov'è la mamma?".
"E' andata in camera a prepararsi".
E niente, non è questione di età, di preoccupazioni, di stanchezza, come vorrebbero farci credere. E' che già da piccoli, i maschi fanno finta di ascoltarci.

lunedì 10 aprile 2017

Ci hanno imbrogliato, ragazze

La settimana scorsa ho smontato il letto culla che ancora sostava in camera della Lolla. Da otto anni, da quando fu regalato a Ieie di appena cinque mesi, è rimasto a casa nostra ospitando, a turno, i miei figli. Ma da qualche mese ormai era solo un guscio vuoto e un po' a malincuore gli ho detto addio. Non è solo la fine di un periodo della nostra vita, è anche il saluto definitivo alla possibilità, un tempo accarezzata, di avere un terzo figlio.
Mi avvicino a stretto giro ai 40, sono troppo vecchia per pensare a quel numero tre che, da ragazza figlia unica, era il mio ideale. Per carità, so che c'è chi fa figli anche dopo i 40, ma io di bambini ne ho già due e ho una gravidanza complicata alle spalle e poi vorrei che i miei figli, tutti, arrivassero all'adolescenza con una madre, se non giovane, quantomeno non vicina all'età della pensione.
Eppure quando appena trentunenne affrontai la prima gravidanza, mi sentivo una giovane pioniera. Ero la prima delle mie amiche a diventare mamma (come gentilmente mi fece notare una di loro quando le comunicai la lieta notizia "lo sai che nessuna di noi ha ancora figli?" come a dire, guarda che rimarrai da sola con biberon e pannolini) come potevo essere vecchia? A farmi nutrire qualche dubbio fu quel primipara tardiva che la ginecologa appioppò alla mia cartella al momento della prima ecografia.
Ma come, avevo fatto tutto quello che mi avevano insegnato. Prima avevo pensato allo studio, a trovare Il Compagno giusto, a sistemarmi (ve be' eravamo entrambi precari, ma quantomeno sapevamo di poter sfamare il pargolo), ci eravamo anche goduti un po' la vita tra teatri, cinema, viaggi, ecc. come potevano definirmi tardiva?
Già. E' che non ce l'avevano detta tutta. Perché sì, oggi l'eta fertile della donne si è allungata (dicono), oggi la scienza ci aiuta più che in passato, ma la verità vera che nessuno mi aveva detto e che io invece non mi stanco di ripetere è che i figli è meglio farli da giovani. Per carità, non dico di procreare appena spenta la ventesima candelina, senza se e senza ma (e magari senza lavoro e compagno fisso), però prima di scegliere di aspettare bisogna avere alcune consapevolezze.
La prima è che, più passa il tempo, più perdiamo energie. A 31 riuscivo a tenere (più o meno) il passo con le notti di sonno perso, ma a 25 probabilmente l'avrei fatto anche meglio. Adesso a una notte persa segue una settimana di inviti ad andare a quel paese rivolti a chiunque mi capiti a tiro.
Questo è ancor più vero quando devi starci dietro, ai figli. Più sei giovane più hai voglia di fare vola vola, di cantare a loop il Coccodrillo come fa e di passare pomeriggi sul pavimento. Arriva un'età che questi passatempi ti distruggono. Per non parlare degli scricchiolii quando ti rialzi da terra.
La seconda è che non sempre a 35 anni procreare è semplice. Conosco un bel po' di coetanee che hanno avuto non poche difficoltà prima di diventare mamme. Qualcuna alla fine c'è riuscita, qualcun'altra è ricorsa, con successo, alla scienza, qualcuna non ha trovato, finora, la risposta al suo problema. Sarebbe cambiato qualcosa se non avessero oltrepassato i 30 anni? Non lo sapremo mai.
Di certo a loro, e a me, resta un po' di amarezza. Ho amiche che hanno sempre detto di volere un solo figlio. Poi, una volta diventate mamme, hanno cambiato idea: magari un altro... E' che poi non sempre questo desiderio puoi portarlo a compimento. Soprattutto se sei vicina ai 40 e la prima gravidanza ha richiesto anni e anni di tentativi.
Ecco, anche io mi sento così. Come una che, se avesse iniziato a fare figli prima, adesso forse ne avrebbe tre. E arriverebbe ai 40 pensando che tra qualche anno i più grandi andranno all'università e magari noi genitori troveremo il tempo di farci quei viaggi a cui abbiamo rinunciato in gioventù.
Vorrei solo che, oltre a tutto quello che mi avevano detto, mi avessero detto anche questo.

