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venerdì 11 giugno 2021

Pretty little liars-Crushed

Emily, Aria, Spencer ed Hanna sono quattro liceali legate dall’amicizia per Ali, la ragazza più popolare della scuola. Sparita misteriosamente Ali, si sono perse di vista per ritrovarsi pochi anni dopo bersaglio comune dei messaggi minatori firmati A, messaggi che contengono i segreti più inconfessabili di cui solo Ali era a conoscenza. Ma Ali è morta, il suo cadavere è stato ritrovato, come può esserci lei dietro allo stalker?
La risposta arriverà tra le fiamme di un incendio appiccato per ucciderle e nel quale sarà invece A a perdere la vita. Forse. O forse no.
Un anno e più è passato dalla notte del rogo, Emily, Hanna, Aria e Spencer devono fronteggiare un nuovo A sempre al corrente di ogni loro mossa e di segreti che rischiano di mettere le ragazze nei guai. Il sospetto che il vecchio e il nuovo A coincidano è quasi una certezza, ma resta da capire come abbia fatto a sopravvivere all’incendio e chi l’aiuti nel suo piano omicida.
In Crushed, capitolo 13 e prima parte della tetralogia che ci condurrà all’epilogo finale, le quattro amiche sono finalmente consapevoli che per vincere una guerra è necessario avere un piano: burner phone, camere antipanico e linguaggi in codice per sfuggire al controllo di A e una lista di sospetti tra cui trovare il misterioso aiutante. Il progetto sembra funzionare e il momentaneo silenzio di A permette di raccogliere qualche informazione in più sui suoi trascorsi, portandole alla scoperta sconcertante che Noel, il fidanzato di Aria, aveva con A un legame più stretto di quanto avesse mai ammesso.
Ma attenzione, con A le cose non sono mai come sembrano e se il lettore libro dopo libro affronta ogni verità con cauto scetticismo, le liars peccano ancora di ingenuità finendo per cadere, anche stavolta, nella trappola di A. Una trappola che lascerà dietro di sé una cospicua scia di sangue.
Se anche stavolta le ragazze finiscono per percorrere una falsa pista, Crushed si distacca dai capitoli precedenti perché cominciamo ad avere qualche pezzo in più sul passato di A, sebbene non sia possibile capire quanto di quello che le liars scoprono sia attendibile (e utile) e soprattutto perché A permetta loro di arrivare ad alcune informazioni. Nuovi elementi, ma anche nuovi personaggi dei quali, visti i precedenti, il lettore tende a dubitare, perché buoni e cattivi, in questa storia, sono divisi da confini labili. E ancora tante domande e misteri sulle mosse di A che faranno da fondamenta per la terzultima puntata, col sospetto sempre più consistente che ad aiutare lo stalker ci sia qualcuno molto, troppo vicino alle ragazze.

Pretty little liars-Crushed di Sara Shepard, Atom books

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venerdì 14 maggio 2021

La pista di sabbia

La pista di sabbia si apre con un sogno dai tratti kafkiani, in cui c'è un cavallo, un cancello in mezzo al nulla e una donna. Al risveglio, Montalbano scoprirà che davanti alla sua terrazza, in mezzo alla spiaggia, c'è proprio un cavallo, ammazzato brutalmente a bastonate.
Ma non è questo l'unico elemento che lega il sogno alla realtà. La sparizione improvvisa della carcassa, giusto il tempo di entrare in casa per un caffè, aprirà le porte a un'indagine anch'essa kafkiana, perché in realtà la padrona del cavallo, una donna bellissima con cui Montalbano attraverserà il cancello in mezzo al nulla, non vuole sporgere denuncia. Il commissario, però, non riesce a lasciar perdere la pista che lo condurrà dritto dritto nell'alta società, in un mondo fatto di corse di beneficenza e cene indigeste. Contemporaneamente ci sarà da risolvere il mistero dei topi di appartamento che a più riprese si intrufolano nell'appartamento di Marinella in cerca di qualcosa o, forse, piuttosto in segno di minaccia, visto che il commissario dovrà a breve testimoniare in un processo di mafia.
La pista di sabbia non è solo quella delle corse a cui Montalbano suo malgrado dovrà assistere, né le tracce lasciate dai ladri del cavallo sulla spiaggia e neanche quella del famoso sogno. La pista di sabbia è metafora delle indagini del nostro commissario che si confondono e si disperdono in percorsi ingannatori, così come la vista di Montalbano che non vuole accettare che l'età reclama il suo prezzo. Come nei due volumi precedenti, il passare degli anni diventa il fil rouge che trascina suo malgrado i pensieri del commissario e che lo porta a sbandare, ancora una volta, compromettendo una relazione con Livia già ballerina.
Ma proprio quando pare che, a dispetto dell'età, con la consueta sfacciataggine montalbanesca, il nostro abbia salvato capra (cavallo) e cavoli, ecco che il percorso inganna e tradisce, colpa anche di una certa smemoratezza, aprendo di nuovo la porta a una gran camurria con Livia. Non prima, però, di una degna conclusione a base di una cena preparata da Adelina.

La pista di sabbia di Andrea Camilleri, Sellerio

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venerdì 23 aprile 2021

La vampa d'agosto

Dopo aver letto un certo numero di indagini vigatesi, si comprende che ognuna ha, oltre a un tema, anche uno stile distintivo. Ne La vampa d'agosto quel che risalta sin dall'inizio è il tono fortemente umoristico. Si ride, si ride tanto. Dei battibecchi tra Salvo e Livia, arrivata a Vigata in un torrido agosto siciliano con una coppia di amici che ha affittato una villetta per trascorrere le vacanze; del cavudo che manda in fumo il decoro del commissario; degli interrogatori in cui Montalbano sembra un attore della commedia dell'arte con Fazio a fargli da abile spalla; delle disgrazie che colpiscono gli amici di Livia, gli scarafaggi, i topi e infine un cadavere nascosto in un piano ammucciato della villetta. Al punto che la coppia decide di tornarsene a Genova, con Livia al seguito.
E' qui si ride un po' meno, quando si scopre che la vittima, sparita e presumibilmente uccisa sei anni prima, quando la casa era in costruzione, era una ragazzina di appena quindici anni. Si ride ancora meno quando la gemella, Adriana, spiega al commissario di aver sempre saputo che la sorella fosse morta, di averlo capito sin dal giorno della scomparsa, quando era stata assalita da un senso di soffocamento e per quello strano legame che unisce i gemelli omozigoti aveva compreso come e perché sua sorella fosse stata uccisa. Un delitto terribile, ancor di più se si pensa all'età della vittima. Una ragazza bellissima, come Montalbano può intuire vedendo Adriana, che della gemella straziata è una stampa e una figura. Sarà per il caldo, ma è difficile rimanere indifferenti a tanta bellezza, soprattutto perché Adriana non nasconde una certa predilezione per il commissario.
Le indagini però devono proseguire e a Salvo piacerebbe tanto accusare Spitalieri, il geometra che aveva diretto i lavori di costruzione della villetta, un po'  perché è uno sdilinquente colluso con la mafia, un po' perché è noto in paese per una morbosa attrazione per le minorenni. Si dà il caso, però, che Spitalieri il giorno della scomparsa della ragazza fosse in viaggio, guarda caso a Bangkok, capitale del turismo sessuale. Dove indirizzare i sospetti, dunque?
Dicevamo che nei casi di Montalbano, oltre a uno stile, c'è un tema ricorrente. Ne La vampa d'agosto è la vecchiaia incipiente, i 55 anni di Montalbano che più e più volte si fanno sentire nel corso delle indagini e che diventano veramente ingombranti quando le avances di Adriana si fanno insistenti. Sarà proprio la vecchiaia, però, non tanto a dare una soluzione al caso, che su quello Montalbano caldo o non caldo, età o non età, sa ancora il fatto suo, ma a chiudere la vicenda. E stavolta lasciando un bel po' di amaro in bocca al commissario. Che la vecchiaia, per lo meno, dovrebbe venirci incontro col suo bagaglio di esperienza e non trarci in inganno come picciotti.

