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domenica 11 luglio 2021

Riflessioni sparse sulla vita di questi tempi

 Siamo stati un week end sulla costiera amalfitana e quel che mi ha colpito di più è stato rendermi conto che c'è un'altra vita fuori dai rigidi schemi che il Covid ci ha imposto, fuori dalle quattro mura dove da mesi rimuginiamo sui nostri affanni. Scoprire, o ricordarsi, che esistono altri mondi, altri posti meravigliosi in cui perdersi e ritrovarsi, in cui lasciar decantare i pensieri più bui per prendere in cambio rinnovate energie che, insomma, non esistono sono le regole che hanno travolto e imbrigliato le nostre esistenze, ma che la VITA continua.
Gattino a zonzo in quel di Capri
Poi, va be', torni a casa e vuoi o non vuoi il tuo animo si ritrova in zona rossa.
Non riesco veramente a guardare con fiducia al futuro, forse perché la verità è che non posso progettarlo e quindi non sono più padrona dei miei giorni. Sì è vero, adesso si possono fare molte cose che fino a pochi mesi fa erano vietate, ma la sensazione è quella di vivere in una di quelle bolle di vetro che quando le capovolgi cade giù la neve. Bellissime, ma, finito lo spettacolo, tutto rimane immobile e sigillato sotto una calotta. E' esattamente come mi sento. Siamo nel pieno del turbinio estivo, tutto (o quasi) è lecito, di più: bisogna fare la qualunque perché questa libertà potrebbe durare poco.
Un orologio nella reggia di Caserta simbolo di questi mesi chiusi mentre il tempo va
Siamo stati travolti da un'epidemia di lauree, compleanni e battesimi di bambini che manco sono nati e altri che son così grandi da poter rispondere in autonomia al sacerdote. Tutti presi dalla frenesia di organizzare perché "adesso si può fare, a ottobre chissà". Ecco, io non riesco a essere felice, a godere del momento se vivo con il dubbio di dover, tra un paio di mesi, tornare dietro le sbarre. Il ruolo del detenuto in permesso premio non mi si addice.
Può darsi che sia una pessimista, o che questi ultimi anni abbiano acuito il mio sguardo obliquo sul mondo, ma quando vedo persone accalcarsi sotto un maxi schermo o in un rave party e poi sento ancora la parola Dad che quando meno te l'aspetti torna in campo (per altro, dei mezzi di trasporto quando ne parleremo, a settembre?), non posso che demoralizzarmi e pensare che siamo proprio dei deficienti.
Intanto, man mano che esco e mi capita di parlare con le persone, si moltiplicano i racconti di ragazzi, soprattutto undicenni e quattordicenni che si sono lasciati alle spalle il primo anno di medie e superiori, che hanno passato l'intero anno scolastico a casa o che, pur essendo andati a scuola, si sono ritrovati a frequentare solo in due tre (qui da noi era possibile, "grazie" all'ordinanza della Regione), e che quindi non hanno conosciuto i nuovi compagni e ora sono ancora più soli. Adolescenti che, a estate iniziata, continuano a vivere in una stanza con la sola compagnia di un telefono cellulare, incapaci di uscire nel mondo e vivere.
Sul fronte anziani, invece, aumentano i racconti di persone che dopo aver passato l'inverno nella solitudine delle proprie case, sono  caduti in uno stato di profonda depressione. Uno scenario sconfortante del quale nessuno sembra accorgersi perché adesso bisogna infondere fiducia che c'è "il rimbalzo del Pil", così come nessuno fa menzione di quelle vetrine inesorabilmente vuote che picchiettano il paesaggio urbano, posti di lavoro e entrare perse, dei commercianti indebitati per andare avanti e che ancora arrancano per una stagione turistica  che, a causa di un continuo mutamento delle regole, non è mai veramente decollata.
Vetrine vuote sul corso della bella Sorrento
Ecco perché non ho fiducia e non voglio fare progetti. Perché molti di noi si sentono ancora in un pantano dal quale faticano a scappare, perché non si può programmare se non c'è certezza sul futuro.
Qualche settimana fa la Lolla ha fatto la sua prima Comunione: nel mese e mezzo intercorso dall'annuncio della data al giorno fissato, oltre ai cambiamenti di fascia di colore e di orari di coprifuoco, le norme sull'accesso ai ristoranti sono mutate così tante volte che se avessi scelto di festeggiare in un locale ci avrei perso la testa (o forse no, perché mi dicono che alla fin fine molti le regole non le rispettano). Ho preferito rimanere a casa mia con i parenti stretti, ho scelto, come faccio ultimamente, di non impazzire più dietro a ciò che è lecito o no. Seguo le notizie il minimo indispensabile e per il resto mi autolimito, rinunciando, ora come ora, a tante cose (del resto per un anno e mezzo ho rinunciato a vedere i miei e uscire di casa, per cui alla fin fine c'è di peggio).
Mi rendo conto che c'è un'epidemia, che la malattia è in continuo divenire e fare previsioni è difficile, ma allora mi chiedo perché, da oltre un anno a questa parte, schiere di Soloni della scienza continuino a straparlare, dicendo tutto e, a seguire, il contrario di tutto, demolendo le nostre speranze e lanciandosi in previsioni avventate, ma ahimé di grande impatto emotivo. Se è vero che abbiamo di fronte una sfida senza precedenti e che un aggiustamento continuo dei mezzi per affrontarla è d'obbligo, un po' più di cautela, e di silenzio, non farebbero male.
Per ritornare a quella normalità di cui tutti ormai si riempiono la bocca in maniera stucchevole, mi pare manchi ancora del tempo.
O così o dobbiamo considerare normale andare a scuola con la mascherina.

martedì 30 marzo 2021

Ahi serva Italia

 Il Dantedì ha contagiato anche la classe della Lolla, alla quale la maestra ha inviato via classroom una mappa dell'inferno dettando i nomi dei vari gironi.

Dopo la Dad.

"Mamma, ma Limbo si scrive elle apostrofo imbo?".
"No si scrive tutto attaccato".
"Ok e cosa c'entra col ballo?".
"Niente, il ballo è arrivato dopo e non so perché si chiami così, ma ai tempi di Dante non esisteva".
"Ok. Poi ci sono i lissiriosi?".
"No lussuriosi, da lussuria. Sai cosa significa?".
"No, la maestra ha detto di cercare sul vocabolario le parole che non conosciamo. Guarda gli altri cerchi e dimmi se sono corretti".
"Allora, questi non sono erefici, ma eretici".
"E gli erefici cosa sono?".
"Niente, gli erefici non esistono. E questi non si chiamano praudolenti, ma fraudolenti, da frode. Sai cos'è una frode?".
"No".
"Va bene, allora adesso cerca le parole che non conosci".

Qualche minuto dopo.

"Mamma ma sul vocabolario dice che prodigo siginifica generoso. Mica è una cosa brutta".
"E' vero, ma Dante, quando parlava di prodighi, intendeva persone che scialacquavano il denaro, lo sperperavano in cose inutili, non certo i generosi".
"Ah ok. Ma senti, perché pure i golosi sono all'inferno?".
"I golosi sono quelli che esagerano col cibo. Considera che ai tempi di Dante tanta gente faceva la fame, uno che mangiava per tre mentre il vicino di casa era digiuno, non era proprio una cosa bella".
"Quindi non intendeva quelli che sono golosi di qualcosa, cioè che gli piace un cibo in particolare?".
"No, tranquilla".

Le cose belle, penso, sono belle a qualsiasi età, per cui, in virtù del detto "semina che qualcosa resta" ben venga parlare della Divina Commedia anche agli scolari delle elementari. Certo, parlarne via Dad, con i bambini che già fanno fatica a capire le parole che conoscono, può essere un po' complicato.
Ci vorrebbe Dante a commento di questo tempo torbido in generale e della Dad in particolare, ma purtroppo non mi sovviene un verso del sommo adatto all'argomento.
Confido però che tra le migliaia di terzine della Comedìa, ce ne sia una (o più) adeguata all'occasione.

mercoledì 24 febbraio 2021

Puglia, Italia, 2021, la negazione di ogni diritto costituzionale o, anche, della gastrite

