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mercoledì 30 dicembre 2020

Tre desideri per l'anno nuovo

 Se potessimo esprimere un desiderio per il nuovo anno, sono sicura che in maggioranza chiederemmo la fine immediata dell'odiato covid con tutto ciò che questo comporterebbe, la guarigione delle persone ancora in ospedale e la ripresa delle attività lavorative in primis.
Assodato questo augurio corale, per il 2021 avrei anche tre piccoli auspici, no anzi, proprio tre richieste che spero possano essere esaudite.
3) La fine delle conferenze stampa di Conte. Ecco, mi auguro che l'anno nuovo, oltre che covid free, sia anche Conte's press conference free, perché già è brutto che ogni tre per due le maglie della tua libertà si restringano, se poi, prima di ogni nuova regola, il presidente del Consiglio ti deve attaccare un pippone interminabile per spiegare la rava e la fava della necessità di cotale scelta, cercando di convincerti che è per il tuo bene, tutto ciò diventa proprio una tortura cinese. Un po' come se il giudice, prima di quantificare la condanna (perché sai che ti condannerà), ti tormentasse con una paternalistica spiegazione sui benefici che la permanenza in carcere ti garantirà o se il meccanico si dilungasse in inutili valutazioni tecniche sulla fenomenologia del parafango prima di dirti a quanto ammonta il danno.
2) La fine delle mielose (e inutili) frasi ipocrite. Se sento un'altra volta che andrà tutto bene tiro fuori il mitra. Non parliamo di "è come quando c'era la guerra" (ah sì, perché c'eri?), "ma che vi costa rimanere a casa? in fondo vi chiedono solo di starvene seduti in poltrona" (di solito detto da chi percepisce il suo stipendio per intero), "sarà un Natale più semplice ma più vero" (sì come no, e poi "ne usciremo tutti migliori"). Pietà e misericordia 2021, liberaci da questa valanga di cliché che non aiutano a stare meglio, ma nella maggior parte dei casi aumentano solo il tasso di intolleranza.
Immagine presa dal web
1)  Poter uscire di casa senza prima interrogare il tuo smartphone per capire cosa puoi fare e cosa no. Non chiedersi "è consentito?" per la qualunque, se un amico ha bisogno di un passaggio, se vuoi andare in città a trovare i tuoi (o a comprarti una qualsiasi cosa), se piove a dirotto e un amico di tuo figlio ha bisogno di ripararsi a casa tua. Non uscire ogni volta dal supermercato carica di scorte come se il giorno dopo dovesse scoppiare la guerra, perché "magari domani cambiano le regole e non posso più venire qui a fare la spesa". Non tenermi a distanza dalle persone, non muovermi intorno agli amici seguendo percorsi tortuosi fatti di spazi e vuoti. Non contare i canonici 14 giorni per capire se sono sommersa o salvata, ogni qual volta mi sembra di aver fatto qualcosa di "pericoloso". Spero che il 2021 eradichi queste bizzarre e atroci abitudini che hanno preso possesso del mio cervello. E ci restituisca la vita.
Che questo 2020 fatto di rinunce e di giorni sempre uguali, a pensarci ora, mi sembra di non averlo vissuto per niente.
Immagine presa dal web


mercoledì 23 settembre 2020

Varie ed eventuali sulla fine dell'estate e la ripresa della scuola

E' stata un'estate strana, stretta tra una primavera che non abbiamo vissuto e un autunno sul quale non abbiamo controllo.
Ci avevano detto che ne saremmo usciti migliori. Non ne siamo usciti e di certo non siamo migliori. Cretini ci siamo coricati e cretini ci siamo alzati.
Scene di quotidiano divertimento al paesino in barba alle norme sul distanziamento

Come ogni estate il paesino ci ha accolti con il suo mare e i nostri amici, pronti a darci calore e conforto dopo tanti mesi di vita "sterilizzata". A dire il vero non abbiamo fatto granché, quest'anno il numero di turisti in Salento, anche nel piccolo paesino, è stato ogni oltre previsione. Una fiumana impazzita che ci ha invaso costringendoci a un agosto particolarmente sacrificato. Siamo andati a mare solo perché abbiamo un gommone con cui potevamo evitare la spiaggia, ma per il resto abbiamo passato gran parte del tempo nel cortile dei nostri amici e vicini di casa che ogni pomeriggio hanno accolto i giochi dei bambini e le nostre chiacchiere. Niente ristoranti o pizzerie e per alcune settimane neanche passeggiate sul lungomare, tante erano le persone in giro da trasformare una semplice passeggiata in una gimcana al cardiopalma.

Non è stato facile nemmeno ritornare a casa. Quella casa che, per quanto amata, è stata la nostra prigione per due mesi. Rinunciare alla prossimità degli amici, ai compagni di gioco, ai genitori che adesso che riprenderà la scuola abbiamo timore di andare a trovare è stata una sensazione al limite della depressione. Tanto più che non è possibile fare un pronostico su cosa ci aspetta. Programmare il tempo da ora a venire è un rebus senza uscita.

Inutile rimpiangere il passato o chiedersi cosa ci porterà il futuro, bisogna vivere e apprezzare il presente è una delle tante perle con cui ci infiocchettano la realtà. Ditelo a uno che non sa come pagherà le tasse di domani, di godersi il presente. Sono curiosa di sentire cosa vi risponderà. Io comunque, per dare credito a queste perle, e anche per cercare di orientarmi tra le nuove regole sulla scuola per cui il ragazzo resta a casa anche senza febbre, ma con un semplice "sintomo riconducibile al Covid" (raffreddore? naso chiuso? mal di gola? anosmia?), ho deciso di non iscrivere i bambini ad alcun corso. Niente sport, niente inglese, niente di niente. Mi dispiace tanto, ma finché non sarà chiaro cosa succederà in presenza di casi sospetti devo limitare i contatti con altri bambini al minimo indispensabile.

Sia chiaro, sono contenta che la scuola inizi, è necessario. E non perché sia una mamma esaurita che non vede l'ora di appioppare i propri figli alle insegnanti (altra perla sentita), ma perché credo che, oltre al profondo baratro di ignoranza in cui i ragazzi sono stati precipitati, i ragazzi abbiano bisogno di vivere la loro vita. Rinchiuderli in casa a rimbecillirsi con la pseudo Dad non è la risposta. State voi a sentire un tizio che vi parla dal francobollo dello smartphone mentre il citofono suona, il cane abbaia e vostra sorella litiga con la mamma perché non vuole fare i compiti.

Ma ovviamente c'è la pandemia, signora mia. E' come una guerra: che forse vostra nonna pensava alla scuola durante la guerra (ennesima perla)? Ora, a parte che mia nonna negli anni Quaranta aveva 30 anni e un figlio neonato, dei suoi racconti ricordo la fame nera, i bombardamenti, la fame, la fuga dalla Roma occupata dai nazisti e, non so se l'ho detto, la fame, un concetto che mi ripeteva con insistenza. Mio padre, che invece all'epoca faceva le elementari, non mi risulta abbia perso un sol giorno di scuola a causa della guerra. Quindi lasciamo stare la guerra, please. Ed evitiamo di affibbiare a una madre che vorrebbe che suo figlio riprendesse a studiare anziché languire davanti alla Playstation, l'epiteto di dolente media riflessiva che fa tanto snob radical chic. Signora mia.

Che poi lo so che se i ragazzi si annoiano e passano il tempo davanti a uno schermo è colpa di noi mamme che non dedichiamo loro attenzione. Come la giri e come la volti è sempre colpa nostra. Noi mamme che in sette mesi ancora non abbiamo predisposto una tabella di attività varia e composita per intrattenere i nostri figliuoli tutto il giorno tutti i giorni.

Poi guardo mia figlia, che negli ultimi sette mesi è cresciuta tanto, lasciandosi sempre più spesso andare a improvvise quanto inspiegabili scenate isteriche (sarà stata la quarantena, sarà la crescita? Boh), la guardo mentre scrive ed evita accuratamente di usare "e o a ai anno" perché ha difficoltà a capire quando mettere l'accento e l'h. Lei, promossa con tutti 10, non sui risultati raggiunti, spiegava la pagella, che quelli nessuno li conosce, ma per l'impegno nella consegna dei compiti, nelle lezioni on line (cioè tipo 4 ore di lezione in tre mesi) per la "partecipazione" insomma. La guardo e penso preoccupata che tra un anno, con questo (scarso) bagaglio di istruzione approderà alle medie. Come farà? Ma ovviamente anche in questo caso, scava e cerca e vedrai che è colpa della mamma, signora mia.