La vampa d'agosto, di Andrea Camilleri, Sellerio

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venerdì 9 aprile 2021

Pretty little liars-Burned

Primavera, tempo di gite scolastiche. La scuola di Aria, Hanna, Emily e Spencer organizza una Eco cruise, un viaggio alla volta dei Caraibi, su una nave da crociera, con attività e giochi a tema ambientale. Quale occasione migliore per sfuggire allo stalker A che continua a osservarle e minaccia di rivelare tutti i loro segreti?
E invece no, perché tra le centinaia di studenti di varie scuole imbarcati sulla nave, pare ci sia anche A, che non perde occasione per ricordare di aver assistito, un anno prima, alla morte di Tabitha, e che dimostra benissimo di conoscere ogni loro mossa o spostamento nel corso del viaggio.
Cercare di capire chi si nasconda dietro A è impresa ardua, ma il cerchio si stringe intorno a due persone in qualche modo legate ad alcune delle "marachelle" compiute in passato dalle liars: l'ex fidanzato di Tabitha e la cugina di una ragazza che Hanna aveva abbandonato dopo un incidente stradale che le aveva viste coinvolte. Che i due sospettati siano in combutta tra loro? 
Tra bombole per immersioni manomesse, denunce anonime alla polizia e foto compromettenti, le quattro amiche comprendono che il gioco di A si fa sempre più pericoloso, tanto che il misterioso stalker non ha remore neppure a far andare letteralmente in fumo la crociera. Le liars, poi, si dimostrano sempre un passo indietro, al punto da cadere, per l'ennesima volta, nel gioco di false piste messo in piedi dal misterioso persecutore.
Eppure qualcosa stavolta sfugge al controllo di A (dovrà pure, perché non è possibile che sia così tremendamente fortunato da riuscire in ogni sua malefatta), e proprio per questo si vedrà costretto a sabotare la crociera in modo da coprire...già in modo da coprire cosa?
Le liars ancora non ci sono arrivate, ma in effetti il finale, che al contrario delle altre tetralogie (ognuna delle quali poteva definirsi una stagione a sè) non ci regala un colpevole, ma lascia tutto in sospeso, fa intendere al lettore che forse le ragazze sono state più vicine a scoprire i giochi di A di quanto immaginino, tanto che l'autrice sembra suggerirci un possibile colpevole o quanto meno uno dei colpevoli. Sì perché, nonostante le protagoniste sembrino non averci mai pensato, già dall'episodio precedente sembra chiaro che A non può essere una sola persona, così abile da seguirle in posti diversi allo stesso momento.
Nonostante quindi, per ora la soluzione non arrivi (e va riconosciuto alla Shepard di tenere così  desta l'attenzione del lettore nonostante il ripetersi, nel corso dei libri, di un certo schema ormai prevedibile nel gioco di A), quanto meno il finale lascia alle liars qualche piccola consolazione. Dopo aver temuto per oltre un anno di finire in prigione per la morte di Tabitha, le ragazze scoprono che non avevano motivo di preoccuparsi e cominciano ad avere qualche elemento in più per smascherare A perché Emily rivelerà il segreto che il lettore già conosceva da ormai ben quattro libri. Restano gli altri interrogativi ancora in ballo: chi ha ucciso Tabitha e perché? qual è il segreto di Aria? ma soprattutto se dietro A si nasconde la stessa persona vista in Wanted, dove si è nascosta per tutto questo tempo?
Sono ancora quattro i volumi che portano a queste risposte. C'è da credere che A ne approfitterà per movimentare ancora un bel po' la vita delle liars.

Pretty little liars-Burned di Sara Shepard, Atom books

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venerdì 26 marzo 2021

Sangue inquieto

 
Eccoli, finalmente, Robin Ellacott e Cormoran Strike, ci erano mancati come non mai. Dopo il loro ultimo successo investigativo, si trovano a gestire, da soci, un'agenzia molto quotata, con un discreto numero di collaboratori e, soprattutto, di casi. Se il lavoro dà soddisfazione, la vita privata langue. Robin deve affrontare il divorzio con un (ex) marito rancoroso e capriccioso, mentre Cormoran vede la zia che lo ha cresciuto come un figlio, consumarsi per un male incurabile.
Proprio durante una visita in Cornovaglia a zia Joan, Cormoran viene avvicinato da una donna che gli chiede di indagare sulla misteriosa scomparsa della madre, Margot Bamborough, avvenuta a Londra quasi quaranta anni prima. Affascinati dal loro primo cold case, Corm e Robin partono per un viaggio a ritroso nel tempo, ricostruendo l'ultima giornata della dottoressa nell'ambulatorio St John nell'ottobre del 1974.
Tra testimoni ormai morti e altri spariti nel nulla, i nostri si affidano anche ai rapporti stilati dall'ispettore all'epoca a capo delle indagini. Peccato che gli appunti di Talbot, poi sollevato dal caso per un esaurimento nervoso, sembrino più che altro i deliri mistici di un fanatico dell'astrologia; peccato, soprattutto, che fosse convinto che dietro la sparizione di Margot ci fosse Dennis Creed, un serial killer specializzato nel rapimento e omicidio di giovani donne, sulla cui colpevolezza scarseggiano prove sufficienti.
Così, in una Londra sempre splendida, schiaffeggiata dal vento e dalla pioggia, con le vetrine illuminate dalle lucine di Natale e gli alberi che si vestono del verde più fresco, nel giro di quattro stagioni la figura di Margot riprende vita in tutta la sua forza attraverso i racconti di chi l'ha conosciuta. Una ragazza splendida, di umili origini, ma in grado di sollevarsi dalla povertà grazie a un'instancabile voglia di lavorare. Una donna sempre pronta a combattere per le giuste cause, per questo, forse, oggetto di odii e invidie. Una dottoressa a un bivio della propria vita, provata dalla stanchezza, da un matrimonio non proprio felice, ma anche dalla voglia di far funzionare un ambiente lavorativo tutt'altro che idilliaco.
Scavando nel passato di amici, parenti e colleghi, Cormoran e Robin scoprono che più di uno poteva avere un motivo per desiderare la sparizione di Margot, ma si rendono conto anche che il loro rapporto lavorativo potrebbe prendere un sentiero pericoloso, sebbene, forse, desiderato.
Sangue inquieto è il capitolo cinque delle indagini di Cormoran Strike e Robin Ellacott. Un libro molto lungo, ma che non annoia mai, nonostante l'indagine sia spesso inframmezzata da incursioni nella vita privata dei due protagonisti con una frequenza maggiore rispetto ai volumi precedenti.
Il finale è spiazzante come al solito, anche se devo ammettere di esserci rimasta male, per motivi che non sono chiari nemmeno alla sottoscritta perché, come sempre, Galbraith aka Rowling, chiude ogni caso senza sbavature, ricostruendo un quadro preciso e coerente. Forse è perché la mole di piste e dettagli è davvero notevole da elaborare, forse perché gli indizi disseminati portano a sospettare diverse persone...tranne il vero colpevole.
Resta in ogni caso un libro che si legge con estremo piacere e che consiglio vivamente a chi, in questo periodo così pesante, ha bisogno di evadere altrove. La Londra di Robin e Cormoran vale sempre la pena.