 
Dal web
Da ottobre a questa parte, il presidente della regione Puglia, spalleggiato dal suo fido assessore alla sanità, si è posto come obiettivo la chiusura delle scuole, considerate la causa principale dell'attuale pandemia.
Il primo tentativo è andato a vuoto, ghigliottinato da un decreto del Tar che riapriva tutto, così si è dovuto accontentare di permettere, a chi volesse, la famigerata Dad.
Questa settimana, però, ci ha riprovato, con un'ordinanza  a suo dire "innovativa", che chiudeva tutto, dalle materne alle superiori, ma lasciava la possibilità ai presidi di ammettere fino al 50% degli studenti che proprio avessero indifferibili e acclarate impossibilità di fare la Dad. Con la patata bollente tra le mani, i presidi si son dovuti fare giudici delle richieste delle famiglie, stabilendo quali fossero i requisiti per frequentare e scegliendo, nel limite del 50%, chi poteva entrare a scuola e chi no, in barba a ogni principio di uguaglianza e non discriminazione propinato, proprio nelle scuole, ai bambini.
Così la preside della scuola dell'amica T., ha stabilito che potevano andare in presenza gli alunni con entrambi i genitori lavoratori, ma l'amica T. un lavoro non l'ha più, da quando al figlio maggiore è stata diagnosticata una grave disabilità, ergo i due più piccoli sarebbero rimasti giocoforza a casa. Nella scuola di Ieie, stabiliti i criteri per la richiesta, la preside e un'insegnante si sono messe di buzzo buono a plagiare le madri affinché nessuna mandasse i pargoli a scuola, neanche quelle con figli Dsa che pure avevano tutto il diritto a frequentare. Preannunciando le cavallette, la morte delle vacche e financo quella dei primogeniti maschi, hanno dipinto scenari catastrofici a causa della variante inglese che colpirebbe in prevalenza i ragazzi e consigliato alle madri di chiudere i figli a casa ora et semper: niente scuola, niente amici, niente sport, niente uscite.
Nella materna dove lavora la mamma di M. è successo anche peggio: le maestre non han digerito di dover lavorare per i due bimbi autistici che pure in base all'ordinanza avevano tutto il diritto di andare a scuola, e ne han dette di tutti i colori.
Nella privata dove va la figlia dell'amica V., invece, si è cercato di accogliere tutti e la preside ha permesso la frequenza all'intera classe a rotazione, metà un giorno, metà l'altro, dimostrazione perfetta di come anche il diritto allo studio, come quello alla sanità, è tale solo dietro corrispettivo in denaro. Pecunia non olet, d'altronde.
Dalla Lolla la preside si è dimostrata meno rigorosa e infatti è stata travolta da una valanga di richieste in presenza così che, martedì pomeriggio, il consiglio d'sitituto si riuniva in modalità da remoto per scegliere, in perfetta linea col dettato costituzionale, chi ammettere a scuola e chi no. Il decreto del Tar che, per la seconda volta, sospendeva l'ordinanza della Regione per motivazioni così lampanti e lapalissiane  da far rizzare i peli, se si pensa che il governatore è stato pure uomo di legge, ci coglieva così, con la preside che pregava chi avesse presentato domande corredate da richieste mendaci di ritirarle, altrimenti avrebbe dovuto denunciare i mendaci genitori, e la sottoscritta che si chiedeva perché la preside volesse ancora applicare un'ordinanza che un tribunale dello Stato aveva bloccato immantinente.
Dal web
Mentre su alcune chat comparivano le emoticons dello champagne, su "Classe Lolla" volavano gli stracci e c'era qualcuno pure pronto a portare il contratto di lavoro e il 740 per dimostrare di non essere mendace e di andare al lavoro e di non saper a chi lasciare i bambini. Finché, sfatta e sfinita, la preside ha deciso di ammettere tutti quelli che avessero fatto richiesta. Salvo poi, alle 21, ripensarci e dire che avrebbe ammesso tutti.
E' finita così? Macché, qui in Puglia non ci annoiamo, e infatti il nostro governatore ha subito annunciato di avere pronta un'altra ordinanza. Con la gastrite che aumentava, la tachicardia e pure la cervicale, siamo andati a dormire per risvegliarci, alle 6 del mattino, pronti per la nuova perla. Si chiude tutto, ma chiunque ha oggettive e documentate difficoltà a fare la Dad può chiedere di andare in presenza.
Morale della favola, a parte la gastrite alle stelle, oggi la Lolla è andata a scuola, Ieie no e per adesso non tornerà perché tutte le mamme, per dimostrare sostegno&fiducia nella nostra amata preside, hanno deciso di non mandare i figli a scuola e quindi anche io, mio malgrado, ho rinunciato per non doverlo costringere in una classe vuota.
Dalla Puglia è tutto. Per ora. Poiché anche questa ordinanza è stata impugnata. Aspettiamo, con la gastrite, gli strascichi della prossima sentenza. Perché, si sa, non c'è due senza tre.
E speriamo che questa sia la volta buona.
Dal web

Comunque, a margine, son due mattine che il figlio del nostro vicino di casa, anziché fare la Dad o andare a scuola, zappa l'orto assieme al padre, Chissà, forse lui ha fatto la scelta migliore.

sabato 20 febbraio 2021

Avevo vent'anni

 Sara ha 24 anni, laureata brillantemente la scorsa estate. Aveva tanti progetti, Sara, un corso da seguire a Roma, dove si era trovata così bene, magari anche uno stage. Arriva settembre, carico di promesse dopo una folle estate di libertà. Arriva settembre e il corso a cui si era iscritta, stabilisce, vista la situazione incerta, di partire on line. Neanche trovare uno stage è così facile, a Roma Sara trova solo porte in faccia.
Reclusa a casa davanti a uno schermo, Sara decide di approfittare della laurea di un'amica e di partire per Milano. E' viva Milano ad ottobre, aperitivi, feste, tanti amici, finché Sara si accorge di non sentire più gli odori. Dal timore alla certezza il passaggio è breve, così con la macchina se ne torna nella sua città natale al Sud dove la famiglia le mette a disposizione l'appartamento disabitato dello zio per fare la quarantena.
I mesi passano, Sara non è più positiva, continua a vivere nelll'appartamento dello zio, frequenta il suo corso on line e ha trovato anche uno stage: lo può fare da casa.
Una sua cara amica partirà per andare a vivere all'estero. Ha fatto il tampone, come consuetudine vuole prima di un volo e la sera è passata da lei per salutarla. Cenano assieme. La mattina dopo Sara scopre che l'amica è risultata positiva: le tocca una nuova quarantena, stavolta con tamponi tutti negativi.
Sara è di nuovo libera e domani ha un'altra festa di laurea. Vuole andarci, nonostante la famiglia sia contraria  e le abbia detto che a questo punto è meglio che non passi più da casa a trovarli.
Sara ha 24 anni, è sempre stata una ragazza in gamba. Da oltre un anno vive senza aver vissuto. Segue le lezioni attraverso uno schermo. Fa uno stage a casa, analizzando i documenti che le vengono inviati. Tutto in completa solitudine, senza potersi confrontare con persone in carne e ossa. La sera non può andare a mangiare una pizza, alle dieci ha il coprifuoco e adesso anche i genitori hanno timore a stare con lei, non tanto perché potrebbe contagiarli, lei il covid l'ha già avuto, ma perché potrebbe far finire anche loro in quarantena impedendogli di lavorare. Chissà lei quando potrà lavorare.

Quando parliamo di questi ragazzi non facciamo che ripetere che sono egoisti. Degli egoisti il cui unico interesse è fare assembramenti pur di non rinunciare all'aperitivo. Degli incoscienti che non rispettano le regole. Ma diciamocelo, in un anno che alternative abbiamo dato loro? Ce lo ricordiamo cosa vuol dire avere vent'anni? 

Avevo vent'anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita. (P. Nizan)

martedì 26 gennaio 2021

Il muro di Castromediano

"Non ho capito dove stiamo andando, mamma".
"Ci incontriamo con i nonni. La nonna ha preparato l'arrosto che le avevi chiesto, così ce lo dà".
"Ok, ma perché non andiamo a prenderlo a casa loro?".
"Perché non si può".
"Ma scusa non si può andare a trovare un parente, come a Natale?".
"No, Ieie. Adesso col nuovo Dpcm le regole sono cambiate. Si può andare a trovare qualcuno solo se abita nello stesso Comune, i nonni abitano in città e come sai nel capoluogo non ci possiamo andare".
"Sì va be', però. E quindi dove stiamo andando?".
"A Castromediano".
"A Castromediano? E perché?".
"Perché noi abitiamo in un Comune con meno di 5.000 abitanti, quindi possiamo spostarci. I nonni invece, non possono uscire dalla città. Castromediano è attaccato a Lecce e quindi ci vediamo sul confine tra i due Comuni per prendere l'arrosto....Mi sembra quasi di vivere ai tempi del muro di Berlino".
"Secondo me in Germania all'epoca c'erano più libertà".

lunedì 16 novembre 2020

Sono come i politici

 Quando torna a casa dalla scuola, la Lolla è un fiume in piena con i suoi racconti su tutto, tutto, quello che è accaduto nelle ore passate in classe. Ci sono stati momenti in cui trovavo questa valanga di informazioni difficilmente digeribile, non ora, che ogni singolo giorno di scuola è un regalo, e sentire le chiacchiere allegre di mia figlia mi dà la consapevolezza che lei sta bene.
Qualche giorno fa, a pranzo.
"Mamma oggi sono venuti due delle scuole medie che si candidano come rappresentanti degli studenti. Quest'anno siamo in quinta e possiamo votare anche noi e sono venuti a presentarci il programma".
"Ah sì, e che cosa hanno detto?".
"Lui ha detto che vuole fare delle cose tipo che ognuno porta piatti del suo Paese e si assaggiano e si mangiano tutti insieme. Poi anche delle cose per fare compagnia alle persone anziane e ascoltare i loro racconti. Lei invece ha detto che vuole aumentare la durata della ricreazione e poi vuole che a scuola si festeggino le feste. Tipo quando è Halloween bisogna addobbare la scuola e festeggiare".
"Sono tutte cose molto belle amore, ma in questo momento del Covid mi sembrano difficili da realizzare".
"Sì, lo sanno, ma hanno detto che troveranno un modo".
Interviene Ieie che fino a quel momento si è limitato a spazzolare con la consueta, meticolosa foga, tutto ciò che ha nel piatto.
"Sì Lolla, è successo anche quando andavo io in quinta. Io ho votato A. che aveva promesso di fare in modo che la scuola desse un tablet a ogni alunno. Però poi quando è stata eletta non abbiamo avuto nessun tablet".
"Va be', io comunque voterò per la femmina".
"Sì, sì, decidi tu chi votare. Ma tanto non cambierà nulla. I rappresentanti degli studenti sono come i politici, promettono, promettono, poi quando vengono eletti mangiano, ingrassano e non fanno un bel niente".