Comunque io domani sarò felice come fosse il primo giorno del primo anno. Sarò felice e sarò preoccupata, perché non sono una pazza sconsiderata che non vede l'ora di togliersi i figli di torno. Sarò felice e commossa e questo mi fa ancora più arrabbiare. Perché non ci si dovrebbe emozionare e commuovere per la normalità. 




giovedì 3 gennaio 2019

Tag: i miei film di Natale preferiti

E così ce l'ho fatta (non pensavo a dire il vero) e mi unisco anche io al Tag ideato da Mariella di Doremifa-sol, libri e caffè sui film di Natale preferiti di sempre.
Il Tag prevede due categorie, classici/romantici e comici, con cinque titoli per ognuna. Una volta stilata e pubblicata la propria lista, basta lasciare un commento sul blog di Mariella per avvisarla e, per finire, taggare almeno altri tre blogger.
Ringrazio Maris del blog Cara Lilli per avermi taggata e le chiedo scusa per non essere riuscita a partecipare prima, ma dopotutto la Befana non è ancora arrivata per cui, tecnicamente, le feste natalizie non sono finite!
Ma ora andiamo a cominciare.

COMICI

Ecco adesso, come già avevo spiegato a Maris, devo fare ammenda e rivelare che io, la maggior parte delle commedie classiche natalizie, non le ho mai viste! Non parlatemi di Mamma ho perso l'aereo, Una poltrona per due et similibus, perché nonostante ogni anno li ripropongano in televisione non ho mai sentito l'esigenza né la voglia di vederli. Non chiedetemi il perché, semplicemente non mi va.
Ho visto, ahimé, qualche cinepattone (perlopiù trascinata al cinema da altri) e qualche altra commedia natalizia che però non mi ha fatto impazzire. Saranno stati questi a disaffezionarmi al genere?
Comunque un minimo di background ce l'ho pure io e allora ecco qui la mia personalissima top five.

5) Tutti insieme inevitabilmente. Reese Witherspoon e Vince Vaughn sono una coppia che vorrebbe trascorrere le feste lontano dalle rispettive famiglie. Scelgono la tranquillità di una meta esotica, ma il maltempo sconvolge i loro piani e, complice un servizio televisivo inopportuno, li porta proprio là dove non avrebbero voluto andare. L'ho visto solo una volta qualche anno fa, ma devo dire che non mi era dispiaciuto.

4) Capodanno a New York è un film corale, rallegrato da un cast di tutto rispetto. E' un genere che mi piace molto, ogni personaggio ha una sua vicenda che si svolge la sera del 31 dicembre e che, man mano che la storia si dipana, va a intrecciarsi con quella di un altro personaggio del film finché si crea una vera e propria catena che unisce tutte le singole storie. E poi a fare da sfondo c'è pure New York, cosa volere di più?

3) Tre uomini e una gamba. Ora lo so che col Natale non c'azzecca, ma il film uscì al cinema proprio in quel periodo. Fu uno degli ultimi proiettato nel cinema nel centro della mia città, un antesignano dei multisala con due sale dai nomi diversi ma con un'unica cassa, e che oggi è diventato una sala giochi. Ricordo bene la sera in cui andai, con mia cugina e il suo fidanzato dell'epoca (che poi era, ed è, un mio amico). Come si usava allora le poltrone non erano numerate e, dato l'enorme successo del film, il pubblico era stipato dietro le porte della sala, pronto a sgomitare per accaparrarsi il posto migliore. Fu una vera e propria corsa ad ostacoli tra le poltroncine, ma quanto ridemmo (anche per il film, eh)!

2) Il diario di Bridget Jones. E' una pellicola da divano, plaid e pop corn, perfetta per i lunghi e freddi pomeriggi di questa stagione e poi i maglioni natalizi di Darcy mi sono rimasti così impressi che ogni volta che nelle vetrine vedo qualcosa di simile mi tengo ben volentieri alla larga.

1) Parenti serpenti. Anche questo l'ho visto una sola volta, per cui non ho ricordi nitidissimi (a parte il finale, come dimenticarlo?), ma mi piacque molto. Mario Monicelli mette in scena l'altra faccia della famiglia, quella più gretta ed egoista, ma la sua comicità al vetriolo è impareggiabile. L'unico personaggio che si salva, in questa brigata di fratelli e sorelle terrorizzati dall'idea di doversi prendere cura dei genitori, è il nipotino. Il suo sguardo innocente e di amore sincero per i nonni restituisce un po' di umanità al concetto di famiglia.

CLASSICI/ROMANTICI
5) Canto di Natale di Topolino. E' attraverso questo breve cartone che ho conosciuto il Canto di Natale di Dickens. Ho anche una versione a libro di quand'ero piccola (con protagonista Paperino, però) e, come allora, la storia dei tre Natali che vanno a risvegliare il gelido cuore di Scrooge mi incanta. E poi la lacrimuccia finale è d'obbligo.

4) Piccole donne. Sia la versione con Elizabeth Taylor che quella con Winona Ryder. A dire il vero un po' le confondo, d'altronde la storia è la stessa, ma sono un classico senza tempo. Merito della storia, non c'è dubbio, e di un personaggio, Jo, che ha incantato molte donne e scrittrici (come non citare Simone de Beauvoir o Marcela Serrano?). E' attraverso la versione del 1994, poi, che ho conosciuto un altro classico, ma delle canzoni natalizie Deck the Halls, meglio nota come Sha la la la la la la la la che le ragazze March cantano intorno al pianoforte.

3) The family man. Ecco, questo è uno di quei titoli che non mi stanco mai di rivedere. La vita com'è e come sarebbe potuta essere. Anche se alla fine, quando Jack torna nel suo presente, provo sempre un moto di tristezza perché mi chiedo (un po' scettica) se riuscirà davvero a costruirsi quella famiglia che dopotutto è solo un sogno.

2) Mary Poppins. Da quando ce l'ho in Dvd lo vediamo quando ci va. C'è stato un periodo, come sempre accade con i bambini, in cui andava a loop ogni sera, ma anche allora non mi ha mai stancato. E come potrebbe farlo, la bambinaia perfetta sotto ogni aspetto?
Nell'era pre-Dvd non mancavo mai una replica in televisione (di solito proprio sotto il periodo di Natale) e al liceo ci ho scritto pure un tema.
Non ho avuto il coraggio di vedere il sequel, però, sono troppo affezionata alla storia e temo il confronto.

1) Il film Disney di Natale. Quale? direte, ma tutti. La tradizione di vedere il cartone Disney sotto le feste è antica e irrinunciabile. Mi ricorda la mia infanzia, mi ricorda la mia adolescenza quando con le mie amiche si andava a vedere il cartone di Natale (che fosse il Re Leone, La Bella e la Bestia, Aladdin o Il Gobbo di Notre Dame poco importa) dopo aver letto il rispettivo fumetto sulle pagine di Topolino (eh lo so, non tutti sanno di cosa parlo). Dopo qualche anno di sospensione forzata, ho ripreso questa abitudine con i miei figli. Adesso la scelta è molto più vasta rispetto alla mia giovinezza, perché i cartoni natalizi si sprecano, ma quelli Disney per me sono un must. Noi quest'anno abbiamo optato per Ralph spacca Internet e voi?

E ora, siccome le feste sono agli sgoccioli, mi scuso con Mariella se non taggo tre nomi, ma lascio la possibilità a chiunque passi di qui e ne abbia voglia, di partecipare al Tag con la sua classifica.