Sangue inquieto di Robert Galbraith, Salani, traduzione di Valentina Daniele, Barbara Ronca, Laura Serra, Loredana Serratore

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P.S.
Piccola nota di colore. Per avere un'idea dei luoghi dell'ambientazione, ho seguito Robin e Cormoran nelle loro peregrinazioni londinesi attraverso Google Maps. Mi ha fatto un po' effetto leggere, ad ogni pub, museo, chiesa o negozio, la dicitura "temporaneamente chiuso". Speriamo che a Londra, come ovunque, la vita possa riprendere per tutti e non solo per i personaggi di fantasia.

venerdì 5 marzo 2021

L'enigma della camera 622

 
Al Palace de Verbier manca la camera 622, Joël, famoso scrittore che si è rifugiato sulle Alpi svizzere per consolarsi da una delusione d'amore, ne rimane incuriosito e insieme a Scarlett, anche lei ospite dell'albergo, scoprono che anni prima in quella stanza c'è stato un omicidio irrisolto che ha riguardato un banchiere della prestigiosa banca Ebezner, proprio durante il weekend dell'elezione del presidente.
Dai tempi de La verità sul caso Harry Quebert ho scoperto che Joël Dicker o si ama o si odia e, avendolo io amato, fin da quando ho visto la copertina de L'enigma della camera 622 ho desiderato leggerlo.
Il romanzo, come spesso avviene nelle opere di Dicker, si snoda su più piani temporali. C'è Joël, alter ego dell'autore, che in una sorta di metalibro racconta di questa vacanza del 2018 che avrebbe dovuto sanare le ferite d'amore e il dolore per la scomparsa del suo editore e mentore, Bernard de Fallois, che è stato veramente l'editore di Dicker e al quale il libro è dedicato; ci sono Anastasia, Lev e Macaire nel weekend dell'omicidio e quindici anni prima quando, sempre al Palace de Verbier, in occasione di un'altra riunione della banca Ebezner, avevano fatto scelte che avevano cambiato, non sempre in bene, le loro vite.
Nel weekend dell'omicidio, Anastasia è pronta a lasciare il marito Macaire Ebezner che, in quanto unico erede della famiglia, spera di essere eletto nuovo presidente dell'omonima banca, anche se la sua nomina non è scontata: Lev, gestore patrimoniale della banca nonché amante di Anastasia, potrebbe essergli preferito da uno dei mebri del Cda, Sinior Tarnogol, desideroso di convincere gli altri consiglieri a puntare su Lev.
Del resto quindici anni prima, sempre al Palace, era stato proprio Macaire a rinunciare alle sue azioni della banca in favore di Tarnogol, suscitando le ire del padre Abel e facendosi di fatto escludere da una successione che fino a quel momento era stata indiscussa.
Joël dà le carte e ci lascia nel mistero. Fino a metà libro non sapremo chi è stato ucciso nella camera 622 e se all'inizio l'indagine dello scrittore e di Scarlett per risolvere l'omicidio ci pare andare avanti con troppa semplicità, poi la realtà degli eventi e dei personaggi, sui quali il lettore si era fatta una prima, ingannevole, opinione, comincia a ricomporsi in un prisma multisfaccettato e abbagliante.

"Cosa siamo capaci di fare per difendere le persone che amiamo? E' da questo che si misura il senso della nostra vita".

Non posso dire altro, se non che la soluzione arriva pian piano, una tessera dopo l'altra il puzzle si ricompone e la sensazione, man mano che l'autore ci consegna gli indizi, è che le cose dovevano andare proprio così. Una soluzione che combacia perfettamente, ma non è banale. I tre piani narrativi si ricompongono in un unico, coerente percorso fino a scivolare nel presente.
Bellissimo il finale che è, anche, un tributo a de Fallois, celebrato nel modo migliore che un editore possa desiderare, all'interno di un libro. Di un bel libro. 

La vita è un romanzo di cui già si conosce la fine: il protagonista muore. La cosa più importante, in fondo, non è come va a finire, ma in che modo ne riempiamo le pagine. Perché la vita, come un romanzo, deve essere un'avventura. E le avventure sono le vacanze della vita.

L'enigma della camera 622 di Joël Dicker, La nave di Teseo, traduzione di Milena Zemira Ciccimarra

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venerdì 19 febbraio 2021

Pretty little liars - Stunning

Tabitha e A si conoscevano, per questo Tabitha era al corrente di tanti particolari della vita di Aria, Hanna, Spencer ed Emily. E per questo ricordava loro A nel modo di fare. Purtroppo però questa scoperta non basta alle quattro amiche per capire chi si nasconda dietro la nuova A che continua a stalkerarle minacciando di confessare i loro segreti vecchi e nuovi. Come è morta Tabitha, per esempio, ma anche il fatto che Emily abbia partorito e dato in adozione una bambina all'insaputa dei genitori.
E proprio l'improvvisa comparsa di Gayle, una donna che avrebbe tanto voluto adottare la piccola al punto da offire a Emily migliaia di dollari, crea allarme tra le liars. Gayle sembra proprio non aver digerito il fatto di non essere stata scelta, al punto da minacciare Emily in maniera tutt'altro che velata.
Che sia lei a nascondersi dietro la sigla A? Perché stranamente è sempre presente ogni volta che le ragazze ricevono un messaggio con cui A dimostra di spiarle.
Ma Gayle è anche la finanziatrice della campagna elettorale del padre di Hanna, per cui, prima di fare qualsiasi mossa è bene accertare questi sospetti, onde evitare di combinare qualche guaio ancora peggiore.
Non c'è pace per Emily, Aria, Hanna e Spencer che, anche quando si comportano bene, finiscono per cadere nei tranelli di un A che diventa sempre più spietato. Così Aria, minacciata dal misterioso stalker, sarà costretta a difendere il segreto del padre del suo fidanzato mettendo da parte la propria felicità; Spencer, in visita a Princeton per fare conoscenza con quelli che saranno i suoi nuovi compagni, si troverà invischiata in una storia di droga senza averne colpa ed Hanna finirà sbeffeggiata su tutti i social della scuola solo per aver cercato di riconquistare il suo ex.
Urge capire se ci sia veramente Gayle dietro tutto questo. Ma proprio mentre le liars scoprono la tessera che sembra ricomporre il puzzle e che legherebbe la donna a Tabitha, un nuovo colpo di scena rimescola le carte e dimostra che A non è solo "chiacchiere e distintivo".

Pretty little liars-Stunning di Sara Shepard, Atom books

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venerdì 29 gennaio 2021

Pretty little liars-Ruthless

 
E quindi, la ragazza incontrata durante la vacanza in Giamaica che sembrava sapere tutto di loro, così simile allo stalker A che le aveva perseguitate per poi cercare di ucciderle, non era A misteriosamente scampata alla morte, ma Tabitha, una giovane problematica scappata di casa.
Il senso di colpa attanaglia Aria, Hanna, Spencer ed Emily, che ben sanno che la caduta dalla scogliera che ha ucciso Tabitha, non è dovuta all'alcol, come tutti sembrano pensare, bensì è la conseguenza di un litigio che la ragazza aveva avuto poco prima con le quattro Pretty little liars. Ma come mai Tabitha conosceva così tanti dei loro segreti? E chi è il nuovo stalker A che ha assistito al litigio e alla caduta e che ricatta le nostre protagoniste?
I sospetti si concentrano su Kelsey, una loro coetanea con cui Spencer ha un conto in sospeso, avendola ingiustamente accusata di detenzione di stupefacenti. Un motivo più che valido per perseguitare Spencer e le sue amiche, se poi aggiungiamo che anche Kelsey è stata in Giamaica nello stesso periodo delle Pretty little liars, il quadro è completo. Peccato che Emily non creda che Kelsey possa essere A e si fidi ciecamente di lei al punto da rivelarle un bel po' di segreti. 
Ruthless, capitolo 10 della saga di Pretty little liars, è un libro che potremmo definire di transizione. Alcuni dei misteri accennati nel libro precedente trovano chiarimento, mentre si infittisce la ragnatela che A tesse intorno ad Aria, Hanna, Spencer ed Emily. Le nostre amiche spericolate sembrano però aver imparato la lezione e dimostrano di essere più avvedute e prudenti, soprattutto, in qualche caso, riescono a tamponare le mosse di A che le segue e conosce ogni loro sbaglio.
Questo, ovviamente, non impedirà loro di cacciarsi nei guai. Così Hanna  intraprenderà una relazione d'amore che potrebbe costare la candidatura al Senato del padre; Spencer si ritroverà improvvisamente fuori da Princeton e si giocherà il tutto per tutto per riavere il posto; Aria riprenderà la relazione con un suo ex professore mentre Emily cercherà un'altra volta l'amore nella persona sbagliata.
Il divertimento, insomma, non manca, i misteri neppure. Il finale ci darà qualche risposta in più su Tabitha, ma aprirà nuovi scenari (e dubbi) che solo il capitolo 11 potrà chiarire.

