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domenica 20 gennaio 2019

Cuore e genio

In paese lo chiamavano cuore e genio. Genio per la sua bravura, o per meglio dire quell'estro che lo portò a rifiutare la media dell'8 datagli dagli insegnanti e con la quale avrebbe potuto evitare di sostenere gli esami di maturità. Troppo poco, secondo lui, meglio fare ricorso, dare gli esami e prendersi i meritati 10.
Cuore perché le ingiustizie non le sopportava. Studente universitario fuori sede, il padre non mandava i soldi a lui, così propenso a regalarli a chiunque ne avesse bisogno, ma a un conoscente incaricato di dargliene poco alla volta, secondo necessità. E dal profondo Sud, si aggirava a Roma senza cappotto. Non serviva, non sentiva freddo e quindi il suo lo aveva regalato a chi, invece, di freddo ne aveva.
Il povero padre, che con quel figlio doveva essersi scontrato più e più volte, non sapeva che pesci pigliare. Fa sempre come vuole lui, rispondeva a chi gliene chiedeva conto.
Gli studi da ingegnere, però, non li finì. Si dedicò al giornalismo, alla politica. E poi tornò nella sua terra dove iniziò a fare il segretario comunale. Sempre attento alle ingiustizie, però, che la povera gente faceva la fame anche, e soprattutto, nei paesi del Sud. Dava fastidio, pare, perché voleva controllare, metteva bocca su tutto, specie sulle requisizioni di grano, così odiose per lui, e allora i notabili del paese, il sindaco, fecero in modo di farlo richiamare dall'esercito.
Era il 1920 e il giovane sottotenente fu mandato in uno sperduto paesino lucano, Corleto Perticara, in quella zona oggi "benedetta" dalla scoperta di giacimenti di petrolio e ribattezzata Tempa Rossa.
In famiglia, poi, non se ne parlò più o, meglio, se ne parlò molto poco. Anche io la storia la conoscevo per sommi capi, quel poco che mi aveva raccontato mio padre che, pure, col nonno (il mio bisnonno) ha vissuto 14 anni.
Quel padre, di quel figlio, faticava a parlare, roso probabilmente dai sensi di colpa.
"Non vi maledico - pare dicesse un giorno ai generi intenti a litigare per questioni di eredità - perché ho maledetto mio figlio una volta, e ne ho avuto la morte".
Per il resto, dopo il 1920, la politica fu tenuta fuori da quella casa. A ogni elezione i cancelli venivano chiusi, segno che nessuno doveva venire a disturbare con appelli o promesse.
Quasi cent'anni di oblio e poi, due anni fa, una telefonata di un professore universitario, un antropologo lucano che, incuriosito da una lapide rinvenuta nel cimitero di Corleto Perticara, decide di fare una ricerca su un fatto di sangue del lontano luglio 1920.
Quello che all'inizio mio padre ha reputato uno scherzo, si è tramutato poi in un libro che di Luigi, il giovane sottotenente, ha restituito a noi, suoi lontani discendenti, un ritratto toccante destinato altrimenti a sbiadire del tutto.
In cerca di notizie non dico fresche, perché di testimoni che l'avessero conosciuto al paesello non ce n'erano più, ma quanto meno attendibili, abbiamo seguito le tracce che ancora portavano a lui. Dico abbiamo perché con l'aiuto di mia zia, la memoria storica della famiglia, ho cercato di fornire qualche risposta alle domande posteci dallo studioso.
E' così che Luigi, oggi, non è più un nome su una targa o un ricordo sfumato di un gesto coraggioso. Luigi ha una storia che la sua famiglia può raccontare.
