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martedì 16 luglio 2019

Italia-Francia: quel che non ti aspetti varcando le Alpi

Una delle cose che mi piace fare di più quando vado all'estero, è guardarmi intorno e analizzare usi e costumi in voga nelle altre parti del mondo. Così facendo è naturale che scatti il confronto, ma ritengo di essere sufficientemente imparziale per non cadere nel solito cliché dell'italiano che disprezza il caffè straniero o ne rifiuta la cucina perché la pasta mica sanno cos'è o non si arrende all'idea che non troverà un bidet nel bagno manco a pagarlo oro. Cioè, non che alcuni di questi pensieri non mi sfiorino (specialmente sul caffè, ho delle teorie molto restrittive), ma sono dell'idea che quando vai a casa altrui non puoi pretendere di trovare le tue stesse abitudini. Tanto vale calarsi nella cultura che ti ospita e sperimentare.
Questo tipo di approccio mi ha permesso di evidenziare gli aspetti positivi che di volta in volta ho incontrato all'estero, prima di tutto il fatto che spesso le città straniere sono molto più pulite e ordinate delle nostre. Anche nella Loira, la gran parte dei villaggi (e città) si distinguevano per essere talmente impeccabili da parere finti.
Blois, tipico borgo della Loira
Ma, ordine a parte, ci sono stati altri aspetti che mi hanno fatto notare, con orgoglio, che anche noi italiani, su alcune cose, siamo più bravi.
1 - Che tu vada in un albergo o in una casa vacanza, in Francia nessuno ti chiederà un documento di identità. Puoi prenotare anche a nome di un noto terrorista, tanto non verranno a controllare. Oppure puoi essere un noto terrorista e prenotare a nome di Mario Rossi che forse è anche meglio. E se sei in fuga con dei bambini rapiti, un albergo in Francia è il posto migliore dove rifugiarti, perché non verificheranno mai che siano i tuoi figli.
In Italia questo non succede, e dopo tutti gli attentati che ci sono stati, non me l'aspettavo.
2 - Qualcuno dovrebbe dire ai francesi che nell'era di Booking &Co. lavorare nel turismo e avere una conoscenza elementare (nel senso uguale a quella di un bambino delle elementari), dell'inglese, non ti rende superiore, né fa grandeur, ma ti rende solo molto ignorante. E ridicolo. Soprattutto se un bambino di dieci anni si diverte a mettere in difficoltà i camerieri con un Can I have some bread please?.
Perché sarà pure vero che anche in Italia siamo lontani dagli standard di conoscenza dell'inglese del Nord Europa, però  devo ammettere che da parte di ristoranti e negozi nostrani ho visto un maggior impegno di quello riscontrato in Francia.
E poi, lasciatemelo dire, l'inglese va pronunciato all'inglese. Ché se mi sento dire che sono orlì a me mi viene da pensare all'aeroporto, mica che sono in anticipo.
3 - Qui non è questione di bidet, urge fare qualcosa, subito, per i bagni francesi. A parte che loro la chiamano salle des bains e sono dei buchi, ma il fatto che siano spesso senza finestre e aeratori e con i tubi del wc che corrono lungo i muri, li rende veramente inguardabili. Chiamate Andrea Castrignano, s'il vous plait.
Ma siccome ho detto che sono imparziale, bisogna dare a Cesare, o in questo caso forse è meglio dire a Vercingetorige quel che, va be' ci siamo capiti.
Se c'è una cosa che ho apprezzato tantissimo dei francesi è la loro scarsa dipendenza dagli smartphone. Vai a cena fuori e li vedi, adulti, ragazzi e bambini, che parlano e ridono tra di loro. I telefoni sono lì sul tavolo, ma nessuno, e dico nessuno, si isola in una bolla a spulciare lo schermo. Né mi è capitato di vedere pargoli intenti a mangiare sotto l'effetto ipnotico di You Tube. Andate in un qualsiasi locale italiano e ditemi se la scena è la stessa.
E aggiungo, tra l'altro, che a Clos Lucet ho analizzato tutte le scolaresche di età compresa tra gli undici e i tredici anni in gita nel parco e non ho visto un solo alunno, neanche per un minuto, armeggiare con un cellulare, neppure quando gli insegnanti li lasciavano girare in libertà. E il confronto con l'Italia stavolta lo risparmio proprio.
Il parco di Clos Lucet con le invenzioni di Leonardo a uso e consumo dei bambini
Ma, come si dice, tutto il mondo è paese e noi italiani, si sa, siamo quelli spaghettipizzamandolino e...mafia, in altre parole universalmente noti come furbacchioni matricolati. Ebbene, sappiatelo, i francesi non sono da meno.
Abbiamo prenotato gli alloggi per la nostra vacanza tramite Booking (e fin qui nulla di nuovo). A Tours, dove avevamo scelto un hotel, scopriamo che la nostra sistemazione è in realtà un albergo a conduzione familiare, in pratica una casa trasformata in albergo e gestita dai suoi proprietari e anche qui nulla di eclatante, poiché ho letto che questa pratica è abbastanza comune in Francia.
Ad accoglierci una signora di mezza età in un salottino/reception decorato con ritratti di famiglia, poltrone di legno e stoffa, mensole e ninnoli in una scena che mi fa pensare tanto a Miss Marple. Sarà che siamo italiani, e non si fida, ma prima di condurci alla camera ci chiede di saldare in anticipo le tre notti per la cifra pattuita al momento della prenotazione. Diamo una carta di credito, la inserisce nel Pos e ci dice che, purtroppo, non va, mostrandoci lo scontrino della mancata transazione. Stessa storia col bancomat, al che io e mio marito ci guardiamo perplessi perché quelle carte, poche ore prima, in autostrada, avevano funzionato, ma comunque risolviamo col contante.
Figurarsi la nostra sorpresa quando, tornati in Italia, mio marito controlla la posta elettronica e trova una mail con cui Booking, alcuni giorni prima, ci avvisava che l'albergo di Tours da noi prenotato, aveva modificato il prezzo pattuito tagliandolo di quasi il 50%.
Cos'era successo? La dolce vecchietta aveva inviato a Booking una richiesta di modifica del prezzo e, confidando che noi ne sapessimo nulla, ci ha fatto pagare l'importo per intero, in contanti, senza lasciarci uno straccio di ricevuta in modo da consegnare a Booking una percentuale più bassa.
Ecco, in tanti anni di viaggi con Booking, in Italia e fuori, una furbata come questa io non l'avevo mai vista e è proprio il caso di dire che, in materia di furbizia, pare proprio che  i cugini francesi abbiano qualcosa da insegnarci.