Pretty little liars-Ruthless, Sara Shepard, Atom books

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venerdì 22 gennaio 2021

Leggiamolo insieme-La storia di Ulisse ed Argo

 
Ci sono libri che arrivano al momento giusto, La storia di Ulisse ed Argo per noi è stato uno di questi. Regalatoci in pieno lockdown, proprio mentre a scuola di Ieie si faceva finta di studiare l'Odissea e in classe della Lolla i micenei, con video lezioni assenti o ridotte all'osso.
Personalmente ho cercato di tamponare come potevo le numerose lacune della Dad, ma ci sono imprese che l'Odissea in confronto è una passeggiata.
Però conoscere la storia di Ulisse attraverso gli occhi di un cane è un modo bellissimo per parlarne ai bambini, almeno ai miei, che in Argo consumato dall'attesa e dall'amore per il suo padrone, hanno rivisto il loro affezionato cagnolino Pluto. Ogni uggiolìo di Argo, ogni suo gesto di affetto o moto di tristezza era un "Oh" emozionato che Ieie e la Lolla si facevano sfuggire.
La storia di Ulisse ed Argo ci parla del rapporto tra cane e padrone sin dal momento del loro primo incontro, quando un Ulisse adolescente e timoroso dei cani, salva un cucciolo condannato a morte certa per rendersi conto che non solo dei cani non c'è da avere paura, ma che anzi possono diventare i migliori amici dell'uomo. Il ritratto di Ulisse ed Argo delineato da Milani è estremamente fedele a quello dei poemi omerici, e anzi da lì attinge per dare spessore alle personalità di cane e padrone. Vediamo Ulisse crescere e sposarsi per poi partire per Troia: la sua storia segue la tradizione omerica e anche se alcuni episodi della fanciullezza di Ulisse penso siano stati aggiunti dall'autore (io francamente non ricordo di averli mai studiati), sono perfettamente coerenti con il personaggio tramandato dall'Iliade e dall'Odissea.
Gli anni della guerra e del ritorno vengono narrati velocemente, ma senza tralasciare nulla e nel frattempo vediamo anche quello che succede a Itaca, dove Argo continua ad attendere fiducioso il padrone sul promontorio della punta del mattino.
La conclusione della storia, benché arcinota, non manca di far scivolare qualche lacrimuccia. La bellezza del libro, a mio avviso, sta tutta qui, nella capacità di emozionare utilizzando quegli stessi temi sempiterni con cui i classici dell'antichità riescono ancora oggi a catturare noi lettori: l'amore, l'amicizia, il coraggio, la fedeltà, portando una favola antica alla portata dei bambini di oggi.

La storia di Ulisse ed Argo, di Mino Milani, Einaudi ragazzi

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venerdì 18 dicembre 2020

Brividi di morte per l'ispettore Dalgliesh

Benvenuti nell'isola di Combe, paradiso al largo della Cornovaglia accessibile a pochi, selezionati ospiti. Qui troverete silenzio, tranquillità e riservatezza, sarete accolti in comodi cottage e assistiti da personale discreto e sollecito. Non abbiate remore, se avete i requisiti per accedere, Combe non vi deluderà.
Be' sì, certo, almeno finché uno degli ospiti non verrà trovato impiccato al faro dell'isola e da Scotland Yard invieranno l'ispettore Adam Dalgliesh a sbrogliare quello che ha tutta l'aria di essere la messa in scena di un suicidio.
Ma chi aveva interesse a far fuori il famoso scrittore Nathan Oliver? Forse l'assistente che si era innamorato, ricambiato, di sua figlia, mandandolo su tutte le furie; oppure il tuttofare dell'isola che secondo Oliver non ne combinava mai una giusta; o ancora l'infermiera Jo Staveley e la governante Mrs Burbridge che gli rimproveravano di aver fatto ricadere nel vizio dell'alcol il fragile Boyde; magari Mark Yelland, con cui aveva litigato la sera prima della morte; no sicuramente Jago, marinaio e guardiano di Combe, legato ad Oliver da segreti provenienti da un lontano passato, d'altronde chi meglio di Jago per una vendetta? Certo è che questo scrittore non suscitava molte simpatie.
Il caso, comunque, dovrebbe essere di facile soluzione. L'omicida è uno dei pochissimi tra ospiti e lavoratori ammessi nell'isola, sbarcare senza autorizzazione e senza essere visti è praticamente impossibile e se si aggiunge che a indagare c'è uno dei migliori investigatori di Scotland Yard con la sua squadra, la soluzione è a portata di mano. Ecco che però a complicare la partita arriva un secondo omicidio e una malattia contagiosa, la Sars, che impedisce a chiunque di arrivare o lasciare l'isola in una convivenza con il presunto assassino che si fa ancora più pericolosa.
Brividi di morte per l'ispettore Dalgliesh chiude la trilogia sull'investigatore in bellezza, unendo agli elementi classici del giallo (il numero circoscritto di sospetti, la possibilità che ognuno di loro sia il colpevole), il paesaggio selvaggio di un'isola inventata di sana pianta ma incredibilmente suggestiva e il colpo di scena della Sars che contribuisce ad aumentare la tensione della storia. Come tutti i gialli della trilogia, e come la trilogia stessa, parte in sordina, come un diesel, con un prologo che snocciola dettagli sulla vita dei protagonisti e sulle abitudini di Combe, per poi catturare pian piano l'attenzione e l'entusiasmo del lettore.
A parte qualche dettaglio che meriterebbe un approfondimento e che è dovuto certamente alla longevità e prolificità dell'autrice (Dalgliesh alla sua prima apparizione negli anni '60, aveva 35 anni, in questo romanzo, ambientato nel 1998, dovrebbe averne a rigor di logica 70, ma è poco verosimile che sia ancora così scattante e preso da storie d'amore, soprattutto considerando che la vittima, più giovane di lui, viene definita un vecchietto), il racconto si snoda con precisione e maestria. Se poi si pensa che la James all'epoca della pubblicazione aveva superato gli 80 anni, non si può che rimanere sbalorditi dalla capacità di aggiornare il personaggio di Dalgliesh (e le tecniche di indagine) rendendolo al passo coi tempi senza fargli perdere la sua anima.
A conti fatti, insomma, l'incontro con questa autrice e con il suo personaggio più famoso si è rivelato più che positivo e questo è solo un arrivederci in attesa di ritrovarci nuovamente. D'altronde ho capito che Dalgliesh e la James sono come il vino, più invecchiano più migliorano.

La seconda trilogia Dalgliesh-Brividi di morte per l'ispettore Dalgliesh di P. D. James, Oscar Mondadori, traduzione di Grazia Maria Griffini