Arrivato a Corleto scopre, ironia della sorte, di essere stato mandato a fare ciò che più detestava: la requisizione dei cereali. Attività deprecabile, in un Sud dove per la povera gente il grano non era solo cibo, ma moneta di scambio.
Ma la divisa, e probabilmente un innato senso del dovere, lo inducono a portare avanti il suo compito. A raccolto ultimato, quando i corletani scoprono finalmente cosa è venuto a fare quel sottotenente straniero, scoppia la rivolta.
Non mi soffermerò sul dipanarsi degli eventi, ma sulla conclusione e in particolare su quegli elementi che coincidono fra il racconto delle fonti dell'epoca e quello circolato per anni in famiglia.
Si sacrificò per un collega che aveva moglie e figli, mi hanno sempre detto davanti alla lapide nel cimitero.
Scoppiata la rivolta, dopo che il popolo si infiamma ancor di più contro le divise a causa di due carabinieri impauriti che, non autorizzati, hanno fatto fuoco sulla folla uccidendo una bambina, Luigi e i carabinieri sono costretti alla fuga. E' ormai in salvo quando si accorge che il maresciallo dei carabinieri è rimasto indietro, braccato dalla folla che ha iniziato il pestaggio. Ha tre figlie quell'uomo, di cui una appena nata. Al contrario dei carabinieri giovani, rei per altro di aver ucciso una bambina, Luigi torna indietro e chiede che liberino il maresciallo, che prendano lui piuttosto. Getta le armi, come richiesto dai rivoltosi, che per tutta risposta si abbandonano a uno spietato linciaggio contro Luigi e contro il maresciallo.
Fa male leggere cosa gli hanno fatto, il racconto è terribile e lo sarebbe anche senza pensare che quel ragazzo appena trentenne era uno di famiglia, un figlio per il mio bisnonno, un fratello per mio nonno. Chissà, magari un padre di cugini che non sono mai nati.
Posso solo immaginare lo strazio del padre, talmente fiaccato dal dolore da non riuscire ad andare in prima persona a Corleto a recuperare la salma.
Quali e quanti strascichi quella morte ebbe sulla famiglia non so, né è facile stabilire come abbia influito sul corso degli eventi, magari fino a noi. Mio nonno, che pure non era il più grande dei fratelli, fu l'unico a rimanere nella casa del padre, al paesello, e a continuarne l'attività. Qualche rapporto familiare, comunque, si guastò. Quel sindaco che aveva allontanato Luigi dal paesello era un fratello della sua mamma. Uno zio. Di certo non immaginava di mandarlo a morire, ma è un fatto che con quel ramo le relazioni non furono più le stesse e che anche il paesello qualche responsabilità gliela riconobbe.
Gli anni, il silenzio, in famiglia e nel paese, hanno sbiadito il ricordo, allentato i rancori e così lo scorso 4 novembre il professor Alliegro, l'autore della ricerca, ha raccontato le sue scoperte nel corso della commemorazione dei caduti.
Ad ascoltare di Luigi c'erano tre dei suoi nipoti e qualcuno dei suoi pronipoti. Solo qualcuno perché la discendenza, aveva ben nove tra fratelli e sorelle, è ormai sparsa un po' dovunque.
Il racconto della vicenda è contenuto in La lapide inquieta, un breve volume che essendo una ricerca universitaria circola solo tra addetti ai lavori.
Perché parlarne, allora? Perché vorrei che il ricordo di un giovane brillante quanto sfortunato non andasse perduto. Perché le buone azioni, ancorché inutili, vanno sempre portate ad esempio. Perché la memoria, se non consente sempre di riposizionare i tasselli nel giusto ordine, è di certo l'unico posto dove gli animi si placano e la riflessione porta frutto.

