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domenica 11 luglio 2021

Riflessioni sparse sulla vita di questi tempi

 Siamo stati un week end sulla costiera amalfitana e quel che mi ha colpito di più è stato rendermi conto che c'è un'altra vita fuori dai rigidi schemi che il Covid ci ha imposto, fuori dalle quattro mura dove da mesi rimuginiamo sui nostri affanni. Scoprire, o ricordarsi, che esistono altri mondi, altri posti meravigliosi in cui perdersi e ritrovarsi, in cui lasciar decantare i pensieri più bui per prendere in cambio rinnovate energie che, insomma, non esistono sono le regole che hanno travolto e imbrigliato le nostre esistenze, ma che la VITA continua.
Gattino a zonzo in quel di Capri
Poi, va be', torni a casa e vuoi o non vuoi il tuo animo si ritrova in zona rossa.
Non riesco veramente a guardare con fiducia al futuro, forse perché la verità è che non posso progettarlo e quindi non sono più padrona dei miei giorni. Sì è vero, adesso si possono fare molte cose che fino a pochi mesi fa erano vietate, ma la sensazione è quella di vivere in una di quelle bolle di vetro che quando le capovolgi cade giù la neve. Bellissime, ma, finito lo spettacolo, tutto rimane immobile e sigillato sotto una calotta. E' esattamente come mi sento. Siamo nel pieno del turbinio estivo, tutto (o quasi) è lecito, di più: bisogna fare la qualunque perché questa libertà potrebbe durare poco.
Un orologio nella reggia di Caserta simbolo di questi mesi chiusi mentre il tempo va
Siamo stati travolti da un'epidemia di lauree, compleanni e battesimi di bambini che manco sono nati e altri che son così grandi da poter rispondere in autonomia al sacerdote. Tutti presi dalla frenesia di organizzare perché "adesso si può fare, a ottobre chissà". Ecco, io non riesco a essere felice, a godere del momento se vivo con il dubbio di dover, tra un paio di mesi, tornare dietro le sbarre. Il ruolo del detenuto in permesso premio non mi si addice.
Può darsi che sia una pessimista, o che questi ultimi anni abbiano acuito il mio sguardo obliquo sul mondo, ma quando vedo persone accalcarsi sotto un maxi schermo o in un rave party e poi sento ancora la parola Dad che quando meno te l'aspetti torna in campo (per altro, dei mezzi di trasporto quando ne parleremo, a settembre?), non posso che demoralizzarmi e pensare che siamo proprio dei deficienti.
Intanto, man mano che esco e mi capita di parlare con le persone, si moltiplicano i racconti di ragazzi, soprattutto undicenni e quattordicenni che si sono lasciati alle spalle il primo anno di medie e superiori, che hanno passato l'intero anno scolastico a casa o che, pur essendo andati a scuola, si sono ritrovati a frequentare solo in due tre (qui da noi era possibile, "grazie" all'ordinanza della Regione), e che quindi non hanno conosciuto i nuovi compagni e ora sono ancora più soli. Adolescenti che, a estate iniziata, continuano a vivere in una stanza con la sola compagnia di un telefono cellulare, incapaci di uscire nel mondo e vivere.
Sul fronte anziani, invece, aumentano i racconti di persone che dopo aver passato l'inverno nella solitudine delle proprie case, sono  caduti in uno stato di profonda depressione. Uno scenario sconfortante del quale nessuno sembra accorgersi perché adesso bisogna infondere fiducia che c'è "il rimbalzo del Pil", così come nessuno fa menzione di quelle vetrine inesorabilmente vuote che picchiettano il paesaggio urbano, posti di lavoro e entrare perse, dei commercianti indebitati per andare avanti e che ancora arrancano per una stagione turistica  che, a causa di un continuo mutamento delle regole, non è mai veramente decollata.
Vetrine vuote sul corso della bella Sorrento
Ecco perché non ho fiducia e non voglio fare progetti. Perché molti di noi si sentono ancora in un pantano dal quale faticano a scappare, perché non si può programmare se non c'è certezza sul futuro.
Qualche settimana fa la Lolla ha fatto la sua prima Comunione: nel mese e mezzo intercorso dall'annuncio della data al giorno fissato, oltre ai cambiamenti di fascia di colore e di orari di coprifuoco, le norme sull'accesso ai ristoranti sono mutate così tante volte che se avessi scelto di festeggiare in un locale ci avrei perso la testa (o forse no, perché mi dicono che alla fin fine molti le regole non le rispettano). Ho preferito rimanere a casa mia con i parenti stretti, ho scelto, come faccio ultimamente, di non impazzire più dietro a ciò che è lecito o no. Seguo le notizie il minimo indispensabile e per il resto mi autolimito, rinunciando, ora come ora, a tante cose (del resto per un anno e mezzo ho rinunciato a vedere i miei e uscire di casa, per cui alla fin fine c'è di peggio).
Mi rendo conto che c'è un'epidemia, che la malattia è in continuo divenire e fare previsioni è difficile, ma allora mi chiedo perché, da oltre un anno a questa parte, schiere di Soloni della scienza continuino a straparlare, dicendo tutto e, a seguire, il contrario di tutto, demolendo le nostre speranze e lanciandosi in previsioni avventate, ma ahimé di grande impatto emotivo. Se è vero che abbiamo di fronte una sfida senza precedenti e che un aggiustamento continuo dei mezzi per affrontarla è d'obbligo, un po' più di cautela, e di silenzio, non farebbero male.
Per ritornare a quella normalità di cui tutti ormai si riempiono la bocca in maniera stucchevole, mi pare manchi ancora del tempo.
O così o dobbiamo considerare normale andare a scuola con la mascherina.

giovedì 17 giugno 2021

Su Instagram e la vetrina che inganna

 L'altro giorno guardavo le foto fatte a Gardaland da Chiara Ferragni. Premetto che non ho nulla contro di lei, anzi ritengo sappia fare molto bene il suo lavoro, per cui questo non vuole essere l'ennesimo post denigratorio nei suoi confronti. Semplicemente leggendo il tag supplied sotto a ogni scatto in cui lei il suo bambino e una comitiva di amici e parenti venivano immortalati al parco divertimenti, non ho potuto fare a meno di elaborare una considerazione.
Ora. So bene che offrire gratis il proprio prodotto a un Vip è una delle strategie di marketing più comuni e che il mancato introito per qualche biglietto donato sarà ampiamente compensato dalla marea di persone che andranno a Gardaland dopo aver visto le foto della Ferragni, ma so bene, anche, quanto costi andare in un parco divertimenti. Meno di venti giorni fa, infatti, abbiamo portato i bambini allo Zoosafari di Fasano. Quattro biglietti, di cui solo uno ridotto perché abbiamo scoperto con rammarico che il dodicenne paga come un adulto, ci sono costati una bella sommetta. Ma va bene, rivedere gli animali era una promessa che avevamo fatto ai bambini/ragazzi che dopo questo periodo difficile avevano bisogno di respirare un po' di normalità. 
A dire il vero mai, come in questo momento, credo che tutti i bambini/ragazzi abbiano bisogno di evasione, però mi rendo conto che non tutte le famiglie sono in  grado di sborsare un centone e più in un colpo solo. Specialmente se numerose e se i genitori hanno potuto riprendere a lavorare solo da poco e con tutte le incertezze del momento. Ecco che allora è scattata la mia riflessione sulle foto della Ferragni che, in un altro momento, mi avrebbero lasciata indifferente. Non ho potuto fare a meno di pensare che, a fronte di tanti ragazzini che meriterebbero di svagarsi in un parco divertimenti, ma che non possono permetterselo, proprio a lei è stato offerto di farlo gratuitamente, proprio lei che, senza colpo ferire, avrebbe potuto pagare i biglietti per sé e tutti gli amici e parenti al seguito.
Tutto qui.
E qui arriva un'altra riflessione che riguarda Instagram e gli influencer in generale. Io ne seguo diversi e lo faccio perché mi piacciono, evidentemente. Ogni volta che fanno una sponsorizzazione, che sia una casa vacanze, un elettrodomestico, del make up o un ristorante, tutti quanti si premurano di dire che scelgono accuratamente ciò che pubblicizzano e accettano solo prodotti della cui bontà sono assolutamente convinti. Non ho motivo di non crederci, tuttavia, pensando attentamente a ciò che vedo, rimango perplessa.
Quando devo acquistare qualcosa in rete, infatti, o se scelgo un ristorante su TripAdvisor, una delle prime cose che guardo (e non credo di essere l'unica) è il prezzo. Un locale, o un prodotto, per quanto bellissimi, vengono scartati se troppo cari. Allora mi chiedo, si può essere veramente obiettivi nel recensire qualcosa se non la si è pagata di tasca propria?
Diciamolo senza giri di parole: non andrei mai e poi mai in una casa vacanze di lusso sapendo che il soggiorno, per quanto stupendo, mi costerà pezzi e pezzi da cento. E questo a prescindere dal fatto che abbia o meno i soldi per pagare. Tuttavia se qualcuno fosse così generoso da offrirmi un fine settimana in una villa con piscina, terrazza con jacuzzi e rifiniture di lusso (anzi, se addirittura mi pagasse) e se il posto incontrasse i miei gusti, non avrei remore a raccontare quanto si stia bene. Ma, detto questo, se il soggiorno fosse a mie spese, opterei meglio per il mini appartamento col cucinino nascosto da una porta a soffietto e le coperte quadrettate vintage.
Ecco allora, che si insinua il mio dubbio. Sono davvero onesto se nel dire un gran bene di un prodotto non l'ho pagato? Sarei così entusiasta se per averlo avessi dovuto sborsare un bel po' di soldi? Perché, dopo tutto, il prezzo è uno degli elementi fondanti per giudicare un acquisto. Quante volte dopo aver fatto compere ci siamo detti "Bello sì, ma non vale il costo"?
E no, non basta puntualizzare come spesso fanno gli influencer "Se non me l'avessero regalato me lo sarei comprato" che è un po' come dire a una persona che non sa se farsi operare a cuore aperto "Se fossi al posto tuo lo farei", perché la verità è che al posto suo non ci siamo.
Un'ultima domanda, infine, per quegli influencer che oggi dicono un gran bene dell'aspirapolvere XY, bello, bellissimo, un vero portento, indispensabile (se non fosse che costa un occhio della testa) e qualche mese dopo ripropongono lo stesso quadretto con l'asiprapolvere YZ, stupendo, fa tutto lui e ti costa l'occhio che ti è rimasto.
Ecco, cari miei, ditemi la verità: se aveste dovuto pagare voi, quale dei due avreste scelto?