venerdì 31 marzo 2017

Assassinio allo specchio

Sembra partire un po' in sordina, Assassinio allo specchio, ottavo romanzo della serie di Miss Marple. Troviamo infatti la simpatica vecchietta reduce da una polmonite, costretta in casa, tampinata da una dama di compagnia eccessivamente premurosa che le impedisce qualsiasi attività che non contempli il riposo. Al tramonto della nostra eroina fa da contraltare il rinnovamento del villaggio di St. Mary Mead, che si affaccia al futuro con la costruzione di un Nuovo Quartiere. Addirittura una famosa attrice di Hollywood, Marina Gregg, ha deciso di stabilirvisi e darà una grandiosa festa per celebrare il suo arrivo.
Sarà proprio il ricevimento a ospitare il primo di una serie di misteriosi omicidi che sconvolgeranno St. Mary Mead e si scopriranno essere collegati ad alcune lettere minatorie ricevute dall'attrice. Sfortunatamente Miss Marple, chiusa in casa, non potrà partecipare attivamente alle indagini, che noi lettori vediamo svolgersi attraverso gli interrogatori della polizia, ma sarà l'investigatore Dermot Craddock a recarsi da lei per chiedere il suo contributo di fine indagatrice della natura umana.
Miss Marple, quindi, non delude e Agatha Christie stupisce il lettore con un romanzo che unisce alla simpatia della protagonista, la capacità di raccontare la storia da diverse angolazioni che, al momento finale, si ricompongono per offrire la soluzione e la comprensione di tutta la vicenda.
Il meccanismo è perfetto, anche perché lascia il lettore inconsapevole fino alla fine. Lo specchio, si metta agli atti, non c'entra niente col delitto (come io erroneamente ho pensato quando ho scelto questo libro), ma deriva dal verso di una poesia di Lord Tennyson, poesia che una testimone cita per descrivere il comportamento di Marina Gregg durante la festa.
Sarà proprio questo piccolo, ma fondamentale, particolare a portare Miss Marple sulla strada giusta mentre tutti gli altri, dalla polizia ai lettori, se ne faranno trarre in inganno. Stavolta, posso dirlo con orgoglio, avevo anche subodorato qualcosa, purtroppo però non è stato sufficiente a farmi capire la soluzione. Eppure, da ottima giallista Agatha, ci fornisce tutti gli elementi, ma metterli insieme non è da tutti. Forse solo da Miss Marple.

Assassinio allo specchio, di Agatha Christie, Oscar Mondadori, trad. di Lidia Ballanti

Questo post partecipa al Venerdì del libro di HomeMadeMamma

giovedì 23 marzo 2017

Buon compleanno

Anche quest'anno, puntuale come al solito, la tua calla ha fatto un fiore. Ricordo che ne aveva parecchi quando, sei anni fa, ce la regalarono per la tua nascita. Ma anche uno solo va bene, purché sbocci per il tuo compleanno.
Sono sei, quindi. L'età giusta per andare a scuola. Ma a scuola tu ci vai da un pezzo, e senza problemi. L'hai voluta tu questa sfida, nonostante i miei timori, e sei stata all'altezza, perché non è sempre vero che quando i bambini chiedono qualcosa lo fanno solo per capriccio.
Dicono spesso che mi somigli, ma ogni volta che ci mettiamo guancia a guancia davanti allo specchio a fare le boccacce non vedo miglioramenti: non trovo niente di me in te. E non solo nell'aspetto, ma anche nel carattere. Sì, qualche volta colgo una sfumatura, un piccolo accenno che rimane impigliato nella rete fitta delle tue chiacchiere. Ma basta a giustificare questa presunta somiglianza? Secondo me, no.
E allora buon compleanno a te, bambina sempre allegra. Bambina affettuosa che elargisce e attira abbracci.
Buon compleanno a te, che già si vede che sarai determinata e coraggiosa.
Buon compleanno a te che dici di essere il guerriero dragone che non ha paura di nulla.
Buon compleanno a te che l'altro giorno mi hai vista andar di fretta, e, senza che dicessi nulla, sei stata l'unica ad aiutarmi a sparecchiare. Da sola, in autonomia.
Buon compleanno a te, che magari ti rattristi se un'amica ti fa uno sgarbo, ma che sai reagire e trovi il coraggio per andare avanti.
Buon compleanno a te, che hai la testa piena di sogni, di idee, di fantasie e io lo vedo dallo sguardo intento e brillante con cui ti perdi nei tuoi giochi, da quelle manine che ricacciano indietro i capelli e si agitano indaffarate.
Buon compleanno perché penso a queste cose e trovo poco di me in te.
E forse mi piaci proprio per questo.