Luigi, in piedi davanti alla porta della casa paterna, con i genitori, i fratelli e le sorelle

venerdì 2 novembre 2018

2 novembre

"Chi è questa mamma?".
"Una zia del nonno, una sorella di mio nonno".
"E quella?".
"E' la zia L. non te la ricordi Ieie?".
"Me la ricordavo diversa".
"Perché negli ultimi anni era malata, ma io la ricordo così".
"E quest'altra signora che ha il suo stesso nome?".
"La mamma del nonno, mia nonna".
"E chi sono questi tre che si chiamano tutti Vito?".
"Uno è il nonno del nonno. L'altro è mio nonno...".
"Si chiamavano allo stesso modo?".
"Sì".
"Il papà del nonno è nato...nel '98!?".
"Nel 1898".
"Milleottocento!!!??? E l'ultimo Vito?".
"Era mia fratello".
"Perché non c'è la foto?".
"Perché è morto appena nato".
"Appena nato?".
"E certo Lolla guarda: 24 marzo 1980-11 aprile 1980 nemmeno un anno".
"A dire il vero, Ieie, nemmeno un mese".
"Se non fosse morto avrei uno zio".
"Già".

giovedì 30 agosto 2018

14 agosto

E' proprio quando, nel giorno della vigilia di Ferragosto, vorresti sfogare il tuo nervosismo dovuto alla folla, al caos, al traffico, alla maleducazione dei turisti, che la vita ti riporta con i piedi per terra, a guardare tutto ciò da lontano, come con un cannocchiale, e a considerare quel che è veramente importante.
Ci pensa una telefonata, che a quell'ora qualcosa deve essere successo, ma a quelle parole, impossibili, incredibili, che però non possono essere dette a casaccio, non ci avresti mai pensato.
E ti metti in macchina, un peso sulla bocca dello stomaco e il desiderio che si tratti di un errore. Adesso ti richiamano e ti dicono che si sono sbagliati, oppure arrivi lì e constati con i tuoi occhi che c'è stato un malinteso.
Lei tornerà ad accoglierti col suo sorriso.
Senti ancora la sua voce.
Ed entri in quella casa dove sei entrata centinaia di volte da quand'eri bambina, sempre uguale, immutata. Di una vecchiezza scomoda e fuori moda. Ma quel che per qualcuno è da buttare, per qualcun altro è una reggia.
Entri e ti tornano in mente tutte le volte che sei passata da quella porta a vetri. Soprattutto le ultime, che da quando vivi al paesello son quattro passi da casa tua.
Quei quattro passi che non farai più.
E pensi.
Perché ogni oggetto è un ricordo.
Pensi all'ultima settimana prima di andare al mare. "Ci vediamo prima che partiate?". Sì, avevi risposto, e in effetti vi eravate riviste, ma quasi per caso. L'ultima volta che sei stata lì, non sei nemmeno entrata. C'erano i bambini.
I bambini che lei amava tanto ed accoglieva con "Nah, chi viene? Chi viene?" appena li riconosceva dai vetri della porta.
Senti ancora la sua voce.
"Beh, la Pizzupia" diceva alla Lolla, che di quel nome se ne faceva un vanto. "Belli, belli della zia" ripeteva, prima di essere coinvolta in una partita di assopigliatutto o in una passeggiata fino al pollaio.
Ed ecco, arrivano i rimpianti per tutte le visite non fatte o fatte di fretta. E il conforto, meno male, di quelle più lunghe. Delle parole scambiate, del tempo trascorso assieme. Dell'esserci stata negli ultimi mesi più duri, quelli del lutto e della malattia. Dell'aver attraversato insieme il reparto di radioterapia, dove una dottoressa gentile e gagliarda che l'aveva presa in cura, era rimasta abbagliata dalla sua tempra e dalla sua mente e aveva decretato che la malattia avrebbe avuto un decorso lento e, data l'età, se ne sarebbe andata per qualche altro motivo.
Chi lo sa, forse aveva ragione.
Ma nessuno pensava sarebbe successo così presto. Proprio lei che sembrava inossidabile. Che c'era sempre stata e forse avrebbe continuato a esistere dopo tutti noi. Che, nata e vissuta nella casa di suo nonno, padre di dieci figli, era la memoria storica di una famiglia di decine di nipoti. E tutto ricordava di quel passato.
Resta il rimpianto di quel che avrei voluto ancora chiederle.
Delle ricette che non ho fatto in tempo a farmi spiegare.
Delle cose che avevamo rimandato a dopo l'estate, impreparate, entrambe, al fatto che un dopo non ci sarebbe stato.
Resta una pianta di cappero fatta preparare da lei per me, per il mio giardino. Da piantare in autunno.
Gli alberi di agrumi del suo aranceto, tornati a produrre dopo due anni di inattività, di cui aspettavamo il raccolto natalizio.
Resta un dolore alla bocca dello stomaco che torna a colpire ogni volta che la vita va in stand by e ti rendi conto che è successo, ed è tutto vero.

Te ne sei andata come hai sempre vissuto, in una vigilia di Ferragosto, con il paesello semideserto, per non destare troppo rumore.
Te ne sei andata come hai voluto. Nella tua casa, tra le tue cose, autosufficiente, autonoma.
Te ne sei andata, ma ancora non mi sembra vero.
Ogni volta che chiudo gli occhi, a me sembra di sentire ancora la tua voce.
"Nah, chi viene, chi viene?".

C'è un prima e c'è un dopo. E incredibilmente, non coincidono più.

martedì 1 dicembre 2015

Un giorno qualunque

Un giorno qualunque è quello in cui, per caso, da una delle tante chat whatsapp che ormai popolano il tuo smartphone (di classe, di catechismo, di danza, degli amici e sottogruppi di amici), ricevi un messaggio: "Perdete tempo a giocare coi vostri figli. Il tempo che si dedica alla famiglia non è tempo perso". Il messaggio non  te l'ha mandato direttamente il papa, autore della frase, ma tant'è, lascia il segno uguale. E non puoi fare a meno di pensare mortificata a tutti i sono stanca, non ho tempo, devo finire qui, non vedi che sto facendo?, che quotidianamente ti sfuggono davanti alle richieste dei tuoi figli.
Un giorno qualunque è quello in cui, ripensando al messaggio, quando tuo figlio ti chiede "Dopo i compiti facciamo qualcosa insieme?" rispondi prontamente di sì.
Un giorno qualunque è quando giochi a Twister, che a tuo figlio piace tanto. Un giorno qualunque è quando vi mettete a fare le tagliatelle, quelle vere, all'uovo, precise precise grazie alla macchinetta a manovella che tira e affetta la sfoglia, altro "gioco" molto gradito, per poi mangiarle e scoprire che sono buone.
In un giorno qualunque vedi tuo figlio sereno e felice come non succede da tempo.
In un giorno qualunque ti sembra il bambino più buono del mondo.
In un giorno qualunque ti senti, se non la migliore madre del mondo, quantomeno una madre accettabile.