martedì 26 gennaio 2021

Il muro di Castromediano

"Non ho capito dove stiamo andando, mamma".
"Ci incontriamo con i nonni. La nonna ha preparato l'arrosto che le avevi chiesto, così ce lo dà".
"Ok, ma perché non andiamo a prenderlo a casa loro?".
"Perché non si può".
"Ma scusa non si può andare a trovare un parente, come a Natale?".
"No, Ieie. Adesso col nuovo Dpcm le regole sono cambiate. Si può andare a trovare qualcuno solo se abita nello stesso Comune, i nonni abitano in città e come sai nel capoluogo non ci possiamo andare".
"Sì va be', però. E quindi dove stiamo andando?".
"A Castromediano".
"A Castromediano? E perché?".
"Perché noi abitiamo in un Comune con meno di 5.000 abitanti, quindi possiamo spostarci. I nonni invece, non possono uscire dalla città. Castromediano è attaccato a Lecce e quindi ci vediamo sul confine tra i due Comuni per prendere l'arrosto....Mi sembra quasi di vivere ai tempi del muro di Berlino".
"Secondo me in Germania all'epoca c'erano più libertà".

mercoledì 30 dicembre 2020

Tre desideri per l'anno nuovo

 Se potessimo esprimere un desiderio per il nuovo anno, sono sicura che in maggioranza chiederemmo la fine immediata dell'odiato covid con tutto ciò che questo comporterebbe, la guarigione delle persone ancora in ospedale e la ripresa delle attività lavorative in primis.
Assodato questo augurio corale, per il 2021 avrei anche tre piccoli auspici, no anzi, proprio tre richieste che spero possano essere esaudite.
3) La fine delle conferenze stampa di Conte. Ecco, mi auguro che l'anno nuovo, oltre che covid free, sia anche Conte's press conference free, perché già è brutto che ogni tre per due le maglie della tua libertà si restringano, se poi, prima di ogni nuova regola, il presidente del Consiglio ti deve attaccare un pippone interminabile per spiegare la rava e la fava della necessità di cotale scelta, cercando di convincerti che è per il tuo bene, tutto ciò diventa proprio una tortura cinese. Un po' come se il giudice, prima di quantificare la condanna (perché sai che ti condannerà), ti tormentasse con una paternalistica spiegazione sui benefici che la permanenza in carcere ti garantirà o se il meccanico si dilungasse in inutili valutazioni tecniche sulla fenomenologia del parafango prima di dirti a quanto ammonta il danno.
2) La fine delle mielose (e inutili) frasi ipocrite. Se sento un'altra volta che andrà tutto bene tiro fuori il mitra. Non parliamo di "è come quando c'era la guerra" (ah sì, perché c'eri?), "ma che vi costa rimanere a casa? in fondo vi chiedono solo di starvene seduti in poltrona" (di solito detto da chi percepisce il suo stipendio per intero), "sarà un Natale più semplice ma più vero" (sì come no, e poi "ne usciremo tutti migliori"). Pietà e misericordia 2021, liberaci da questa valanga di cliché che non aiutano a stare meglio, ma nella maggior parte dei casi aumentano solo il tasso di intolleranza.
Immagine presa dal web
1)  Poter uscire di casa senza prima interrogare il tuo smartphone per capire cosa puoi fare e cosa no. Non chiedersi "è consentito?" per la qualunque, se un amico ha bisogno di un passaggio, se vuoi andare in città a trovare i tuoi (o a comprarti una qualsiasi cosa), se piove a dirotto e un amico di tuo figlio ha bisogno di ripararsi a casa tua. Non uscire ogni volta dal supermercato carica di scorte come se il giorno dopo dovesse scoppiare la guerra, perché "magari domani cambiano le regole e non posso più venire qui a fare la spesa". Non tenermi a distanza dalle persone, non muovermi intorno agli amici seguendo percorsi tortuosi fatti di spazi e vuoti. Non contare i canonici 14 giorni per capire se sono sommersa o salvata, ogni qual volta mi sembra di aver fatto qualcosa di "pericoloso". Spero che il 2021 eradichi queste bizzarre e atroci abitudini che hanno preso possesso del mio cervello. E ci restituisca la vita.
Che questo 2020 fatto di rinunce e di giorni sempre uguali, a pensarci ora, mi sembra di non averlo vissuto per niente.
Immagine presa dal web