Io ci ho messo un certo numero di anni prima di arrivare a una completa sfiducia nei confronti della classe politica. Ci sono voluti il miraggio di Tangentopoli e la consapevolezza gattopardiana che tutto cambia affinché nulla cambi. Da questo punto di vista, devo dire che i politici di oggi sono stati molto più performanti dei loro predecessori: sono già riusciti a disilludere chi ancora non ha neppure l'età per votare.

giovedì 12 novembre 2020

La torre di Babele

 Sono passati almeno venti giorni da quando la Campania ha decretato la chiusura di tutte le scuole e la diffusione dei contagi di Covid nella Regione, a quanto mi pare di capire, non ne ha minimamente beneficiato. Eppure la misura è ancora in vigore, anzi nel tempo è stata anche inasprita estendendosi alle materne. I bambini continuano ad essere tra le categorie più penalizzate. Loro, gli anziani e le persone immunodepresse o con altre malattie, ai quali si consiglia vivamente di rimanere in casa mentre i giovani e gli adulti, i veri untori, continuano ad ammassarsi nello struscio del week end, in feste clandestine o aperitivi da "strada", insofferenti, e indifferenti, alle regole. A loro, tutto sommato, tutto è consentito.
Sembra proprio che il coronavirus abbia mostrato tutta la fragilità delle nostre società, pronte a mettere da parte i più deboli, i bambini e gli anziani, per lasciare campo libero alle categorie che producono e spendono, quelle che fanno girare l'economia, in buona sostanza, e che quindi, nelle nostre società malate di profitto, hanno un superiore diritto di cittadinanza.
Guardate cosa siamo diventati, noi che abbiamo dimenticato il nostro passato e  il nostro futuro, proprio come quelle civiltà che nei secoli si sono condannate all'estinzione. Tutto sommato la pandemia ci ha mostrato il nostro riflesso, è stata la nostra nemesi, la torre di Babele di una società che credeva di essere invincibile e invece è crollata come un castello di carte.
L'individualismo occidentale è stato, tra le altre, una delle cause della nostra incapacità a contenere la pandemia. Nei Paesi asiatici, dove si è più propensi al sacrificio per il bene comune, c'è stato un maggiore rispetto delle regole che ha consentito di limitare la diffusione del virus, ma da noi, che ci crediamo superuomini, l'idea di indossare la mascherina per tutelare prima di tutto gli altri appare quasi ridicola (qui e qui due letture interessanti). E così anche le mamme che invocano la chiusura delle scuole, perché "è come quando c'era la guerra", concedono ai figli di organizzare festicciole di Halloween clandestine perché "poveri bambini, neanche Halloween possono festeggiare". Chiedetelo ai vostri nonni se, ai tempi della guerra, avrebbero trovato normale violare il coprifuoco per un veglione di Carnevale.
E qui torniamo alla scuola. Perché è evidente e lampante che, per educare i cittadini del domani al rispetto delle regole, la scuola ha un ruolo fondamentale. Facciamo tornare i bambini a scuola per insegnare loro a diventare cittadini rispettosi e consapevoli dei loro diritti e doveri. Per spiegare che uno Stato non è solo il Pil e i Dpcm, ma un insieme di principi comuni, di valori condivisi e che si avanti tutti insieme e non da soli. Facciamo tornare i bambini a scuola, perché imparino dagli errori del passato. Facciamo tornare i bambini a scuola, perché sono proprio quelli delle fasce socio culturali più basse a rischiare di rimanere ai margini del sistema, economico, culturale e sanitario.
Facciamo tornare i nostri ragazzi a scuola perché l'istruzione è un'arma potente contro ogni piaga, anche contro la malattia.

martedì 10 novembre 2020

Déjà vu

Ogni anno, con l'arrivo dell'influenza, la scarsità di posti letto della Asl Lecce si traduce in ambulanze del 118 in attesa fuori dagli ospedali per poter liberare le barelle. Se poi a questo aggiungiamo le Tac che si rompono a catena costringendo il personale a dirottare i pazienti nelle poche strutture dove ce n'è una funzionante, si può capire come basti davvero poco a mandare un sistema già fragile in tilt.
Adesso immaginate cosa può succedere se, invece dell'influenza, arriva un virus molto più contagioso. Uniteci che oltre ai propri pazienti bisogna accogliere anche quelli delle province vicine, ormai sature, una macchina per i tamponi rapidi (l'unica della provincia) rotta e la necessità di sottoporre a tampone ogni paziente prima dell'accesso ospedaliero, per giunta con un macchinario che richiede tempi più lunghi, e avrete servito il caos di questi giorni. Ambulanze che stazionano anche quattro ore fuori dagli ospedali prima di ripartire, personale che smonta alle due di notte anziché alle venti (alcuni per altro sono volontari con un misero rimborso spese), pazienti la cui positività viene accertata con molti giorni di ritardo, rendendo ormai vano il tracciamento di contatti che sono andati in giro ignari di avere il virus.
Il mio non è un sentito dire, ma il racconto di persone che lavorano da anni nella nostra sanità e che, per anni, hanno lamentato un peggioramento continuo del sistema. Quello che si sta consumando sotto i nostri occhi è il tracollo definitivo (e annunciato) sotto i colpi del coronavirus.
La prima ondata ci aveva solo sfiorato e adesso fa effetto sentire nomi di persone conosciute tra quelle ricoverate. Fa effetto sapere che ci sono amici in quarantena. Non è più solo il racconto delle immagini televisive, è la paura che si insinua in ogni incontro, in ogni gesto residuo e vitale che ci concediamo per non annullarci del tutto.
Ormai non è più questione di capire se si farà o meno un lockdown, che tanto ormai la risposta la conosciamo già, la domanda vera da porsi è: e poi, dopo, come abbiamo intenzione di gestire i risultati?
Chiudere adesso per, diciamo, due mesi, vorrebbe dire riaprire in pieno inverno, con l'influenza a spalleggiare il coronavirus. Il rischio, viste le nostre capacità organizzative, è di dover richiudere nel tempo di un ba. E certo non si può pensare di mandare avanti quel che resta del Paese in un balletto di aperture e chiusure.
Cancellare gli errori non si può, ma forse un po' di onestà non guasterebbe, chiedere scusa e ammettere che si è sbagliato potrebbe essere un punto di partenza. Non risolve il problema, ma forse attenua la rabbia.
Perché ci avevano detto che eravamo pronti alla seconda ondata. E non era vero.
Ci avevano detto che la seconda ondata non sarebbe stata come la prima. Senza aggiungere che sarebbe stata peggiore.
Ma tranquilli, l'Italia è un modello da seguire. Sì per precipitarsi nel burrone.
E poi non ci sarà un nuovo lockdown, non ce lo possiamo permettere. Noi non ce lo possiamo permettere, a voi tanto non cambia nulla.
E comunque a dicembre ci inonderanno di vaccini. Il che, dato l'esito delle precedenti promesse, è altamente sconfortante.
Abbiamo pagato fior di esperti, messo su decine di comitati che hanno sproloquiato senza freni. Per trovarci con gli stessi, cadenti, sistemi sanitari regionali buoni a malapena a reggere una normale influenza.
Vien da pensare che di questa pandemia non si è capito un bel niente. Oppure che la verità è che non esiste soluzione al problema.
In entrambi i casi non c'è da stare tranquilli.

martedì 3 novembre 2020

Detenuti in attesa di giudizio

Cinque mesi e siamo di nuovo così. Punto e a capo e si ricomincia con l'altalena, col cuore che salta in gola a ogni sigla di Tg e la perenne spada di Damocle sulla testa: ti chiudo, non ti chiudo, per quanto ti chiudo.
Mi chiedo quanto si possa vivere in queste condizioni, con regole che cambiano più velocemente del colore delle foglie in autunno.
Mi sento come un imputato in attesa di giudizio: so che mi condanneranno, ma non so quando e per quanto tempo. Di più. Il condannato, emesso il verdetto, ha la certezza sulla data di scarcerazione. Nemmeno questa consolazione ci lasciano, perché ormai ho imparato a non credere più a niente e una volta che ci chiuderanno in casa rimarremo con l'angoscioso dubbio di quanto durerà la reclusione.
E alle saracinesche chiuse ormai da mesi se ne aggiungeranno altre, in una desolazione post bellica.
Già alcuni commercianti annunciano che in caso di nuova chiusura non  riapriranno, chi può pensa di mettersi in nero, lavorando a casa. "E non sanno cosa succederà quando toglieranno il blocco ai licenziamenti" minacciava l'altro giorno la mia parrucchiera che, per altro, è da quando ha riaperto che non ha più la lavorante nel suo negozio. Si prospetta un bagno di sangue sulla pelle dei meno tutelati, mentre gli intoccabili chiedono la chiusura a gran voce dalla postazione di lavoro sul loro divano. Paradossalmente chi non ha nulla da perdere è anche chi non teme o vuole la chiusura e magari si lamenta pure di quelle poche ore che deve trascorrere in ufficio, senza pensare a chi un lavoro farebbe di tutto pur di averlo.
C'è tanta rabbia. Rabbia per quello che si doveva fare e non è stato fatto, perché era più importante spingere l'acceleratore sul turismo o occuparsi della nuova legge elettorale.
Rabbia perché son mesi che ci trattano come bambini a cui si fanno (false) promesse per tenerli buoni. 
Rabbia perché persone che hanno rispettato le regole, sono costrette a pagare l'incompetenza di chi ci amministra e l'egoismo di chi proprio non riesce a fare a meno di un veglione a tema Halloween, seppur clandestino.
Ogni volta che infrangiamo le regole una persona perde il lavoro. Dovremmo tenerlo a mente.
Così come, a pandemia finita, tutti saremo chiamati a pagare i debiti. Anche gli intoccabili.

venerdì 30 ottobre 2020

Non vedo, non sento, non parlo

Non vedo non sento non parlo. E' così da stamattina con le mamme che, nuovamente, invece di lavorare, impazziscono sulla chat di whatsapp della classe della Lolla per capire come mai il figlio non veda il documento in condivisione o la connessione salti ogni tre per due.
Devo dire un grazie sentito alla strana coppia della politica pugliese, i nostri Stanlio e Ollio preferiti, Lopalco&Emiliano che hanno intrappolato nuovamente noi mamme in questo inferno. Non so quando sarà il concorso per cui sto studiando ormai da una vita, ma so che per la seconda volta quest'anno ho dovuto abbandonare lo studio per seguire i miei figli. So che di nuovo ci ritroveremo a tavola col piatto vuoto perché invece di fare la spesa e cucinare, sono qui ad accertarmi che il collegamento non salti di nuovo. So che le donne sono sempre e comunque le grandi sconfitte.
Ieri Lopalco a una giornalista scafata che gli faceva notare che chiudere le scuole vorrà dire lasciare i ragazzi liberi di andarsene in giro, con tutta la supponenza tipica di chi si crede superiore perché SA, ha sorriso e risposto che no, i ragazzi non andranno in giro perché faranno la Dad.
Mio figlio è tutt'oggi che mi chiede cosa fare. La sua scuola ancora non ci ha comunicato nulla su come si svolgeranno le lezioni. Sappiamo solo che saranno 15 ore, a fronte delle 30 curriculari perché "vanno a sommarsi con le ore di didattica e correzione degli elaborati dei ragazzi". Questa spiegazione è un mistero della fede. Mi pare che i compiti venissero corretti anche prima, eppure facevano 30 ore anziché 15. Che poi....vogliamo parlare di come vengono corretti i compiti fatti con la Dad?
Ecco un esempio che mi sono premurata si screenshottare lo scorso anno scolastico.
Lo stato della correzione dei compiti di Ieie, una settimana dopo la consegna