lunedì 12 novembre 2018

Make up for dummies

Non so se succede solo a me, ma ogni qualvolta vado a ricomprare un prodotto per il make-up, che sia un rossetto o un fondotinta, mi imbatto in un restyling di tutta la gamma che mi costringe a cambiare colore e modello.
E' la legge del mercato, bellezza, se non t'inventi qualcosa di nuovo, perdi clienti.
Mah, sarà. Comunque, questa  non è storia recente, che adesso mi trucco poco e un prodotto mi dura mesi e anni e ci sta che poi non lo ritrovo più, anche quando da ggiovane mi truccavo ogni giorno, il finale non cambiava.
Ricordo quando scoprii con orrore che l'azienda dalla quale mi rifornivo di fodotinta&cipria aveva rifatto tutto: packaging, linee, colori.
"Non si preoccupi - mi disse la commessa - prenda il numero 2 come prima, tanto la numerazione non è cambiata". Fu così che dopo il trucco sembravo essere appena uscita da una seduta di lampada. Quarantamila lire buttate e la scelta, da allora, di ripiegare su prodotti poco costosi, ché non ne valeva la pena. Quindi, a conti fatti, l'azienda perse ugualmente una cliente.
Poi, a tutto questo, si aggiunge il fatto che ormai sono vecchia dentro. Di novità non ne capisco nulla e vado in cerca delle solite quattro cose che adoperavo anche vent'anni fa.
Tipo che qualche settimana fa cercavo una semplice matita per gli occhi e la commessa deve avermi vista in difficoltà tra matite morbide, resistenti all'acqua, sfumabili, interno occhio, esterno occhio, kajal e compagnia cantante, e dopo dieci minuti che me le rigiravo tra le mani è venuta a chiedermi se avevo bisogno d'aiuto (o così o forse ero una ladra). Quasi trattenendo le lacrime le ho spiegato che volevo una semplice matita nera per le palpebre, possibilmente che non si sciogliesse dopo due minuti (che quella che avevo, super professionale consigliatami da un'altra commessa, mi faceva questo effetto panda triste così avvilente).
E niente io mi guardo pure i tutorial su Internet cercando di farmi una ragione della modernità. Di solito digito trucco acqua e sapone o trucco veloce, ma ho capito che dovrei scrivere piuttosto truccarsi con meno di dieci prodotti o trucco senza ipotecare la casa, perché oggi il numero di roba che devi stratificarti in viso per essere minimamente decente si può misurare solo con i numeri periodici.
Blush, primer, BB cream, foundation, face base, face fluid, ma che è? mi chiedo, cosa ne è stato del semplice (e comprensibile) binomio cipria e fondotinta? Guardo stordita tutta sta mercanzia e mi sento come quando qualcuno parla del suo lavoro spiegando di essere un account manager un consultant o un controller (magari con un bel junior davanti a mo' di titolo nobiliare) e mi chiedo perplessa "cioè in pratica che fai?" (che poi, diciamocelo, ancora oggi i nostri bambini alla domanda "che vuoi fare da grande?" è più probabile rispondano l'astronauta o il parrucchiere che il junior consultant, e mi sa che loro hanno capito tutto). Comunque, tornando al make up, dopo essermi aggiornata capisco appieno perché adesso mi trucco molto meno che da giovane, nonostante forse necessiterei di qualche mano di intonaco in più rispetto al passato.
Non è una questione di tempo che manca, di figli che non ti concedono qualche minuto per te, no, la verità è un'altra. Dopo aver capito che non sarò mai in grado di stendere tutti quei prodotti nell'ordine e nel modo giusto, dopo che constato che il mio miglior risultato sarà sempre ben al di sotto del minimo sindacale oggidì richiesto, dopo che mi rendo conto di aver sempre e comunque un aspetto un po' retrò e un po' vintage col mio trucco stile fine anni '90, ripiego sul vero e unico maquillage acqua e sapone: quello che non ha traccia di make up.



martedì 11 settembre 2018

Sulle smanie dell'inizio scolastico

Ritorni dalle vacanze e, senza nemmeno accorgertene, i soldi ti sgusciano fuori dal portafogli. Cene fuori? cinema? shopping selvaggio? Neanche a parlarne, la prima grossa spesa della stagione è il materiale scolastico. Ieri ho iniziato, senza peraltro concluderlo, il tour de force tra quadernoni e penne ritrovandomi a domandarmi come abbia potuto sborsare tutti quei soldi per un po' di cancelleria.
E no, io non sono una che vuole tutto griffato, tutt'altro, ieri, al centro commerciale, ero quella che ravanava nel cesto dei pacchi di quadernoni in offerta, alla ricerca dei più convenienti e che, quando si è arresa all'evidenza della fine dei quadernoni a righe di terza, anziché cedere alla proposta della Lolla che sventolava quelli di Elsa da € 1,50 l'uno, ha gridato "Giammai, piuttosto li faccio io con la fotocopiatrice e la spillatrice" (ok, non l'ho urlato ma l'ho seriamente pensato).
Così, sotto un sole ancora terribilmente caldo, siamo andate di negozio in negozio per tornare a casa con 45 tra quadernoni a righe e a quadretti (tutti in offerta). Esagerata? Eppure lo scorso anno ne comprai altrettanti e bastarono sì e no fino a Pasqua. Tempo una settimana e già la metà saranno foderati e destinati a una materia. Prendete un quadernone per storia, scienze e geografia a testa, tre per italiano, due per matematica, un altro ciascuno per religione, inglese, musica e arte, moltiplicate per due (figli) e i conti tornano. Attaccate schede su schede su ogni pagina e i quadernoni finiranno prima che riusciate a memorizzare l'associazione copertina/materia.
Non voglio rispolverare il solito "ai miei tempi", ma è un fatto che i quaderni (piccoli, compatti) che ho usato in cinque anni di elementari, sono all'incirca quanti quelli che Ieie ha fatto fuori nel solo primo anno di primaria.
E va bene che la didattica è cambiata e tutta la solita solfa, ma io, come dice lo spot, guardo al risultato, e non mi sembra che Ieie e la Lolla ne sappiano di più di me alla loro età. E no, non è perché io fossi più brava di loro (tutti i dieci che portano a casa io li vedevo col cannocchiale), è che semplicemente noi, si lavorava di più. Ho ancora l'incubo dei pomeriggi trascorsi a fare l'analisi grammaticale di interi brani del libro di testo, mi pareva che l'orologio si cristallizzasse mentre sottolineavo ogni parola con un colore diverso (blu per il verbo, rosso il nome, giallo l'aggettivo) e le riscrivevo sul quaderno con la relativa analisi.
Però io, a tutt'oggi, potrei fare l'analisi grammaticale solfeggiando su un piede solo, e non so se i miei figli, alla fine della primaria, ne saranno altrettanto capaci.
Così, dicevo, le prime banconote sono volate via solo per i quadernoni, e speriamo che siano soldi ben spesi.
Su qualche altro articolo richiesto dalla scuola, io, che sin da bambina ho avuto il complesso dell'autorità e non ho mai messo in discussione le richieste degli insegnanti, ho glissato con nonchalance. Mi riferisco alla etichette con nome e cognome con cui, dallo scorso anno, dovrebbero essere corredati tutti gli articoli in possesso degli studenti: dai quaderni ai libri, fino alle forbici e a tutti i pastelli.
Lo so che ci sono appositi siti Internet che te li stampano e te li inviano a casa (ma mica te li appiccicano, eh?), ma io lo scorso anno mi sono rifiutata di sottopormi a questa spesa.
I motivi, per parte mia, sono due, entrambi validissimi.
Il primo è che, con o senza nome, i bambini si perdono comunque il materiale scolastico. Le gomme per cancellare, per dire, le ho sempre vergate con il nome dei miei figli su ogni faccia. Questo, tuttavia, non ha impedito che il numero di gomme smarrite e mai più ritrovate sia comunque giunto a una cifra incalcolabile (e infatti mica lo so quante ne abbiamo cambiate negli anni). Sicché etichettare tutto, cui prodest?
Il secondo motivo è  che, se la scuola mi chiede di appiccicare etichette su tutto, anche dal primo all'ultimo dei 24 pastelli, evidentemente suppone che io non abbia nulla da fare e mi stia gentilmente suggerendo un modo per impiegare il tempo libero. Ma io, di tempo, ne ho poco, e quel che mi avanza, so già come impiegarlo di mio (per non parlar dei soldi), sicché siccome lo scorso anno nessuno ha eccepito sulla mancata etichettatura, qualora quest'anno la richiesta si dovesse ripetere, ho già pronta la risposta.
Comunque, io speriamo che me la cavo, e pure i miei figli, va.
I quadernoni oggi e i quaderni di un tempo

mercoledì 5 settembre 2018

Ciao, mare

Hai mai visto, veramente, il mare? Hai nuotato tra le sue onde, tagliandolo a vigorose bracciate, sentito la sua freschezza scivolarti addosso? Hai permesso al tuo corpo di divenire parte dell'acqua, mentre polmoni, occhi, naso perdevano la loro consistenza diventando liquidi essi stessi?
Hai lasciato la salsedine seccarsi sulla pelle, imperlarti le sopracciglia, infarinarti il viso?
Hai mai vissuto il mare? Hai respirato il suo profumo? Lo hai solcato a tutte le ore imparando come a ognuna corrisponda una sfumatura diversa di luce?
Sin da bambina ho sempre amato il mare. Il mio mare.

L'ho amato pazzamente quando saltavo i cavalloni sulla prua di una barca.
L'ho amato osservandolo attraverso le lenti di maschere che mi hanno insegnato a riconoscere fondali e colori di ogni singola insenatura.