martedì 21 marzo 2017

Passossesioni

Non sono mai stata una grande appassionata di calcio, sia messo agli atti, ma in alcuni periodi della mia vita l'ho seguito, anche con una discreta attenzione. Succede periodicamente con le competizioni internazionali, i Mondiali o gli Europei, e poi, come si dice, se non  puoi sconfiggerli fatteli amici. E' così che, nella mia gioventù, quando la tv ogni mercoledì sera era sintonizzata sulle coppe, per allentar il tedio che mi assaliva chiedevo lumi a mio padre, unico appassionato di calcio e unico che seguisse le partite in tv, facendomi spiegare cosa fosse un fuorigioco o come funzionasse un campionato a punti o a gironi.
Questo bagaglio mi è poi servito negli anni dell'università, quando qualche domenica con gli amici si andava allo stadio, nella nostra città o a Roma, dove studiavo, in quel maestoso Olimpico quando accoglieva la squadra della nostra città natale.
Poi mi sono fidanzata, e sposata, con un uomo che del calcio sa a malapena che si gioca con un pallone e anch'io ho abbandonato per sempre quel mondo. Se mai ne fossi stata parte.
L'anno scorso i compagni di scuola di Ieie si sono iscritti in massa a scuola calcio. Lì per lì la cosa non ha solleticato mio figlio che pareva aver preso dal padre. Noi abbiamo tirato un sospiro di sollievo, ché l'idea di uno sport all'aria aperta anche d'inverno, alle tre del pomeriggio, mica ci faceva felici. Poi, più per emulazione che per passione, Ieie ha ventilato l'ipotesi di iscriversi a calcio, ma senza troppa convinzione. A giugno, dopo il primo giorno di campo scuola, Ieie è tornato a casa scocciato perché i suoi amici passavano il tempo a tirar calci a un pallone. Il secondo giorno di campo scuola, l'ho dovuto tirar via per la maglietta: erano andati via tutti e lui continuava a scagliare palloni sugli alberi della pineta con vivo rammarico delle animatrici.
Da lì è stato un crescendo. A scuola calcio non è potuto andare nemmeno quest'anno, per incompatibilità di giorni e orari, tuttavia a casa nostra è sbarcato l'album delle figurine dei calciatori, seguito da una marea di palloni di ogni foggia e dimensione. 
E poi c'è tutto il contorno. Video giochi sul calcio. Tv sintonizzata su Rai sport o dovunque ci sia un match in corso, di qualunque squadra. Partite in giardino o, se il tempo non lo consente, tiri in casa con una pallina piccola. E, quando tutti i palloni sono stati sequestrati onde evitare la distruzione della mobilia, tiri in solitaria con una pallina di carta o con la gomma da cancellare.
Questo, attualmente, il tenore dei discorsi con mio figlio.
"Mamma sai chi è Dessena?".
"No tesoro, non ne ho idea".
"Mamma sai perché Nainggolan viene chiamato il ninja?".
"No, Ieie non ne ho idea".
"Mamma ma di dov'è Dzeko?".
Vi risparmio la risposta, che è sempre la stessa.
"Ieie, non ti schiacciare così il cappello se no ti vengono le orecchie come Andreotti".
Lui, stupito e felice, "Andrea Belotti? Perché mi vengono le orecchie come Andrea Belotti?".
"Ma chi è Andrea Belotti???".
"L'attaccante del Torino".
L'unico aspetto positivo è che, essendo il campionato italiano infarcito di giocatori stranieri, Ieie mi chiede informazioni su Paesi e città estere, e almeno così facciamo un po' di geografia.
Per il resto il nonno, quello appassionato di calcio, l'altro giorno ha sentenziato "Ora basta Ieie, non puoi pensare sempre al calcio!".
Ecco.

mercoledì 15 marzo 2017

Maschi vs femmine

Circa due anni fa, Ieie alle prese con i compiti di prima.
"Ieie, tesoro, cancella e vai a capo non puoi uscire ogni volta dai margini".
"Va be' mamma, solo questa volta".
"No! Non è solo questa volta. Guarda! Sono più le volte che sei uscito dal margine che quelle che lo hai rispettato, guarda che disordine! Cancella e riscrivi".
"Uffa!".

"Hai finito?".
"Sì, ho fatto possiamo andare".
"No ma scusa, ma a te sembra colorato bene? E' pieno di spazi bianchi, sono più gli spazi bianchi di quelli colorati. Dai per favore, riempi questi buchi di colore".
"Uffa mamma!".

Oggi, la Lolla, stessa situazione.
"Mamma così si va a capo?".
"Amore, non puoi dividere in sillabe, non lo avete ancora studiato".
"Ma la maestra lo fa".
"Perché sa come si fa. Non andare a capo, finisci di scrivere la parola".
"No devo andare a capo, se no esco dal margine".
"Tesoro, mancano solo due lettere, fa niente se esci dal margine".
"La maestra non vuole".
"Va be', ma guarda non sei mai uscita dal margine, solo questa volta. Dopo stai attenta e se vedi che una parola non entra nella riga vai a quella dopo".

"Lolla, sbrigati, dobbiamo andare".
"Devo colorare gli abachi".
"Ti do una mano?".
"Va bene...mamma non così, non devi lasciare spazi bianchi se no la maestra si arrabbia!".