No caro Stanlio della politica pugliese. Lei dei ragazzi, della scuola e di noi mamme non sa nulla. E bene ha fato quella giornalista che l'ha fatta cadere in un tranello facendola ammettere che, in buona sostanza, la chiusura delle scuole in Puglia è dovuta alla vostra incapacità. Poi, vedendola in difficoltà, l'ha salutata caramente e ha chiuso il collegamento, come vorrebbe fare ogni donna/mamma in questo momento.
Ho una sola consolazione. Tra pochi anni questi ragazzi andranno a votare. Non sapete nemmeno, voi che i ragazzi NON li conoscete, quanta rabbia abbiano in corpo.

giovedì 9 luglio 2020

E se la scuola non riaprisse?

La settimana scorsa, sul blog nonsolomamma una lettrice italiana che vive in Francia parlando della riapertura delle scuole Oltralpe scriveva: "in questo Paese il diritto allo studio è essenziale, culturale".
Tempo qualche giorno e al Tg mi imbatto in un parlamentare che, elencando i meriti del nostro Governo, annovera tra questi il fatto di aver riaperto le scuole.
Ora. Sarò anche puntigliosa e rompiscatole, ma a me sembra che finora non sia stato riaperto un bel niente (se pensiamo poi che nella mia Regione, la Puglia, la fantomatica data del 14 settembre è già slittata al 24, io la riapertura la vedo col lanternino), ma che addirittura il Governo si glori di aver riaperto le scuole, mi sembra la dica lunga su come invece da noi l'istruzione non sia considerata neppure un diritto.
Devo essere sincera: avrei voluto vedere gli insegnanti invadere le piazze chiedendo offesi di poter fare degnamente il proprio lavoro, invece ho letto solo messaggini smielati, tutti intrisi di "ci mancate, speriamo di rivederci presto". Poi però siamo state noi mamme, sia nella scuola media di città di Ieie, che nella primaria della Lolla qui al paesello, a pretendere le lezioni on line che le presidi erano restie a concedere (già una concessione, proprio come la riapertura delle scuole, sarà un caso?). 
Viviamo in un paese di 2.400 abitanti, bene o male ci si conosce tutti, le maestre vivono per la maggioranza qui e i loro figli giocano con i miei nei guardini della scuola sin da quando sono stati riaperti. Mi sarei aspettata che, almeno per le pagelle, o terminate le "lezioni", le maestre proponessero ai bambini di incontrarsi in quei giardini (cosa che per altro in città hanno fatto tante altre insegnanti, per lo più di scuole private). Invece no, ligi alle regole fino alla fine. Una squallida scheda on line che la Lolla ha disdegnato al punto che il giorno dopo neanche ricordava più che voti avesse preso.
C'è un disegno dietro questa sciatteria delle politiche dell'istruzione?
Io so una cosa. Da quando, a settembre, Ieie ha avuto il suo cellulare, gli abbiamo imposto orari (un tempo massimo per ogni giorno, che generalmente non esauriva mai) e regole (no al telefono mentre si studia). Tutto è andato bene fino al lockdown, ma da lì in poi non s'è capito più nulla. Intanto come si fa a vietare l'uso del telefono durante lo studio, se i compiti stanno sul telefono? E come limitare le ore di utilizzo, se per seguire le lezioni serve lo smartphone (purtroppo il nostro Pc e tablet si sono rivelati troppo vecchi per le applicazioni necessarie)? Certo, è anche vero che a volte Ieie diceva di aver bisogno del telefono per seguire la lezione e poi lo trovavo a seguire YouTube, ma, si sa, l'occasione fa l'uomo ladro, né si può pretendere che un genitore piantoni i propri figli come una guardia carceraria.
Quello che posso dire è che da marzo in poi, senza scuola, amici, attività sportive, corsi di musica e di lingua, il tempo libero di Ieie si è moltiplicato e non ha trovato di meglio che riempirlo con gli schermi, che fossero della Tv o del cellulare poco importa, imbesuendosi davanti a partite di Fortnite o video di TikTok. Se la scuola non dovesse riaprire ho il terrore di quello che potrebbe succedere a lui, come alla maggior parte dei ragazzi.
Istruirli dovrebbe essere una priorità per tutti...e se invece una pletora di ignoranti persi dietro a uno schermo fosse, per chi ci governa, molto più comoda e gestibile?
Mi viene in mente proprio un capitolo di storia che ho spiegato qualche mese fa a Ieie, quello sulla nascita dei comuni e della borghesia quel ceto che, sebbene non ricco come i signori, aveva un minimo di istruzione, sapeva leggere, scrivere, far di conto, e svolgeva lavori che necessitavano di competenze e specializzazione. Questo li rendeva meno ricattabili dei poveri contadini e, soprattutto, più propensi a far valere i loro diritti contro i soprusi dei signori feudali.
Di pari passo, in quello stesso periodo, nacquero le università, la prima a casa di un certo Irnerio, a Bologna, dove egli insegnava diritto a un gruppo di giovani. Neanche a dirlo, i signori e la Chiesa cercarono di ostacolare questa diffusione del sapere che vedevano come un limite all'esercizio del loro smisurato potere.
Ecco, ricordiamocelo sempre, a cosa serve l'istruzione, e a quanta strada hanno fatto i nostri antenati affinché questo diritto fosse per tutti.
Perché è vero che la storia è fatta di corsi e ricorsi, ma ci sono battaglie che non possiamo rischiare di dover ripetere. Ne va dei nostri ragazzi, ma anche del futuro del Paese.

lunedì 6 luglio 2020

A chi giova lo smart working?

In epoca di Covid tutto ciò che può essere fatto in modalità smart, ovvero a distanza, è fortemente consigliato. E' così che stamattina, invece di prendere appuntamento e andare in loco, ho trascorso qualche ora al telefono di casa con la banca per svolgere alcune operazioni. Ovviamente in quel lasso di tempo tutt'altro che breve, hanno suonato due volte al citofono e ho ricevuto tre chiamate sul cellulare. Per fortuna non siamo più in tempi di Dad homeschooling, altrimenti avrei dovuto anche aiutare i bambini a districarsi con i compiti assegnati-e-mai-spiegati, e loro si sono autointrattenuti per un bel po' (finché non li ho sentiti prendersi a botte as usual), ma più di una volta  sono stata sul punto di scoppiare pensando che non è proprio possibile fare certe cosa da casa.
Ora. Negli ultimi tempi, parlando con amiche che lavorano chi nel pubblico, chi nel privato, ho ricevuto spesso sempre pareri positivi sullo smart working al punto che nessuna vuole ritornare dietro la scrivania. A parte una che lavora a Milano, però, nessuna ha addotto come motivo la paura del contagio, bensì la comodità di lavorare da casa, magari in pigiama, la possibilità di evitare i colleghi e/o un ambiente lavorativo tutt'altro che piacevole. Va detto che hanno tutte bimbi molto più piccoli dei miei e mi parlavano sempre e comunque con un sottofondo che andava dal pianto del neonato, a una vocina che chiedeva di fare un disegno.
Delle due, quindi, l'una: o le persone che fanno smart working svolgono lavori poco impegnativi oppure non lavorano affatto.
Perché se io che non dovevo lavorare, ma solo fare delle semplici operazioni tramite Pc sotto la guida di una consulente della banca ho sentito tutto il peso del fatto di non avere un luogo tranquillo dal quale operare, tanto più questo dovrebbe valere per chi invece ha da lavorà e si ritrova (oltre a postini, vicini di casa, corrieri e telefoni vari a rompere la concentrazione) anche pargoli sotto i sei anni da tenere sott'occhio. Ditemi un po', ma come si fa?
La prova del nove alla mia tesi me l'ha data recentemente l'Inps. Anche quest'anno mio padre non ha ricevuto le credenziali per scaricare il Cud via Internet. L'anno scorso si risolse andando direttamente alla sede Inps provinciale, ma quest'anno è chiusa al pubblico, causa Covid. Il commercialista se n'è lavato le mani dandoci un numero di telefono al quale rispondeva una voce elettronica di nessun aiuto. Per una botta di fortuna sono riuscita a risolvere all'italica maniera, ovvero chiedendo un favore al genitore di un amichetto di mia figlia che, per puro caso, ho scoperto lavorasse proprio all'Inps. Così, tramite conoscenze, e la gentilezza di questa persona va aggiunto, sono riuscita a ottenere un qualcosa che lo Stato era obbligato a fornirci, ma che non saremmo mai riusciti a ottenere proprio per via del fantomatico smart working.
Da qui la domanda. Ma quando il Governo prevede di lasciare il 50% dei dipendenti pubblici in smart working, è consapevole di quel che sta facendo? O forse è un modo elegante e veloce per dimostrare che in fondo si può fare a meno di gran parte del personale della pubblica amministrazione?
Non molti giorni fa, il sindaco di Milano Sala ha lanciato un monito ai lavoratori in smart working, invitandoli a tornare al lavoro e presidiare le scrivanie, perché a suo parere a breve le aziende daranno via a piani di efficientamento (leggi: tagli del personale). Che ci abbia visto giusto?