lunedì 12 agosto 2019

Call center

Ed ecco un altro numero che si aggiunge alla lista nera. No, non è una carta dei tarocchi, ma una funzione salvavita del mio cellulare che da un mese a questa parte, da quando ogni giorno vengo subissata da telefonate dei call center, mi permette di bloccare i numeri (e le chiamate) indesiderate.
Che poi mi chiedo perché continuino a insistere, ormai non rispondo neanche più. Cerco il numero su Internet e appurato che si tratta di un call center lo blocco subito.
Ma loro continuano imperterriti per tre volte al giorno o più, nonostante la chiamata venga bloccata sul nascere.
E' un mercato ben strano quello dei call center. In un'economia che non tira, mi chiedo quanto si possa pagare una persona per continuare a fare telefonate infruttuose. Forse non viene pagata affatto e allora c'è da chiedersi perché accettare un compito così ingrato. Che io,  incapace di essere scortese, quelle poche volte che rispondo ingannata da un numero mobile, ormai mi diverto a precedere le loro offerte e a stroncarle sul nascere.
Come con la solita storia che mi chiamano per conto del mio operatore telefonico per avvertirmi dell'aumento in bolletta dovuto alla fine della promozione. All'ultimo che ha provato  rifilarmi questa truffa, perché di truffa si tratta, non l'ho fatto neanche parlare e gli ho detto subito che non avendo nessuna promozione attiva, non mi potevano togliere nulla. Il tipo si è inalberato, "Come non ha nessuna promozione?" diceva indignato (lui!), però dopo mi ha chiesto "Ma lei ce l'ha la linea fissa?". Forse anziché zittirlo avrei dovuto spiegargli che era il quindicesimo operatore che in quattro mesi mi propinava questa storia.
Che poi mi chiedo com'è che ci finiamo in questo girone dantesco dei call center. Che giri hanno fatto i nostri numeri per finire periodicamente in questa folle lotteria dove vinciamo sempre e comunque valanghe di telefonate indesiderate?
E' lecito tormentare la gente, spingerla in tutti i modi, e quando dico tutti intendo specialmente quelli truffaldini, a cambiare operatore telefonico, gestore di luce e gas, attivare un abbonamento Tv,  senza che abbiano mai manifestato interesse a farlo?
Per non parlare di quelli che parlando un italiano stentato su una linea che frigge come un uovo al tegamino, per prima cosa, nel presentarsi, si premurano di dirti che chiamano dell'Italia. Ma che credibilità hai, dico io? Come pensi che io possa fidarmi della tua offerta di trading on line? Che, insomma, se proprio avessi del denaro da investire, non è che lo affiderei al primo sconosciuto che mi chiama. Eppure, incredibile ma vero, per quanto siano falsi come una banconota da un euro, son riusciti a truffare tante persone. Sarà anche perché quando dici che non sei interessato cominciano a farti sentire uno sciocco che non capisce niente.
Mi chiedo spesso se questo sia un male solo italiano o se il tormento quotidiano dei call center sia merce comune anche all'estero. Perché a pensarci bene, un Paese dove sono accettate forme di mercato di questo tipo, è un Paese malato, senza regole e senza istituzioni capaci.
E allora poi ti spieghi perché uno vada a lavorare in un call center.

martedì 30 luglio 2019

All'ufficio postale

All'ufficio postale ci sono solo due addetti agli sportelli.
Il primo, occhiali quadrati e capelli grigi con un taglio che una mia amica definirebbe da abbonato, gestisce praticamente tutto: raccomandate, pacchi, pagamenti. Anche la porta che separa la sala per il pubblico e il backoffice è roba sua. Di tanto in tanto (molto spesso) quando qualcosa o qualcuno deve passare, si alza, aziona la prima porta e, alla chiusura, aziona la seconda. Lentamente. Poi ritorna al suo posto. A continuare a servire il cliente.
Intanto il collega è ostaggio di tre donne e un uomo il quale, forse in un tentativo di mediazione, spiega che la ragazza "è registrata alla Comune di Isère, perché è nata lì, alla Comune di Isère".
Molta gente entra, prende il biglietto, confronta il numero con quello servito e desiste.
Lentamente (che lì velocemente sarebbe un controsenso) una sensazione di déjà-vu mi assale.
Una donna con un pacco con su scritto Tim entra, chiede se come al solito c'è un impiegato addetto solo ai pacchi e sentendo che no, deve fare tutta la fila rimane perplessa. "E' come a dicembre" commenta una sua conoscente, evidentemente sottolineando analogie cabalistiche che si verificano in tempo di vacanze.
La donna col pacco desiste.
Dal backoffice, dove il personale pullula più che al front office, una guardia giurata esce nella sala. Il solito impiegato lascia il suo lavoro, apre la prima porta, poi la seconda. La guardia giurata salta la fila e dà all'impiegato un bollettino, paga, poi ritorna nel retro. Apri la prima porta, apri la seconda porta.
I quattro della Comune sono ancora lì.
Una signora ha un pacco voluminoso da spedire. Apriti cielo (e apriti porta). Informazione sui costi, pesa di qua, conta di là, che manco le valigie al banco della Rayanair.
Una signora addetta ai finanziamenti passa nel retro. Apri la prima porta, apri la seconda porta. La signora esce. Apri, riapri.
Sempre di più tutto questo mi ricorda qualcosa.
Finalmente il secondo impiegato si libera. Ma non chiama nessun numero.
Di nuovo l'addetta ai finanziamenti deve andare nel retro. Entra. Poi esce.
Chiamano il 42, tra due numeri tocca a me. Che bello, il 42 non c'è, ma, aspetta, l'impiegato invita allo sportello una signora arrivata da poco che chiedeva se per la sua operazione ci fosse da fare tutta la fila...adesso ho capito dove mi trovo.
E poi, ecco il 44. L'impiegato mi sorride, mi dice qualcosa sul perché di tanta attesa, annuisco senza capire una parola, che tra il vocio e i doppi vetri è impresa ardua. E poi diciamocelo, a questo punto mi interessa solo pagare e andar via.
Il castello di Ussè che ha ispirato la favola della Bella addormentata
Ieri mattina sono andata a pagare alcune bollette ché, da quando è arrivata l'estate, al paesello il postino arriva a settimane alterne e così ne abbiamo trovate tre tutte assieme, come i pacchi sotto l'albero la mattina di Natale.
Siccome nel frattempo siamo al paesino, ho pensato di usufruire dell'ufficio postale del comune vicino, che è un po' più grande e hai visto mai che ci si sbriga prima, ma evidentemente la mareggiata di scirocco ha ispirato lo stesso pensiero alle 14 persone davanti a me e alle altrettante arrivate subito dopo.
Tutti i paesi di questo territorio sono paesi in cui, pur essendoci Internet, Amazon (l'ufficio postale era zeppo di pacchi con il sorriso) e turisti a profusione, qualcosa è rimasto bloccato, fermo nel tempo. Sono una versione del regno della Bella addormentata ambientato nella Gagliano di Cristo si è fermati a Eboli.
E comunque non era il libro di Carlo Levi quello a cui l'attesa mi ha fatto pensare. Il déjà-vu è molto più prosaico. Un'ora e passa di fila allo sportello della posta e mi sembra che il bradipo della motorizzazione di Zootropolis sia lì davanti a me.

martedì 4 giugno 2019

Di cosa parliamo quando parliamo di privacy

All'incirca un anno fa la mia casella di posta elettronica si riempì di mail provenienti da diversi mittenti, ma aventi tutte le stesso oggetto. Era entrata in vigore la nuova normativa sulla privacy e chiunque avesse in archivio i miei dati personali mi chiedeva il consenso al trattamento.
Da allora è stato uno sciorinare firme per la qualunque: da quando rinnovi un contratto a quando fai un'operazione in banca, per non parlare degli odiosi pop up che compaiono all'apertura di una qualsiasi pagina Internet per avvertire dei cookies.
A quanto pare, secondo il Regolamento Ue che ha introdotto queste nuove norme, il trattamento dei dati personali non può più essere illimitato, ma funzionale agli scopi della raccolta e il consenso va richiesto dietro esposizione di informazioni chiare e semplici. Ora, alzi la mano chi si sofferma a leggere ogni volta l'informativa prima di dare il consenso. Io no, mi ci vorrebbe un'altra vita e del resto anche quando te lo chiedono, questo benedetto consenso, nessuno si prodiga più di tanto a spiegarti il perché e il per come, "una firma, è per la privacy" mi ripetono sempre.
Sono certa, comunque, che questa rivoluzione garantirà maggiori tutele, a vantaggio di chi, però, non l'ho ancora capito.
Non troppi giorni or sono ho dato una sbirciata on line alle tariffe di tre compagnie telefoniche. Tempo poche ore e tutte e tre mi hanno contattata per propormi di passare con loro. Poi uno dice la privacy, ma vuoi mettere i miracoli della telepatia?
Sabato, invece, ho usato il tablet di mia madre e la rete wifi di casa dei miei per cercare informazioni su di un libro. Non era un titolo nuovo, tantomeno famoso, almeno per me, e figurarsi la mia sorpresa quando, tornata a casa, mentre col mio smartphone navigavo sulla mia rete wifi, si  è aperto un banner con la copertina del libro di poche ore prima. Be' dai, mi son detta, ci sarà una spiegazione, d'altronde lo smartphone era agganciato alla rete dei miei. Già, ma, insomma, il tablet non era mio, come ha fatto l'"algoritmo" a capire che fossi io l'autrice della googlata? Misteri della privacy.
Come quando mia madre, contattando l'azienda che le fornisce luce e gas per fare l'autolettura, si è sentita chiedere dalla telefonista, ex abrupto, se voleva passare a loro per la fornitura elettrica di un'altra casa, in un'altra località, che risultava intestata a mia madre ma con un'altra azienda.
E quindi la domanda è d'obbligo: a cosa acconsentiamo esattamente quando mettiamo "una firma per la privacy"? A che la nostra privacy venga violata a ogni ora del giorno in maniera importuna e fraudolenta?
Perché per me non è normale essere contatta da persone che si spacciano per i miei fornitori di luce, gas o telefono (a volte in maniera ambigua, altre volte facendo proprio il nome delle aziende) che poi si rivelano lavorare per altre compagnie che cercano di farmi cambiare contratto in maniera truffaldina. Dove sta la privacy in questi casi, e, soprattutto, chi ha fornito loro informazioni su di me? Posso io aver dato il consenso a tutto questo?
Dov'è sta benedetta tutela della privacy che la normativa Ue avrebbe dovuto garantire? Io piuttosto, da tutto questo ho imparato tre cose, tutt'altro che positive.
La prima è che, per quanto cerchi sempre di essere gentile con gli addetti ai call center perché penso svolgano un lavoro ingrato al quale sono spesso costretti loro malgrado, non c'è giustificazione per chi usa la truffa e l'inganno e quindi d'ora in poi mi sentirò autorizzata a mettere da parte gentilezza e rispetto anche con chi magari non ha colpe, poiché i precedenti non sono a loro favore;
la seconda è che questo modo di operare meschino e gretto, alla faccia della privacy, ci ha resi tutti peggiori;
la terza è più che altro un interrogativo: ma non è che quando diamo il nostro consenso per la privacy, più che tutelare noi stessi, acconsentiamo a che gli altri ce la rompano legalmente, questa privacy?