Oggi, al ritorno da scuola.
"Ieie non voglio sentire più queste brutte parole, è chiaro!!??? Ma poi scusa, da chi le senti?".
"Dai miei compagni".
"Va be' e tu non le ripetere".

"Lolla perché piangi?".
"Ho litigato con G.".
"Oh e perché hai litigato con la tua amichetta?".
"Perché io le ho detto che non doveva dire una parolaccia, e lei invece l'ha detta!".

Il Dna è lo stesso. E anche l'educazione. Possibile che dipenda tutto da quel minuscolo cromosoma Y?

lunedì 13 marzo 2017

Punti di vista

Non ho avuto tachicardia, allucinazioni o vertigini come nella sindrome di Stendhal, però mi sono commossa e ho pianto.
E' successo a metà della mostra, arrivata a questo dipinto, dopo che ne avevo visti già un bel po'.
Erano tutti belli, così perfetti da aspettarti di poter prendere un chicco d'uva e portarlo alla bocca, o da temere che un uovo sarebbe rotolato dalla ciotola.


Ma forse vedere il mare, il mio mare, rappresentato così bene, imprigionato nella tela con una minuzia di dettagli da illuderti di averlo finalmente catturato, mi ha suscitato un'emozione talmente intensa da farmi piangere.
Ogni tanto è bello nutrire anche lo spirito, fare il pieno di bellezza, e l'arte ha il grande potere di sollevare l'anima. Noi ce ne dimentichiamo, ma agli antichi doveva essere un concetto ben chiaro se tappezzavano le loro città di opere che ricordassero a tutti il potere del bello.
Questo fine settimana siamo stati a Pescara, un'occasione presa al volo, una toccata e fuga a visitare una mostra che raccoglie alcuni quadri di Luciano Ventrone, pittore conosciuto per caso qualche anno fa attraverso un servizio giornalistico.
La stessa casualità mi ha fatto imbattere in questa mostra, occasione quasi unica per apprezzare dal vivo le opere magnifiche di questo artista.
Per me, che da ragazza passavo ore a disegnare e colorare rammaricandomi di non avere qualcuno che mi insegnasse l'arte del dipingere, o semplicemente rassegnandomi all'idea di non avere il talento per raffigurare la realtà, non dico con perfezione, ma quantomeno con dovuta maestria, ammirare questi dipinti, soffermarmi davanti a cesti, reti, chicchi di melagrana e filamenti di agrumi riportati sulla tela con una veridicità da farti dubitare che si tratti di un dipinto, è stata un'emozione unica. Peccato solo aver dovuto allontanarmi da tanta bellezza.
Per chi vuole approfittare dell'occasione di vedere tutte insieme alcune opere di Luciano Ventrone (una parte dei quadri esposti appartiene a collezionisti), o semplicemente per chi vuole conoscere questo artista, Punti di vista è al museo delle Genti d'Abruzzo, fino al 4 aprile.

venerdì 10 marzo 2017

Il primo libro

Non è il primo che ha ricevuto. Né il primo che ha scelto in libreria. E, a ben pensarci, nemmeno il primo che ha letto.
Il primo libro di mia figlia è quello che, per la prima volta, ha scelto e poi letto da sola per intero, un'emozione per me enorme se si pensa che fino a poco tempo addietro eravamo ancora a LA MI-A CA-SA E' BE-LLA.
E' successo un po' di settimane fa, dopo una rappresentazione in una libreria per bambini, nell'angolo delle prime letture, dove avevo trascinato una Lolla in piena sindrome da "mi compri una cosa?". Siccome ai libri non so dire no, siamo scese al compromesso di un librino economico e lei si è fatta catturare da un dorso violetto, il titolo era troppo piccolo per riuscire a leggerlo, che si è scoperto corrispondere a una copertina con una farfalla nera.
Devo ammetterlo, io avrei optato per qualcos'altro, ma dopotutto era il suo libro e la scelta si è rivelata azzeccata. Il farfallo innamorato, questo il titolo, fa parte della collana Bollicine della Giunti Kids, ed è l'ideale per chi, come mia figlia, ha lasciato la sillabazione dietro l'angolo. La Lolla fa ancora fatica a leggere un testo dall'inizio alla fine, eppure con questo ci è riuscita. Ok, la prima volta gliel'ho letto io, ma poi ha fatto da sola, senza stancarsi e, anzi, divertendosi. 
Ecco cos'è che, secondo me, rende questo libro particolarmente indicato per chi ha appena iniziato a leggere.
1) IL TESTO: è scritto in stampatello maiuscolo, le frasi non sono troppo lunghe e unisce alla prosa parti in rima con uno stile nonsense che mi ha ricordato Rodari e che ai bambini piace molto.
2) LE ILLUSTRAZIONI: colorate, spiritose, si mixano perfettamente al testo. I miei bambini hanno ancora bisogno di vedere immagini accanto alle parole e la Lolla ha apprezzato molto quelle che corredano questo libro, analizzandole con curiosità.
3) LA STRUTTURA: il farfallo innamorato va alla ricerca della sua biccicalla e nel farlo entra in vari negozi, seguendo uno schema che si ripete ogni volta uguale eppure diverso. La ripetizione, la ciclicità, sono un altro aspetto che i bambini gradiscono.
Infine, last but not least, alla Lolla è piaciuto anche il frontespizio dove, oltre a uno spazio per il nome dell'autrice e uno per quello dell'illustratrice, ce n'è un altro da completare con i dati del lettore/lettrice, aspetto da non poco conto per chi, come lei, comincia ad avventurarsi da sola nel mondo della lettura.
"Ma cos'è che ti piace di questo libro?" ho chiesto alla Lolla che lo prendeva dalla libreria per l'ennesima volta. "Che si innamorano" mi ha risposto col suo consueto risolino.
Per i maschietti, o per chi non ama le "storie d'amore", la collana Bollicine offre tanti altri titoli. Insomma, lettori novizi, ce n'è per tutti i gusti.