A proposito, ho preso appuntamento in banca. Dopo due ore al telefono e il sistema che andava continuamente in blocco ho chiesto disperata alla consulente di fissarmi un appuntamento. O così o prendevo a capocciate il Pc. 

lunedì 1 giugno 2020

Roba da mamme

E così anche il campionato di calcio riaprirà i battenti. Evidentemente disponeva di una task force autorevole. Tre mesi e il più che si è saputo partorire sulla scuola, invece, è stato il tutto chiuso, che non è che ci voleva un comitato scientifico per pensarci, glielo potevo suggerire pure io. Meglio tacere, poi, sul balletto delle modalità di svolgimento della maturità o sulle improbabili soluzioni messe in campo per la "riapertura" di settembre (implementare le attività di laboratorio, usare teatri, palestre e spazi aperti) che dimostrano che gli esimi membri della task force le scuole pubbliche italiane le hanno viste solo nelle serie tv statunitensi.
Una settimana o poco più e la farsa chiamata scuola chiuderà i battenti per prolungare la vacanza inaugurata tre mesi or sono. Perché al di là delle percentuali superiori al 90% con cui la ministra ci rassicurava sul numero di alunni raggiunti dalla Dad, adesso finalmente più di qualche voce comincia ad ammettere che la didattica a distanza è stata una gran presa per i fondelli, che ha scaricato sulle famiglie, madri in primis, l'onere dell'insegnamento e abbandonato a se stessi un gran numero di bambini.
Lo comprendo ormai da tre settimane a questa parte, da quando la Lolla fa i due incontri pomeridiani settimanali da "ben" 30 minuti con la sua quarta elementare. Gilberto non può leggere il tema perché non è a casa sua, Evaristo si prende una strigliata per non aver consegnato alcun compito e a nulla vale spiegare che è la mamma è sempre al lavoro perché, gli ricorda la maestra, "è una tua responsabilità ricordarle di caricare i compiti". Da quei visini incorniciati nei pochi centimetri quadrati dello smartphone emerge tutta l'assurdità di una situazione che, dopo tre mesi, definire emergenziale è ipocrita. Che dire poi della maestra che si arrabbia perché i suo alunni non ricordano i verbi? "Vi avevo detto di ripassarli - afferma irata - evidentemente non l'avete fatto". Anche la Lolla si prende la sua ramanzina e non è turbata. Non lo sono neppure io perché so che la bambina ha fatto ciò che la maestra ha chiesto e anche di più. Da settembre fino a oggi ha ripetuto i verbi ogni settimana, come a nove anni faceva suo fratello che infatti i verbi li ha sempre saputi. Certo ognuno ha capacità diverse, ma qui non si tratta di bravura. Ieie ha avuto qualcosa che sua sorella non avuto: ha frequentato la quarta elementare, e scusate se è poco.
Nella prima media di mio figlio non va meglio. Da quando i genitori son tornati a lavorare molti alunni saltano le poche ore di lezione on line.
Ludmilla sta dai nonni e non c'è collegamento, mi spiega Ieie, Tamara ha un pc vecchio che, come il nostro, si disconnette in continuazione, Eufrasia è stata sgridata dalla prof per aver spento la telecamera e il microfono, ma era in auto con la mamma e non sapeva come fare. Alcuni sono soli a casa e non si svegliano in tempo. 
La miseria di questo sistema si fa strada con l'impeto di una valanga. Il fatto poi che l'orario delle lezioni che ci hanno dato sia buono per foderarci la gabbia del canarino, visto che non viene mai rispettato, è un altro paio di maniche.
A quando?
Per favore, professori, non ci dite che siete stanchi e che lavorate più di prima. Queste frasi toccano a noi genitori che spieghiamo quel che assegnate senza spiegare (proprio adesso Ieie mi ha chiesto cosa sia la paratassi), che correggiamo i compiti che non vi fate inviare e che altrimenti rimarrebbero lì come i quiz della settimana enigmistica rimasti senza soluzione. Quelli stanchi siamo noi, che facciamo un mestiere per il quale non siamo preparati (o così, oppure dovremmo dire che chiunque può insegnare).
Non ci dite, come ho sentito da alcuni, che meritereste un aumento di stipendio, perché potremmo saltarvi al collo, specialmente dopo che qualche madre lavoratrice, chiedendo ai professori come mai i voti del figlio fossero crollati negli ultimi mesi, si è sentita rispondere che in questa fase tocca a noi genitori seguire i ragazzi nelle attività scolastiche.
"Mio figlio è stato abbandonato" mi ha detto questa mamma "io lavoro e comunque tante cose non me le ricordo, non sono in grado di aiutarlo".
Che vergogna per uno Stato che nella sua Costituzione proclama che l'istruzione è aperta a tutti. Che è gratuita e, teoricamente, obbligatoria.
Ecco, io ve lo dico senza peli sulla lingua cari professori. Ho tirato la carretta per tre mesi, ma d'ora in poi mi impongo di incrociare le braccia a costo di abbandonare i miei figli all'ignoranza alla quale li avete condannati. Siete vittime anche voi, lo so, ma non faccio che chiedermi se qualcosa in più non potevate farla (e per inciso, la risposta non mi serve che già ce l'ho).
E se per settembre non si muove nulla, mi riprometto di disconnettermi da qualsiasi rete Internet perché, come voi non avete l'obbligo di fare lezioni on line (cosa che molto gentilmente non avete smesso di ricordarci), noi non abbiamo quello di essere connessi, né tantomeno di far parte di un gruppo whatsapp. E allora che farete, ci manderete i carabinieri a casa per inosservanza degli obblighi scolastici? O farete come la scuola di Ieie, che, al 20 di maggio, ha pubblicato un avviso on line per dire che c'erano alunni che, dalla chiusura della scuola, non avevano partecipato ad alcuna lezione, consegnato neppure un compito, né fatto un accesso alla piattaforma, e che i genitori di detti alunni erano pregati di attivarsi per far avere ai figli almeno una valutazione?
Basta col tutti promossi, ci sono genitori a cui del pezzo di carta non gliene importa niente. Vogliono Istruzione. Se la scuola è in grado di farlo, che a settembre riapra. Altrimenti che rimanga chiusa fino a data da destinarsi, che è più dignitoso della farsa degli ultimi mesi.
E comunque a giugno il campionato riparte. Certo il calcio è un'industria che muove miliardi, la scuola...be' lasciamo perdere. Ma non sarà anche che il calcio è roba da uomini e la scuola è roba da bambini e donne? Pardon, non da donne, da mamme...

mercoledì 28 agosto 2019

C'è turismo e turismo


Da quando il turismo di massa ha scoperto il Salento, assistiamo a un'invasione del paesino con una densità e una consistenza sconosciute in passato. Non che i turisti mancassero, solo arrivavano in forme e modi diversi e più contenuti.
Non posso affermare che la situazione sia analoga in tutti i paesi della provincia (anche se le cronache che giungono sono spesso poco lusinghiere), ma per quello che vediamo sciamare sotto i nostri occhi, il boom di questi anni si compone spesso (ma non sempre, per fortuna) di persone che probabilmente non hanno mai messo il naso fuori casa, o forse la mamma e papà non hanno spiegato loro come ci si comporta con gli estranei, fatto sta che si tratta di turisti di bassa, bassissima levatura e ancor più infima educazione.
Cominciamo col dire che qui prevale la cosiddetta formula mordi e fuggi: essendoci uno sproposito di noleggio barche e tour della costa, arrivano per fare un'escursione delle grotte e una nuotata, tuttalpiù una passeggiata sul lungomare, e poi vanno via. Ora, il turista di questa tipologia, a quanto pare, ha un unico obiettivo: non spendere un euro in più oltre al prezzo del biglietto del tour. Il che, capirete, ha diversi corollari, tutti empiricamente dimostrati da anni di osservazioni, che andrò adesso ad elencare.
1) Il turista di cui sopra mangia spesso sulle panchine del lungomare. Potete trovarlo di sera, ancora bagnato e in costume, che fagocita un panino mentre i figli si rincorrono urlanti facendo cadere pezzi di pane per ogni dove. I villeggianti li osserveranno basiti dalle finestre aperte, ma loro non faranno una piega, tuttalpiù si faranno una canna. Oppure, se siete fortunati, li troverete all'ora di pranzo mentre scaricano dalla station wagon un tavolino pieghevole e qualche sedia da disporre sul lungomare per gustare lo stanato di pasta al forno.
2) Il turista di cui sopra, sempre lui, cerca in tutti i modi di non pagare neppure il parcheggio. Sarà per questo che, se gli capita di trovarlo aperto, piazzerà la macchina nel cortile di casa vostra e sparirà, sprezzante del pericolo, per tre quattro ore a farsi il bagno. Ovviamente non l'avrà fatto apposta, è che, vi spiegherà quando alle tre del pomeriggio suonerà al vostro campanello chiedendo di farlo uscire, mica aveva notato che c'era una sbarra.
3) Il turista eccetera eccetera non conosce il significato di proprietà privata per cui, oltre a parcheggiare l'auto nei cortili di chiunque gli capiti sotto tiro, se trova una porta di casa aperta, o persino socchiusa, entra senza problemi chiedendo se la casa sia in affitto o dichiarando di averla scambiata per un locale aperto al pubblico. Non si farà remore a cambiarsi nel cortile di casa vostra (sempre quello), o a sostare lì nottetempo per chiacchierare ad alta voce e lasciare un cadeau di bottiglie vuote.
4) E qui veniamo alla perla delle perle. Il turista mordi e fuggi, quel disgraziato, manco i soldi di un caffé per usufruire del bagno del bar è disposto a pagare. Se proprio gli scappa un bisogno corporale, vedendo che il portone di casa vostra, che si apre per giunta su un cortile privato (sì sempre lo stesso!), è sufficientemente appartato e lontano da sguardi indiscreti, penserà sia meglio farvela sulla soglia di casa. Però, siccome la mamma e il papà gli hanno almeno insegnato a pulirsi, per regalo vi lascerà anche il fazzolettino sporco. Il che mi fa pensare che forse sono io la stupida che, ogni volta che siamo fuori e i miei bimbi hanno bisogno del bagno, pago una consumazione al bar. A saperlo che c'erano questi metodi alternativi...
E invece no, perché se c'è una cosa che ho imparato viaggiando, è il rispetto per il posto in cui mi trovo, perché quando sei a casa d'altri, devi trattarla anche meglio della tua. E rispettarne norme, usi e costumi.
Prima di uscire di casa, bisognerebbe introitare queste poche, semplici regole.
Altrimenti fatevi e fateci un piacere, statevene a casa vostra.