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venerdì 4 dicembre 2020

Made in Italy? Il lato oscuro della moda

 
Circa un paio di anni fa, la trasmissione Report dedicò una puntata dal titolo Pulp fashion alle dinamiche, e storture, dell'industria della moda italiana. Proprio in coda al servizio un tale Giuseppe Iorio spiegava come il crescente fenomeno della delocalizzazione avesse lasciato senza lavoro tanti nostri bravi artigiani, depauperando il territorio di competenze che per anni erano state il fiore all'occhiello del made in Italy e che si sarebbero presto perse per sempre.
Giuseppe Iorio è un responsabile tecnico di produzione per diversi marchi del lusso, ovvero quello che viene incaricato di scovare nei posti più sperduti del pianeta fabbriche disposte a produrre i capi per i marchi del lusso a prezzi sempre più bassi, affinché le grandi griffe possano guadagnarci cifre scandalose. A furia di girare per luoghi desolati e desolanti, di visitare fabbriche simili a lager dove le parole igiene e sicurezza sono bandite, dopo aver scoperto il 49° stato europeo, la Transnistria, un'enclave della mafia russa dove si può produrre a condizioni veramente vantaggiose, Iorio ha deciso di dire basta e di raccontare cosa si nasconde dietro i miliardi delle grandi aziende della moda italiana, mettendo tutto nero su bianco in Made in Italy? Il lato oscuro della moda.
E' un piccolo libro, 132 pagine appena, che tutti, a mio avviso, dovrebbero leggere, a prescindere dall'interesse per l'abbigliamento e i "marchi", per comprendere come un settore che era la nostra punta di diamante viva ora di luce riflessa, avendo sacrificato qualità di materiali e lavorazione, ricerca e soprattutto dignità dei lavoratori, al dio denaro.
Il comparto della moda lusso fattura in Italia circa 90 miliardi l'anno, di questi 20 vanno ai dieci gruppi più grandi (Tod's, Armani, Max Mara per fare un esempio), che in Italia impiegano solo 15mila addetti quando potrebbero dare lavoro a 200mila persone. Invece si preferisce produrre all'estero, dove le competenze sono inferiori, i capi lavorati in capannoni fatiscenti e i lavoratori trattati come schiavi, non perché non si riescano a coprire i costi, ma perché si vuole aumentare a dismisura la fetta di guadagno. Un capo fatto in Transnistria costa 20 euro invece dei 35 pagati a un fornitore italiano. Se si pensa che in una boutique di via Condotti verrà rivenduto a centinaia, o migliaia, di euro ci si rende conto dell'inghippo.
Un industriale come Remo Ruffini, quello che ha comprato Moncler e per prima cosa ha sostituito alle costose e morbide piume di oche francesi quelle economiche cinesi che sforacchiano il tessuto e fuoriescono dall'imbottitura, ci spiega Iorio, dovrebbe rinunciare solo a 10 dei 250 milioni che guadagna ogni anno per dare lavoro a 6mila addetti in Italia. Invece preferisce produrre all'estero mentre alle convention degli industriali si dà da fare per sostenere che pur di evitare l'aumento dell'Iva è opportuno tagliare sulla sanità (sic!).
Sembra quindi che la moda italiana, invece di investire nella ricerca di materiali e tecniche, si premuri di ricercare i luoghi più poveri del pianeta per sfruttarli ben bene, salvo poi abbandonarli a se stessi quando i lavoratori cominciano ad alzare la testa. Questa rincorsa al taglio dei costi ha fatto terra bruciata nel mercato italiano, dove le aziende chiudono per assenza di commesse e le capacità artigianali affinate per anni, si perdono per mancanza di lavoro.
Quel che resta nella vetrina della boutique è un semplice miraggio. Un prodotto senza qualità, che di made in Italy ha ben poco, forse il disegno del modello e a volte neanche quello, ma che si può definire fatto in Italia grazie a leggi ad hoc votate da parlamentari amici, che vive del fascino che il marchio ha acquisito in passato e cerca di rianimare a suon di costosi spot. Come direbbe Iorio, pensiamo bene a cosa si nasconde veramente dietro i luccichii del faretto alogeno.
E se non avete soldi da buttare...buona passeggiata.

Made in Italy? Il lato oscuro della moda, Giuseppe Iorio, Castelvecchi

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venerdì 20 novembre 2020

Per cause innaturali

Con Per cause innaturali, la Seconda trilogia Dalgliesh si alza di livello, sia di spessore narrativo che di ambientazione.
Il romanzo si apre con una barca alla deriva contenente un cadavere dalle mani mutilate (sì proprio lui, l'incipit da brivido). Ci troviamo nel Suffolk, nel villaggio di Monksmere o meglio tra le case sparse sulla scogliera, lambite dalla salsedine e schiaffeggiate dal vento, che ospitano scrittori di diversa fama e ancor più diversa competenza.
A riunirli, una sera di ottobre, è la scomparsa di Maurice Seton, giallista di cui da un paio di giorni nessuno dei vicini ha più notizie. E' proprio il suo cadavere che la corrente porta alla deriva su una barchetta, uno scenario che ricorda in modo sinistro l'incipit dell'ultimo romanzo che stava scrivendo.
Adam Dalgliesh stavolta potrebbe, e vorrebbe, come dire, lavarsene le mani. In fondo lui si trova a Monksmere in vacanza ospite dalla zia, e poi l'ispettore Reckless ha già assunto la direzione delle indagini, ma il problema è che l'unica persona a non avere un alibi per la sera della scomparsa di Seton è proprio sua zia. Urge quindi darsi da fare e cercare di capire come mai un uomo che, secondo l'autopsia, è morto per cause naturali, sia stato amputato delle mani e deposto in una barca lasciata alla deriva. Per di più lontano dal posto in cui si trovava l'ultima sera in cui è stato visto in vita.
Sembra quasi di sentire ululare il vento sul promontorio di Monksmere, di provare il fastidio per l'umidità che si posa tra i sentieri di ciottoli che conducono alla spiaggia, di riempirsi le narici dell'odore delle alghe sbattute dalla corrente mentre Dalgliesh va di villa in villa a ricostruire le ultime ore di Maurice Seton. La scenografia costruita da P.D. James è affascinante, ammantata dal quieto buio delle notti autunnali tra vecchi cottage in riva al mare. Gli indizi sono disseminati un po' ovunque, ma, come sentieri secondari di un labirinto, non tutti conducono all'uscita, bensì a vicoli ciechi.
Dalgliesh riuscirà a trovare il bandolo della matassa e a seguirlo fino alla fine di una terribile notte di tempesta in riva al mare. Lui già consapevole di chi si nasconda dietro a una morte che si è fatta passare per naturale, noi un po' meno. Spiazzati da una soluzione credibile e ben congegnata, ma inaspettata.

Per cause innaturali-La seconda trilogia Dalgliesh di P.D. James, Oscar Mondadori, traduzione di Anna Solinas

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venerdì 13 novembre 2020

Copritele il volto

 
Qualche anno fa, la maestra di Ieie, per affrontare il tema del racconto giallo, diede alla classe l'incipit di una romanzo chiedendo ai ragazzi di scrivere un'ipotetica continuazione: in una barca portata a riva dalla corrente si scopre un cadavere dalle mani mozzate, uno scrittore di cui da qualche giorno si erano perse le tracce.
Al di là delle performance come giallista di Ieie, quel che mi premette sin da subito fu sapere come continuasse il racconto. Scoprii che l'incipit apparteneva a un certo P.D. James, che P.D. non era un uomo, bensì una prolifica giallista inglese il cui personaggio di punta, l'ispettore Adam Dalgliesh, era per altro protagonista del romanzo e da lì a procurarmi il libro il gioco era fatto.
La seconda trilogia Dalgliesh, a dispetto del titolo comincia con il romanzo con cui il brillante ispettore di Scotland Yard fa il suo debutto, Copritele il volto, che non è quello del famigerato incipit, ma ci vede proiettati nella ridente campagna inglese, precisamente nella tenuta di Martingale, antica dimora in stile elisabettiano con tanto di maneggio e parco.
Qui vive la signora Maxie con i suoi due figli, Deborah e Stephen, sempre circondati da una fedele schiera di amici e poi la servitù, tra cui spicca la bella Sally, giovane ragazza madre accolta dalla famiglia come cameriera e che parrebbe proprio una gran brava persona se non fosse che, nel bel mezzo della festa parrocchiale di Martingale, annuncia urbi et orbi di aver accettato di sposare Stephen. Povera Sally, non sa che quella sarà la sua ultima festa. Nella notte qualcuno la metterà a tacere per sempre e i sospetti ricadranno, ovviamente, sui Maxie e i loro ospiti.
E' a questo punto che fa l'ingresso il nostro investigatore. Di lui non ci viene detto quasi nulla e il lettore si confronta sin da subito con il suo modo d'indagare fatto soprattutto di interrogatori ed elucubrazioni. Si intuisce che Dalgliesh ha una pista, ma da dove arrivi e come la segua non è dato sapere. Al lettore non resta che affidarsi ai pochi elementi che l'autrice mette a disposizione, mentre i personaggi del racconto continuano le loro vite lasciando nel dubbio delle loro reali intenzioni.
Dalgliesh acquisisce elementi e particolari (ma rimane il mistero di come arrivi a certe intuizioni), il lettore capisce che l'assassino ha le ore contate e il finale vede, come nel più classico degli epiloghi, l'investigatore riunire tutti i sospetti in una stanza per smascherare il colpevole.
Più della rivelazione dell'assassino a sorprendere sarà la scoperta che verità e realtà non sempre coincidono.
Ho pensato molto prima di elaborare un giudizio su questo libro. Copritele il volto è molto diverso dai gialli a cui sono abituata. La tensione è sempre minima, quasi controllata, e l'idea che Dalgliesh abbia capito tutto sin dall'inizio certo non aiuta. Sembra che sappia già cosa e dove cercare, sebbene il lettore si senta sempre un po' all'oscuro dei suoi ragionamenti. Il finale è inaspettato, ma manca di quella forza dei coupe de théâtre alla Agatha Christie. Mancano, forse, personaggi ai quali affezionarsi, a cominciare dalla vittima che non suscita per nulla empatia.
Io comunque non demordo. La seconda indagine di Dalgliesh potrebbe essere quella buona. Ci sono una barca e un cadavere, le premesse sono allettanti.