lunedì 1 luglio 2019

A ritroso nella storia tra i castelli della Loira

A guardarlo da quel che resta di quella magnificenza, lì nelle stanze semivuote di Versailles, il viaggio nei castelli della Loira è stato un percorso a ritroso nella storia della Francia e dei suoi re. Da Carlo VII, che grazie alla giovanissima Giovanna D'Arco trovò il coraggio di rivendicare il trono, come ci ricorda ogni pietra dell'elegante Orléans, al fiero Francesco I, il re nomade che transumava con la sua corte da una reggia all'altra, ad Amboise, dove aveva chiamato a sé il genio di Leonardo, alla "casina" di caccia di Chambord, il luogo ideale per liberare cinghiali tra la corte per poi stupirla con un dardo ben piantato;
Clos Lucet, la casa di Leonardo ad Amboise
come non ricordare poi sua nuora, Caterina de' Medici, madre di tre re, moglie di un Enrico (II) infedele a tal punto da donare un castello, Chenonceau, a Diana di Poitiers, sua amante, Caterina che, ripresasi Chenonceau alla morte del marito, lo trasformò in una reggia all'italiana, donna astuta e forte, come solo il suocero, che amava cavalcare con lei a Chambord, aveva capito.
Il castello di Chenonceau, naturale che Caterina lo volesse indietro
E poi Francesco II, ucciso diciassettenne da un'otite nelle stanze dell'hotel Groslot di Orléans, la guerra dei tre Enrichi, che a Blois trova il palcoscenico adatto a una serie di omicidi, fino al re Sole che pose fine all'epoca dei re itineranti con la maestosa Versailles, teatro dell'epilogo sanguinoso e infausto di questa monarchia, di cui le stanze delle sorelle Victoire e Adelaide, in quella solitudine da zitelle, lussuosa, ma priva della grandiosità e dello sfarzo delle camere del nipote Luigi XVI, sono il simbolo più significativo.
La stanza dell'hotel Groslot dove morì Francesco II. Pare che il medico avesse consigliato di praticare un foro sulla tempia, ma Caterina rispose che solo Dio poteva guardare nella testa del re
Sebbene non abbia seguito proprio quest'ordine cronologico, il viaggio nella Loira ha avuto comunque il pregio di farci assaporare le atmosfere e i fasti dei sovrani d'Oltralpe, portandoci da borghi medievali dai tetti a spiovente a cittadine dove le case a graticcio si alternano a piazze e viali dal gusto neoclassico.
Casa a graticcio a place de la Plumereau a Tours
E' una terra di pianure e campagne, la Loira, di boschi, prati e verde a profusione, innaffiato dal reticolo della Loira e dei suoi affluenti lungo i quali si snodano gli oltre 60 castelli che re, funzionari della corona e nobili, si fecero costruire nel corso dei secoli.
Il castello di Blois
Partiti da Chartres, le nostre aspettative si sono un po' spente, complice, forse, una cittadina che ci si è presentata praticamente deserta, perché mentre noi in Italia ancora dibattiamo su negozi aperti sì, negozi aperti no, lì il problema non se lo pongono proprio e di domenica son tutti chiusi, fatta eccezione per qualche sparuto bar e ristorante. Le piccole dimensioni del posto hanno fatto il resto e ci siamo sentiti un po' come Will Smith in Io sono leggenda, attimi di panico compresi quando abbiamo avuto la sensazione di essere seguiti. Peccato perché il paese è davvero carino, la cattedrale che ve lo dico a fare e fino a ottobre ogni sera i monumenti principali sono illuminati da uno spettacolo di luci e suoni davvero ben fatto. Anche lì, però, mi sarei aspettata un numero maggiore di spettatori. Eravamo perlopiù turisti, tanto che mi sono chiesta dove fossero e cosa facessero gli abitanti di Chartres.
La cattedrale di Chartres illuminata dallo spettacolo serale
Comunque il morale ci si è risollevato a Tours e Orléans, due splendide città un po' medievali un po' neoclassiche dove, per fortuna, la gente non ha perso il piacere di passeggiare.