L'ho amato quando ne esploravo le viscere scendendo sempre più giù.
L'ho amato anche quando, profondo e arcigno, non permetteva di vederne la fine mostrando solo l'angosciante incrocio dei raggi del sole.
Poi sono cresciuta e, come ogni amore che si rispetti, la maturità ha aggiunto a quel sentimento folle e sconsiderato, una scintilla di lucidità.
Ho cominciato a temerlo e a rispettarlo, dopo averne conosciuto l'imprevedibilità.
Ma ho continuato ad amarlo.
Lo amo quando sonnecchia placido e bellissimo sotto il sole e la sua chioma diventa d'oro; lo amo quando si increspa leggermente infastidito per un refolo troppo audace; lo amo quando, arrabbiato, ti scuote e ti strattona.

Lo amo vestito con i colori verdi e azzurri della spensieratezza, o col blu scuro delle grandi occasioni; lo amo al tramonto, quando stanco e incapace di opporsi, permette al sole di tingerlo di sfumature fosforescenti rosa e violette.
Lo amo persino quando si fa baciare dal sole, diluendosi in un rosso appassionato.

Come ogni anno le vacanze al paesino sono agli sgoccioli. Come ogni anno da tanti a questa parte, arrivano le giornate intrise di nostalgia e il cuore è un puntaspilli dove ogni ricordo lascia una piccola puntura. A volte vorrei saltarlo a pie' pari, questo momento che si trascina con malinconia, ma fa parte della vita, della fine di qualsiasi cosa bella. E il fatto che le vacanze al paesino, dopo tanti anni, sappiano ancora farsi rimpiangere è dopotutto un fatto positivo.
Non sarà solo il mare, a mancarmi, ma tutto ciò che questo spazio sconfinato racchiude: la libertà, la possibilità di vivere all'aria aperta, la vicinanza con vecchi amici e l'opportunità di trascorrere con loro tanto tempo assieme.
E poi, quest'anno, anche Ieie si approssima alla fine delle vacanze con un nuovo stato d'animo, quello di chi ha compreso il segreto, ineluttabilmente dolce-amaro, del tempo che se ne va.
Ha raccontato alla nonna di aver salutato un amichetto conosciuto in spiaggia, perché era l'ultima mattina in cui si sarebbero visti.
"Va be' - l'ha consolato mia madre - vi rivedrete l'anno prossimo".
"Sì ma non è la stessa cosa, perché l'anno prossimo sarò più grande".


martedì 2 maggio 2017

1° maggio

"Mamma lo sai quale casa mi piace di più tra la nostra, quella dei nonni e quella dei nonni al paesino?".
"No Lolla, quale?".
"Quella al paesino. E sai perché?".
"Perché?".
"Perché è vicina al mare. E perché possiamo uscire sempre. Solo quando piove restiamo a casa, ma per poco".
Caro paesino, cara casa, cosa avrete di così speciale non si sa, ma se anche la mia nonna materna, milanese, dopo la fame e la paura della guerra, approdò in questo posto dimenticato dagli uomini e le sembrò il Paradiso, un motivo per cui di generazione in generazione ci fate innamorare ci sarà.
Ancora oggi, nonostante gli uomini abbiano impiegato camion di cemento per nascondere quest'angolo di Paradiso creato da Dio in terra, c'è qualcosa di magico in questo paese lontanissimo da tutto, chiuso tra la scogliera e il mare più blu. Qualcosa che ti entra nel cuore e ti rapisce per sempre.
Ieri, a distanza di mesi, siamo tornati al paesino approfittando della prima bella giornata di sole regalataci da maggio dopo il freddo aprile. Poche novità, nemmeno piacevoli, ma la sensazione di pace e benessere è stata impagabile. Ho guardato con desiderio la cara terrazza, la Lolla ha chiesto dove fosse il dondolo, e mi sono immaginata lì, immersa in qualche buon libro, il mare davanti e il sole sopra di noi.
Andando via il venticello di scirocco mi ha persino solleticato con il profumo del mare, quel mix di alghe fresche e salsedine che d'estate è così difficile percepire, forse perché ci sono troppe narici bramose per l'aria.
E' stato bello, direi riconciliante.
E adesso dobbiamo solo aspettare l'estate.

martedì 24 gennaio 2017

Ci vorrebbe il mare

Sono stati due mesi particolarmente lunghi, infarciti di virus di ogni tipo che mi hanno fatta sentire su un ottovolante: appena pensavi fosse finita, di nuovo giù a dosare farmaci e giornate lunghe trascorse dietro i vetri con il mondo fuori. Sono stati saltati viaggi, annullati impegni e ancora non sappiamo se questo lungo giro in giostra sia finito.
Poi è arrivata anche la neve, copiosa, come non accadeva esattamente da 30 anni.
All'inizio quel manto candido e silenzioso che rivestiva a nuovo il paesaggio noto ci è sembrato bello.
Anche noi potevamo assaporare l'atmosfera da bianco Natale, va be' se pure un po' in ritardo. Ma la chiusura delle scuole, le strade ghiacciate e impercorribili, l'intonaco del muro in giardino sbriciolato dall'accumulo di neve, il riscaldamento incapace di tener dietro al freddo mi hanno portata a riconsiderare la storia del bianco Natale. Che poi, capisco che non è roba nostra, che non siamo preparati a questi eventi naturali, ma dopo tutto erano 5 centimetri mica un metro...
E insomma, c'è che adesso non ne posso più dell'inverno, del freddo, della pioggia, del vento gelido che ti entra nelle ossa, dei malanni e mai come quest'anno desidero che l'estate torni presto.
Ho voglia di sole, di caldo, ma soprattutto di mare, perché c'è poco da fare, noi, io, siamo gente di pianura e di mare, che oltretutto non renderà il paesaggio candido e ovattato, ma regala allo sguardo infinite sfumature di colore ed è molto più affascinante. Perché io, dopo una giornata di pupazzi e palle di neve sono a posto per un anno, ma vuoi mettere quanti giorni posso godere del mare?
Vuoi mettere una tormenta di neve con il mare? Anche quando si incupisce nella mareggiata riesce ad affascinarti e se così non fosse Montale non avrebbe potuto scrivere versi talmente splendidi
Antico, sono ubriacato dalla voce
ch'esce dalle tue bocche quando si schiudono
come verdi campane e si ributtano
indietro e si disciolgono.
Basta. Ho voglia del sole che ti accarezza la pelle; ho voglia di scoprirmi e non di infagottarmi fino a dimenticare com'è fatto il mio corpo.
Ho voglia di giornate lunghe, di caldo, di afa anche. Tanto ci pensa il mare a rinfrescarti.
Ho voglia di sapere che basta un costume da bagno per fare sport, sano, gratuito e all'aria aperta. E poco importa se ci sono la cellulite, le smagliature e quant'altro. Il sole ci regalerà una veste dorata che ci farà sentire belle a dispetto degli anni che avanzano.
Ho voglia di serate tiepide, di passeggiate lunghe e di pomeriggi all'aperto.
Ho voglia di salsedine, di pelle secca, di vestiti leggeri e capelli selvaggi.
Ho voglia di mare.

mercoledì 23 settembre 2015

Fine dell'estate

Cose che non mi piacciono, quando finisce l'estate:
- dover stirare i capelli con spazzola e phon in quanto l'asciugatura selvaggia, dovuta e consentita dai lavaggi quotidiani e dall'esposizione al sole, non è più possibile;
- salutare il mare e le lunghe nuotate;
- svegliarmi prima delle sette per coordinare la preparazione dei bambini e sentire l'aria fredda del mattino che mi schiaffeggia viso e corpo;
- l'abbronzatura stile 'intonaco che ha fatto il suo tempo';
- non potermi vestire un po' come capita e, se capita, anche con le ciabatte infradito;
- dover scegliere un abbigliamento opportuno;
- costringere i piedi nelle scarpe chiuse;
- dotarsi di una giacca o un golfino nelle scarse uscite serali;
- ricordarmi del golfino anche per i bambini;
- non poter più cenare all'aperto, con il venticello tiepido che ti carezza le braccia e in sottofondo i grilli, il profumo di verde e magari di salsedine;
- dire addio al mare (lo so, l'ho già detto ma è necessario ripeterlo).