Questo post partecipa al Venerdì del libro di HomeMadeMamma

venerdì 3 marzo 2017

Il cane di terracotta

Il cane di terracotta è la seconda indagine in ordine temporale del commissario Montalbano. Idealmente il lettore continua così a conoscere quello che sarebbe diventato uno dei commissari più noti d'Italia, i suoi colleghi, le sue abitudini, i personaggi che ruotano attorno a lui. Dico idealmente perché, dopo decenni di fiction Tv, il lettore che come me si avvicina oggi alla lettura di Montalbano, conosce già vizi e virtù di Vigata e dintorni.
Da un punto di vista dell'ambiente, abbiamo nuovi elementi per collocare geograficamente Montelusa e Vigata (o meglio, per capire quali territori rappresentino), mentre temporalmente il romanzo si snoda poco tempo dopo La forma dell'acqua, la prima indagine in assoluto di Montalbano, che si svolge nel 1994. Come spesso accade, anche questo caso riunisce più misteri, apparentemente scollegati l'uno dall'altro, ma dietro i quali la logica di Montalbano riesce a percepire un filo conduttore a fare da trait d'union.
Il mistero più interessante è il rinvenimento di una insolita sepoltura risalente a cinquant'anni prima, relativa a una coppia probabilmente morta ammazzata, adagiata in una grotta secondo una disposizione apparentemente senza senso e vegliata da un cane di terracotta.
Nonostante si tratti di un delitto datato, e quindi privo di interesse per la polizia, Montalbano non riesce ad archiviare il caso e, complice un periodo di riposo forzato, condurrà motu proprio questa indagine che, come non si farà remore di ripetere, lo porterà a parlare con un mondo di vecchi.
Il lettore lo segue lungo un percorso affascinante, fatto di antichi miti rimaneggiati da una cultura all'altra, di comunità e luoghi vicino a noi ma sconosciuti, di vicende storiche meno lontane di quanto si creda se ancora lasciano strascichi nel presente.
Fa da cornice una Sicilia rustica e suggestiva con poca mafia e tante tradizioni. Fatta di generosità e di posti a tavola aggiunti all'ultimo momento; di merluzzi e polipetti cotti secondo vecchie ricette; di chiacchiere seduti davanti all'uscio di casa.
Il risultato, alla fine, è un libro in cui si affonda con piacere, cullati dalla sicurezza data dal ritrovare personaggi noti, sebbene a evitare la noia ci pensino spunti sempre nuovi, che ti lascia, come sempre, il desiderio di ritrovarsi ancora lì, a Vigata, a vedere il mondo con gli occhi di Montalbano.