Uno scorcio di place de Martroi a Orléans
D'altronde gli ampi viali costellati da vetrine e vetrine di negozi, la maggior parte dei quali NON sono delle solite catene che si incontrano ormai ovunque, alimentano il gusto di uscire e osservare, sebbene entrambe non abbiano grandi centri storici e siano comunque cittadine che viaggiano su poco più di 100.000 abitanti.
La cattedrale di Orléans
Da queste città ci siamo spostati in macchina per visitare i castelli, selezionando, ovviamente, quelli che ci interessavano di più. A parte le regge più famose, Chenonceau, Chambord, Blois e Amboise (anche se qui non abbiamo visitato il castello, ma solo Clos Lucet, la casa di Leonardo che, avendo una sezione dedicata alle sue invenzioni e un parco in cui alcune di queste sono "fruibili" dai bambini, è decisamente più adatta a chi ha figli), abbiamo scelto Villandry e Azay-le-Rideau che non hanno mai ospitato principi o re, ma dispongono, la prima, di un giardino spettacolare con un orto dalle aiuole variopinte e la seconda di un'atmosfera fiabesca, con quel maniero turrito adagiato sul fiume Indre e il fruscio placido delle piccole cascatelle che si diramano tutto intorno.
Una parte dei giardini di Villandry
Se proprio dovessi comprarmi un castello, credo che la mia scelta cadrebbe su Azay-le-Rideau
Sebbene i castelli siano tanti, non tutti sono visitabili, altri, immagino, meritano di meno, in ogni caso la scelta è d'obbligo, vuoi perché raggiungerli richiede tempo, vuoi per una questione, non trascurabile, di budget.
Il castello di Ussé l'abbiamo visto solo dall'esterno, pare che abbia ispirato a Perrault la fiaba della Bella addormentata
La nostra ultima tappa è stata Versailles. Avrei voluto che i bambini rimanessero affascinati dalla fastosità della reggia, dal corridoio pieno di specchi dell'omonima sala e dall'immensità dei suoi giardini. Dico avrei voluto, perché in realtà la tappa di Versailles è stata la più deludente. Rispetto a 30 anni fa, quando ci andai io, il turismo di massa ha trasformato lo stupore e l'ammirazione in un senso di spossatezza e di fastidio per le innumerevoli file che bisogna affrontare e per la quantità spropositata di gente con la quale condividere le sale.
Anche lo spettacolo delle fontane musicali ci ha lasciati perplessi. Di tutte quelle che ornano i giardini, solo tre effettivamente spruzzavano acqua a tempo di musica, le altre erano normalissime fontane con normalissimi getti fissi e, in sottofondo, un brano musicale. Insomma, come se andassimo nella piazza della nostra città e ne rimirassimo la fontana con un i-pod nelle orecchie. Non credo quindi che i bambini conserveranno grandi ricordi di questa reggia.
Un ultimo accenno al paesino dove abbiamo soggiornato la notte prima della partenza, che non citerò in quanto non ha nulla di particolare, ma che è stato scelto perché l'unico con una struttura nell'Ile-de-France dotata di prezzi abbordabili.
Azay-le-Rideau, tipico borgo della Loira
Dopo i borghi della Loira, tutti senza un filo d'erba fuori posto, con casette uscite direttamente da una pellicola della Disney, ornate di roseti da far invidia, prive di recinzioni e con finestre a piano terra ampie e senza grate, finalmente, probabilmente perché fuori dal circuito turistico, abbiamo trovato dei paesini "normali", con segni di trascuratezza, un marciapiede scalcinato, un'insegna scolorita, case ordinarie e piazze tristi e deprimenti, che ce li hanno fatti sentire vicini a tanti altri nostri paesi. Ah, e con le sbarre alle finestre del piano terra.
Perché saremo pure italiani, ma i francesi son pur sempre nostri cugini ;-)