mercoledì 22 maggio 2019

Se per essere "green" bisogna comprare

Da un po' di tempo c'è una nuova moda che riempie le stories di Instagram, i servizi televisivi e i blog di tutto il mondo. La potremmo chiamare green, o eco, e altro non è che quella tendenza con cui ci dicono che stiamo distruggendo il nostro pianeta e che dobbiamo cambiare "way of life" prima che i danni siano irreparabili.
Ora. Io non sono una terrapiattista né una no vax, se gli scienziati lanciano l'allarme sull'inquinamento e sul dilagare della plastica nel mare, mi fido di chi senza dubbio ha più titoli di me per dare informazioni. Quel che non condivido è un certo modo di porre la questione, con personaggi più o meno famosi dei social e dello spettacolo sempre pronti a farci (farmi) sentire in colpa.
Colpevole perché per i miei figli ho usato i pannolini usa e getta; colpevole perché mi mangio due fettine di carne alla settimana; colpevole financo perché a casa nostra ci laviamo i denti.
Se l'inquinamento mondiale rischia di raggiungere il punto di non ritorno è colpa nostra, ci dicono, e dobbiamo cambiare al più presto le nostre abitudini per evitare il peggio. Ecco, io questo atteggiamento lo ritengo un po' ipocrita, senza contare che scaricare tutte le responsabilità sui consumatori mi sembra esagerato. Esagerato, ma funzionale: se è colpa tua è giusto che sia tu a pagare il costo (monetario) del cambiamento. Ergo, sborsa un centesimo a busta ogni volta che acquisti frutta e verdura, busta, sia chiaro, che non potrai riutilizzare al prossimo acquisto. Che nesso ci sia tra questa tassa e la riduzione dell'inquinamento non ci è dato sapere (mangeremo meno frutta e verdura? ce le coltiveremo sul balcone?) ma intanto paghiamo.
In quest'ottica nazigreen la prima cosa da fare sarà dire addio a tutto quanto di usa e getta abbiamo in casa per sostituirlo con prodotti eco (e fin qui ci sta). Quindi benvenuti dischetti struccanti, scottex e pannolini riutilizzabili. Ora, non discuto l'innegabile svolta green, tuttavia tutta sta roba va lavata, il che comporta un ulteriore sbattimento. Quando son nata io esistevano ancora i pannolini lavabili, tali "ciripà". Lo so perché mia madre se li ricorda bene e me lo racconta come un incubo. Appena ha potuto passare a quelli usa e getta è rinata. E se ripenso al periodo in cui avevo due figli piccoli per casa, se avessi dovuto anche lavare i pannolini, penso che la Lolla non sarebbe mai nata.
Ma, si diceva, tocca a noi pagare il cambiamento. A caro prezzo. Perché tutti questi simpatici oggetti, molti dei quali in fibra di bambù che pare essere il materiale eco per eccellenza (fino a prova contraria), hanno costi più da boutique che da supermercato. E va bene che il riutilizzo ammortizza la spesa. Ma che vogliamo dire sulla carta igienica di bambù a 2,40€ al rotolo, vogliamo riutilizzare pure quella? E il dentifricio ecologico a 10€ la confezione? Come lo ammortizzo, scegliendo tra lavare i denti ai miei figli o mandarli all'università?
La vera rivoluzione non è bandire la carne per sostituirla con semi e radici (e comunque il ginecologo di una mia amica vegetariana si è rifiutato di seguirla durante la gravidanza se non avesse mangiato carne). La vera rivoluzione sarebbe evitare di mangiarne quotidianamente sotto varie forme, sarebbero supermercati che non strabordano di ogni ben di Dio, dove ogni giorno a qualunque ora puoi trovare di tutto, dalla porchetta di Ariccia ai pizzoccheri valtellinesi.
La vera rivoluzione non è la borraccetta d'acqua nello zaino dei bambini, pardon negli zaini: scuola, palestra, corso d'inglese (perché anche lì, dove trascorrono un'ora sola a settimana, pare che i piccoli soffrano di improvvise arsure). La vera rivoluzione è fare come ai nostri tempi, quando andavamo a scuola con un bicchiere richiudibile nello zaino da riempire con l'acqua di rubinetto. Soluzione che pare abbia funzionato benissimo visto che non si ricordano casi di disidratazione in aula.
La vera rivoluzione non sono i dischetti struccanti lavabili. La vera rivoluzione sarebbe truccarsi poco, in casi eccezionali. Così da ridurre il consumo di dischetti, ma anche di tanti altri cosmetici e struccanti e delle loro confezioni di plastica. Posto che però una soluzione del genere non può essere imposta, ma solo proposta, la verità è che nessuno la suggerirà mai. Specie sui social, dove chi un minuto prima ti ha consigliato caldamente di ridurre la plastica e di fare una svolta green passando ai dischetti lavabili, nella story successiva ti presenterà il nuovo lucidalabbra arrivato dall'azienda di turno nel suo bellissimo, quanto inutile, packaging tutto da smaltire.
La vera rivoluzione è ridurre i consumi di tutto ciò che, a conti fatti, è inutile. Ma nessuno si azzarda a dirlo perché la nostra società, a cominciare da chi dei social ne ha fatto una professione, sul consumo ci vive e non può permettersi il lusso di educare a consumare di meno. E questa è la prima ipocrisia che intravedo in tutto questo parlare "ecologico". Il secondo aspetto è che, mentre a noi poracci son richiesti cambiamenti e sacrifici, l'industria, sotto molti aspetti, va incomprensibilmente in tutt'altra direzione.
Così le caramelle che da bambina acquistavo in un tubicino di carta, adesso sono vendute in ingombranti scatole di plastica. Per non parlare, poi, della tecnologia. Una volta a settimana la mia compagnia telefonica mi propone l'acquisto di un nuovo smartphone a condizioni vantaggiose, peccato che il mio funzioni ancora, per cui non c'è necessità di buttarlo via. Ovviamente questo è solo un esempio di una società dove ognuno di noi è indotto a relativizzare il valore degli oggetti, per cui anche un divano ancora buono, può essere da rottamare se hai l'occasione di comprarne uno dalla linea più moderna a prezzi vantaggiosi.
Per poter campare, il nostro mondo globalizzato non può ridurre i consumi, anzi li deve incentivare, e là dove non arriva l'obsolescenza programmata, ci pensano gli Stati con nuovi standard che richiedono nuove apparecchiature.
Così tra il 2020 e il 2021, per una riorganizzazione delle frequenze, migliaia di apparecchi televisivi saranno rottamati. O così, o bisognerà dotarsi di altri decoder (ma se già si ha il decoder, bisognerà per forza cambiare televisore). L'idea è che questo passaggio, per quanto necessario, produrrà una nuova ecatombe di elettrodomestici funzionanti (e pensare che il bosco sopra il paesello era stato pulito proprio un anno fa dai televisori buttati lì da qualche mente illuminata), senza contare il peso economico sulle nostre tasche. A casa mia non si salverà nessuno dei due apparecchi, neanche quello più nuovo. Idem dai miei suoceri, dai miei genitori e dai miei cognati, tutti con televisori abbastanza recenti, ma non in linea coi nuovi standard. E' il progresso, bellezza.
Sì, ma, ditemi, voi che da mattina a sera mi fate sentire in colpa perché mi lavo i denti, perché uso il detersivo del discount e non quello ecologico fatto in casa, perché, addirittura, non me la sento di passare alla mooncup in quei giorni del mese che già così non sono piacevoli, dove siete voi quando gli Stati ti obbligano a rottamare migliaia di elettrodomestici funzionanti?