Il cane di terracotta, Andrea Camilleri, Sellerio editore


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mercoledì 22 febbraio 2017

Le pagelle

Ieri sono uscite le pagelle del primo quadrimestre. Niente da eccepire, i bambini hanno lavorato e portato a casa risultati più che buoni. Quel che mi ha veramente stupita, o meglio lasciata con la mascella a terra come nei cartoni giapponesi, è stato che la Lolla ha avuto una pagella migliore rispetto al fratello e sì, lo so, classi diverse, maestre diverse, il confronto non ha senso, ma ha avuto voti migliori anche rispetto a quando Ieie frequentava la prima.
Ora, nonostante Ieie abbia iniziato la primaria che sapeva già scrivere in stampatello e leggere più che discretamente, devo ammettere che quei primi giorni, mesi di scuola furono un incubo perché lui non aveva ancora lateralizzato, non sapeva che mano usare, non rispettava le righe, i margini e, insomma, era di un disordine cronico e senza senso che aveva gettato tutti, maestre comprese, nello sconforto. Superata questa impasse iniziale, però, non ha più avuto problemi. Certo disordinato lo è ancora e nel disegno, va bé, lasciamo stare, però compensa con altri talenti.
Per esempio, sin dalla prima impara poesie lunghe pagine e pagine in cinque minuti, quando con la Lolla, che ha la memoria post-it (adesso l'informazione c'è tra poco non c'è più), ci vogliono delle mezz'ore se non, in caso di poesie lunghe, dei giorni. Le tabelline? Io ho solo dovuto chiedergliele, Ieie tornava da scuola che le sapeva già, e sarà stato anche merito della maestra, ma lui ricorda i calciatori per squadra, squadra dove hanno giocato in precedenza, Paese e comune di nascita solo per aver letto l'album delle figurine, sicché un po' di merito va anche alla sua memoria.
Entrambi frequentano da quattro anni la stessa scuola di inglese, Ieie però sa comporre frasi in lingua, comprende una domanda al primo ascolto e coglie la pronuncia con una precisione che mi fa invidia (e infatti, ahimé, ogni tanto mi corregge). La Lolla, no.
Certo lei è ordinata, diligente, precisa come molte femmine e, se una cosa non la convince, la rifa (mai successo questo con Ieie). E', soprattutto, disciplinata.
Ma Ieie è curioso, interessato, va oltre, va avanti, intuisce, comprende in un lampo, collega e domanda. E che domande! Insomma, non perché sia mio figlio, ma proprio perché da mamma li conosco bene, devo ammettere che ha una mente più brillante.
Eppure, alla prova dei fatti, lei porta a casa risultati migliori. Come me lo spiego? Non me lo spiego. Forse, semplicemente, essere brillanti non paga.
E questo invece me lo spiego.

martedì 21 febbraio 2017

E' successo un casino

"E' successo un casino. Oggi la maestra mi ha chiesto perché ero arrabbiata" ha esordito così la Lolla tornando da scuola qualche giorno fa e le vene nei polsi mi sono tremate, conoscendo la capacità di mia figlia di rompere le ball, fracassare i ma, dare fastidio quando qualcosa non le va a genio e temendo che avesse fatto una piazzata con le maestre.
Ecco, invece, cos'era questo casino, così come ricostruito dagli interrogatori incrociati dei miei figli. La mattina, sullo scuolabus, Ieie aveva scambiato alcune figurine dei calciatori con un bimbo di seconda. Durante lo scambio, il bambino aveva chiesto a Ieie di dargli anche le figurine che non erano doppioni. Mio figlio, che sostanzialmente è un bonaccione incapace di dire no pur di tenersi l'amicizia di qualcuno, per motivi che non ha saputo spiegarmi, gliel'ha consegnate, salvo poi lamentarsene.
Non so cosa abbia detto o fatto poi Ieie, fatto sta che il passaggio di figurine con relativa arrabbiatura non è sfuggito all'occhio della Lolla che sembra vivere su un pianeta rosa a base di pupazzi e fiocchetti, ma a quanto pare è più presente di quanto si sospetti.
La Lolla, dicevo, si è anche accorta che le figurine, dalle mani del bimbo di seconda erano finite in quelle di uno di prima, un suo compagno di classe. Ed eccoci quindi tornati alla maestra che le chiedeva perché fosse arrabbiata.
"Ho detto che ero arrabbiata perché Michele aveva le figurine di mio fratello".
"E allora?".
"Allora me le sono fatte ridare e le ho portate a Ieie".
"Durante l'intervallo?".
"Sì".
Che dire. Sarà pure una gran rompiballe, capricciosa fino allo sfinimento, ma bisogna riconoscere alla Lolla la capacità di ottenere quello che vuole.
Ed io, che da bambina ero una bonacciona come mio figlio, non posso fare altro che invidiarla e ammirarla. E sperare che conservi e rafforzi questa sua caparbietà.
Chapeau.

lunedì 13 febbraio 2017

Per un panino

Al ritorno da scuola
"Mamma stamattina mi hai messo nello zaino il panino col prosciutto!".
"Sì amore ma era prosciutto di tacchino che ti piace".
"Ma non me l'hai detto!".
"Mi sono dimenticata, va be' non te ne sei accorta?".
"Io pensavo che ti eri sbagliata, che avevi dato a Ieie quello con la marmellata e a me col prosciutto. Così sono andata in classe di Ieie a fare a cambio".
"Già, io me la sono vista arrivare mentre chiacchieravo col mio amico".
"Ma il panino di Ieie era col prosciutto crudo, che non ti piace. Tu Ieie non gliel'hai detto?".
"E che ne sapevo. Noi non stavamo ancora facendo l'intervallo".
"..."
"Scusa Lolla, che hai fatto poi? Ti sei mangiata il panino col prosciutto crudo?".
"No sono tornata in classe di Ieie a fare di nuovo cambio".
"Quindi ti sei accorta che era col crudo...".
"Eh. Ho dato un morso, ho visto che era col prosciutto crudo e l'ho ridato a Ieie".
"Cioè gli hai dato il panino morsicato...?".
"Eh".
"E le maestre non ti hanno detto niente che andavi e venivi con un panino?".
"Ho detto che ti eri sbagliata a mettere il panino".
"..."
Vi abbiamo appena presentato "Momenti di ordinaria follia durante l'intervallo (o quel che è)".