La seconda trilogia Dalgliesh-Copritele il volto, di P.D. James, Oscar Mondadori, traduzione di Marco Buzzi

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venerdì 2 ottobre 2020

Caterina de' Medici un'italiana sul trono di Francia


Quando la scorsa estate visitammo il castello di Chenonceau, nella Loira, tra i tanti dettagli del palazzo mi colpì quel susseguirsi di H (iniziale del re Enrico II) intrecciate a C (la regina Caterina sua moglie) a formare maliziosamente una D (come Diana, l'amante del re).
Scoprire che Enrico II aveva donato il castello alla sua favorita e che Caterina, rimasta vedova, se l'era ripreso, mi fece venire voglia di conoscere la storia di questa regina.
Caterina altro non era che Caterina de' Medici, pronipote di Lorenzo il Magnifico, arrivata in Francia ragazzina dopo averne già viste di cotte e di crude, come sposa del figlio cadetto di Francesco I e divenuta, per l'improvvisa morte dell'erede al trono, moglie del futuro re di Francia. Passata alla storia come madre di tre re, Francesco II, Carlo IX ed Enrico III tutti morti giovani e senza eredi, e come regina nera (portò il lutto per la prematura scomparsa del marito per tutta la vita), la sua fu una storia intensa, non solo perché esercitò la reggenza per i figli divenendo la vera sovrana francese, ma soprattutto perché si trovò a traghettare il trono in uno dei suoi periodi più bui, quello delle guerre tra cattolici e ugonotti, che per molti anni avvelenò e divise la Francia con ben otto guerre civili.
Poco amata dai francesi per le sue origini italiane tutt'altro che nobili, la giovane Caterina trovò un alleato nel suocero Francesco I dal quale apprese l'arte del regnare. Sarà per lui, o per l'amore incondizionato per il marito che le preferiva però la bella Diana al punto da attribuirle onori e poteri, ma dal quale ebbe comunque una decina di figliuoli, che Caterina si adoperò in tutti i modi per mantenere il trono nelle mani dei Valois.
Jean Orieux nella corposa biografia che le ha dedicato dipinge un ritratto inedito della regina, smentendo le accuse di avvelenatrice e orditrice di assassinii che il popolo e la storia le hanno cucito addosso. Amava circondarsi di veggenti ed era superstiziosa, questo sì, ma odiava gli spargimenti di sangue e cercò sempre, per quel che le fu possibile, la mediazione, preferendo la logica dell'accordo a quella delle armi. Regina del traccheggiamento e delle trattative, non esitò a trascinare il giovane e cagionevole Francesco II in giro per tutto il regno allo scopo di fargli conoscere le sue terre e farlo amare dai sudditi.
Il castello di Chenonceau
La sua fu una vita colma di eventi, terribilmente sfiancante e tutta dedita a proteggere il trono dei Valois dalle mire dei Borbone ugonotti e degli ultra cattolici Guisa, sempre in bilico fra guerra e pace, ma segnata dal profondo amore per i figli, l'unico legame rimastole col defunto, amatissimo marito.
Caterina de' Medici un'italiana sul trono di Francia è certo un libro che ci dà un ritratto completo della regina, anche troppo, perché 800 e più pagine di scontri tra ugonotti e cattolici, conditi da congiure, tradimenti e continui cambi di fronte dei protagonisti di quegli anni, mettono a dura prova il più assiduo dei lettori. Se quindi un difetto si può imputare a quest'opera è l'eccessiva lunghezza che non tralascia nemmeno una virgola della vita della regina. Questo, e anche un certo sciovinismo dell'autore che lo porta a liquidare certe situazioni e personaggi con espressioni per niente politically correct del tipo "con Caterina abbiamo creduto spesso di trovarci a Firenze; col nano (uno dei suoi figli, affetto appunto da nanismo) siamo in una fogna napoletana".
Roba che se a scriverla fosse stato un professore di Milano, minimo minimo si apriva un'interrogazione parlamentare.

Caterina de' Medici, un'italiana sul trono di Francia di Jean Orieux, Mondadori, traduzione di Francesco Sircana

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venerdì 5 giugno 2020

Leggiamolo insieme - Harry Potter e l'Ordine della Fenice

Colui che non deve essere nominato è tornato, la seconda battaglia è cominciata.
Anzi, no, perché il ministero della Magia sostiene che il racconto di Harry Potter sul ritorno di Voldemort sia solo la bugia di un ragazzo desideroso di attenzioni. Quando poi Harry usa la magia fuori dalla scuola per allontanare un improbabile attacco di Dissennatori, la sua credibilità finisce sotto le scarpe e rischia persino di essere espulso se non fosse per Silente pronto a prenderne le difese, salvo poi lasciarlo solo e senza consigli in un anno scolastico tra i più difficili della sua carriera da studente. Eh sì che Harry di imprevisti ne ha incontrati nei cinque anni di Hogwarts, ma il ministero farà di tutto per metterlo in cattiva luce e creargli difficoltà, potendo contare su una nuova professoressa, Dolores Umbridge, piacevole come un gesso che stride sulla lavagna.
Con Harry Potter e l'Ordine della Fenice siamo a un vero e proprio salto narrativo. Se il capitolo precedente, con i suoi toni più cupi aveva segnato il passaggio dalla spensieratezza dell'infanzia ai problemi della maturità, adesso è la volta delle rivelazioni che rispondono a vecchi interrogativi accennati e poi sopiti, dei sentimenti e dei legami forti, dell'ennesima perdita che sarà, di libro in libro, sempre più drammatica e pesante per Harry.
E' il capitolo in cui la Rowling svela come la storia di Harry sia stata costruita, sin dall'inizio, come un unico racconto articolato e complesso e che i sassolini gettati nei capitoli precedenti non erano trascurabili dettagli, ma indizi preziosi.
Una complessità che l'omonimo film non riesce a riprodurre, tagliando diverse scene, accorpandone altre, spiegando un fatto in maniera più sbrigativa del libro, ma soprattutto riducendo a brevi parentesi alcuni dei passaggi più intensi del racconto, come la visita al San Mungo e la scoperta della fine toccata ai genitori di Neville. Un momento che regala profondità e completezza al personaggio di Neville, ma che nel film merita solo un accenno en passant.
Di buono c'è che i bambini, resisi conto della quantità di tagli e di cambiamenti apportati al racconto, hanno convenuto che non solo il libro è più bello del film, ma soprattutto che la lettura è indispensabile per apprezzare appieno la storia.
E ora non vedono l'ora di sapere sempre di più sui segreti di Harry. Non so quanto tempo ci prenderà la lettura del prossimo volume, per questo abbiamo impiegato quasi un anno e se non fosse stato per la reclusione forzata penso che non l'avremmo ancora terminato, comunque non abbiamo fretta. Se la condizione per leggerlo velocemente è essere di nuovo confinati dentro casa, ammetto che preferisco una lettura a lunghissimo termine.