lunedì 7 settembre 2015

Vecchia casa

Se c'è una cosa che, nonostante l'età che avanza, è rimasta uguale rispetto alla mia adolescenza, è quel senso di malinconica che mi assale quando arriva il momento di lasciare la casa al paesino. Ricordo esattamente cosa feci un anno fa nella stessa occasione - come trascorsi la serata, le cose che scrissi su whatsapp - come se fosse successo ieri, e questo è senza dubbio un segno inequivocabile dell'età (Mi hanno detto, riferiva giorni fa il barbiere del paesino, che dopo i cinquant'anni gli anni volano, meno male che non ci sono ancora arrivato!), perciò non riesco a raccapezzarmi che questa estate così strana sia già finita.
Come ogni anni arrivo nella vecchia casa che ha accolto tante generazioni della mia famiglia, quasi controvoglia. Ci sono le valigie da disfare, nuovi ritmi e spazi a cui abituarsi, letti vecchi e cigolanti e bisogna fare a meno di tanti comfort.
Tempo due giorni e ti sembra di stare qui da sempre. Soprattutto ti accorgi di quante cose puoi fare a meno senza sentirne la mancanza. In primis i negozi. A parte i beni di prima necessità, qui non c'è niente da comprare, e questo è un toccasana per il corpo e lo spirito, al punto che consiglierei una villeggiatura al paesino a tutti coloro che sono drogati di shopping. Ne gioverebbero.
Quel che invece non manca, e che adesso mi dispiace abbandonare, è la vicinanza, geografica e metrica, con tanti amici e avere un po' di quotidianità con i miei genitori. Basta uscire di casa, affacciarsi nel cortile affianco o sugli scogli poco distanti, per trovare un volto noto, un compagno di giochi per i bambini, una voce amica con cui scambiare quattro chiacchiere. E va bene che d'inverno viviamo più o meno tutti nella stessa provincia, ma non è la stessa cosa. Bisogna fissare appuntamenti, incastrare impegni, lottare contro gli imprevisti dei virus stagionali e alla fine passano settimane prima di riuscire a vedersi.
Anche per i bambini l'addio al paesino diventa ogni anno più triste. Perché devono rinunciare ad avere amici sempre disponibili per giocare, ai nonni che vivono sotto il loro stesso tetto, alla libertà dagli orari e alle uscite frequenti. Ma anche perché cominciano a crescere e, come la mamma, ripartono con un bagaglio di ricordi difficile da gestire.
La verità è che qui, né io né i bambini, ci sentiamo mai soli. Ed è difficile rinunciare a questo.
Ma, arrivata la fine dell'estate, l'aspetto che più di tutti mi strugge fino a far male, è il momento di fare i bagagli per lasciare la vecchia casa di famiglia, quella casa dove, in 39 anni, non ho mai mancato di trascorrere (anche per poco) la mia estate. Non è lo stress delle valigie, l'ansia di dimenticarmi qualcosa o la fatica di caricare la macchina che mi preoccupano. No, è vedere sparire sassolini e conchiglie rubati alla spiaggia, giochini trovati nelle patatine o comprati alla festa del paese, è il disordine giocoso dei bambini che con un colpo di spugna va via togliendo vita alla casa. Sono i mobili che si svuotano, i divani che vengono coperti con vecchie lenzuola, la biancheria che ritorna, profumata, negli armadi, le sedie da giardino coricate in cucina. E' la casa che si appresta al lungo letargo invernale e che con i suoi quadri e ninnoli sembra salutarti mestamente e darti, fiduciosa, appuntamento al prossimo anno.
E' stupido, ma la verità è che quella che stai salutando è la te stessa di oggi, dell'anno appena trascorso, e non sai come sarà la donna che tornerà qui la prossima estate.

lunedì 10 agosto 2015

Cugini

Una sera d'estate di circa un anno fa, a poche settimane dal matrimonio della zia. Su di un dondolo affacciato sul mare e illuminato da una grande luna, Ieie a colloquio con la nonna paterna.
"Nonna, ma io so che quando due si sposano, poi arrivano i bambini".
"Eh, speriamo!".
"..."
"..."
"Bè, ma poi se lo tengono loro*, eh, che qui ci siamo già noi**!".