Cose che mi piacciono quando inizia l'autunno:
- non soffrire più il caldo torrido (forse);
-
-
-???
Si accettano suggerimenti.


lunedì 21 settembre 2015

Spleen di settembre

Mai come quest'anno faccio fatica a riprendere la routine 'invernale' fatta di orari rigidi, appuntamenti e compleanni da incasellare, di "non si può c'è la scuola/i compiti/ il corso d'inglese" e, soprattutto, di  casa.
Sono sempre stata una che a casa ci stava volentieri, ma sarà che quest'estate le belle giornate si sono sprecate come non succedeva da anni, sarà stato il mare caldo che per una freddolosa come me è una manna, sarà che le uscite serali con i bambini più grandi cominciano a diventare piacevoli, il fatto è che l'idea di un inverno davanti al camino del salotto mi fa rizzare i capelli in testa. Guardare la tv dopo cena è avvilente quando l'aria ancora tiepida ti invoglia a uscire, ma il paesello non è luogo da passeggio e i bimbi devono andare a letto presto, sicché...
Insomma, al contrario degli anni scorsi, quando settembre mi vedeva piena di energia, entusiasmo e propositi per l'autunno, stavolta non riesco a riabituarmi ai ritmi quotidiani, sono insofferente. Non so quanto c'entri il fatto che l'anno scorso avevo un lavoro (per quanto part-time e da casa) e adesso no, ma ho voglia di aria aperta, di stare in compagnia, di pomeriggi lunghi e caldi di sole. E guardo con angoscia a quando il tramonto delle 16.00 significherà solitudine e pomeriggi casalinghi da inventare.
Sono diventata anche una madre scioperata che desidera che suo figlio abbia pochi compiti così da poter progettare una fuga pomeridiana al parco con amiche e amichetti, o al mare, come abbiamo fatto sabato rubando tempo ai doveri e sfruttando uno dei (forse) ultimi giorni di caldo africano. I bambini hanno gradito moltissimo, fiondandosi in mare come se non lo vedessero da mesi, l'acqua cristallina e la spiaggia, non dico deserta ma quanto meno accessibile, mi sono sembrati un regalo da privilegiati.
Sabato 19 settembre, il mare a pomeriggio

Poi arriva la domenica e, come diceva in altro modo il buon Leopardi, ti accorgi che il tempo non è tutto tuo e che un'altra settimana ti aspetta con le sue scadenze.

Uff, credo che dovrò darmi una regolata. Ma non ne ho proprio voglia.

mercoledì 9 settembre 2015

Ansia di ritorno

Tornare alla vita di tutti i giorni dopo la villeggiatura estiva è un po' come trasferirsi da Favignana a Times Square. L'effetto straniante è lo stesso. Riprendere le fila degli argomenti in sospeso, dei problemi che aspettano di essere risolti (e che no, non hai dimenticato, hai solo cercato di guardare da una certa distanza) ha un effetto schiacciasassi sul corpo e sulla mente.
Se poi si aggiungono i nuovi problemi, costituiti da tutto quello che è andato in pezzi durante la tua assenza, lo stress è assicurato. A parte un po' di piante che, nonostante le innaffiate settimanali, non hanno retto  al caldo di quest'anno, bisogna aggiungere la lavastoviglie che ha fatto kaput (e un po' me ne do la colpa per aver pensato, poco prima di avviarla, ma avremo fatto bene a prenderla incassata, uguale al resto della cucina? e se poi si rompe?) e la batteria della mia macchina che nemmeno a ricaricarla si è ripresa.
Almeno per quest'ultima, ho avuto la bella notizia che fosse ancora in garanzia (onesto l'elettrauto del paesello che me l'ha fatto presente). Così ho chiamato la concessionaria dove ho comprato la macchina, e che ha anche un servizio officina, e mi hanno confermato che sì, la batteria era ancora in garanzia, ma che per ottenere il servizio assistenza dovevo chiamare il numero verde. Ora risparmierò tutto il racconto delle mie telefonate con Dora da Tirana (due telefonate, perché la prima volta, nel bel mezzo della registrazione, il sistema è andato in tilt e la seconda volta, visto che non mi richiamavano, ho dovuto fare la voce grossa con Dora e alla fine il sistema s'è ripreso); lo spelling di targa, numero telaio e cognome (forse il dato più difficile dei tre) con una straniera (peraltro parlante un ottimo italiano) su una linea che frigge (fateci caso, quando i call center sono all'estero, la linea è sempre disturbata); il sistema, sempre lui, che non rilevava la via di casa mia ("Signora - diceva Dora - esca e chieda a un negoziante qualche indicazione", ora, a parte che sulla via ci sono solo case e manco un negozio, che faceva un caldo torrido e non circolava nessuno, ma la figura della pazza che chiede ai vicini di casa come si chiama la strada in cui abita, anche no, grazie). Fatto sta che alla fine il sistema mi invia un Sms con l'indicazione dell'officina dove il carro attrezzi in arrivo, porterà la mia auto e, sorpresa sorpresa, è quella della concessionaria. Sì, quella che due ore prima mi aveva indirizzato al numero verde. 
Ho il sospetto che la globalizzazione sia una gran presa per i fondelli.
La ciliegina sulla torta del rientro è stato il ripresentarsi dei problemi di Ieie col sonno. Ora io vorrei capire perché, in un mese e mezzo al paesino, è sempre andato a letto tranquillo, e appena tornato ha ripreso con i singhiozzi al calar della sera, i drammatici "Dormirò?" e i risvegli per varie ed eventuali.
Ansia da separazione, l'ha definita un amico laureato in Psicologia e psicoterapeuta.
Il suo rapporto drammatico col sonno risale ai 20 mesi, ma a dire il vero ha avuto alterne vicende. Periodi tranquilli si sono succeduti a periodi più turbolenti e infatti prima dell'estate c'era stata una ricaduta che con la villeggiatura sembrava rientrata.
Sembrava. Perché la prima notte dopo il rientro Ieie ha dormito pochissimo. Succede sempre quando il padre ha il turno di mattina e si alza alle sei. Ieie si sveglia prestissimo, prima del padre, per controllare che anche io non me ne vada (giuro: non l'ho mai fatto). Al paesino, anche se il padre andava al lavoro presto, dormiva tranquillo. Qui siamo punto e daccapo. Ho pensato che forse il fatto che al paesino ci fossero anche i nonni con noi lo rendeva più sicuro, e so che è sensibile, che i cambiamenti lo destabilizzano e che anch'io alla fine delle vacanze divenivo (divengo) preda della malinconia. Ma all'improvviso ho avuto una voglia matta di sventolare bandiera bianca e di arrendermi.
Ecco, se ci fosse un numero verde anche per problemi di sonno di Ieie, sono pronta a contattarlo, fosse pure a Tirana.

lunedì 7 settembre 2015

Vecchia casa

Se c'è una cosa che, nonostante l'età che avanza, è rimasta uguale rispetto alla mia adolescenza, è quel senso di malinconica che mi assale quando arriva il momento di lasciare la casa al paesino. Ricordo esattamente cosa feci un anno fa nella stessa occasione - come trascorsi la serata, le cose che scrissi su whatsapp - come se fosse successo ieri, e questo è senza dubbio un segno inequivocabile dell'età (Mi hanno detto, riferiva giorni fa il barbiere del paesino, che dopo i cinquant'anni gli anni volano, meno male che non ci sono ancora arrivato!), perciò non riesco a raccapezzarmi che questa estate così strana sia già finita.
Come ogni anni arrivo nella vecchia casa che ha accolto tante generazioni della mia famiglia, quasi controvoglia. Ci sono le valigie da disfare, nuovi ritmi e spazi a cui abituarsi, letti vecchi e cigolanti e bisogna fare a meno di tanti comfort.
Tempo due giorni e ti sembra di stare qui da sempre. Soprattutto ti accorgi di quante cose puoi fare a meno senza sentirne la mancanza. In primis i negozi. A parte i beni di prima necessità, qui non c'è niente da comprare, e questo è un toccasana per il corpo e lo spirito, al punto che consiglierei una villeggiatura al paesino a tutti coloro che sono drogati di shopping. Ne gioverebbero.
Quel che invece non manca, e che adesso mi dispiace abbandonare, è la vicinanza, geografica e metrica, con tanti amici e avere un po' di quotidianità con i miei genitori. Basta uscire di casa, affacciarsi nel cortile affianco o sugli scogli poco distanti, per trovare un volto noto, un compagno di giochi per i bambini, una voce amica con cui scambiare quattro chiacchiere. E va bene che d'inverno viviamo più o meno tutti nella stessa provincia, ma non è la stessa cosa. Bisogna fissare appuntamenti, incastrare impegni, lottare contro gli imprevisti dei virus stagionali e alla fine passano settimane prima di riuscire a vedersi.
Anche per i bambini l'addio al paesino diventa ogni anno più triste. Perché devono rinunciare ad avere amici sempre disponibili per giocare, ai nonni che vivono sotto il loro stesso tetto, alla libertà dagli orari e alle uscite frequenti. Ma anche perché cominciano a crescere e, come la mamma, ripartono con un bagaglio di ricordi difficile da gestire.
La verità è che qui, né io né i bambini, ci sentiamo mai soli. Ed è difficile rinunciare a questo.
Ma, arrivata la fine dell'estate, l'aspetto che più di tutti mi strugge fino a far male, è il momento di fare i bagagli per lasciare la vecchia casa di famiglia, quella casa dove, in 39 anni, non ho mai mancato di trascorrere (anche per poco) la mia estate. Non è lo stress delle valigie, l'ansia di dimenticarmi qualcosa o la fatica di caricare la macchina che mi preoccupano. No, è vedere sparire sassolini e conchiglie rubati alla spiaggia, giochini trovati nelle patatine o comprati alla festa del paese, è il disordine giocoso dei bambini che con un colpo di spugna va via togliendo vita alla casa. Sono i mobili che si svuotano, i divani che vengono coperti con vecchie lenzuola, la biancheria che ritorna, profumata, negli armadi, le sedie da giardino coricate in cucina. E' la casa che si appresta al lungo letargo invernale e che con i suoi quadri e ninnoli sembra salutarti mestamente e darti, fiduciosa, appuntamento al prossimo anno.
E' stupido, ma la verità è che quella che stai salutando è la te stessa di oggi, dell'anno appena trascorso, e non sai come sarà la donna che tornerà qui la prossima estate.