martedì 18 settembre 2018

Milan l'è on gran Milan

Desideravo visitare Milano da tempo, più o meno da quando tutti tornavano dall'Expo dicendo che la città era cambiata, era più bella, più moderna più europea e..irriconoscibile.
Mancavo da Milano da dieci anni, dal matrimonio di una mia amica. Non che prima fossi un habitué, ma durante il periodo dell'università facevo di tanto in tanto qualche incursione per trovare la mia amica, anche se le maggiori conoscenze sulla capitale lombarda le ho raccolte quando, a nove anni, vi trascorsi due settimane ospite da una cugina di mia madre, perché la mia nonna materna era milanese, e un po' di sangue lumbard me lo porto nelle vene.
Così ho colto al volo l'opportunità della mostra di Harry Potter, per visitare anche la città dalla quale tutti tornavano estasiati.
Non posso che confermare questa versione: sono state 48 ore dense, ma ben spese, dalle quali sono ritornata con la conoscenza di una città migliorata sotto tantissimi punti di vista. Un centro storico ordinato, silenzioso, con pochissimo traffico. Niente auto in doppia fila, niente strombazzamenti, niente smog.
Una piazza Duomo gremita, ma una Brera, a quattro passi, tranquilla e chic, con quei cortili elegantissimi dove è bello sognare di vivere (perché visti, i prezzi, giusto sognare si può).
I cortili di Brera
Grazie alla velocità della metro siamo riusciti a vedere un bel po' dei posti che avevamo messo in lista, merito di treni veloci, non troppo affollati e frequenti e merito soprattutto di tariffe vantaggiose che invitano le persone a lasciare le auto a casa. Abbiamo scelto un biglietto valido per tutti i mezzi cittadini della durata di 24 ore, del costo di 4,50€ ad adulto (i bambini sotto i dieci anni non pagano) e in questo modo abbiamo girato come trottole in lungo e in largo, prediligendo soprattutto le zone nuove, quelle che più mi incuriosivano.
Ho adorato piazza Gae Aulenti con il suo muro di grattacieli che scintilla da lontano e i giochi d'acqua, le vetrine che rapiscono gli occhi e le strade intorno che rinascono grazie a questa riqualificazione.
Piazza Gae Aulenti
Qui, come a Citylife, un restyling moderno si sposa con gusto con i palazzi d'epoca tutto intorno, mescolando vecchio e nuovo, ma soprattutto creando un ambiente urbano estremamente piacevole, ricco di verde, di spazi fruibili a piedi, di luoghi per lo shopping e il tempo libero.
Il quartiere visto dalle torri di Citylife
Le scelte urbanistiche possono piacere o meno, so che su piazza Gae Aulenti i pareri non sono unanimi, ma quando si gira per i quartieri (sono molte le aree dove si lavora a costruire e ristrutturare), quel che colpisce è che c'è un'idea di città che viene portata avanti, ci sono progetti, c'è una visione moderna.
Il grattacielo di piazza Gae Aulenti visto da corso Garibaldi
Perché è questo che si nota a Milano: la città si sta proiettando nel futuro senza per questo tradire le sue radici, ed è, soprattutto, vivibile.
Sembra il vicolo d'Oro a Praga e invece è il vicolo dei lavandai sul Naviglio grande
Ci son quartieri, come Isola che non ho visto ma di cui mi hanno parlato, che erano degradati e oggi sono un fiore all'occhiello. C'è via Paolo Sarpi, nella Chinatown, al centro di tante polemiche negli scorsi anni, che rigurgita sì di negozi orientali, ma che si è trasformata in una via pedonale, tranquilla, gradevole, al centro di un quartiere in piena ristrutturazione.
C'è una città dove è bello passeggiare con i bambini, dove ci si sposta con facilità, pulita, ordinata e dove la gente è...gentile. Mi è capitato più di una volta, in questi due giorni, che abitanti di Milano, vedendoci alle prese con strade e cartine, ci chiedessero se avevamo bisogno di aiuto. Non mi succedeva dai tempi di New York di incontrare tanta cortesia non richiesta. Non è scontato, non è sempre stato così.
Ho vissuto dieci anni a Roma e posso testimoniare come la vita nelle grandi città sia capace di abbrutire anche le persone più gentili. Persino io, a furia di vedere il grugno scontroso della tabaccaia sotto casa a Roma ogni volta che compravo un biglietto dei mezzi, ero diventata ostile, collerica, refrattaria a qualsiasi contatto umano (soprattutto se il contatto era, quotidianamente, dover stare spiaccicata tra centinaia di corpi nella metro).
A Milano la gente ti sorride, il che significa che è ben disposta verso il prossimo e che, nonostante la fatica di ogni giorno, tutto sommato si vive bene.
Ora non dirò che è tutto rose e fiori. La mia è stata una visita parziale, certamente ci sono quartieri degradati, ma è bello che qualcosa si muova.
Certo, a volte il progresso può spiazzare. Come quando volevamo visitare il Duomo, ma non si poteva senza biglietto. E va bene pagare per entrare in chiesa, è così in molte città all'estero, i costi di manutenzione sono alti, sono disponibile a fare la mia parte. Solo, non poter entrare in chiesa perché la biglietteria chiude un'ora prima della chiesa stessa, be', questo mi ha lasciata perplessa. Essere costretta a non entrare in una chiesa aperta ancora per un'ora, per una questione di biglietti, questa è una cosa alla quale difficilmente potrò abituarmi.
In ogni caso, mi sento di consigliare vivamente una visita a Milano con i bambini, sia per la facilità negli spostamenti, sia per le tante attrazioni adatte ai più piccoli. Si può scegliere una passeggiata tranquilla tra le vie eleganti, lungo i navigli o in un parco, per esempio a parco Sempione, al quale si accede dopo aver attraversato i cortili del castello Sforzesco e si sa che i castelli esercitano sempre il loro fascino sui più piccoli.
Il Naviglio grande
Se in casa c'è un piccolo fanatico di calcio, si può decidere di portarlo con la metro lilla (quella senza guidatore, dove ti puoi sedere proprio in testa al treno e vedere le gallerie che ti si aprono davanti) fin sotto lo stadio Meazza.
Corso Como
Oppure si può consultare il cartellone degli spettacoli e delle mostre, sicuramente ci sarà qualcosa per il pubblico sotto il metro e mezzo. Il Muba (Museo dei bambini) ha un'offerta varia e interessante e ad ottobre al teatro Nazionale, ad esempio, tornerà in scena il musical su Mary Poppins.
E poi, siccome anche noi grandi abbiamo diritto a un minimo di cultura, ci sono musei, come la Pinacoteca di Brera, dove l'ingresso è gratuito sotto i 18 anni.
L'unica accortezza è dotarsi di bambini con un minimo di tolleranza. Almeno su quello, non ci sono offerte di alcun tipo.