Per me, figlia unica, le mie cugine sono state come sorelle.  A parte per la più piccola, del cui arrivo ho un vago ricordo, delle altre non rammento una fase in cui 'non c'erano'. Per me ci sono sempre state. E con loro, a parte i ragazzi, ho condiviso tutto. Le estati a mare al paesino, tutte insieme a casa della nonna, la loro compagnia nei sabati e nei pomeriggi invernali, in città, a casa della nonna.
Ci siamo spartite i pasti, il sonno, le amicizie, i viaggi, le confidenze, i vestiti dismessi che le nostre mamme si passavano l'un l'altra e persino i libri usati, poiché frequentavamo la stessa scuola.
Non ho avuto sorelle, ma ho avuto loro, e non sono state un contentino.


Domani, nel pomeriggio, nascerà il primo cuginetto di Ieie e della Lolla. So che ci sarà una differenza d'età maggiore di quella esistente tra me e le mie cugine, e che loro non son figli unici, ma spero comunque che questo nuovo legame li arricchisca come è stato per me,
A dispetto di quel che diceva Ieie un anno fa, la pancia che è cresciuta davanti ai loro occhi, i racconti di quel che faceva il cuginetto al suo interno e le 'foto del bimbo che sta sempre con gli occhi chiusi' che hanno visto, hanno suscitato stupore e attesa e adesso i due non stanno più nella pelle.
Forse ci sarà un'iniziale gelosia dovuta al calo di attenzioni, ma con un po' di accortezze spero che colgano solo gli aspetti positivi dell'ingresso di una nuova personcina nella loro giovane vita.
Perché domani non nasceranno solo un bebè, una mamma o un papà. Nasceranno anche due cuginetti.



*la zia e lo zio
**Ieie e la Lolla

giovedì 23 luglio 2015

Prima o poi te tocca

Ci son cose, nella vita, che prima o poi a tutti capitano. Una delusione d'amore, una multa, una litigata al telefono con un call center, un'acquazzone che ti sorprende all'improvviso senza ombrello. E poi lui, il matrimonio d'estate. Quest'ultimo, a dire il vero, per lungo tempo me l'ero risparmiato, finché non me ne sono capitati due in due anni. E se l'anno scorso un agosto fresco ci ha graziato, quest'anno, visto come si è messo il meteo, non scamperemo alla calura. Trattandosi, poi, di matrimoni di cognati, l'opzione "adesso decido se andarci o se darmi malato" non è minimamente praticabile.
Ma a questo si aggiunge il carico da dieci. Ad entrambe le cerimonie mi tocca presentarmi da sola, come madre single con figli a carico, situazione che a dire il vero conosco bene, perché il marito è stato incaricato di fare l'autista, prima della sorella, quest'anno della cognata e poi anche del fratello. Con buona pace mia e dei miei figli che, volenti o nolenti, ci siamo dovuti adattare.
Lo scorso anno, grazie ad un paio di scarpe basse di ricambio con cui guidare, sono andata al matrimonio automunita, portando i bambini e mia suocera che all'ultimo momento è stata costretta dai figli a venire con me. Morale della favola: per una serie di disguidi a me non imputabili, siamo arrivati dopo la sposa e a cerimonia già iniziata, con mia suocera che un altro po' entrava urlando come Benjamin Braddock del Laureato.
Quest'anno, mesi e mesi prima ho messo le mani avanti, spiegando che col cavolo che stavolta sarei andata con la mia macchina. Niente paura, mi è stato detto, io e i bambini usufruiremo di un passaggio. E anche se a quattro giorni dalle nozze non ho ancora ben capito quale parente, affine o conoscente si prenderà questo incarico, la tabella di marcia è già stata stilata.
Lunedì usciremo di casa tutti e quattro alle 3 p.m., anche dette 15.00 oppure mazza che caldo visti i 40° all'ombra che ultimamente caratterizzano la fascia oraria, e dopo una serie di incontri con persone variamente imparentate con mio marito, io e i bambini verremo scaricati in chiesa (mio marito proseguirà dal fioraio e poi verso casa della sposa) dove la cerimonia è prevista non prima delle 18.00.
A quanto  pare, onde evitare il ritardo dello scorso anno, l'orario di uscita da casa non è contrattabile.
Non si sa bene cosa succederà tra il nostro arrivo in chiesa e la fine della messa (tempo totale previsto, due ore) visto che, in condizioni normali, i miei figli a malapena reggono una normale messa domenicale. Per dire, quando mio marito mi ha comunicato il programma al telefono, nei miei pochi minuti di distrazione, Ieie e la Lolla hanno:
-iniziato a rincorrersi e menarsi;
-pestato volutamente un formicaio;
-rischiato di scivolare sul formicaio mentre lo pestavano, si rincorrevano e menavano.
E' anche possibile che, tramortiti dal caldo (Ieie, in qualità di paggetto dovrà indossare camicia, giacca, pantaloni e scarpe chiuse), svengano quasi subito senza arrecare fastidio. Io, comunque, mi siederò in ultima fila, fingendo di non conoscerli.
Non è dato sapere, poi, chi, se saremo sopravvissuti, dopo la cerimonia ci porterà al ristorante, visto che mio marito sarà impegnato in un tour fotografico con gli sposi.
A questo punto, ecco, io speriamo che me la cavo.