mercoledì 20 febbraio 2019

Tim, peggio degli usurai #2

Arieccomi con la seconda parte della mia Odissea con Tim.
Nel frattempo le bollette telefoniche lievitano di mese in mese. Un euro a ottobre, un altro a novembre e abbiamo superato i €40 mensili (la Tim non prevede la bolletta bimestrale), nonostante al momento del passaggio ci avessero assicurato che l'importo sarebbe stato di €35,80 al mese.
Una delle voci che ha subito un'impennata è stato il costo dell'invio della bolletta, passato da un mese all'altro da €2 a €2,50, poi dici che la gente non si scrive più...Il bello è che una bolletta neanche ci arriva, ci mandano un sollecito, la paghiamo in ritardo e ovviamente con mora...Una soluzione però c'è, se non vogliamo l'invio della bolletta cartacea dobbiamo fare l'addebito sul conto corrente. Cioè praticamente dobbiamo mettere una sanguisughe sui nostri risparmi.
Sfiniti, dopo aver già sollecitato il centro plurimarca del paesello, andiamo nel grande centro Tim in città per capire il perché di tutti questi casini che ci sono successi e avere lumi su costi in continuo aumento.
Il risultato è a dir poco demoralizzante. La tipa del centro guarda la nostra posizione sul terminale e già comincia a sbottare che non si capisce che piano tariffario abbiamo, un collega l'aiuta, poi ci dicono che:
a) l'importo da pagare è quello, ce ne facessimo una ragione;
b) non è possibile cambiare e scegliere una tariffa minore anche rinunciando a qualche servizio, con Tim puoi solo aggiungere servizi e non togliere;
c) colpa nostra che ci siamo affidati a un piccolo centro servizi di paese, non dicono proprio così, dicono che deve trattarsi di un centro che non è "serio come loro, perché quando li fanno loro i contratti questi problemi non si verificano", ma la sostanza è la stessa. Non ci siamo affidati a loro quindi adieu e ciao.
Ovviamente cambiare operatore o chiudere per sempre la linea telefonica non è possibile: prima dei due anni la penale è altissima e dovremmo sborsare in anticipo lo sconto tariffario (sì incredibile, ma c'è pure uno sconto) del quale usufruiamo. Capire di che ci cifra si parli è fantascienza, però, perché io non ho un contratto scritto, non ho firmato nulla, né ho fatto una registrazione online. Su consiglio di un amico avvocato, ho anche cercato sul sito Tim un documento che sintetizzi i dettagli legali del mio piano tariffario, ma non esiste nulla. Insomma mi sono legata a doppio filo a questa compagnia senza un documento che attesti i miei diritti e doveri e questo, in Italia nel 2019, pare sia legale.
Poi, inaspettatamente, ricevo un chiarimento da una puntata di Report di qualche mese fa. Si parla di franchising e il titolare di un centro Tim si lamenta del fatto che dopo aver stipulato, con fatica, nuovi contratti di telefonia fissa, i clienti vengono contattati dal call center Tim che, a loro insaputa, con l'inganno, rifà i contratti in modo che il centro Tim non abbia diritto ad alcuna provvigione. Ma allora è quello che è successo a me! E questo spiega anche come mai, nelle continue telefonate fatte prima dell'allaccio, gli operatori sembrassero avere difficoltà a interpretare il nostro contratto e ci fornissero informazioni contraddittorie.
E la conferma del mio sospetto arriva qualche settimana fa quando, in seguito all'ennesimo disservizio, richiamo il 187. Quando chiedo conto di tutti i loro errori, l'operatrice ipotizza che ci sia stato qualche problema al momento della stipula contrattuale (ma quale stipula?), come se il contratto fosse passato sottomano a più persone che hanno spuntato voci diverse e contrapposte.
Ma qual è l'ennesimo disservizio? Ta dah, nella bolletta di dicembre, recapitata il 21 gennaio, l'addebito del costo del modem!
Parte la segnalazione al 187, mi danno subito ragione, perché in effetti il mio contratto prevede il modem gratuito, di non preoccuparmi (aridaje) che non devo pagarlo, che riceverò comunicazione sull'esito del reclamo. Il 1° febbraio una mail di Tim mi dà ragione e mi dice che hanno già provveduto a modificare la fattura, non €110,61 devo pagare, bensì €41,61. Posso andare negli uffici postali, negli esercizi commerciali Puntopolis o pagare online.
Scelgo la terza opzione che mi si rivela impossibile: online posso pagare €110,61, non un centesimo di meno. Richiamo il 187 (ancora!) e la gentile signorina spiega che la bolletta è stata rettificata, ma bisogna aspettare l'approvazione del responsabile amministrativo perché "la nota di credito è ancora in elaborazione", dopodiché sarà emessa nuova fattura con l'importo corretto.
Passano i giorni, siamo all'11 febbraio, la bolletta scade il 13, contatto di nuovo il 187 e mi dicono che devo pagare €110,61, poi mi restituiranno la differenza (se credici), siccome protesto mi passano un amministrativo che, gentilissimo, esordisce dicendo che "o ci metto più grinta o non mi sente" e mentre cerco di spiegargli l'accaduto mi sbatte il telefono in faccia.
Stremata, avvelenata, incattivita richiamo il 187 e stavolta l'operatrice mi spiega che non manderanno nessuna nuova fattura, posso pagare con bonifico o con bollettino postale in bianco. Mi faccio dare i dati per il bonifico e procedo.....anzi no, perché il sistema mi dice che c'è discordanza tra Iban e intestatario conto, per cui il bonifico non si può fare. Nuova chiamata e stavolta l'operatrice AH767 (mo me la sono segnata) asserisce che l'unico sistema per pagare è il bollettino postale in bianco da compilare e inviare poi via fax in amministrazione e certo, mi rassicura quando metto in dubbio, certo che il fax lo leggono, arriva direttamente in amministrazione!
Il 12 febbraio pago la maledetta bolletta e mando lo stramaledetto fax. Il 16 febbraio una telefonata da Tim con voce registrata mi avvisa che sono morosa per non aver pagato l'ultima bolletta da €41,61...
Vorrei piangere, vorrei strozzare qualcuno della Tim con le mie mani, ma l'unico strumento che ho è comporre ancora una volta il 187. L'ennesimo operatore mi rassicura, è troppo presto perché il pagamento con bollettino sia già visibile. Ok, ma allora il fax che ***** l'ho fatto a fare?
Ancora ieri, sui miei dati personali della pagina Tim, risultavo morosa. Al che mi sono fatta forza e ho perso un'ulteriore mattinata: ho radunato tutta la documentazione in mio possesso (mail, codici segnati, date, ecc.), ho ricostruito la mia drammatica vicenda e l'ho inviata a Tim tramite posta elettronica certificata, riservandomi di rivolgermi a un legale. Sarà stato quello, sarà stato il caso o forse doveva andare così, ma stamattina finalmente la bolletta risulta pagata.
Morale: sono disgustata dal comportamento di quella che dovrebbe essere la maggiore compagnia telefonica italiana, da uno Stato che non tutela i consumatori e nel quale vicende come la mia sono, non solo possibili, ma ahimè, all'ordine del giorno. Nauseata da operatori call center che, no, non mi fanno nessuna pena. Saranno pure stressatisottopagatisfruttati, ma sono comunque complici di questo sistema. All'apparenza gentili e competenti (neanche sempre) ti stanno, come direbbe Montalbano, cantando la "mezza Messa" per toglierti dai piedi. Tanto quando mai li ribeccherai.
Spero che il mio racconto possa mettere in guardia chi ha deciso di fare un contratto con Tim.
Per concludere io, che sono una persona mite e poco incline al rancore, devo ammettere che al personale Tim, dai dirigenti agli addetti all'ultimo operatore di call center, ho riservato parole che non ho  mai diretto a nessuno in vita mia.

martedì 19 febbraio 2019

Tim, peggio degli usurai

"Ma perché signora - mi diceva stupita qualche anno fa un'operatrice di call center - passare a un'altra compagnia è così semplice, tutti lo fanno".
Sarà, ma quando lo faccio io, si risolve sempre in un grande dramma.