P. S.
Per la redazione di questo post, i cui esempi sono tratti da fatti realmente accaduti, nessun turista è stato maltrattato, semmai è il turista che ci ha maltrattato. 

martedì 16 luglio 2019

Italia-Francia: quel che non ti aspetti varcando le Alpi

Una delle cose che mi piace fare di più quando vado all'estero, è guardarmi intorno e analizzare usi e costumi in voga nelle altre parti del mondo. Così facendo è naturale che scatti il confronto, ma ritengo di essere sufficientemente imparziale per non cadere nel solito cliché dell'italiano che disprezza il caffè straniero o ne rifiuta la cucina perché la pasta mica sanno cos'è o non si arrende all'idea che non troverà un bidet nel bagno manco a pagarlo oro. Cioè, non che alcuni di questi pensieri non mi sfiorino (specialmente sul caffè, ho delle teorie molto restrittive), ma sono dell'idea che quando vai a casa altrui non puoi pretendere di trovare le tue stesse abitudini. Tanto vale calarsi nella cultura che ti ospita e sperimentare.
Questo tipo di approccio mi ha permesso di evidenziare gli aspetti positivi che di volta in volta ho incontrato all'estero, prima di tutto il fatto che spesso le città straniere sono molto più pulite e ordinate delle nostre. Anche nella Loira, la gran parte dei villaggi (e città) si distinguevano per essere talmente impeccabili da parere finti.
Blois, tipico borgo della Loira
Ma, ordine a parte, ci sono stati altri aspetti che mi hanno fatto notare, con orgoglio, che anche noi italiani, su alcune cose, siamo più bravi.
1 - Che tu vada in un albergo o in una casa vacanza, in Francia nessuno ti chiederà un documento di identità. Puoi prenotare anche a nome di un noto terrorista, tanto non verranno a controllare. Oppure puoi essere un noto terrorista e prenotare a nome di Mario Rossi che forse è anche meglio. E se sei in fuga con dei bambini rapiti, un albergo in Francia è il posto migliore dove rifugiarti, perché non verificheranno mai che siano i tuoi figli.
In Italia questo non succede, e dopo tutti gli attentati che ci sono stati, non me l'aspettavo.
2 - Qualcuno dovrebbe dire ai francesi che nell'era di Booking &Co. lavorare nel turismo e avere una conoscenza elementare (nel senso uguale a quella di un bambino delle elementari), dell'inglese, non ti rende superiore, né fa grandeur, ma ti rende solo molto ignorante. E ridicolo. Soprattutto se un bambino di dieci anni si diverte a mettere in difficoltà i camerieri con un Can I have some bread please?.
Perché sarà pure vero che anche in Italia siamo lontani dagli standard di conoscenza dell'inglese del Nord Europa, però  devo ammettere che da parte di ristoranti e negozi nostrani ho visto un maggior impegno di quello riscontrato in Francia.
E poi, lasciatemelo dire, l'inglese va pronunciato all'inglese. Ché se mi sento dire che sono orlì a me mi viene da pensare all'aeroporto, mica che sono in anticipo.
3 - Qui non è questione di bidet, urge fare qualcosa, subito, per i bagni francesi. A parte che loro la chiamano salle des bains e sono dei buchi, ma il fatto che siano spesso senza finestre e aeratori e con i tubi del wc che corrono lungo i muri, li rende veramente inguardabili. Chiamate Andrea Castrignano, s'il vous plait.
Ma siccome ho detto che sono imparziale, bisogna dare a Cesare, o in questo caso forse è meglio dire a Vercingetorige quel che, va be' ci siamo capiti.
Se c'è una cosa che ho apprezzato tantissimo dei francesi è la loro scarsa dipendenza dagli smartphone. Vai a cena fuori e li vedi, adulti, ragazzi e bambini, che parlano e ridono tra di loro. I telefoni sono lì sul tavolo, ma nessuno, e dico nessuno, si isola in una bolla a spulciare lo schermo. Né mi è capitato di vedere pargoli intenti a mangiare sotto l'effetto ipnotico di You Tube. Andate in un qualsiasi locale italiano e ditemi se la scena è la stessa.
E aggiungo, tra l'altro, che a Clos Lucet ho analizzato tutte le scolaresche di età compresa tra gli undici e i tredici anni in gita nel parco e non ho visto un solo alunno, neanche per un minuto, armeggiare con un cellulare, neppure quando gli insegnanti li lasciavano girare in libertà. E il confronto con l'Italia stavolta lo risparmio proprio.
Il parco di Clos Lucet con le invenzioni di Leonardo a uso e consumo dei bambini
Ma, come si dice, tutto il mondo è paese e noi italiani, si sa, siamo quelli spaghettipizzamandolino e...mafia, in altre parole universalmente noti come furbacchioni matricolati. Ebbene, sappiatelo, i francesi non sono da meno.
Abbiamo prenotato gli alloggi per la nostra vacanza tramite Booking (e fin qui nulla di nuovo). A Tours, dove avevamo scelto un hotel, scopriamo che la nostra sistemazione è in realtà un albergo a conduzione familiare, in pratica una casa trasformata in albergo e gestita dai suoi proprietari e anche qui nulla di eclatante, poiché ho letto che questa pratica è abbastanza comune in Francia.
Ad accoglierci una signora di mezza età in un salottino/reception decorato con ritratti di famiglia, poltrone di legno e stoffa, mensole e ninnoli in una scena che mi fa pensare tanto a Miss Marple. Sarà che siamo italiani, e non si fida, ma prima di condurci alla camera ci chiede di saldare in anticipo le tre notti per la cifra pattuita al momento della prenotazione. Diamo una carta di credito, la inserisce nel Pos e ci dice che, purtroppo, non va, mostrandoci lo scontrino della mancata transazione. Stessa storia col bancomat, al che io e mio marito ci guardiamo perplessi perché quelle carte, poche ore prima, in autostrada, avevano funzionato, ma comunque risolviamo col contante.
Figurarsi la nostra sorpresa quando, tornati in Italia, mio marito controlla la posta elettronica e trova una mail con cui Booking, alcuni giorni prima, ci avvisava che l'albergo di Tours da noi prenotato, aveva modificato il prezzo pattuito tagliandolo di quasi il 50%.
Cos'era successo? La dolce vecchietta aveva inviato a Booking una richiesta di modifica del prezzo e, confidando che noi ne sapessimo nulla, ci ha fatto pagare l'importo per intero, in contanti, senza lasciarci uno straccio di ricevuta in modo da consegnare a Booking una percentuale più bassa.
Ecco, in tanti anni di viaggi con Booking, in Italia e fuori, una furbata come questa io non l'avevo mai vista e è proprio il caso di dire che, in materia di furbizia, pare proprio che  i cugini francesi abbiano qualcosa da insegnarci.


lunedì 6 maggio 2019

La coscienza collettiva intrappolata nella rete dei social

Non ho mai pensato di compiere un reato, ma se proprio dovessi darmi al crimine mi ispirerei ai maestri del giallo, pellicola o carta stampata, e mi impegnerei per inscenare il delitto perfetto. Ergo, cercherei di farla franca, perché se proprio devi fare una cosa, almeno falla bene. Mi troverei un alibi inattaccabile, distruggerei eventuali prove e cancellerei ogni minima traccia che a possa condurre a me. Ah. Ed eviterei di lasciare in giro testimoni che possano incastrarmi.
A quanto pare tutte queste precauzioni sono ormai roba da Giallo Mondadori, o, più probabilmente, da menti troppo brillanti. Nell'era dei social in cui l'indice di gradimento è correlato al numero di visualizzazioni, anche un'azione vile come il pestaggio di un disabile od odiosa come uno stupro, meritano di essere riprese e conservate, a imperitura memoria della forza e della virilità dei loro protagonisti, simulacri di una discutibile "figaggine". O forse come mero oggetto di divertimento.
Di più. Perché non solo sembra caduto il timore di conservare prove contro se stessi, ma addirittura, adesso, è d'uopo produrle e condividerle con quante più persone possibile, come se questo non costituisse una schiera potenzialmente infinita di testimoni a proprio svantaggio. Ma forse i protagonisti di queste storie ci avevano visto giusto, forse avevano ragione a non considerare un pericolo la diffusione dei filmati dei loro crimini. Tant'è che in quel di Manduria, in molti, per giorni, hanno visionato i continui pestaggi della gang di ragazzini ai danni di un anziano disabile, senza battere ciglio. La coscienza collettiva di un intero paese annacquata e inebetita nella rete dei social.
E se fosse successo a me, mi sono chiesta. Se qui nel paesello dove vivo, avessi avuto sentore di una vicenda simile, non avrei forse tirato avanti, cullata dalla confortante scusa che si trattasse di dicerie tutte da provare? E se mio figlio mi avesse confessato di aver visto uno di quei filmati sullo smartphone di un amico, non gli avrei risposto che la sua mente bambina non era in grado di distinguere la realtà dalla finzione? E se infine, quel filmato fosse arrivato anche sul mio, di smartphone, avrei denunciato o mi sarei fatta i fatti miei, come i tanti che, testimoni delle angherie vigliacche di un gruppo di ragazzini ai danni di un anziano vulnerabile e solo, anziché levarsi indignati a proteggerlo hanno preferito un indifferente silenzio? Sarei stata io migliore dei cittadini di Manduria?
Mi sono ripetuta questa domanda, non per giustificarli, ma per capire quanto sia diffuso il cancro dell'indifferenza.
Sulla seconda vicenda, almeno, non ho dubbi. Avessi visto un filmato di mio figlio che usa violenza contro una donna, ho la certezza che mi sarebbe montata la rabbia e anziché coprirlo, l'avrei preso a calci nel sedere da casa fino alla più vicina stazione dei carabinieri. O forse no. Mi sarei risparmiata questa fatica, portando solo il mio smartphone come prova.