Harry Potter e l'Ordine della Fenice di J.K.Rowling, Salani, trad. di Beatrice Masini in collaborazione con Valentina Daniele e Angela Ragusa

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venerdì 22 maggio 2020

Perfect

In fuga per sfuggire al capo della Gilda Bosco Crevan, Celestine  North comprende che l'unico modo per salvare se stessa e porre fine al sistema iniquo dei flawed, i fallati, costretti a pagare per tutta la vita con l'apartheid e l'ignominia un unico errore morale commesso, è recuperare il filmato che incastra Crevan e dimostra che anche lui è fallato, avendo sottoposto Celestine a una pena non autorizzata dalla Gilda.
Mr Berry, il suo avvocato, le ha fatto sapere di averle già consegnato il filmato, ma Celestine non ha la minima idea di dove sia, tanto più che Mr Berry sembra sparito nel nulla e con lui i pochi testimoni del gesto criminale di Crevan.
L'unico scampato è Carrick, un ragazzo che Celestine ha conosciuto durante i suoi giorni di prigionia sotto la Gilda, che come lei è stato giudicato fallato e ha assistito al gesto di Crevan. Aveva giurato che l'avrebbe trovata ed è proprio lui ad accompagnarla in questa fuga rocambolesca che li vede passare da un sito di ricerca allo studio di un originale avvocato, da una sorta di prigione-ospedale alla casa di un whistleblower, le guardie dei fallati, fino al lussuoso appartamento di uno dei membri della Gilda. Scenari dall'aspetto spesso misterioso e surreale, sfondi perfetti per il continuo capovolgimento di fronti con cui Celestine è costretta a confrontarsi. Fino alla conclusione che metterà sotto gli occhi di tutti, perfetti compresi, la bugia del sistema politico sostenuto fino ad allora che, come spesso accade, ha come fine il mero potere.
Degna continuazione del libro precedente, Perfect riprende la narrazione proprio dove si era interrotto Flawed, ma a differenza di quest'ultimo lo fa con un ritmo incalzante che, come promette la copertina, trascina il lettore dall'inizio alla fine. Si fugge insieme a Celestine e Carrick, alla ricerca della prova che potrà liberare non solo la protagonista, ma tutti coloro che, come lei, sono vittime del sistema.
Rispetto al primo capitolo, troviamo una Celestine più matura, la ragazzina indottrinata di Flawed lascia il posto a una giovane donna in grado di guardare al mondo con disincanto, ma senza perdere l'umanità e il coraggio che la contraddistinguono. In più Perfect ha il pregio di catturare il lettore sin da subito, perché lo stesso sistema della Gilda, che come avevo sottolineato nella prima recensione mi appariva un po' roba da sognatori, nello sviluppo della storia acquista spessore e credibilità, se non altro perché dimostra che cercare di moralizzare la società può rivelarsi pericoloso e dar vita inoltre a enormi ingiustizie.

Perfect di Cecelia Ahern, Harper Collins

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venerdì 11 ottobre 2019

L'Idiota

Ho iniziato la lettura dell'Idiota con l'acquolina in bocca: il pasto sarebbe stato impegnativo, lo sapevo, perché ci sono cibi che richiedono palati allenati ai sapori più insoliti, ma il risultato finale mi avrebbe più che soddisfatto, almeno leggendo i pareri di chi questo romanzo lo aveva affrontato prima di me.
Dostoevskij non è facile, e questo è noto, può risultare a tratti pesante da mandare giù, ma la spesa vale sempre l'impresa e così anche quando le prime difficoltà mi hanno fatto vacillare ho tirato dritto, certa che ne sarei stata ripagata da quel pensiero denso e ricco che vale la scalata.
Devo ammettere, però, che sono arrivata alla fine delusa e stremata, trascinata solo dall'orgoglio e da una forza di volontà messa a dura prova. Da questa storia del principe Myškin, tornato in Russia dopo un periodo in Svizzera per curare la sua epilessia, da qui l'epiteto idiota che più di uno gli affibbia, non sono riuscita a cavare un senso.
Nel viaggio in treno che lo riporta a Pietroburgo, il principe fa la conoscenza del passionale e inquietante Rogožin che ha perso la testa per Nastas'ja Filippovna, giovane bella e perduta di cui il principe si innamora al solo vederne il ritratto.
Arrivato in città ramingo e senza un soldo, Myškin va a trovare il generale Epančin, che ha sposato una sua lontana parente. Sebbene non si siano mai visti prima, il principe col suo bel parlare e con l'animo buono, ispira subito simpatia alla generalessa e alle sue tre figlie che, nonostante ribadiscano sempre e comunque che si tratti di un idiota, decidono di accordargli la loro amicizia e protezione.
Sarà comunque un'eredità da un parente lontano e quasi sconosciuto (di quelle che succedono solo nei romanzi, ma mai nella vita vera), a dare stabilità economica al principe che, per una serie di eventi, cercherà di sposare Nastas'ja per salvarla dalla perdizione. Da qui la narrazione si sposta nel tempo e nello spazio, per portarci a Pavlovsk, una località di villeggiatura dove Myškin  ha affittato una dacia vicino agli Epančin. Sappiamo che Nastas'ja ha rifiutato di sposarlo, è andata da Rogožin, poi è tornata dal principe, poi di nuovo da Rogožin promettendo di sposarlo nonostante sia consapevole che quell'uomo sarà causa della sua rovina. Nel frattempo il principe si innamora di una delle figlie degli Epančin, la bella e capricciosa Aglaja e tra bigliettini e lettere, false richieste di risarcimento e tisici melodrammatici arriviamo, forse, al fidanzamento tra i due. Sembra quasi fatta, quando Aglaja decide per un chiarimento con Nastas'ja, che nel frattempo l'ha scongiurata di sposare il principe.
E qui, attenzione allo spoiler, succede la frittata, perché il principe, che pare ami entrambe, alla fine decide di salvare Nastas'ja sposandola. Aglaja fugge oltraggiata, Nastas'ja trionfa lieta sulla rivale e Rogožin sparisce, salvo tornare per il gran finale. Il matrimonio, poi, non ci sarà, e almeno questa sorpresa la risparmio a chi vorrà leggere il libro, e tutti i protagonisti, Aglaja compresa, saranno destinati a una conclusione che definire triste è un eufemismo.
Raccontato così, l'Idiota sembra quasi movimentato, ma in realtà la trama è lentissima, inframmezzata da episodi che non fanno che rallentarla e contribuire a confondere un lettore che già è sufficientemente confuso sul senso dell'intera storia. Ho chiuso le pagine continuando a lambiccarmi il cervello sul significato profondo della trama (perché quello superficiale già sfugge alla logica umana). Ovunque si vada a cercare, i paragoni tra il principe Myškin  e Cristo la fanno da padroni. Il principe è il paradigma dell'uomo buono, dell'uomo che porta dentro di sé lo splendore di una bellezza che "attira e respinge allo stesso tempo".
Neanche le recensioni e le critiche più autorevoli sono riuscite tuttavia a chiarirmi il senso del libro, né tanto meno a restituirgli, ai miei occhi, quella bellezza di cui tanti parlano. Un po' me ne dispiaccio, mi sembra di aver perso un'occasione, di non aver centrato il bersaglio, d'altro canto non so davvero di cosa accusarmi, se non di non arrivare a comprendere quello che invece per altri pare sia lampante.
Se tuttavia qualche lettore che ha letto e capito il libro volesse condividere con me il suo parere, ne sarò ben lieta. Magari darò così un senso a qualcosa che per ora, per me, "un senso non ce l'ha".