Questa è la storia del mio tragico e sempre rimpianto passaggio a Tim.

A metà giugno dello scorso anno, periodo infausto non c'è che dire, mio marito, stanco dei continui rincari di Infostrada sulla nostra bolletta telefonica di casa, decide di passare a Tim. Si rivolge al centro assistenza del paesello che è un centro plurimarca. Tutto a posto, pochi giorni e il passaggio sarebbe stato realtà. Trascorre una settimana, trascorrono altri giorni e il call center di Tim ci avvisa che mancano alcuni step per concludere la pratica, ma possiamo farli tranquillamente per telefono. Ok, tutto a posto (di nuovo!), un altro po' di pazienza e saremo clienti Tim. Nel frattempo l'estate avanza, ci trasferiamo al paesino di mare (siamo al 9 di luglio) ancora con l'utenza legata a Infostrada. Mentre siamo al paesino, appunto, la Tim ci contatta perché devono inviare un tecnico per l'allaccio.
Ora, il paesino dista 70 Km dal paesello, mio marito lo fa presente, spiega che è disposto a farsi 'sta strada sotto il solleone, ma per carità, che il tecnico si presenti. Ci mancherebbe, s'indignano i sempre affidabili operatori Tim, e infatti...nel giorno dell'appuntamento non arriva nessuno.
Il 26 di luglio, comunque, senza bisogno di alcun tecnico, ci comunicano che siamo clienti Tim. E qui ha inizio il nostro calvario (se già i precedenti non fossero stati sufficienti).
Intanto Infostrada, con il quale vantavamo un rapporto settennale, ci manda la parcella: €35 di contributo per il passaggio ad altro operatore, più altre voci per un cambio di piano tariffario (mai richiesto) effettuato pochi giorni prima del passaggio a Tim per un totale di €66,98.
Ora, il decreto Bersani del 2007 aveva previsto che il passaggio ad altro operatore telefonico avvenisse "senza spese non giustificate da costi dell'operatore". Che è successo quindi nella civilissima Italia? Che gli operatori se ne sono sbattuti della legge e hanno fatto pagare il contributo passaggio bla bla di cui sopra. L'Agcom, davanti alle proteste dei consumatori, ha sanzionato le compagnie telefoniche, ma queste hanno trovato subito il modo di rimediare. Cosa recita infatti l'articolo? "Spese non giustificate da costi dell'operatore", e allora ecco che nei contratti che facciamo con gli operatori telefonici, che lo sappiate o no, è previsto già che, qualora passiate ad altro fornitore o semplicemente eliminiate la linea telefonica, è previsto un costo (mica una penale perché siete clienti fedifraghi, no quello no) da pagare. Tutto perfettamente legale, leggete qui se volete.
Tornando alla nostra fattura, chiediamo conto di questo cambio piano tariffario e Infostrada ci spiega che Tim ha fatto prima il passaggio Internet e poi quello telefonia, questo ha costretto Infostrada a modificare il nostro piano tariffario che li prevedeva entrambi e poco importa se è durato un giorno che poi siam passati a Tim, s'ha da pagare. Chiediamo conto a Tim, ci dicono che Infostrada usa sempre questo trucchetto, verificheranno e vedranno se veramente hanno fatto il cambio in due tempi, che se è così il costo se lo accolleranno loro. Ovviamente non ne sappiamo più nulla.
Ma la questione passa nel frattempo in secondo piano, perché cominciamo a sollecitare Tim per avere il modem in comodato d'uso gratuito che ci spetta da contratto, ma che è gratuito tanto per dire, visto che paghiamo €5,89 al mese (per 4 anni) di manutenzione modem.
Qui parte la prima delle nostre segnalazioni al 187. La cosa bella è che se accedo alla mia pagina personale del sito Tim, risulta sempre che le segnalazioni sono state evase. Come non si sa, visto che o nessuno ti informa o se pure si degnano di comunicarti l'esito del reclamo, di solito ti dicono delle sonore panzane. Il valzer del modem va avanti per mesi, finché a novembre, finalmente, il suddetto viene recapitato e, che succede? Che a stretto giro, il 9 novembre, mi arriva una fattura via mail: €79 di modem che pagherò con le modalità da me scelte al momento dell'acquisto. Ma quale acquisto?  E quali modalità avrei scelto?
Chiamiamo il 187 dove dicono che sì, c'è stato un errore, di non preoccuparci (NON PREOCCUPARCI?) che non dobbiamo pagare niente.
Ma il delirium tremens del mostro Tim non si esaurisce qui: il 19 novembre una mail comunica che non abbiamo diritto al modem perché il nostro contratto è solo linea telefonica e quindi non ci manderanno alcun modem (???); il 16 gennaio un'altra mail manifesta il loro rincrescimento per aver verificato che effettivamente noi, al modem, abbiamo diritto, e che hanno già provveduto a inviarcelo...
Ce ne sarebbe già abbastanza, ma in realtà questo è solo l'inizio della nostra Odissea. Da settimane sono alle prese con un altro disservizio della Tim. Ho perso ore e serenità appresso agli operatori del 187 a causa di un loro errore che mi sta tormentando e che mi fa sentire come se mi fossi rivolta agli strozzini, quando invece ho fatto un gesto così semplice (seppur sbagliato), di cambiare operatore telefonico.
E ogni volta che l'omino Tim balla in televisione, mi viene voglia di mettergli le mani  al collo.
Ma siccome mi sono dilungata anche troppo, questa è un'altra storia...che racconterò a malincuore.

lunedì 28 gennaio 2019

Il sacro fuoco

Da circa un mese Ieie ha iniziato il servizio di ministrante durante la Messa domenicale. E' un'attività che fa con  piacere, vorrei dire perché pervaso da un profondo sentimento religioso, ma devo ammettere che uno dei motivi principali è che gli piace essere al centro dell'attenzione. Non so, forse è una caratteristica normale nei bambini, ma noto che per Ieie quella di mettersi in mostra, essere il vincitore, è un'esigenza fondamentale, fomentata, suppongo, da una società dove esisti solo se appari e sto faticando non poco a fargli capire che la vittoria non è qualcosa che ti capita e con cui ti crogioli nel successo e negli elogi, ma è un mix tenace di talento e impegno. Impegno soprattutto.
Comunque, tornando al servizio di ministrante, essendo stato convocato per l'ultima Messa della mattina, ieri non ci siamo trovati ad assistere alla funzione come al solito. L'abbiamo lasciato in parrocchia mentre gli dicevano che avrebbe portato il cero, e sebbene la solita voce della mammina pedante mi sussurrasse all'orecchio che forse non era un compito adatto ad un bambino decisamente maldestro, la madre saggia ha avuto il sopravvento e ha deciso che avrei fatto meglio a dargli fiducia e chiudere il becco.
All'uscita.
"Be', com'è andata?".
"Mmh, bene".
"Sicuro?".
"...".
"Non mi racconti niente. Hai portato la candela?".
"Sì...ho bruciato un poco la cantoria".
"Come hai bruciato la cantoria???".
"Ma no, poco poco, è rimasto solo un segnetto".
"Ma com'è successo?".
"E' che don Piero parla, parla e io non mi sono accorto che la candela si era inclinata e stava toccando la cantoria".
"Che ti hanno detto?".
"Di non farlo più".
"...".
"Per fortuna che quelli del coro erano in piedi. Altrimenti a qualcuno avrei bruciato anche i capelli".