domenica 6 settembre 2015

Chi bella vuol apparire...

"Mamma cos'è quella?".
"Una tronchesina".
"Una tronchesina? E a che serve?".
"A tagliare le unghie dei piedi"
"Ma non fa male?"
"No amore, taglio le unghie, come con le forbici, non si sente niente".
"...".
"...".
Con fare preoccupata "Mamma l'hai rotto tutto!".
"Amore ho tagliato l'unghia, mica il dito. Vedi? Sto bene".
"Mmh. Mamma mi metti lo smalto ai piedi?".
"Sì, ma prima devi tagliarti anche tu le unghie".
"Ma non con quella".
"Preferisci le forbici?".
"Sì".

Non ho avuto cuore di dire a mia figlia che, di tutte le torture alle quali noi donne ci sottoponiamo per fini estetici, la tronchesina rappresenta la meno pesante. Come disse la mia prof di matematica delle medie quando la figlia si mise l'apparecchio ai denti, "Chi bella vuol apparire, un po' deve soffrire".

sabato 22 agosto 2015

Amarcord

Accade che dopo un numero imprecisato di anni che hai paura a contare ché il numero a due cifre che cresce ti fa impressione, ti ritrovi a giocare a beach volley con gli amici di una vita. Non nel solito campetto dove un tempo trascorrevate gli spensierati pomeriggi estivi dell'adolescenza, e dove da anni ormai non montate più la rete, non per colpa dei bambini (stavolta), ma per motivi che nemmeno più ricordi (il lavoro? le vacanze più corte? le ferie in periodi diversi? o il porto che, chiudendo la spiaggia alle mareggiate, ha fatto sì che vi crescesse una foresta selvatica?), ma in una struttura a noleggio.
Accade che di tanti che eravate, solo alcuni rispondono all'appello poiché gli altri si sentono troppo vecchi per rinverdire i fasti del tempo che fu. Così con uno sparuto gruppo di amici, rinforzato da qualche coniuge sopraggiunto negli anni, ti lanci, è proprio il caso di dirlo, nell'avventura. E' solo un'ora, e vola via veloce, ma sul corpo lascia i segni di un intero campionato di serie A perché sì, i temerari avevano ragione, non siamo più quelli di un tempo, e il polso che ti duole per due giorni ne è la prova.
Però quell'ora di gioco, che entusiasmo!
E poi, rifare una cosa che non facevi da quando eri giovane, e rifarla esattamente come allora, ti fa capire quanto sei cresciuta, e cambiata. E, nell'ordine, ti accorgi
a) di muscoli del tuo corpo che avevi dimenticato di avere;
b) che la mente arriva alla palla, il corpo un po' meno;
c) che il tuo cuore non aveva mai avuto una frequenza così alta, nemmeno quando t'innamoravi;
d) che ci sono cose che un tempo non avresti avuto il coraggio di dire, e adesso lo fai, senza remore;
e) che sei un'adulta, perché, pur trovandoti nella stessa situazione di quando eri ragazza, vedi tutto in una prospettiva diversa.
E che ci sono amicizie che possono durare una vita.
Poi, finita la partita, raggiungi i tuoi figli alla Lega Navale del paesino, dove è in corso una festa per bambini.
E anche questo ti fa pensare. Perché in quella Lega Navale ci sei cresciuta. E' lì che hai conosciuto gran parte dei tuoi amici che hai appena lasciato, lì trascorrevi le mattinate di mare, i pomeriggi dell'infanzia a giocare a nascondino o strega comanda colori e le prime serate fuori casa da sola a raccontare barzellette e a fare il gioco della bottiglia. Poi il porto ha eliminato lo scalo per canoe e vele, ha ridotto i posti barca disponibili per i soci, ha cancellato la discesa a mare. Così, svuotata di senso e di iscritti, la Lega si è ridotta a un circolo serale per adulti di mezza età. Le giovani famiglie sono rimaste senza un posto comodo per andare a mare, senza un punto di aggregazione per le nuove generazioni.
Eppure, alla festa, t'imbatti in una cinquantina di pargoli, da 0 a 10 anni e pensi: ma dov'erano fino a oggi? Alcuni li conosci bene, altri scopri con sorpresa essere i figli di amici che hai perso di vista. Altri ancora non li hai mai visti, ma un dettaglio (un taglio degli occhi, una frangetta) ti fa capire subito chi sono i loro genitori, adulti che sono stati bambini insieme a te. 
E pensi che il cemento non si è mangiato solo il mare, la costa e i fondali con la loro flora e fauna.
S'è mangiato anche i legami umani.
La spiaggia dove giocavamo tanti anni fa
La spiaggia com'è oggi

mercoledì 29 luglio 2015

Scene da un matrimonio

Una ragazza con i capelli color aragosta, in pandant con la cintura del vestito; una donna emersa direttamente dal mare, con lo strascico a coda di sirena e l'abito ricamato da un barriera corallina rosso fuoco; un giovane che si sente male dopo aver spazzolato una cinquantina di ostriche.
Una panchina di ferro battuto con cuscini di tela bianca e lì, piedi contro piedi, ognuno ad una estremità, un bambino e una bambina colti improvvisamente dal sonno dopo aver corso e riso tra l'erba del prato; una signora di mezza età con un lungo vestito blu elettrico e un boa piumato dello stesso colore che, a fine festa, ha arricchito con rose candide, non si sa bene se vere o finte e di quale provenienza; uno zio ultraottantenne che si scatena in pista al ritmo di Collegiala con una parrucca di ricci neri in testa e l'energia di un ragazzo.
Un signore piccolo e tondo, con le braccia piccole e tonde, il viso rotondo accentuato dai pochi capelli, che racconta una storia di dolore che lo riguarda e tu, che per caso ti ritrovi nel gruppo degli ascoltatori, che ti senti un'intrusa, e non sai cosa dire. Perché l'unica cosa che vorresti fare è abbracciarlo e condividere il suo dolore, ma non è conveniente, né razionale, abbracciare qualcuno di cui non conosci nemmeno il nome. E tutto ciò ti fa sentire inutile e cattiva.
E questo ti riporta all'inizio di quella giornata, all'arrivo a casa della parrucchiera scovata dopo vane ricerche, ché il lunedì i saloni son tutti i chiusi al paesino, e grazie a una provvidenziale raccomandazione, per dare un minimo di dignità ai capelli cespugliosi. Nell'ora in sua compagnia la signora ti aveva aperto una finestra sulla sua vita, ma con una tale delicatezza che tu, che pure sei riservata e silenziosa, non ti eri sentita a disagio né avevi provato fastidio. Ti aveva raccontato, tra le altre cose, di suo marito, venuto improvvisamente a mancare pochi anni fa, del quale sente ancora intensamente la mancanza. Non te l'aveva descritto, ma ti aveva riportato alcuni aneddoti utili a comprenderne le virtù. E almeno in quell'occasione, mentre la voce le tremava e gli occhi diventavano lucidi, eri riuscita a trovare le parole giuste.
"Signora, lo so che il vuoto non si riempie - avevi detto - ma almeno deve consolarla il fatto di aver avuto la fortuna di conoscere una persona come suo marito, e di averla avuta al suo fianco".
"E' vero, hai ragione - aveva risposto -. Ho delle amiche vedove, che invece sono contente di essere rimaste sole".
Ecco, ho pensato, questo è VERAMENTE triste.