mercoledì 20 febbraio 2019

Tim, peggio degli usurai #2

Arieccomi con la seconda parte della mia Odissea con Tim.
Nel frattempo le bollette telefoniche lievitano di mese in mese. Un euro a ottobre, un altro a novembre e abbiamo superato i €40 mensili (la Tim non prevede la bolletta bimestrale), nonostante al momento del passaggio ci avessero assicurato che l'importo sarebbe stato di €35,80 al mese.
Una delle voci che ha subito un'impennata è stato il costo dell'invio della bolletta, passato da un mese all'altro da €2 a €2,50, poi dici che la gente non si scrive più...Il bello è che una bolletta neanche ci arriva, ci mandano un sollecito, la paghiamo in ritardo e ovviamente con mora...Una soluzione però c'è, se non vogliamo l'invio della bolletta cartacea dobbiamo fare l'addebito sul conto corrente. Cioè praticamente dobbiamo mettere una sanguisughe sui nostri risparmi.
Sfiniti, dopo aver già sollecitato il centro plurimarca del paesello, andiamo nel grande centro Tim in città per capire il perché di tutti questi casini che ci sono successi e avere lumi su costi in continuo aumento.
Il risultato è a dir poco demoralizzante. La tipa del centro guarda la nostra posizione sul terminale e già comincia a sbottare che non si capisce che piano tariffario abbiamo, un collega l'aiuta, poi ci dicono che:
a) l'importo da pagare è quello, ce ne facessimo una ragione;
b) non è possibile cambiare e scegliere una tariffa minore anche rinunciando a qualche servizio, con Tim puoi solo aggiungere servizi e non togliere;
c) colpa nostra che ci siamo affidati a un piccolo centro servizi di paese, non dicono proprio così, dicono che deve trattarsi di un centro che non è "serio come loro, perché quando li fanno loro i contratti questi problemi non si verificano", ma la sostanza è la stessa. Non ci siamo affidati a loro quindi adieu e ciao.
Ovviamente cambiare operatore o chiudere per sempre la linea telefonica non è possibile: prima dei due anni la penale è altissima e dovremmo sborsare in anticipo lo sconto tariffario (sì incredibile, ma c'è pure uno sconto) del quale usufruiamo. Capire di che ci cifra si parli è fantascienza, però, perché io non ho un contratto scritto, non ho firmato nulla, né ho fatto una registrazione online. Su consiglio di un amico avvocato, ho anche cercato sul sito Tim un documento che sintetizzi i dettagli legali del mio piano tariffario, ma non esiste nulla. Insomma mi sono legata a doppio filo a questa compagnia senza un documento che attesti i miei diritti e doveri e questo, in Italia nel 2019, pare sia legale.
Poi, inaspettatamente, ricevo un chiarimento da una puntata di Report di qualche mese fa. Si parla di franchising e il titolare di un centro Tim si lamenta del fatto che dopo aver stipulato, con fatica, nuovi contratti di telefonia fissa, i clienti vengono contattati dal call center Tim che, a loro insaputa, con l'inganno, rifà i contratti in modo che il centro Tim non abbia diritto ad alcuna provvigione. Ma allora è quello che è successo a me! E questo spiega anche come mai, nelle continue telefonate fatte prima dell'allaccio, gli operatori sembrassero avere difficoltà a interpretare il nostro contratto e ci fornissero informazioni contraddittorie.
E la conferma del mio sospetto arriva qualche settimana fa quando, in seguito all'ennesimo disservizio, richiamo il 187. Quando chiedo conto di tutti i loro errori, l'operatrice ipotizza che ci sia stato qualche problema al momento della stipula contrattuale (ma quale stipula?), come se il contratto fosse passato sottomano a più persone che hanno spuntato voci diverse e contrapposte.
Ma qual è l'ennesimo disservizio? Ta dah, nella bolletta di dicembre, recapitata il 21 gennaio, l'addebito del costo del modem!
Parte la segnalazione al 187, mi danno subito ragione, perché in effetti il mio contratto prevede il modem gratuito, di non preoccuparmi (aridaje) che non devo pagarlo, che riceverò comunicazione sull'esito del reclamo. Il 1° febbraio una mail di Tim mi dà ragione e mi dice che hanno già provveduto a modificare la fattura, non €110,61 devo pagare, bensì €41,61. Posso andare negli uffici postali, negli esercizi commerciali Puntopolis o pagare online.
Scelgo la terza opzione che mi si rivela impossibile: online posso pagare €110,61, non un centesimo di meno. Richiamo il 187 (ancora!) e la gentile signorina spiega che la bolletta è stata rettificata, ma bisogna aspettare l'approvazione del responsabile amministrativo perché "la nota di credito è ancora in elaborazione", dopodiché sarà emessa nuova fattura con l'importo corretto.
Passano i giorni, siamo all'11 febbraio, la bolletta scade il 13, contatto di nuovo il 187 e mi dicono che devo pagare €110,61, poi mi restituiranno la differenza (se credici), siccome protesto mi passano un amministrativo che, gentilissimo, esordisce dicendo che "o ci metto più grinta o non mi sente" e mentre cerco di spiegargli l'accaduto mi sbatte il telefono in faccia.
Stremata, avvelenata, incattivita richiamo il 187 e stavolta l'operatrice mi spiega che non manderanno nessuna nuova fattura, posso pagare con bonifico o con bollettino postale in bianco. Mi faccio dare i dati per il bonifico e procedo.....anzi no, perché il sistema mi dice che c'è discordanza tra Iban e intestatario conto, per cui il bonifico non si può fare. Nuova chiamata e stavolta l'operatrice AH767 (mo me la sono segnata) asserisce che l'unico sistema per pagare è il bollettino postale in bianco da compilare e inviare poi via fax in amministrazione e certo, mi rassicura quando metto in dubbio, certo che il fax lo leggono, arriva direttamente in amministrazione!
Il 12 febbraio pago la maledetta bolletta e mando lo stramaledetto fax. Il 16 febbraio una telefonata da Tim con voce registrata mi avvisa che sono morosa per non aver pagato l'ultima bolletta da €41,61...
Vorrei piangere, vorrei strozzare qualcuno della Tim con le mie mani, ma l'unico strumento che ho è comporre ancora una volta il 187. L'ennesimo operatore mi rassicura, è troppo presto perché il pagamento con bollettino sia già visibile. Ok, ma allora il fax che ***** l'ho fatto a fare?
Ancora ieri, sui miei dati personali della pagina Tim, risultavo morosa. Al che mi sono fatta forza e ho perso un'ulteriore mattinata: ho radunato tutta la documentazione in mio possesso (mail, codici segnati, date, ecc.), ho ricostruito la mia drammatica vicenda e l'ho inviata a Tim tramite posta elettronica certificata, riservandomi di rivolgermi a un legale. Sarà stato quello, sarà stato il caso o forse doveva andare così, ma stamattina finalmente la bolletta risulta pagata.
Morale: sono disgustata dal comportamento di quella che dovrebbe essere la maggiore compagnia telefonica italiana, da uno Stato che non tutela i consumatori e nel quale vicende come la mia sono, non solo possibili, ma ahimè, all'ordine del giorno. Nauseata da operatori call center che, no, non mi fanno nessuna pena. Saranno pure stressatisottopagatisfruttati, ma sono comunque complici di questo sistema. All'apparenza gentili e competenti (neanche sempre) ti stanno, come direbbe Montalbano, cantando la "mezza Messa" per toglierti dai piedi. Tanto quando mai li ribeccherai.
Spero che il mio racconto possa mettere in guardia chi ha deciso di fare un contratto con Tim.
Per concludere io, che sono una persona mite e poco incline al rancore, devo ammettere che al personale Tim, dai dirigenti agli addetti all'ultimo operatore di call center, ho riservato parole che non ho  mai diretto a nessuno in vita mia.

martedì 19 febbraio 2019

Tim, peggio degli usurai

"Ma perché signora - mi diceva stupita qualche anno fa un'operatrice di call center - passare a un'altra compagnia è così semplice, tutti lo fanno".
Sarà, ma quando lo faccio io, si risolve sempre in un grande dramma.

Questa è la storia del mio tragico e sempre rimpianto passaggio a Tim.