lunedì 12 novembre 2018

Make up for dummies

Non so se succede solo a me, ma ogni qualvolta vado a ricomprare un prodotto per il make-up, che sia un rossetto o un fondotinta, mi imbatto in un restyling di tutta la gamma che mi costringe a cambiare colore e modello.
E' la legge del mercato, bellezza, se non t'inventi qualcosa di nuovo, perdi clienti.
Mah, sarà. Comunque, questa  non è storia recente, che adesso mi trucco poco e un prodotto mi dura mesi e anni e ci sta che poi non lo ritrovo più, anche quando da ggiovane mi truccavo ogni giorno, il finale non cambiava.
Ricordo quando scoprii con orrore che l'azienda dalla quale mi rifornivo di fodotinta&cipria aveva rifatto tutto: packaging, linee, colori.
"Non si preoccupi - mi disse la commessa - prenda il numero 2 come prima, tanto la numerazione non è cambiata". Fu così che dopo il trucco sembravo essere appena uscita da una seduta di lampada. Quarantamila lire buttate e la scelta, da allora, di ripiegare su prodotti poco costosi, ché non ne valeva la pena. Quindi, a conti fatti, l'azienda perse ugualmente una cliente.
Poi, a tutto questo, si aggiunge il fatto che ormai sono vecchia dentro. Di novità non ne capisco nulla e vado in cerca delle solite quattro cose che adoperavo anche vent'anni fa.
Tipo che qualche settimana fa cercavo una semplice matita per gli occhi e la commessa deve avermi vista in difficoltà tra matite morbide, resistenti all'acqua, sfumabili, interno occhio, esterno occhio, kajal e compagnia cantante, e dopo dieci minuti che me le rigiravo tra le mani è venuta a chiedermi se avevo bisogno d'aiuto (o così o forse ero una ladra). Quasi trattenendo le lacrime le ho spiegato che volevo una semplice matita nera per le palpebre, possibilmente che non si sciogliesse dopo due minuti (che quella che avevo, super professionale consigliatami da un'altra commessa, mi faceva questo effetto panda triste così avvilente).
E niente io mi guardo pure i tutorial su Internet cercando di farmi una ragione della modernità. Di solito digito trucco acqua e sapone o trucco veloce, ma ho capito che dovrei scrivere piuttosto truccarsi con meno di dieci prodotti o trucco senza ipotecare la casa, perché oggi il numero di roba che devi stratificarti in viso per essere minimamente decente si può misurare solo con i numeri periodici.
Blush, primer, BB cream, foundation, face base, face fluid, ma che è? mi chiedo, cosa ne è stato del semplice (e comprensibile) binomio cipria e fondotinta? Guardo stordita tutta sta mercanzia e mi sento come quando qualcuno parla del suo lavoro spiegando di essere un account manager un consultant o un controller (magari con un bel junior davanti a mo' di titolo nobiliare) e mi chiedo perplessa "cioè in pratica che fai?" (che poi, diciamocelo, ancora oggi i nostri bambini alla domanda "che vuoi fare da grande?" è più probabile rispondano l'astronauta o il parrucchiere che il junior consultant, e mi sa che loro hanno capito tutto). Comunque, tornando al make up, dopo essermi aggiornata capisco appieno perché adesso mi trucco molto meno che da giovane, nonostante forse necessiterei di qualche mano di intonaco in più rispetto al passato.
Non è una questione di tempo che manca, di figli che non ti concedono qualche minuto per te, no, la verità è un'altra. Dopo aver capito che non sarò mai in grado di stendere tutti quei prodotti nell'ordine e nel modo giusto, dopo che constato che il mio miglior risultato sarà sempre ben al di sotto del minimo sindacale oggidì richiesto, dopo che mi rendo conto di aver sempre e comunque un aspetto un po' retrò e un po' vintage col mio trucco stile fine anni '90, ripiego sul vero e unico maquillage acqua e sapone: quello che non ha traccia di make up.



lunedì 22 ottobre 2018

Paura!

"Io non ho paura di nulla, sono il guerriero dragone" diceva un paio di anni fa la Lolla a un cuginetto dell'età di Ieie che le chiedeva stupito se temesse i vampiri, gli zombie o simili altre amenità.
E in effetti è vero, la Lolla, al contrario di Ieie, non ha mai avuto paura del buio (da piccola si nascondeva da sola in stanze oscure), dei mostri o di storie lugubri. Se dovessi dare il mio giudizio, è come se avesse sempre considerato queste cose per quelle che sono: storie, e come tali non vi ha dato più di tanta importanza, in maniera più o meno consapevole.
E mentre Ieie si faceva impressionare solo da una copertina di un libro (Il calice di fuoco, per esempio, o una vecchissima edizione dell'Isola del tesoro) al punto da costringermi a dirgli che li avevo buttati, altrimenti non avrebbe dormito più per settimane, la Lolla, quando il fratello pensò di raccontarle della bambola assassina di cui gli aveva parlato un compagno di scuola, continuò a dormire sonni tranquilli con tutte le sue bambole intorno, condividendo il racconto anche con le sue  (non so quanto grate) amichette. Ieie, ovviamente, pretese l'allontanamento immediato delle bambole dal corridoio delle camere da letto.
Insomma, la Lolla non è mai stata tipa suggestionabile. A sette mesi ha iniziato a dormire da sola in camera sua e da lì non è tornata indietro. Se è stanca saluta tutti e si corica in autonomia e sin da piccola, in salute o in malattia, preferisce la solitudine del suo letto al lettone, complice un'acuta, radicata, intensa passione per il sonno.

Proprio per questo sono rimasta colpita (per non dire shockata), quando la settimana scorsa, colpevole uno dei solito racconti che Ieie ricicla dai compagni di scuola, la sera la Lolla ha iniziato a piangere, dicendo di avere paura e la notte si è svegliata piangendo. E' stato come se qualcosa si fosse rotto, come se non avessi più davanti la mia bambina, ma una sconosciuta.
E' durato solo un giorno, poi non ne ha parlato più, il sonno è tornato placido e la Lolla ha ripreso ad andare da una stanza all'altra in tranquillità e in tranquillità a fermarsi a giocare in camera sua anche se non c'era nessuno nelle camere limitrofe.
La paura pare essersene andata, o forse essere stata dimenticata, ma adesso non riesco a non chiedermi cosa è cambiato in lei e da cosa, eventualmente, dovrei proteggerla, cosa che finora non ho ritenuto di dover fare. Mi chiedo, in particolare, cosa la abbia spaventata di quel racconto che ho ascoltato distratta, colpevole di averla ritenuta forte abbastanza per fregarsene come al solito.
E' strano come la crescita, che per Ieie ha significato dar meno peso a certe storie, per lei porti ad esiti opposti. O forse, è solo che la bambina ingenua, immersa in un mondo che col suo filtro rosa depurava tutte le informazioni esterne, comincia ad avere un approccio più consapevole alla realtà. Il rosa, insomma, talvolta deve lasciare il posto ad altri colori.

mercoledì 31 gennaio 2018

Fine della magia?