mercoledì 8 febbraio 2017

L'altro lato dell'amicizia

Ti ho vista ieri: guardavi la tua amichetta giocare con un'altra bambina. Facevano finta, un gioco in cui voi due siete bravissime. Le guardavi, seduta in disparte, gli occhioni dilatati dal dispiacere, il capo chino, un'espressione così infantile che non ti è consueta e che mi ha sciolto il cuore.
Per la tua amica era come se non ci fossi, invisibile, trasparente, non uno sguardo né una parola. Incapace di comprendere e di reagire, tu, abituata a essere cercata, chiamata.
Avrei voluto prenderti e portarti via, proteggerti da quella delusione. Ma non l'ho fatto perché sarei stata infantile e dannosa.
Ti ho parlato, poi.
Di amicizie, di coraggio e faccia tosta. Parole che a mia volta ho sentito e non mi hanno fatto piacere, ma sono necessarie.
Perché le amicizie esclusive sono bellissime, ma possono farti sentire molto sola. Perché si può stare bene anche in tre o in quattro. Perché bisogna farsi avanti, non si può sempre aspettare. E a volte è necessario cercare altri amici, che non vuol dire dimenticare i vecchi.
Ti ho guardata e sapevo esattamente quanto faceva male. Ma forse anche quel male è necessario, è l'altro lato dell'amicizia e serve anche quello a crescere.

venerdì 3 febbraio 2017

Storia della bambina perduta

Scorrono rapidi gli ultimi trent'anni di Lenù e Lila: Storia della bambina perduta, quarto capitolo della saga dell'Amica geniale, si legge tutto d'un fiato, trascinati dai mille interrogativi che la storia suscita capitolo dopo capitolo.
Come ha fatto Lila a mettere su un'azienda di successo e a soppiantare il boss del quartiere? Che tipo di rapporti ha intessuto con gli amici del rione che la venerano come una divinità e si affidano in tutto e per tutto alle sue decisioni? Cosa è successo ad Alfonso? Chi c'è dietro la morte di Michele e Marcello? Che fine ha fatto Lila, scomparsa all'inizio della saga? E che fine ha fatto la bambina del titolo?
Elena, come al solito voce narrante, li pone e ce li pone, trascinandoci, con quello stile ormai familiare della Ferrante, da un capitolo all'altro desiderosi di arrivare prima poi al bandolo della matassa.
Questa volta la storia riprende a Napoli dove Elena, lasciato il marito, decide di trasferirsi con le figlie per seguire Nino. Il ritorno nella sua città, sebbene in un quartiere molto più prestigioso di quello in cui è cresciuta, è l'occasione per riallacciare i rapporti con Lila che all'inizio del libro farà di tutto per riavvicinarsi. Forte del successo lavorativo e personale, si adopererà come nume protettore dell'amica, con discrezione e senza intromettersi nella sua vita, pronta a intervenire quando le circostanze lo richiederanno.
E così seguiamo questo rapporto di amicizia complesso e struggente, snodarsi dalla fine degli anni '70 fino quasi ai giorni nostri, con una doppia gravidanza che renderà le due protagoniste, se possibile, ancor più vicine. Ci saranno terremoti, lutti, amori finiti, delusioni e momenti di buio. Lila ed Elena, pur invecchiando, continueranno a pungolarsi e ad essere indispensabili l'una per l'altra.
Purtroppo, nonostante una narrazione densa e coinvolgente, il finale è amarissimo. Non solo perché il lettore arriva in fondo con una sete di risposte che non sarà soddisfatta, ma anche perché, dopo tanto combattere, sembra non esserci salvezza per le nostre protagoniste. Il motivo forse ce lo spiega la stessa Ferrante quando scrive che a differenza dei racconti, "la vita vera, quando è passata, si sporge non sulla chiarezza ma sull'oscurità". Ecco, la sensazione è che l'autrice non abbia lasciato spazio al sentimentalismo, al romanzesco, al lieto fine dei racconti, ma abbia voluto rendere questa storia di un realismo talmente vivido al punto da far male come la conclusione di certe vite.
Per chi ha amato questa quadrilogia posso solo aggiungere che è già in cantiere una serie tv prodotta dalla Rai e che dovrebbe vedere la stessa Ferrante coinvolta nella sceneggiatura. La storia di Lila ed Elena, quindi, continua, e chissà che la narrazione sullo schermo non ci regali qualche risposta in più.