A metà giugno dello scorso anno, periodo infausto non c'è che dire, mio marito, stanco dei continui rincari di Infostrada sulla nostra bolletta telefonica di casa, decide di passare a Tim. Si rivolge al centro assistenza del paesello che è un centro plurimarca. Tutto a posto, pochi giorni e il passaggio sarebbe stato realtà. Trascorre una settimana, trascorrono altri giorni e il call center di Tim ci avvisa che mancano alcuni step per concludere la pratica, ma possiamo farli tranquillamente per telefono. Ok, tutto a posto (di nuovo!), un altro po' di pazienza e saremo clienti Tim. Nel frattempo l'estate avanza, ci trasferiamo al paesino di mare (siamo al 9 di luglio) ancora con l'utenza legata a Infostrada. Mentre siamo al paesino, appunto, la Tim ci contatta perché devono inviare un tecnico per l'allaccio.
Ora, il paesino dista 70 Km dal paesello, mio marito lo fa presente, spiega che è disposto a farsi 'sta strada sotto il solleone, ma per carità, che il tecnico si presenti. Ci mancherebbe, s'indignano i sempre affidabili operatori Tim, e infatti...nel giorno dell'appuntamento non arriva nessuno.
Il 26 di luglio, comunque, senza bisogno di alcun tecnico, ci comunicano che siamo clienti Tim. E qui ha inizio il nostro calvario (se già i precedenti non fossero stati sufficienti).
Intanto Infostrada, con il quale vantavamo un rapporto settennale, ci manda la parcella: €35 di contributo per il passaggio ad altro operatore, più altre voci per un cambio di piano tariffario (mai richiesto) effettuato pochi giorni prima del passaggio a Tim per un totale di €66,98.
Ora, il decreto Bersani del 2007 aveva previsto che il passaggio ad altro operatore telefonico avvenisse "senza spese non giustificate da costi dell'operatore". Che è successo quindi nella civilissima Italia? Che gli operatori se ne sono sbattuti della legge e hanno fatto pagare il contributo passaggio bla bla di cui sopra. L'Agcom, davanti alle proteste dei consumatori, ha sanzionato le compagnie telefoniche, ma queste hanno trovato subito il modo di rimediare. Cosa recita infatti l'articolo? "Spese non giustificate da costi dell'operatore", e allora ecco che nei contratti che facciamo con gli operatori telefonici, che lo sappiate o no, è previsto già che, qualora passiate ad altro fornitore o semplicemente eliminiate la linea telefonica, è previsto un costo (mica una penale perché siete clienti fedifraghi, no quello no) da pagare. Tutto perfettamente legale, leggete qui se volete.
Tornando alla nostra fattura, chiediamo conto di questo cambio piano tariffario e Infostrada ci spiega che Tim ha fatto prima il passaggio Internet e poi quello telefonia, questo ha costretto Infostrada a modificare il nostro piano tariffario che li prevedeva entrambi e poco importa se è durato un giorno che poi siam passati a Tim, s'ha da pagare. Chiediamo conto a Tim, ci dicono che Infostrada usa sempre questo trucchetto, verificheranno e vedranno se veramente hanno fatto il cambio in due tempi, che se è così il costo se lo accolleranno loro. Ovviamente non ne sappiamo più nulla.
Ma la questione passa nel frattempo in secondo piano, perché cominciamo a sollecitare Tim per avere il modem in comodato d'uso gratuito che ci spetta da contratto, ma che è gratuito tanto per dire, visto che paghiamo €5,89 al mese (per 4 anni) di manutenzione modem.
Qui parte la prima delle nostre segnalazioni al 187. La cosa bella è che se accedo alla mia pagina personale del sito Tim, risulta sempre che le segnalazioni sono state evase. Come non si sa, visto che o nessuno ti informa o se pure si degnano di comunicarti l'esito del reclamo, di solito ti dicono delle sonore panzane. Il valzer del modem va avanti per mesi, finché a novembre, finalmente, il suddetto viene recapitato e, che succede? Che a stretto giro, il 9 novembre, mi arriva una fattura via mail: €79 di modem che pagherò con le modalità da me scelte al momento dell'acquisto. Ma quale acquisto?  E quali modalità avrei scelto?
Chiamiamo il 187 dove dicono che sì, c'è stato un errore, di non preoccuparci (NON PREOCCUPARCI?) che non dobbiamo pagare niente.
Ma il delirium tremens del mostro Tim non si esaurisce qui: il 19 novembre una mail comunica che non abbiamo diritto al modem perché il nostro contratto è solo linea telefonica e quindi non ci manderanno alcun modem (???); il 16 gennaio un'altra mail manifesta il loro rincrescimento per aver verificato che effettivamente noi, al modem, abbiamo diritto, e che hanno già provveduto a inviarcelo...
Ce ne sarebbe già abbastanza, ma in realtà questo è solo l'inizio della nostra Odissea. Da settimane sono alle prese con un altro disservizio della Tim. Ho perso ore e serenità appresso agli operatori del 187 a causa di un loro errore che mi sta tormentando e che mi fa sentire come se mi fossi rivolta agli strozzini, quando invece ho fatto un gesto così semplice (seppur sbagliato), di cambiare operatore telefonico.
E ogni volta che l'omino Tim balla in televisione, mi viene voglia di mettergli le mani  al collo.
Ma siccome mi sono dilungata anche troppo, questa è un'altra storia...che racconterò a malincuore.

giovedì 22 febbraio 2018

Cari maestri

Un bel po' di anni or sono il padre di un mio amico, all'epoca insegnante di scuola media, si trovò davanti alla difficile decisione di bocciare un alunno che meritava sì di essere fermato, ma che era figlio di un delinquente del paese. Bè diciamola, tutta, era proprio affiliato a una nota organizzazione malavitosa e, insomma, il padre del mio amico temeva che una bocciatura avrebbe potuto scatenare rappresaglie. Senonché, durante il colloquio scuola famiglia, il padre del ragazzo, comprendendo la scarsa propensione del figlio allo studio, invitò l'insegnante a non avere scrupoli e a bocciarlo. Narrano le cronache che il padre del mio amico seguì il consiglio del genitore e proseguì serenamente la sua carriera.
Altri tempi. Oggi basta un rimprovero e il povero insegnante se è fortunato deve pagarsi un avvocato, altrimenti, bé...almeno le cure in pronto soccorso sono gratuite.
Cos'è cambiato, cos'è che ha reso la scuola, e i professori, meno autorevoli?
Una dose di responsabilità ce la dobbiamo prendere noi genitori. A un certo punto della sua carriera di insegnate di scuola media, mia madre non vedeva l'ora di levare le tende, non tanto per gli alunni, quanto per i genitori, diceva.
Un tempo si affidavano i figli ai maestri con la grata certezza che li avrebbero formati col loro sapere. Oggi, diciamocelo, non è sempre così, e alzi la mano chi almeno una volta non ha dubitato delle scelte (e delle capacità) didattiche di un insegnante dei propri figli, quando non le ha addirittura criticate davanti a loro. Degli insegnanti si ha, per vari motivi, sempre meno rispetto, e questo aspetto si tramanda dai padri ai figli.
Ci sono, certo, le dovute differenze. Un'amica mi raccontava che quando lavorava a Verona, i genitori dei suoi alunni prendevano sul serio i richiami rivolti ai ragazzi, mentre da quando è tornata nella nostra provincia, gli alunni sono i primi che se la ridono se lei invia una nota scritta ai genitori e questi ultimi, sempre che si prendano la briga di andare a parlarle, sono sempre pronti a giustificare i figli. Probabilmente il fatto che prima insegnasse in una scuola della buona borghesia veronese e oggi in dei paesoni di periferia ha il suo peso, però, chissà.
C'è poi una perdita di autorevolezza che va imputata alla scuola stessa, rea di aver accorciato le distanze tra professori e alunni in maniera troppo disinvolta. Per carità, non rimpiango i maestri che infliggevano punizioni corporali o che semplicemente terrorizzavano gli scolari con uno sguardo, ma oggi si esagera in un buonismo senza senso, al punto che ho visto insegnanti tremare se venivano scoperte ad alzare un po' la voce con alunni terribilmente maleducati.
Oggi alle insegnanti si dà del tu, si risponde con ironia (se non con insolenza), si trattano come le amiche della mamma, dimenticando una cosa: che non sono zie affettuose, amiche, né tantomeno figure materne. Sono insegnanti.
Cosa dovrebbe fare la scuola per ristabilire i ruoli? Non lo so. A me sembra che i professori abbiano armi spuntate, se adesso anche bocciare è diventato tabù. Che poi qual è la ratio di questa scelta? Forse che non "costringendo" i ragazzi a studiare compiranno più volentieri il loro dovere? Sarebbe come dire che da domani aboliamo le contravvenzioni e i punti sulla patente, certi che questa botta di fiducia porterà i guidatori a essere più responsabili. Sì, certo, crediamoci.
Tra l'altro, io di insegnanti incattiviti che provano gusto a bocciare non ne ho mai conosciuti, anzi, ho sempre notato uno spirito opposto. La bocciatura è una scelta sofferta, fatta in casi estremi, quando non rimane altra scelta. Del resto, il diploma "d'ufficio", a che serve?
Cari ministri, ma voi vi fareste mai curare da un medico che all'università non era obbligato a studiare e che ha superato gli esami perché lo stabilisce la legge? Pensiamoci.

sabato 27 gennaio 2018

L'importanza di ricordare

L'anno scorso il paesello dove viviamo intitolò i giardini della scuola a uno degli agenti della scorta di Giovanni Falcone, nostro conterraneo. Per l'occasione furono invitate alla cerimonia alcune classi, tra cui quella di Ieie.
Al ritorno Ieie mi raccontò della sorella e della vedova dell'agente che erano presenti alla dedicazione. Mentre la seconda sembrava felice (dove per felice immagino che il bambino intendesse che era serena, sorridente), la sorella, no, tanto che si era messa a piangere. Mi sorprese come Ieie avesse colto queste sfumature, lui non sapeva tradurre in un discorso logico quel che aveva visto, il modo con cui ognuno di noi affronta il dolore, ma era evidente che quell'esperienza lo aveva toccato.
L'altro giorno al Tg mostravano i resti dell'auto della scorta di Falcone, che fino a fine mese sarà esposta a Roma. Mentre la telecamera indugiava su quell'ammasso di lamiera contorta, Ieie è entrato in cucina e il suo sguardo si è inchiodato, stupito, sullo schermo. Quando gli ho chiesto cosa fosse, mi ha subito risposto ricordando il nome dell'agente e questo fatto mi ha colpita.
Quando penso alle stragi che hanno insanguinato la storia italiana mi viene una gran rabbia, perché le nostre istituzioni, e anche molti di noi, quei sacrifici non se li sono meritati. Perché mi chiedo amareggiata a cosa sia servito versare il sangue di tanti innocenti.
Poi però penso a Ieie e ai bambini, che sono la nostra speranza, il nostro futuro. E' a loro che bisogno puntare, è a loro che bisogna raccontare, ricordare. Perché sono migliori di noi e sapranno dare corpo a quei sentimenti buoni, che noi abbiamo sepolto sotto uno strato di rassegnazione.
Per cui, che sia la Shoah o la strage di Capaci, ben venga il racconto. Se ne parli a scuola, se ne parli in famiglia, i ragazzi sapranno cogliere, ognuno secondo le proprie capacità, perché, come mi ripeto, "semina, semina, che qualcosa raccoglierai".