Questo è un post fuori tempo massimo, ben oltre la zona Cesarini, ma certe cose accadono quando devono accadere e in particolare i figli crescono quando vogliono loro.
Nei mesi scorsi ho tenuto sott'occhio Ieie divisa tra è-ancora-un-bambino-così-ingenuo-per saperlo e figurati-uno-intuitivo-come-lui-se-non-l'ha-capito; ho origliato conversazioni trai suoi compagni del tipo "La mamma mi ha comprato una macchina per fare i pop-corn per Natale" "Allora vedi che Babbo Natale non esiste?" "No che c'entra, Babbo Natale mi porterà qualcos'altro", tutto questo nell'intento di comprendere la sua consapevolezza sulla questione Babbo Natale. Ma niente.
Ho notato solo una certa riluttanza a scrivere la letterina e un calo di entusiasmo e di curiosità per il panciuto signore.
Il fatto è che io alla sua età, da mo' che avevo mangiato la foglia, e non per particolari doti di chiaroveggenza. La mia illuminazione si deve a un Sapientino mezzo scartato, trovato sotto l'albero la mattina di Natale. Che c'azzecca? C'azzecca eccome, perché il suddetto io l'avevo già visto un bel po' di giorni prima mentre mi infilavo sotto un mobile alla ricerca di una pallina. Il pacco aveva da subito attirato il mio interesse e avevo iniziato a scartarlo finché mia madre mi aveva intimato di lasciare stare quel regalo comprato per altri bambini. Ligia com'ero, mica avevo chiesto a cosa si dovesse il regalo, avevo mollato tutto, tanto a Natale mi sarei rifatta.
Sì certo, peccato che quel giorno di Natale, vedendo lo stesso Sapientino, con la stessa carta mezza strappata, un'amara consapevolezza mi abbia avvolta: Babbo Natale non esiste.
Mi sono sempre chiesta se mia madre davvero mi credesse così stupida da non riconoscere il pacco trovato sotto al mobile o se riteneva fossi abbastanza grande per scoprire la verità (sì, ma allora perché non dirmelo direttamente?). Fatto sta che fu un duro colpo da mandare giù. Proprio il giorno di Natale, poi.
Insomma, tornando a Ieie, il dubbio su di lui mi è rimasto, fino a quando qualche giorno fa ha avuto questa conversazione con i nonni materni.
"Nonno, ma quest'orologio me lo hai regalato tu?".
"Io? Macché, Babbo Natale".
"Ma come faceva Babbo Natale a sapere che volevo proprio questo modello qui, nero? Io l'avevo detto solo a te, solo tu lo sapevi".
Ecco.
Quel che mi stupisce è che non mi abbia chiesto nulla (io invece, dopo il Sapientino domandai spiegazioni a mia madre che insisteva sull'esistenza di Babbo Natale) anche se sono contenta che abbia mantenuto il silenzio con la sorella, ingenua e sognatrice fin nel midollo. Io, lo confesso, non fui altrettanto brava, e la prima cosa che feci quel Natale, fu di rivelare (condividere) l'amara verità con le mie cugine. Anche la più piccola, che con me si toglie quasi cinque anni, che si opponeva cocciutamente alla mia tesi.
Ve be', in ogni caso per adesso mi rimane la Lolla da far sognare.
Per adesso? Mi sa che prima o poi le dovrò dire io che Babbo Natale non esiste. Altrimenti potrebbe arrivare con questa illusione sino alla maggiore età.

P.S.
E tuttavia, poiché in seguito alla sua lettera Babbo Natale mi ha regalato un golfino rosa, Ieie ogni volta che lo indosso mi dice felice che quello è il golfino che lui mi ha fatto portare da Babbo Natale. Chi lo sa, forse resiste, tenace, il desiderio di  magia.


domenica 7 gennaio 2018

Presicce

E così le feste volgono al termine. Mai come quest'anno posso dire che sono volate. Mai come quest'anno le decorazioni, il pandoro e le tombolate sono stati una parentesi che mi sono goduta ben poco. Si fanno tanti progetti in vista del Natale, poi basta un'influenza e tutto va a monte.
La prima settimana è passata così, chiusi in casa, con i programmi stilati nei giorni precedenti, andati in fumo come i botti di San Silvestro.
Che poi quello che più mi è dispiaciuto, e mancato, è stato proprio lo stare insieme, il rivedere le persone lontane, piacere di solito concesso dai tempi lenti e dalle lunghe vacanze natalizie.
Ma tant'è. Quantomeno la seconda settimana di feste ci ha regalato un paio di piacevoli giornate sulla neve, buon cibo  e altrettanto buona compagnia, per cui qualche ricordo ce lo siamo portato a casa.
Prima che il lungo ponte natalizio iniziasse, comunque, siamo riusciti a visitare quel borgo che in uno spot on line, un famoso cioccolatino italiano aveva rivestito a festa di tante lucine.


Poiché il borgo, che è Presicce, è proprio nella mia provincia, ne abbiamo approfittato per fare i turisti "in casa" e abbiamo partecipato a un tour nel centro storico del piccolo paese, organizzato dalla locale pro loco. E' stata davvero una scoperta, bella per giunta. Non solo perché il giro era realizzato con cura, con una guida competente e animata da tanta passione nel raccontare la storia del proprio paese, ma soprattutto perché per quanto crediamo di conoscere certi ambienti e tradizioni nostrane, come quella olearia, in realtà quello che sappiamo è solo superficie, mentre nel fondo della memoria restano storie lontane eppure attuali, soprattutto in questi tempi in cui la xylella minaccia di distruggere la produzione olearia locale nell'indifferenza generale.
E' il caso della storia di Presicce che, fino all'avvento dei combustibili fossili, era uno dei centri più importanti per la produzione dell'olio lampante, quello utilizzato in passato per accendere i lumi. Alla corte inglese e a quella dello zar danzavano alla luce dell'olio presiccese, ignorando dove si trovasse questo piccolo paese che con i suoi oltre venti frantoi sotterranei, riempiva le stive dei velieri in partenza da Gallipoli e diretti in tutta Europa. E' storia vera, scritta nei registri dei frantoi, ed è un peccato che noi, che in questi territori siamo nati e cresciuti, spesso ne siamo all'oscuro.
Il tour, che ci ha portato tra palazzi, cortili e musei, fino ad arrivare nella piazza di Presicce illuminata, è stato veramente interessante e lo consiglio ai tanti turisti che ultimamente decidono di visitare il Salento. Si tratta di un itinerario meno noto, magari lontano dai percorsi più battuti, ma ne vale davvero la pena se si vuole conoscere la storia, quella vera che trasuda fatica, profumi e passione, di un territorio.

Per informazioni qui

giovedì 5 ottobre 2017

Di diari e di segreti

Frugando a casa dei nonni, Ieie e la Lolla hanno trovato un mio diario "segreto", scritto quando avevo più o meno la loro età. Con la discrezione che li contraddistingue, lo hanno letteralmente divorato, chiedendo lumi su persone e vicende di cui io avevo perso memoria e trovando che i miei racconti su film visti, giochi con le amichette e personaggi dei cartoni animati di trenta e passa anni fa, fossero il massimo dello spasso.
Dopodiché la Lolla ha iniziato un suo diario segreto, un'agendina minuscola dei My little Pony trovata questa estate in un Happy Meal di Barcellona, che ha avuto l'onore di custodire i pensieri più reconditi della mia bambina.
L'altra sera Ieie, scoperta l'esistenza del diario, cercava di convincere la sorella a farglielo leggere.
"No, è il mio diario segreto".
"Dai, ma i segreti si possono anche svelare".
"Noooo".
"Se no a cosa serve la parola svelare?".
"Va bene".
Sarà stata la logica inattaccabile di Ieie o il fatto che ogni scrittore altro non vuole che un pubblico di lettori, ma tant'è che il diario della Lolla è ora di pubblico dominio. E per quel che ho sentito, mi commuove il fatto che il mio vecchio diario sia stato una fonte di ispirazione.

martedì 3 maggio 2016

Pulendo piselli

Sbucciando piselli arriva lei, pronta a mettere a disposizione anche le sue manine. E che fai, le dici di no? Dopo tutto quello che ti hanno insegnato sul metodo Montessori, la motricità fine e le attività di vita quotidiana?
Aprendo piselli può succedere che la nonna, vedendo mamma e figlia intente alla sgranatura, si commuova ricordando di quando anche lei, con sua mamma e sua sorella, passava il tempo in quel verde sgranellare.
Sgusciando piselli spieghi a tua figlia come fare e le ricordi di controllare che non ci siano vermi. E lei si diverte tanto. Finché non spuntano i vermi. E allora...si diverte anche di più.
"Questa è Lili, Lubi, Gigo" "Ieie guarda i vermini si abbracciano" "No Lili, non andare di là. Aspetta, ti ho costruito una casa con la buccia" "Ecco, vi metto un pisellino da mangiare" "No mamma, non buttare i vermini".
Pulendo piselli a un certo punto non si capisce più nulla, fra pallini verdi che volano per la cucina, semi bacati selezionati come buoni e semi integri dati in pasto ai vermini, ma mai pulizia della verdura fu più divertente. Speriamo solo che in questa confusione, Lili e Lubi non siano finiti nella zuppa.