lunedì 16 luglio 2018

Serbarìu

La storia mi è sempre piaciuta. Anche quella con la s minuscola che non trova spazio sui libri, ma solo nei ricordi delle nonne. La mia, per esempio, mentre seduta sulle sue ginocchia le domandavo della guerra e del paesino, diceva che "andavo in brodo di giuggiole" davanti ai suoi racconti.
Sarà per questo che una delle esperienze più belle della Sardegna, senza nulla togliere al mare e alle bellezze naturali, è stata scoprire il suo passato legato alle attività estrattive.
Personalmente quel poco che sapevo sulle miniere della Sardegna era che erano ormai chiuse. Non immaginavo, però, che questo passato neanche tanto remoto, avesse lasciato un'eredità architettonica suggestiva e inquietante allo stesso tempo.
Attraversando la subregione del Sulcis-Inglesiente può capitare di incontrare alcuni villaggi abbandonati costruiti oltre un secolo fa in prossimità delle miniere, per ospitare i minatori e le loro famiglie.

Andando verso Piscinas, Ingurtosu si presenta così: le croci del Golgota accanto alla chiesa e una cascata che attira l'attenzione dei passanti
Si tratta di paesini sorti nel mezzo del nulla, come Ingurtosu-Naracauli, vicino Arbus, adagiato nella valle che si attraversa per raggiungere Piscinas, e che per questo dovevano essere autosufficienti, con le loro case, la chiesa dedicata a Santa Barbara, l'ospedale, la scuola e l'onnipresente palazzo della direzione, il più bello e fastoso di tutti, poiché ospitava la borghesia a capo di quel micromondo.
Il palazzo della direzione di Ingurtosu
La chiesa di Santa Barbara vista dal palazzo della direzione
Disabitati dalla chiusura degli impianti, sembrano oggi dei villaggi fantasma, con quegli enormi mausolei diroccati che si stagliano sul fianco delle colline, le laverie e gli impianti di estrazione, e le case che si sgretolano come carcasse in disfacimento.
La laveria Brassey a Naracauli

La sensazione che si prova attraversando Ingurtosu è quella di essere catapultati in un villaggio da film western, solo che qui non c'è cartapesta o facciate finte, è tutto vero e il silenzio e la solitudine rendono lo scenario incredibile.
Le case di Ingurtosu. Qualcuna, ristrutturata, sembra ancora abitata
Lì dove un tempo uomini  e donne soffrivano, gioivano, si innamoravano, dove famiglie intrecciavano le loro vite come in un qualsiasi paesino italiano, adesso non c'è più nulla.

Al giallo delle colline di Ingurtosu si contrappone il rosso di Monteponi, vicino Carbonia, dove si estraeva il ferro. Anche qui, guardando in su dalla statale, il colpo d'occhio è suggestivo.
Il sito di Monteponi
Montevecchio è una delle poche miniere dove è possibile fare visite guidate, ma ahimé, il giorno in cui eravamo in zona era chiusa per una manifestazione. Il desiderio di conoscere di più questo mondo era però troppo forte e con l'aiuto di Google abbiamo trovato un'alternativa che ci è piaciuta moltissimo.
E' così che siamo arrivati a Serbarìu, vicino Carbonia che, a differenza delle miniere sopra citate, in mano ai privati, apparteneva allo Stato e non produceva metalli ma carbone.