giovedì 23 luglio 2015

Prima o poi te tocca

Ci son cose, nella vita, che prima o poi a tutti capitano. Una delusione d'amore, una multa, una litigata al telefono con un call center, un'acquazzone che ti sorprende all'improvviso senza ombrello. E poi lui, il matrimonio d'estate. Quest'ultimo, a dire il vero, per lungo tempo me l'ero risparmiato, finché non me ne sono capitati due in due anni. E se l'anno scorso un agosto fresco ci ha graziato, quest'anno, visto come si è messo il meteo, non scamperemo alla calura. Trattandosi, poi, di matrimoni di cognati, l'opzione "adesso decido se andarci o se darmi malato" non è minimamente praticabile.
Ma a questo si aggiunge il carico da dieci. Ad entrambe le cerimonie mi tocca presentarmi da sola, come madre single con figli a carico, situazione che a dire il vero conosco bene, perché il marito è stato incaricato di fare l'autista, prima della sorella, quest'anno della cognata e poi anche del fratello. Con buona pace mia e dei miei figli che, volenti o nolenti, ci siamo dovuti adattare.
Lo scorso anno, grazie ad un paio di scarpe basse di ricambio con cui guidare, sono andata al matrimonio automunita, portando i bambini e mia suocera che all'ultimo momento è stata costretta dai figli a venire con me. Morale della favola: per una serie di disguidi a me non imputabili, siamo arrivati dopo la sposa e a cerimonia già iniziata, con mia suocera che un altro po' entrava urlando come Benjamin Braddock del Laureato.
Quest'anno, mesi e mesi prima ho messo le mani avanti, spiegando che col cavolo che stavolta sarei andata con la mia macchina. Niente paura, mi è stato detto, io e i bambini usufruiremo di un passaggio. E anche se a quattro giorni dalle nozze non ho ancora ben capito quale parente, affine o conoscente si prenderà questo incarico, la tabella di marcia è già stata stilata.
Lunedì usciremo di casa tutti e quattro alle 3 p.m., anche dette 15.00 oppure mazza che caldo visti i 40° all'ombra che ultimamente caratterizzano la fascia oraria, e dopo una serie di incontri con persone variamente imparentate con mio marito, io e i bambini verremo scaricati in chiesa (mio marito proseguirà dal fioraio e poi verso casa della sposa) dove la cerimonia è prevista non prima delle 18.00.
A quanto  pare, onde evitare il ritardo dello scorso anno, l'orario di uscita da casa non è contrattabile.
Non si sa bene cosa succederà tra il nostro arrivo in chiesa e la fine della messa (tempo totale previsto, due ore) visto che, in condizioni normali, i miei figli a malapena reggono una normale messa domenicale. Per dire, quando mio marito mi ha comunicato il programma al telefono, nei miei pochi minuti di distrazione, Ieie e la Lolla hanno:
-iniziato a rincorrersi e menarsi;
-pestato volutamente un formicaio;
-rischiato di scivolare sul formicaio mentre lo pestavano, si rincorrevano e menavano.
E' anche possibile che, tramortiti dal caldo (Ieie, in qualità di paggetto dovrà indossare camicia, giacca, pantaloni e scarpe chiuse), svengano quasi subito senza arrecare fastidio. Io, comunque, mi siederò in ultima fila, fingendo di non conoscerli.
Non è dato sapere, poi, chi, se saremo sopravvissuti, dopo la cerimonia ci porterà al ristorante, visto che mio marito sarà impegnato in un tour fotografico con gli sposi.
A questo punto, ecco, io speriamo che me la cavo.

giovedì 16 luglio 2015

Dal paesello al paesino

Ancora qualche giorno e saremo nel paesino, l'unico paese nel quale avessi mai vissuto prima di trasferirmi al paesello, ché prima di allora la mia vita si era svolta solo in città.
Molto noto per la sua posizione geografica, il paesino è una piccola località di mare che d'inverno conta circa 800 abitanti, allungati, d'estate, da una miscela di villeggianti abituali e turisti occasionali. Come ogni piccolo centro che si rispetti, annovera una serie di personaggi tipici, un po' come i caratteristi dei film italiani anni '50, che ne fanno un mix tra la Stars Hollow di Gilmore Girls e la Wisteria Lane di Desperate Housewives (e lo so che magari ci sono riferimenti più recenti, ma purtroppo i figli hanno interrotto la mia dieta a base di serie tv).
C'è il giornalaio misantropo che esulta quando la stagione balneare è al termine, perché odia la confusione portata dai turisti, e poco importa se con quel che gli fanno guadagnare campa per tutto l'anno; c'è la sua commessa musona, a lungo da noi scambiata per la moglie e quella che credevamo la suocera, o la madre, e che invece si è scoperto essere la moglie. C'è, o meglio c'era perché è venuto da poco a mancare, il proprietario dell'alimentari più vecchio e fornito del paesino, nonché titolare di svariate altre attività commerciali, una sorta di Paperon De' Paperoni locale, in tutti i sensi, che, nonostante lavorasse tanto, girava ancora con una vecchia utilitaria e con abiti che avevano visto tempi migliori. Ci sono ex pescatori ed ex marinai, ormai famosi tra noi villeggianti. Alcuni socievoli e ciarlieri, altri dalla conversazione monosillabica, ché passare l'inverno in riva al mare, con la sola compagnia dello scirocco che sferza la pelle e increspa i capelli, ha conseguenze perenni sull'umore. Ci sono le vecchiette sedute sulla panchina del lungomare, sempre le stesse, sempre la stessa, e tu a stento sai chi sono, ma loro saprebbero ricostruirti il tuo albero genealogico fino alla sesta generazione.
Perché al paesino, ci veniva già la famiglia di mio nonno materno. E forse sarà stato per quelle barche a remi che tornavano a riva cariche di pesce guizzante che, dopo aver vissuto la fame e i bombardamenti di Roma, a mia nonna, originaria di Milano, sembrò il paradiso terrestre.
Ma anche mia madre ricorda passeggiate su scogli ricchi di una fauna e una flora da esplorare. E io, nel mio piccolo, racconterò ai miei bambini di quando con le cugine si raccoglievano ciottoli colorati, conchiglie, telline, gusci di patelle e scheletri di riccio dalla spiaggetta vicino casa.
Gli scogli dove un tempo si faceva il bagno...
Oggi niente di tutto questo ha più senso. Da oltre dieci anni il megaporto turistico pieno di barche per due mesi l'anno, e con la crisi anche di meno, ha fagocitato gran parte della baia, rendendo l'accesso al mare impervio e complicato e soprattutto poco a misura di bambino.
...oggi ospitano solo barche dismesse.
In compenso adesso imperversano i tour guidati alle grotte, che hanno riempito il paesino di un turismo mordi e fuggi che tutto consuma e nulla costruisce.
La baia ai tempi di mia nonna
miei
 e com'è oggi
Io al paesino ci torno perché c'è una casa che ci aspetta e perché c'è un bagaglio di affetti. C'è l'amica T., conosciuta per caso un giorno di 29 anni fa mentre portavo a passeggio il mio cane. Allora non sapevo che mi avrebbe presentato quello che sarebbe diventato mio marito. C'è l'amico M., vicino di casa, al quale un giorno presentai un'amica e ora è sua moglie. Ci sono persone entrate per casualità nella mia vita per non uscirne mai più, con le quali, senza accorgermene, filo dopo filo abbiamo intrecciato le nostre esistenze fino a costruire una trama di ricordi. E' soprattutto per questo che torno al paesino, anche se fa male vederlo ogni anno più trascurato, involgarito e sporco. Anche se è assurdo andare al mare e non sapere come fare per scendere a mare.
Cose che vedevo dalla mia finestra
Cose che vedo oggi
Ma ai miei bimbi ancora piace. E allora spero che anche loro trovino la loro dimensione, fatta di amici conosciuti per caso, di muretti, personaggi tipici e amici di amici. Dopotutto le cose più belle arrivano quando meno te le aspetti.