Storia della bambina perduta, Elena Ferrante, edizioni e/o

Questo post partecipa al Venerdì del libro di HomeMadeMamma


martedì 31 gennaio 2017

La settimana corta

Da un paio di anni a questa parte le scuole di ogni ordine e grado della mia provincia stanno passando alla settimana corta. Si tratta, nella maggioranza dei casi, di strizzare in cinque giorni le ore scolastiche prima dislocate in sei, con orario di ingresso e di uscita, a seconda del tipo di scuola, compreso tra le otto del mattino e le 13.30/14.30 del pomeriggio, senza mensa perché la gran parte delle strutture non dispone dei locali (e poi, chi paga?). La scelta pare sia nata in primis su richiesta dei Comuni, non lo dico io ma l'ho sentito dire da una dirigente scolastica, per tagliare le spese, poi il Miur ha avallato con linee guida ad hoc e com'è come non è, spesso a volentieri è stata imposta senza neanche ascoltare il parere dei genitori al riguardo.
Sul perché dell'accorciamento della settimana ne ho sentite di ogni. La vogliono le insegnanti perché così hanno il week end lungo; la vogliono i genitori perché così possono viaggiare nel fine settimana (però, le voglio conoscere queste famiglie con la valigia sempre pronta sotto al letto); le vogliono i Comuni per le ragioni di cui sopra.
Siccome, a ben vedere, nessuno di questi motivi pare lontanamente valido, ieri la dirigente del nostro Ic ha incontrato noi genitori per spiegarci perché anche noi, dal prossimo anno, passeremo alla settimana corta (e ancora non si sa se con orario di cinque ore e mezzo ogni giorno o di cinque ore al giorno più un rientro pomeridiano che prevede che noi si riprenda i bambini, li si nutra per poi riportarli a scuola).
Ecco quanto ci è stato detto.
"Se le insegnanti hanno optato per questa scelta - (a noi genitori ovviamente non è stato chiesto nessun parere in merito) - è perché ci sono ragioni legate alla didattica, loro sanno che questa è l'opzione migliore".
"La scuola è cambiata, non si lavora come ai vostri tempi".
"Lo studio non è più per nozioni ma per competenze".
"La bravura di un'insegnante non dipende da quante poesie ha fatto imparare a memoria".
"Adesso i bambini che escono dalla primaria non sono come un tempo - (a ridaie) - sanno leggere un grafico, hanno nozioni di statistica e di finanza" (be' speriamo che oltre a saper leggere il Sole 24 Ore, i nuovi decenni siano anche in grado di distinguere la è verbo dalla e congiunzione, perché in giro vedo tanta confusione al riguardo).
"Dimenticatevi le lezioni frontali di una volta, adesso la lezione è aperta, multidisciplinare, per questo è necessario la presenza di tutti gli insegnanti tutti i giorni" (cioè lei mi sta dicendo che ogni insegnate sarà presente a scuola cinque ore e mezza ogni giorno?).
"Così il sabato i ragazzi potranno stare in famiglia".
"Del resto mi rendo conto che per alcuni genitori che lavorano di sabato potrebbe essere un problema - (ma come, e la storia dello stare in famiglia?) -, ma comunque gli orari del lavoro sono cambiati, non è più come un tempo che nel primo pomeriggio tutti rientravano a casa. Anche per il sabato si troveranno quelle soluzioni già praticate durante la settimana" (anche detto: pagatevi un doposcuola o una baby sitter).
"E del resto la funzione della scuola non è quella di preoccuparsi delle esigenze lavorative dei genitori" (no di certo, ma manco ignorarle completamente però).
Insomma, sono uscita dalla riunione frastornata e delusa. Non che mi aspettassi chissà che, ma la verità è che nessuno di questi motivi mi ha convinta. Mi aspettavo che mi si dicesse in quali termini la didattica, l'insegnamento e i bambini beneficeranno di questo cambiamento. I bambini, soprattutto, che sono coloro sui quali e per i quali la scuola dovrebbe essere cucita.
Nessuno mi ha spiegato perché per dei piccoli di età compresa tra 5 e 11 anni stare seduti composti e zitti per cinque ore e mezza ad ascoltare un'insegnate (nella scuola dei miei figli l'intervallo dura dieci minuti e si svolge rigorosamente seduti in classe) dovrebbe essere un vantaggio. Nessuno mi ha spiegato cosa capiranno quei bambini arrivati alle ultime ore di lezione e con quale entusiasmo potranno, una volta a casa, accostarsi ai compiti.
Tutto sommato il motivo dei viaggi ogni week end (per chi potrà permetterseli) rimane quello più sensato. Dal canto mio, se avessi disponibilità per partire ogni settimana, le investirei piuttosto in una una scuola privata di valore, perché quella pubblica mi pare incamminata su una china pericolosa.