Elmetto in testa, siamo scesi nelle viscere della terra a visitare le gallerie, perdendoci in un dedalo di cunicoli mentre la nostra guida ci spiegava come si lavorava a tanti metri di profondità. Si tratta, come è facile immaginare, di un mestiere duro: i cunicoli dove i minatori scavavano erano alti circa 80 cm e quindi bisognava procedere chinati "come topi", mentre il fumo nero del carbone estratto a secco otturava pelle e polmoni.
Al contrario di quel che si può pensare, gli incidenti mortali a Serbarìu non furono molti, tanto che in 26 anni le vittime furono "solo" 128. In questi numeri, però, non si contano tutti coloro che di carbone si ammalarono e morirono, perché all'epoca non si conoscevano i danni che questo lavoro arrecava alla salute.
Eppure Serbarìu ha rappresentato una meta ambita per molti uomini che, dalla Sardegna e dal resto d'Italia, arrivarono qui con la speranza di trovare un lavoro e anche una casa nella vicina Carbonia, costruita proprio nel 1938 per ospitare i minatori.
Gli anni di splendore, se così si può dire, furono quelli intorno alla Seconda guerra mondiale, quando il regime di autarchia e la maggiore richiesta di carbone portarono la miniera a lavorare anche di notte. Poi il lento declino, fino alla chiusura avvenuta nel 1964, quando ormai le importazioni dall'estero rendevano il carbone made in Italy poco conveniente.

A completare la visita il padiglione della lampisteria dove è possibile approfondire le conoscenze sul carbone, sulle attrezzature usate negli anni dai minatori e sulle condizioni di vita e di lavoro di questi ultimi. Oltre alle docce, al pannello con le piastrine di riconoscimento e all'abbigliamento da lavoro, il museo espone lettere, filmati, fotografie e oggetti di uso quotidiano che aiutano a comprendere e ricostruire la vita di questi uomini che erano, prima di tutto, persone.
A chi capita in zona un giro a Serbarìu o in un altro sito è straconsigliato. Su Internet si possono trovare i nomi dei vari villaggi e miniere, anche se mi è parso di capire che la gran parte sono chiusi e non offrono escursioni guidate.
Anche passare in auto attraverso uno di questi paesini abbandonati, comunque, è un'esperienza da fare. Perché la storia, dopo tutto, la fanno gli uomini, e per conoscere la storia della Sardegna è indispensabile conoscere la storia di chi vi abita.
Edifici minerari a Piscinas, oggi trasformati in un resort. Sotto, una lapide vicino al pozzo Gal di Ingurtosu