L'idiota, di Fëdor Dostoevskij, Newton Compton Editori, traduzione di Federigo Verdinois

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venerdì 27 settembre 2019

Teresa Papavero e la maledizione di Strangolagalli


Iniziamo col dire che Strangolagalli esiste veramente, è un borgo di poco più di duemila anime della ciociaria che deve il suo nome alla conformazione geografica.
Teresa Papavero è una illustre abitante del paese non perché abbia fatto nulla di che, tutt'altro, ma perché il padre Giovan Battista è un famoso psichiatra specializzato in criminologia.
Teresa ci ha provato a seguire le orme paterne, studiando Psicologia e seguendo un master in criminologia, ma, come il padre aveva previsto, non è riuscita a combinare granché, racimolando lavori astrusi tra sexy shop e call center. E' per questo che, ormai quarantenne, decide di abbandonare Roma per la nativa Strangolagalli, lasciata 30 anni prima quando la madre decise misteriosamente di andar via e far perdere le sue tracce. Strangolagalli è il posto migliore dove ricominciare, magari aprendo un B&B nella vecchia casa paterna, e anche dove cercare un po' di tranquillità.
Peccato che a rovinare tutto ci si metta un appuntamento rimediato su Tinder che si conclude con il misterioso suicidio del partner della serata. Questo, e la scomparsa di una cliente del B&B, attirano a Strangolagalli un poliziotto rude e affascinante e un giornalista che Teresa conosce molto bene.
E' a quel punto che la tranquillità della protagonista, e anche quella degli insoliti personaggi che animano il borgo, va a farsi benedire ingoiandola in un bailamme di gaffe e situazioni paradossali.
Teresa Papavero e la maledizione di Strangolagalli è un romanzo leggero e piacevole e lo stile frizzante dell'autrice contribuisce a farlo andar giù con la facilità di uno spritz al tramonto sul mare, anche se arrivata alla conclusione, ci sono rimasta un po' male perché non tutti i nodi vengono sciolti. Il motivo, ho scoperto cercando in Rete, è che il libro è il primo di una trilogia ancora tutta da sfornare, una pratica che ultimamente va molto di moda (specie con i romanzi che uniscono humor e giallo) e che però comincia a mettere a dura prova la mia pazienza di lettrice.
Il secondo aspetto che salta in evidenza è che sembra scritto e pensato per una trasposizione televisiva, cosa che però a mio avviso lo limita, innescando passaggi un po' troppo frettolosi o non dando il giusto spazio alla caratterizzazione dei personaggi che a volte sono ridotti al rango di macchiette (per non parlare del poliziotto, del quale sappiamo solo che è un macho).
Il terzo appunto, be' non è proprio un appunto, quanto la constatazione che sempre più spesso i romanzi destinati a un pubblico femminile raccontano di quarantenni sole, deluse dal lavoro e dagli affetti, che grazie a un capovolgimento totale della loro vita riescono a dare una svolta alla loro esistenza, leitmotiv anche di questo titolo.
Il giudizio finale è comunque positivo, il libro si fa leggere e permette di trascorrere qualche ora in relax e divertimento e chissà, magari presto vedremo Teresa anche sul piccolo schermo, per cui, leggendolo, possiamo già provare a dare un volto ai vari personaggi.

Teresa Papavero e la maledizione di Strangolagalli di Chiara Moscardelli, Giunti

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venerdì 13 settembre 2019

Km 123

Al Km 123 dell'Aurelia, una notte di gennaio, l'imprenditore romano Giulio Davoli finisce fuori strada speronato da un'auto pirata.
La sua amante Ester, ignara dell'accaduto, non ricevendo risposta agli Sms che gli ha inviato decide di chiamarlo a casa con una scusa, perché vuole avvertirlo che il marito potrebbe essere a conoscenza della loro tresca.
Al Km 123 un testimone rivela alla polizia che quello di Davoli non è stato un incidente, ma un atto premeditato.
Al Km 123 c'è un cantiere di proprietà di Giulio.
Al Km 123, qualche giorno dopo, si verifica un altro incidente stradale. Stavolta mortale.
Quando pochi mesi fa Mondadori decise di riprendere la collana dei gialli affidando il primo volume ad Andrea Camilleri, lo scrittore sottolineò quanto fosse contento di poter scrivere un giallo senza Montalbano. Nessuno immaginava che Km 123 sarebbe stato la sua ultima opera.
Si tratta di un racconto più che di un romanzo vero e proprio, che attraverso articoli di giornale, Sms, telefonate, verbali di polizia e dialoghi, ricostruisce la vicenda per condurre il lettore a una finale dove emerge il colpevole, ma non i dettagli degli eventi che vengono lasciati alla fantasia o alla capacità deduttiva del lettore.
Niente a che vedere con il tessuto narrativo di Montalbano che è di certo superiore, ma la penna di Camilleri si sente e resta comunque un esperimento narrativo piacevole e interessante.
Molto più bello, a mio avviso, il saggio riportato a fine libro, ovvero un intervento di Camilleri sul genere giallo tenuto nel 2003 all'Università Roma Tre. Oltre a essere un compendio denso di informazioni sulla letteratura gialla in Italia, è un'ulteriore dimostrazione della cultura e dell'intelligenza di Camilleri, ma soprattutto della sua bravura nel saperle diffondere con uno stile in grado di tenere alta l'attenzione dell'ascoltatore. Una delle doti che più mi mancherà di questo scrittore.

Km 123 di Andrea Camilleri, Mondadori

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venerdì 30 agosto 2019

Il labirinto degli spiriti


Alicia Gris è una donna bellissima quanto pericolosa, se ne accorgono tutti al primo sguardo. Creatura delle tenebre, dal sorriso incantevole e terribile.
Dotata di sangue freddo e di abilità camaleontiche, è  la persona giusta per scoprire che fine ha fatto il ministro della Cultura Mauricio Valls. La polizia, che indagava su alcune minacce che lo riguardavano, ne ha perso le tracce e per questo si affida a Leandro e alla sua squadra di professionisti. E Leandro pensa subito ad Alicia, la sua agente migliore, che però accetta solo con la promessa che questo sarà l'ultimo incarico affidatole.
Affiancata da un poliziotto di lungo corso, il capitano Vargas, Alicia trova un libro nascosto a casa del ministro ed è convinta che quello sia la chiave del mistero. Si tratta di un volume semisconosciuto, scritto da un certo Victor Mataix, romanziere vittima, come tanti, delle ritorsioni e delle faide lasciate aperte dalla fine della guerra civile, scomparso nel carcere di Montjuic di cui Valls, nel 1939, era direttore.
Alicia, che ha un fiuto infallibile per trovare elementi che ad altri sfuggono, fa ritorno nella sua Barcellona trascinando un riluttante Vargas, convinta che è da lì che bisogna partire per scoprire chi ha minacciato e probabilmente catturato Mauricio Valls. E anche stavolta Alicia dimostrerà di avere ragione, sebbene non ci sia nessuno disposto ad ascoltarla e abbia forse trascurato qualche particolare.
Se il Prigioniero del cielo si può considerare quasi un racconto di transizione, Il labirinto degli spiriti che, proprio come un dedalo, raccoglie più fili del narrare che si intrecciano per giungere tutti al nucleo centrale, è la degna conclusione del ciclo del Cimitero dei libri dimenticati.
Avevamo lasciato Daniel e la sua famiglia con tanti dubbi da chiarire, stavolta il racconto riprende da una figura nuova, Alicia (anche se all'inizio del romanzo scopriamo com'è che lei e Fermìn sono collegati), che indaga però su un personaggio, Valls, che nel Prigioniero del cielo impersonava il ruolo del perfido antagonista.
Romanzo denso che si avviluppa proprio come gli antri tortuosi del Cimitero dei libri, Il labirinto degli spiriti non deluderà chi ha amato la famiglia Sempere e la filosofica logorrea di Fermìn, imbastendo il racconto di nuovi personaggi e storie tutti collegati ai tragici episodi della guerra civile, le cui sorti sono molto più complesse di quanto i libri di storia ci raccontino.
Il libro si legge con piacere fino al disvelamento del mistero (o dei misteri), ma sul finale Zafòn la mena un po' per le lunghe, ché capiamo che dopo quattro libri voglia salutare degnamente i suoi personaggi, ma se pure l'avesse fatto utilizzando qualche capitolo in meno secondo me andava bene lo stesso (a me ha fatto un po' l'effetto di Guerra e pace che, proprio quando tutti i personaggi hanno trovato la loro degna conclusione, Tolstoj ci attacca un pippone conclusivo sul senso della Storia).
Resta, c'è da dire, un po' di amaro in bocca per la sorte di alcuni protagonisti, ai quali neanche la ritrovata libertà può dare la salvezza, una certa perplessità sulla storia della madre di Daniel (che forse se non lo sapevamo eravamo più felici) e l'intima convinzione che alla fine i cattivi se la cavino con poco.
Ma forse questo è il vero succo della storia, che ogni guerra si lascia uno strascico di orrori che non permette a nessuno di sentirsi in salvo. E che siccome in guerra la storia la fanno i vincitori, per le vittime, dirette o colpite di striscio, non c'è possibilità di riscatto.

Il labirinto degli spiriti di Carlos Ruiz Zafòn, Mondadori, traduzione di Bruno Arpaia

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