giovedì 16 luglio 2015

Dal paesello al paesino

Ancora qualche giorno e saremo nel paesino, l'unico paese nel quale avessi mai vissuto prima di trasferirmi al paesello, ché prima di allora la mia vita si era svolta solo in città.
Molto noto per la sua posizione geografica, il paesino è una piccola località di mare che d'inverno conta circa 800 abitanti, allungati, d'estate, da una miscela di villeggianti abituali e turisti occasionali. Come ogni piccolo centro che si rispetti, annovera una serie di personaggi tipici, un po' come i caratteristi dei film italiani anni '50, che ne fanno un mix tra la Stars Hollow di Gilmore Girls e la Wisteria Lane di Desperate Housewives (e lo so che magari ci sono riferimenti più recenti, ma purtroppo i figli hanno interrotto la mia dieta a base di serie tv).
C'è il giornalaio misantropo che esulta quando la stagione balneare è al termine, perché odia la confusione portata dai turisti, e poco importa se con quel che gli fanno guadagnare campa per tutto l'anno; c'è la sua commessa musona, a lungo da noi scambiata per la moglie e quella che credevamo la suocera, o la madre, e che invece si è scoperto essere la moglie. C'è, o meglio c'era perché è venuto da poco a mancare, il proprietario dell'alimentari più vecchio e fornito del paesino, nonché titolare di svariate altre attività commerciali, una sorta di Paperon De' Paperoni locale, in tutti i sensi, che, nonostante lavorasse tanto, girava ancora con una vecchia utilitaria e con abiti che avevano visto tempi migliori. Ci sono ex pescatori ed ex marinai, ormai famosi tra noi villeggianti. Alcuni socievoli e ciarlieri, altri dalla conversazione monosillabica, ché passare l'inverno in riva al mare, con la sola compagnia dello scirocco che sferza la pelle e increspa i capelli, ha conseguenze perenni sull'umore. Ci sono le vecchiette sedute sulla panchina del lungomare, sempre le stesse, sempre la stessa, e tu a stento sai chi sono, ma loro saprebbero ricostruirti il tuo albero genealogico fino alla sesta generazione.
Perché al paesino, ci veniva già la famiglia di mio nonno materno. E forse sarà stato per quelle barche a remi che tornavano a riva cariche di pesce guizzante che, dopo aver vissuto la fame e i bombardamenti di Roma, a mia nonna, originaria di Milano, sembrò il paradiso terrestre.
Ma anche mia madre ricorda passeggiate su scogli ricchi di una fauna e una flora da esplorare. E io, nel mio piccolo, racconterò ai miei bambini di quando con le cugine si raccoglievano ciottoli colorati, conchiglie, telline, gusci di patelle e scheletri di riccio dalla spiaggetta vicino casa.
Gli scogli dove un tempo si faceva il bagno...
Oggi niente di tutto questo ha più senso. Da oltre dieci anni il megaporto turistico pieno di barche per due mesi l'anno, e con la crisi anche di meno, ha fagocitato gran parte della baia, rendendo l'accesso al mare impervio e complicato e soprattutto poco a misura di bambino.
...oggi ospitano solo barche dismesse.
In compenso adesso imperversano i tour guidati alle grotte, che hanno riempito il paesino di un turismo mordi e fuggi che tutto consuma e nulla costruisce.
La baia ai tempi di mia nonna
miei
 e com'è oggi
Io al paesino ci torno perché c'è una casa che ci aspetta e perché c'è un bagaglio di affetti. C'è l'amica T., conosciuta per caso un giorno di 29 anni fa mentre portavo a passeggio il mio cane. Allora non sapevo che mi avrebbe presentato quello che sarebbe diventato mio marito. C'è l'amico M., vicino di casa, al quale un giorno presentai un'amica e ora è sua moglie. Ci sono persone entrate per casualità nella mia vita per non uscirne mai più, con le quali, senza accorgermene, filo dopo filo abbiamo intrecciato le nostre esistenze fino a costruire una trama di ricordi. E' soprattutto per questo che torno al paesino, anche se fa male vederlo ogni anno più trascurato, involgarito e sporco. Anche se è assurdo andare al mare e non sapere come fare per scendere a mare.
Cose che vedevo dalla mia finestra
Cose che vedo oggi
Ma ai miei bimbi ancora piace. E allora spero che anche loro trovino la loro dimensione, fatta di amici conosciuti per caso, di muretti, personaggi tipici e amici di amici. Dopotutto le cose più belle arrivano quando meno te le aspetti.