venerdì 6 luglio 2018

Anima sarda

Ogni volta che dicevamo che saremmo andati in Sardegna ci sentivamo rispondere "Ah, bellissima", al punto che ci eravamo convinti fossimo gli unici a non esserci mai stati.
E così, dopo mesi di preparativi, letture e raccolta informazioni, siamo partiti per l'isola sconosciuta, desiderosi di vedere, e conoscere, il più possibile, partendo dalla Costa Smeralda e scendendo da Alghero fino a Cagliari.
Abbiamo scelto il mese di giugno perché più economico e meno affollato, il mare, ci avevano avvisato, era gelido, ma questo non ci ha comunque impedito di immergerci negli azzurri cristallini delle spettacolari acque sarde che ci hanno ritemprato dal cocente sole mattutino (essendo le serate decisamente più fresche).
Siamo partiti per la Sardegna a mente sgombra e tornati con un fardello di esperienze, colori, profumi e una conoscenza più approfondita di questo territorio, prima fatta solo di luoghi comuni.
Alcuni di questi hanno trovato conferma, altri sono stati smentiti.
Cominciamo dai sardi che, per il volgo, hanno un carattere particolare. "Sai, è sardo" mi disse un collega il primo giorno di lavoro presentandomi, inter nos, il nostro capo. Voleva spiegarmi, prima che me ne rendessi conto da sola, che era di facile arrabbiatura.
In Sardegna, però, ho trovato tante persone gentili, disponibili a darti informazioni (e non solo perché faceva parte del loro lavoro) e a chiacchierare amabilmente della loro terra. Contrariamente alle aspettative, ho trovato un territorio aperto e ben disposto al turismo, un turismo diverso da quello al quale sono abituata e che mi ha colpito in maniera positiva.
Sapevamo che ci saremmo trovati in bassa stagione, e del resto anche da noi in Salento giugno equivale a bassa stagione, ma spiagge così belle e quasi deserte a nostra disposizione da noi non se ne trovano neanche a maggio. E' vero, la conformazione della Sardegna, piena di piccole penisole che si allungano formando, da una parte e dall'altra, deliziose insenature, moltiplica le spiaggette, ma questo non basta a spiegare il fenomeno.
La Sardegna è, per certi versi, più cara. Mangiare fuori costa decisamente di più rispetto alle nostre parti e gli alloggi sul litorale, anche prenotando con largo anticipo, sono intoccabili. Abbiamo ripiegato, almeno per quel che riguarda la Costa Smeralda, sull'interno, per poi approfittare della macchina per gli spostamenti, per capire che, sì, il turismo qui è forse più selettivo rispetto alle nostre parti (meno gente, ma disposta a spendere di più), ma per certi versi più accogliente.
Ancora non mi sono ripresa dallo shock di aver parcheggiato vicino al centro di Porto Cervo in un'area di sosta gratuita. E' vero, il traghetto che ci aveva catapultato a Olbia alle 6 del mattino ci ha permesso di giocare d'anticipo, ma io ero straconvinta che ci fosse un errore e che, come minimo, avremmo trovato una multa da Billionaire. Dopo qualche giorno ho poi  capito che in tutti i comuni sardi, accanto ai parcheggi centrali a pagamento (ma proprio accanto, mica a sei chilometri e mezzo come da noi), esistono sempre quelli gratuiti. E anche le spiagge libere sono infinite, pulite, belle, molto diverse dalle nostre che sono minuscole e relegate negli angoli più brutti e meschini, lerce e puzzone che non ci porteresti neanche il cane a fare i bisogni.
"Sì - ci ha spiegato un amico che vive lì da un po' di anni - loro ne fanno un punto di orgoglio del fatto di offrire certi servizi gratis". Però, ha aggiunto, sono restii a calare sui prezzi, anche quando ciò permetterebbe di aumentare i clienti. E alcuni sardi che sono venuti in vacanza da noi, ci hanno raccontato di essere rimasti colpiti dalla macchina turistica pugliese.
Sarà che l'erba del vicino è sempre più verde...però io del turismo della Sardegna ho proprio apprezzato il fatto di non aver svenduto la propria anima.
Quelle bandiere con i quattro mori che ondeggiano dalle case, quell'accento forte, pronunciato con orgoglio, quelle battigie immacolate dove il mare rovescia ciottoli levigati, meravigliose conchiglie e le alghe che da piccola chiamavo "cocchi", quella macchia mediterranea che cresce rigogliosa nelle valli e sulle dune di sabbia (spettacolari quelle di Piscinas), mi hanno fatto riflettere su come noi, invece, pur di fare cassa ci siamo venduti tutto, anche la sedia a dondolo usata dalla nonna nelle sere d'estate.
Alghero
Potrei dire di non aver mai visto un mare azzurro come quello della Sardegna, ma non è vero, io l'ho visto e un déjà-vu avuto mentre nuotavo me l'ha riportato alla mente. Mi sono ricordata delle conchiglie raccolte nella spiaggia sotto casa del paesino, della ninna nanna che le onde cantavano ogni sera nella mia camera da letto, della spiaggia brulla e solitaria dove il mare riversava tesori da raccogliere e custodire, di acque che ancora oggi mi sembrano limpide, ma che in passato lo erano di più.
Abbiamo avuto anche noi la nostra Piscinas, la nostra Costa Smeralda.
Le dune di Piscinas, alte come colline. Una bellezza che toglie il fiato
Non le abbiamo più.
Le abbiamo svendute fino all'ultimo granello di sabbia, in cambio di un turismo sfrenato, di un cemento che ha fagocitato la costa, di barconi che percorrono il litorale ininterrottamente, dalla mattina fino alla notte.
Quell'anima sarda diventata slogan di una birra locale, esiste davvero, l'ho vista.
Loro l'hanno preservata e ne vanno, giustamente, orgogliosi
Ancora Piscinas
Nel sud della Sardegna i fenicotteri sono di casa: li abbiamo visti praticamente in ogni dove. Questi sono a Quartu Sant'Elena
Alghero, spiaggia Maria Pia. I cubetti di ghiaccio che devono aver sciolto nell'acqua, le conferiscono questi splendidi riflessi
L'alba a Porto Rotondo, tra viali ordinatissimi e solitari su cui si scorgono ville esclusive che si affacciano con discrezione sulla costa
Dentro il porto di Porto Cervo. Incredibilmente anche qui l'acqua è limpida
Una delle tante insenature di Caprera. Poi capisci perché Garibaldi se l'era comprata