Cose che vedeva mia nonna

giovedì 4 giugno 2015

La preside

La prima volta che l'ho vista è stato un anno fa, al termine della recita per la fine della materna di Ieie. Recita per altro voluta strenuamente dai genitori dopo che, sempre lei, aveva contrastato e affossato quella natalizia. Ha tenuto un breve discorso in seguito al quale mi sono rivolta a mia madre, insegnante in pensione,  per avere lumi. Ma neanche lei ci aveva capito granché.

Ne avevo già sentito parlare tempo prima, quando la terza classe della materna, quella di Ieie, arrancava in perenne assenza di maestre causa malattia. I bambini venivano divisi e smistati nelle aule dei bimbi più piccoli, a fare non-si-sa-bene-cosa, con loro grande sofferenza. Ieie, per dire, non voleva più andare a scuola.
Ai genitori che l'avevano contattata in cerca di soluzioni, aveva risposto "E' inutile che me lo chiediate, io la supplente NON LA NOMINO".

L'ultima volta avrei dovuto incontrarla un mese fa, in occasione di una mostra interscolastica tenutasi nella scuola di Ieie. Dico avrei perché la mostra, da volantino prevista per le 9, alle dieci ancora aspettava il taglio del nastro. Le maestre erano tutte lì da un'ora, benché fosse un giorno festivo, i ragazzi in piedi sulla soglia a reggere, per l'appunto, il nastro. E lei, deputata a tagliarlo, in ritardo perché SI-ERA-PERSA.
Noi abbiamo girato i tacchi e ce ne siamo andati.

Ora leggo che, con la riforma della scuola, diventerà un leader educativo (ma chi lei???). Dovrà:
- promuovere l'offerta formativa;
- mettere in campo una squadra individuando i docenti più adatti;
- agire con trasparenza (e qui mi faccio una risata);
- ricevere un bonus sulla base delle valutazioni ottenute (sì, ma da chi? Fosse per me le decurterei pure lo stipendio).
Ora, merito, autonomia, sono tutti concetti che mi vedono d'accordo. Ma se ai presidi dovranno andare tutti questi "poteri", io sono molto preoccupata. La nostra, di preside, ce la sorbiremo dalla materna fino alle medie (moltiplicata per due figli) e francamente, o i dirigenti scolastici verranno azzerati e ri-nominati prima che la riforma diventi legge, o altrimenti per noi si mette male.


lunedì 25 maggio 2015

Il battesimo

Ieri, a messa, ho assistito a un battesimo. E fin qui niente di nuovo. Non capita tutti i giorni, invece, di vedere accostarsi al sacramento due ragazzini, otto anni circa il primo, tredici il secondo, per di più di origine straniera, come il nome e i tratti somatici lasciavano intendere, sebbene con  un italiano senza incertezze e senza accento.
Già questo sarebbe bastato a rendere il fatto commovente e denso di significato. Quei due bambini già grandicelli che avevano scelto e chiesto di ricevere il battesimo "con il consenso dei genitori", come il sacerdote si era premurato di spiegare, i volti gioiosi con i quali hanno risposto alle domande del celebrante, il capo chino sotto l'acqua benedetta, la veste bianca, mi hanno inoltre suscitato un po' di invidia.
Lo so, non si dovrebbe dire. Ma loro erano stati proprio chiamati, e fa niente che io il battesimo l'ho ricevuto in fasce, e dovrei sentirmi fortunata perché mi è stato regalato senza sforzo alcuno (ho poi scoperto che il più grandicello dei due da alcuni anni frequentava la parrocchia e faceva il chierichetto, ma non aveva potuto ricevere il battesimo per via dell'iniziale contrarietà dei genitori). La verità è che probabilmente loro sapranno apprezzare questo dono molto più di me, e ne faranno tesoro e ne daranno testimonianza sempre meglio di me, perché per loro non sarà mai scontato come molte delle cose belle a cui siamo abituati al punto da perderne di vista il valore.
Fatto sta che nel bel mezzo della celebrazione alla quale, per onore della cronaca, hanno preso parte anche i genitori dei due ragazzini, una lacrimuccia mi si è fermata all'angolo dell'occhio facendomi sentire un po' sciocca. Piangere per queste cose, alla mia età...
Poi, due file avanti a me, ho visto il volto rigato di una signora che poteva essere mia coetanea; a sinistra una ragazza offriva il fazzoletto a un'altra seduta due panche indietro; finché anche il sacerdote ha terminato la formula di rito con la voce rotta dalla commozione. "Ecco - ha bofonchiato la signora accanto a me soffiandosi il naso - anche il sacerdote si è messo a piangere".
E allora non mi sono più sentita stupida. Ma ho pensato che le porte e le finestre della chiesa non si erano spalancate improvvisamente, e nessuno dei presenti aveva preso a parlare in altre lingue, eppure, in qualche modo, in questa Pentecoste lo Spirito Santo aveva fatto un dono anche a tutti noi.

lunedì 23 marzo 2015

Da dove cominciamo

Son passati più di quattro anni da quando, frugando su Internet per ben altri motivi, mi sono imbattuta nel mondo del blogging e del mummy blogging in particolare.
E' stato, devo ammetterlo, amore a prima vista. C'erano donne davvero brave a scrivere, ma non solo, quel che dicevano era interessante, divertente, piacevole e veniva voglia di tornare a visitare le loro pagine per leggere qualcosa di nuovo.
All'epoca aveva un bambino piccolo di nemmeno due anni, arrivato subito dopo esserci sposati (io e mio marito), ma subito subito, perché la gravidanza era durata solo sette mesi "arricchiti" da altri due di soggiorno in Utin.
In meno di un anno la mia vita era cambiata molto, e molte volte. Forse ero anche psicologicamente debilitata, e, insomma, imbattermi in quei blog mi ha aiutato a comprendere quel che mi stava succedendo e a capire che non ero sola. La maternità porta a tutte gli stessi dubbi e lo stesso stress.
Ecco quindi che nei freddi e lunghi pomeriggi invernali passati tȇte a tȇte con mio figlio, arrotondata nel frattempo da un secondo pancione, dopo aver giocato a nascondino, guardato foto, tirato fuori dal sacco tutti i giochi in nostro possesso, combattuto con la spada di gommapiuma e incastrato i pezzi nel puzzle di legno, esaurito il mio repertorio di mamma compagna di giochi, accendevo il computer e con Ieie sulle ginocchia ci abbandonavamo a un po' di sano relax in modalità finestre affiancate. Una con le canzoncine per bambini per lui e l'altra con i blog per me.
E' cominciato così, come un passatempo trasformatosi a poco a poco in un'idea dapprima strisciante"Perché non aprire un blog?" divenuta poi quasi un bisogno.
C'è voluto molto prima che il proposito diventasse realtà, ma fa parte della mia personalità tentennante e indecisa. Per la precisione, un parto, una trasloco, un ciclo di scuola completato e tutte le varie ed eventuali della vita e così eccomi qui. Un po' più vecchia, molto più stanca, con ancora più dubbi di prima e due bimbi lanciati sulla via della crescita.
La domanda, quindi, è d'obbligo: che blog sarà il mio? Perché sì, so cucinare, ma mi limito a proporre ricette trovate sui libri per cui, a meno di non darvi titolo e numero di pagina, il mio non sarà un blog di cucina; preparo tanti dolci, buoni eh?, ma nessuno talmente spettacolare da meritare un servizio fotografico; ammiro quelle mamme creative e portate per il bricolage, ma l'unico risultato nell'aver conservato nastri, scampoli, sacchettini e fiori finti, fedele al motto che tutto può avere una seconda vita, è che ho un cassetto del comò pieno di roba inutilizzata (su dai, non è vero, i nastri li adopero per aiutare mia figlia ad acconciare i capelli delle bambole). Consigli di moda non ne posso dare, che a volte lotto per un'ora con lo specchio reo di non esaltare gli abbinamenti che ho scelto; i viaggi mi piacciono, ma non è che parta così spesso da poter fare tutti 'sti racconti.
A conti fatti, dunque, c'è  solo una cosa che resta: scrivere. Adesso non dirò che scrivere per me è essenziale, che sin da bambina ho riempito pagine di ricordi e tutte quelle cose che anch'io ho letto spesso e ovunque. E' così anche per me, e basta.
Ma siccome il tempo fugge, e si porta via un pezzettino di noi, questo sarà il mio modo per fermarlo. Per ricordare, ché spesso i momenti scivolano via nei buchi della memoria. Per dipingere Ieie e Lolla e pensare di aver ancora i miei piccolini, quando saranno un uomo e una donna impegnati a vivere. Per confrontarmi, certo, e per dare un senso. A tutto.
Bene, credo sia tutto. Posso cominciare.