Cose che vedeva mia nonna

mercoledì 24 giugno 2015

In Sicilia con prole

Viaggiare con i figli a distanza di un anno è un modo per scoprire quanto sono cresciuti.
Terrorizzati dall'idea di un lungo tragitto in auto (l'ora scarsa che impieghiamo per andare dai nonni a volte è una mitragliata di "quando arriviamo?"), memori dei capricci che farcirono il nostro week end a Eurodisney di un anno fa, delle lotte improbe tra fratelli per l'unico passeggino noleggiato, delle sveglie all'alba imposteci da Ieie, siamo partiti per la Sicilia deglutendo e sperando.
Premetto che, come sempre, da quando abbiamo iniziato a spostarci con i bambini, scegliamo mete, o comunque tipologie di viaggi fatti anche, e soprattutto, a loro misura. Non troppe camminate tra i monumenti, niente musei, per adesso, e la scelta di posti che abbiano attrattive adatte ai loro gusti di bambini. So che ci sono famiglie con bimbi coetanei dei nostri che riescono a visitare mostre, musei e città d'arte, con estrema naturalezza e con il godimento di tutta la famiglia. Io ho ancora troppo vivido nella memoria il ricordo della visita al Palau Guell di Barcellona di due anni fa, per ritentare l'impresa.
Fatto sta che quest'anno abbiamo optato per una meta che unisse mare (per loro) e posti nuovi da visitare (per noi). Sarà stata la scelta azzeccata, sarà stata la fortuna, sarà stato (lo spero) il fatto che sono cresciuti, ma il risultato è andato oltre le più rosee aspettative.


Le undici (UNDICI) ore in auto sparateci al ritorno non hanno visto consumarsi drammi particolari. Niente soste, tranne quella in traghetto, svariate scazzottate consumatesi tra i sedili posteriori, senza vittime per fortuna, ma anche giochi, chiacchiere e risate complici tra i due fratellini, che ho immensamente invidiato ricordando i miei viaggi da figlia unica.
Abbiamo dormito e al mattino ci siamo risvegliati stupiti di questo aspetto.
Le mattine al mare son trascorse tranquille al punto che, per i primi due giorni, sono riusciti a giocare per ben tre ore con la sabbia senza litigare e in completa autonomia.
Ieie si è sottoposto alle passeggiate pomeridiane senza troppe lamentele e, soprattutto, ha camminato e non ha conteso il passeggino alla sorella.
Non ci sono stati capricci degni di nota, lotte furibonde o crisi di nervi.
Siamo tornati stupefatti e soddisfatti in uno stato di grazia. Poi, va bè, la routine ha riattivato i soliti meccanismi di gelosia-capricci-litigi con annesso svalvolamento dei genitori.
Però, chissà, magari l'anno prossimo si potrebbe tentare una visita agli Uffizzi...