mercoledì 22 novembre 2017

Lassù tra i monti

Così adagiati come siamo nelle nostre abitudini, pensiamo che gli italiani vivano un po' allo stesso modo in tutta la penisola. Qualcuno magari va al mare a novembre, qualcun altro riceve i regali il 13 dicembre anziché il 25, ma gli stili di vita sono più o meno gli stessi per tutti.
Poi passi un week end nel parco del Pollino, e ti accorgi che il tuo sabato sera "tipo" non è mica uguale a quello di chi vive abbarbicato tra quelle montagne. Ti ritrovi in un paesino che è un dedalo di viuzze in salita, uno dei borghi più belli d'Italia, alle diciotto di un sabato fresco, ma neanche troppo, e ti chiedi se ci sia qualc anima viva dietro porticine e abbaini sbarrati. Perché per strada non incontri nessuno e l'unico posto dove di tanto in tanto transita qualche persona è la farmacia.
Ti chiedi come sia la vita lassù, dove l'inverno te lo immagini come un lungo letargo in cui vivi e ti rinchiudi a seconda delle ore di luce, in cui la televisione è veramente una grande compagnia (sempre che tu riceva i canali), visto che per il resto sei completamente disconnesso dal mondo e se per giunta abiti in una di quelle casette che si inclinano solitarie lungo i pendii, uscire dopo il tramonto significa affrontare stradine tortuose che si arrampicano tra i monti.
Così rivaluti anche il paesello in cui abiti, che al confronto pare New York a Capodanno, e ti chiedi se l'Ikea farà consegne a domicilio lassù.
Bosco Magnano
Poi però arriva la mattina e scopri una paesaggio dai colori sgargianti. In questo periodo i boschi assumono tutte le tonalità che vanno dai marroni bruniti ai rossi accesi, ma giureresti che quel vestito cambia a ogni stagione. Capisci che c'è dell'altro oltre alla "civiltà" fatta di negozi, superstrade e vie dello struscio e che per chi non è abituato a seguire i cambiamenti della natura, e a viverci in simbiosi, è difficile comprendere, anche se poi è altrettanto facile apprezzare.
E ti ritrovi in un castagneto, dove a ogni folata di vento è una nevicata di foglie, per imparare, grazie a un'associazione che porta i turisti a scoprire le bellezze naturali del parco, che le castagne bisogna cercarle rovistando con un bastone nel tappeto di foglie secche. Che bisogna prediligere i percorsi meno battuti e che, trovata una castagna, è probabile che in quel punto ce ne siano altre.
Un castagneto in provincia di Cosenza
E ti diverti come una bambina, come i tuoi figli, perché per te, come per loro, è la prima volta che si va in cerca di castagne. E forse non sei il tipo che può adattarsi a vivere in montagna, forse il sabato sera solitario e sprovvisto di passeggiata è troppo per te, ma un salto qui ogni tanto, per assaporare i profumi e i sapori dei boschi, quello lo puoi fare.
Bosco Magnano

giovedì 12 ottobre 2017

Matera

E mentre sei lì, in quella cava che si chiama gravina, in mezzo a cielo e case e stradine che possono sembrare tutte uguali, ma non lo sono, ti sembra di essere in un antico pueblo, in una specie di canyon scolpito o in una scenografia di Hollywood.
Invece sei a Matera, in quel villaggio chiamato Sassi che si apre come uno scenario fantastico sotto al paese "reale".
Il Sasso caveoso come appare da piazza Pascoli

Perché Matera, finché ti aggiri per le sue piazze e per i suoi palazzi, è una cittadina del Sud Italia come tante, forse neanche tanto particolare. Quello che colpisce sono i suoi Sassi, quella manciata di case abbarbicate sulla gravina che, devo dire, ricordavo decadenti (le avevo viste una sola volta nei primi anni Novanta) e che adesso tornano a nuova vita, ristrutturate e trasformate in ristoranti, alberghi e appartamenti.
Quella che negli anni '50 venne definita vergogna nazionale è oggi un posto dove sorgono dimore chic, un cantiere brulicante di progetti anche in vista del 2019, anno in cui Matera sarà capitale europea della cultura.
Così può capitare di soggiornare o di mangiare in locanda a cinque stelle, rustica e raffinata, e fa un  certo effetto pensare che quelle case altro non sono che l'ampliamento di grotte abitate già dal paleolitico, edifici tutt'altro che eleganti, dove si viveva anche in venti persone, assieme al bestiame, con l'acqua piovana raccolta in cisterne collocate sotto al pavimento che riempivano di umidità le già precarie condizioni di vita.
Le grotte abitate già dal Paleolitico. La maggior parte di queste, ampliate, hanno dato origine ai Sassi

Problemi che, all'epoca in cui i Sassi vennero letteralmente sfollati costringendo gli abitanti a traslocare in palazzi moderni e dotati di servizi e acqua corrente (primi anni '50), non riguardavano certo la sola Matera, ma che qui probabilmente avevano raggiunto dimensioni e forme particolarmente drammatiche. Basti pensare a cosa diventava questa valle in caso di pioggia, o al modo in cui si smaltivano i reflui in un posto privo di fognature.
La cattedrale vista dal Sasso caveoso

Per anni i Sassi sono stati il cimitero di Matera, che rinasceva moderna e faceva di quella cava una discarica. Poi negli anni '90 una nuova consapevolezza del suo valore storico ha permesso di recuperarli. Oggi i Sassi sono demanio dello Stato che li dà in concessione ai privati che si impegnino a ristrutturarli e restituirli a nuova vita. Il lavoro non è finito, ma è già a buon punto.
Arrivare a Matera non è facile, mi hanno detto, soprattutto se, come abbiamo fatto noi, non si può raggiungere in auto. La "spesa", però, vale l'impresa. Lo spettacolo è veramente suggestivo, l'effetto è straniante e se si ha la fortuna di ammirarla di sera, con tutte quelle lucine che sbrilluccicano nel buio della gravina, sembrerà di ammirare un presepe en plein air.