martedì 9 giugno 2015

La Triennale

Domenica. Il tepore e l'ottundimento dei sensi della stanchezza post prandiale a casa dei nonni, gli occhi che si soffermano con noncuranza su un programma televisivo dove mostrano mercatini di modernariato e antiquariato. Ogni tanto parte una classifica dei prodotti più ricercati, e quotati, sul mercato dei collezionisti. Prima le stilografiche. Poi le lampade. E qui già mi risveglio un po'. Quando poi, in cima alla classifica si pone una piantana dal valore di 7.000 euro, la curiosità mi ridesta del tutto.
Cerco su Internet una foto della suddetta, dal nome Triennale, non perché desideri comprarne una, ma perché sono ormai quattro anni, da quando siamo venuti a vivere al paesello, che ci proponiamo di completare la nostra casa (siamo in diretta competizione con la Sagrada Familia), e per l'appunto negli ultimi quattro anni ho sfogliato cataloghi, girato negozi e caricato siti di arredo luce come se non ci fosse un domani. Inutile dire che nonostante tanto da fare, le lampadine ondeggiano ancora nude dai muri di casa.
Ma torniamo a Triennale. Hai visto mai, penso, che non l'abbia già incontrata nei miei giri? Quando la foto si carica sul telefonino io e mia madre abbiamo un sussulto. Ci si accende la lampadina, per dire.
"Ma questa somiglia a quella che c'era a casa della nonna" dice mia madre. Ecco cos'era quell'aria familiare. "La teneva dietro al divano, poi a un certo punto le lampade non si reggevano più e non so dove l'ha messa" (la suddetta consta di uno stelo verticale dal quale partono tre bracci orizzontali, ognuno con una plafoniera di colore diverso). No, niente, io dietro al divano non ricordo alcunché, evidentemente non l'ho mai vista.
Suggerisco allora di chiamare la zia, che a casa della nonna ci vive, per avere "lumi" al riguardo.
"Ti ricordi la piantana della mamma, quella a tre bracci che stava dietro al divano?", esordisce mia madre al telefono con la sorella.
"Sì, la mamma l'aveva spostata nell'ingresso di servizio perché continuavano a cadere".
Ecco che mi si riaccende la lampadina e a poco a poco l'immagine di questa gru a tre teste riaffiora con maggiore chiarezza. Mi pare di rivederla, con i bracci incapaci di mantenere la posizione orizzontale, i cappelli colorati all'insù come creste di galletti a cui avessero tirato il collo e il filo elettrico arrotolato intorno allo stelo, giacere nell'angolo dietro la porta, davanti alla panca foderata di (simil?)pelle rossiccia dove nessuno si sedeva mai. Era in una stanzetta di passaggio, buia e senza finestre, ironia della sorte, un ingresso mai utilizzato posto prima della stanza-ripostiglio.
La stanza-ripostiglio conteneva armadi di vecchi vestiti e ceste dei nostri vecchi giocattoli. Anche se sapevamo che ci era vietato frugare e mettere disordine là dentro, io e mia cugina lo facevamo lo stesso. Era un posto magico e pauroso dove andare a giocare. Relegato in fondo alla casa, là dove non andava mai nessuno, pieno di roba vecchia e abbandonata, estremamente silenzioso perché non vi giungevano nemmeno i rumori: né la tv a volume alto della nonna (che era un po' sorda), né il trillo del telefono o quello del citofono.
Tra cavalli a dondolo azzoppati, case di Barbie con l'ascensore pencolante e bambole denudate e prive ormai di dignità, nel silenzio sospeso di una dimensione alternativa, l'elemento più misterioso: un lavello da cucina che sbucava da una parete.
Chissà quante volte, nelle nostre fughe nell'iperrealtà della stanza-ripostiglio, siamo passate davanti a Triennale senza degnarla di uno sguardo. A quanto pare è rimasta in quell'angolo fino a dieci anni fa quando mia zia, tirando a lucido la casa per il matrimonio della figlia più grande e trasformando la stanza-ripostiglio in stanza degli ospiti, l'ha regalata a qualcuno. Se n'è sbarazzata, insomma, e nemmeno si ricorda a chi l'ha data.
"No perché nel programma hanno detto che vale circa sett.." azzarda mia madre.
"No, non me lo dire!".
"Se vai su Internet puoi vederla, così ti accerti che sia la stes..".
"No, non lo voglio sapere!".
Deve essere stato un colpo sapere di avere 7.000 euro buttati in un angolo e di averli regalati. Triennale, dopo aver passato anni negletta e abbandonata, s'è presa la sua rivincita. L'abbiamo ignorata a lungo, adesso che (ci siamo accorti che) non c'è più, la rimpiangiamo amaramente. Speriamo almeno che il nuovo proprietario, chiunque sia, l'abbia saputa apprezzare.


martedì 5 maggio 2015

Un bambino

"E allora andai ospite dalla zia Tina che viveva a G., perché qui in paese, allora, le scuole medie non c'erano. Stetti da lei un anno, poi la trasferirono, andò a lavorare in città e si fece ospitare da una parente. Io allora andai in collegio, poi quando la zia trovò casa in città mi prese con sé e rimasi con lei fino alla fine delle scuole".
"E papà? Anche lui andò a stare dalla zia Tina, no?".
"Sì, quando cominciò le medie. Ancora me lo ricordo, si era nascosto là, sotto il tavolo della macchina da cucire, piangeva e diceva 'Io voglio stare con la Titina mia'. Sai, la mamma era morta da poco".

Pur sapendo che anche i nostri genitori sono stati bambini, fa sempre un certo effetto scoprirli piccoli e indifesi. Non ho mai ignorato che mio padre avesse perso la madre nell'infanzia, ma non avevo mai veramente riflettuto su come questa perdita avesse influito sulla sua piccola esistenza di bambino di otto anni. 
Ho immaginato lui, così serio e poco incline ai sentimentalismi, poco più grande di Ieie, accucciato sotto un tavolo che si dispera perché non vuole essere separato dalla sorella di soli due anni più grande. E ho sentito una grande tristezza, una voglia di piangere e di consolare quel bambino di cui conosco solo la versione adulta.
E poi ho messo in fila i ricordi, ho ripensato al rapporto tra mio padre e mia zia, ho guardato quella loro affettuosità pacata e priva di gesti eclatanti, fatta di dialoghi, visite e aiuto nei momenti del bisogno e ho capito che quello che noi vediamo, e pensiamo di conoscere, è così poco in confronto a tutto quello che c'è stato. Ed è un vero peccato.