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martedì 2 marzo 2021

Orizzonti

 Ci sono momenti, la sera, in cui il cuore è leggero e la mente libera, compio i gesti quotidiani con la tranquillità di chi attende una nuova giornata. Sono momenti, perché d'un tratto un'ombra appesantisce l'animo. C'è il Covid, ti ricorda il cervello, come si fa ad essere felici?
Ci sono mattine in cui mi sveglio serena, la promessa di un giorno da riempire davanti a me, prima che la realtà mi schiaffeggi con il ricordo di una pandemia che detta le regole delle nostre giornate. Ce ne sono altre in cui apro gli occhi agitata da un sogno in cui qualcuno aveva dimenticato di indossare la mascherina, e nessuna illusione rende il risveglio più dolce.
Ci sono giorni in cui vorrei andare in letargo in attesa della primavera, quella vera.
È da un anno ormai che viviamo su questo ottovolante emotivo in cui le altezze durano un attimo, giusto il tempo di tirare il fiato e poi pensare che il tracollo è sempre dietro l'angolo. Non ci si può rilassare o provare gioia per un evento lieto, la tensione è massima: le brutte notizie sono dietro l'angolo, l'angoscia ci consuma nell'attesa del peggio. Lo sappiamo ogni volta che i messaggi si susseguono a raffica e scopriamo che la mattina dopo la scuola si farà a casa, ce lo diciamo quando salutiamo i nostri cari che vivono in un altro Comune, chiedendoci se un improvviso cambio di colore ci separerà da loro nuovamente. 
Non si fanno più programmi, di nessun tipo. Non si vive più. Rinchiusi in un eterno presente sempre uguale, nel quale è più facile provare tristezza che felicità.
Quanto si può vivere in questo modo, mi chiedo.
Ho rinunciato, se non a tutto, alla gran parte. Non è dei viaggi, della pizza o del cinema che ho rimpianti, per quanto mi manchino, posso sopportarlo. Ma mi pesa stare lontano dalle persone amate (È il mio cuore il paese più straziato). Lasciar scorrere il tempo senza poterlo impiegare come si deve. Perché, saranno i quaranta, ma dopo una certa età c'è la consapevolezza che il tempo è limitato, e questa risorsa noi la stiamo sprecando, ipotecando in attesa di un momento migliore che pare l'araba fenice (Che vi sia, ciascun lo dice; Dove sia, nessun lo sa) senza sapere quanto ancora ne abbiamo a disposizione.
Se ripenso al lockdown di un anno fa vado in apnea: la sola idea di ritornare al carcere di quei mesi, quando la polizia era dietro l'angolo a intimarti di tornare a casa, mi gela il sangue; quella stessa polizia che adesso che in paese sono ripresi i furti nelle abitazioni, non si trova neanche a pagarla.
Oggi ho letto un commento che mi è parso la sintesi perfetta dei miei pensieri: pensano alle poltrone e non ai vaccini. Ecco, è così che ci sentiamo. Stanchi di essere travolti da valanghe di progetti, di faremo e di ripartiremo. In attesa di essere allagati da cascate di vaccini che si dimostrano tuttalpiù un ruscelletto.
A noi questa fine ce l'hanno promessa, raccontata sin nei particolari, ma la verità è che le parole non si sono tradotte in nulla di minimamente visibile. Per quanto distante, vorremmo dare una sbirciata col binocolo all'agognata meta, renderci conto che esiste veramente. Perché per ora ci sentiamo come quelli che, nonostante tutti i sacrifici fatti, possono permettersi solo di sfogliare il catalogo dei viaggi.

martedì 11 giugno 2019

L'ultimo chiuda la porta

E così è arrivato, il giorno tanto temuto e agognato, quello che a guardarlo dal principio, sembrava lontano.
E così è arrivato, ancora qualche ora e si romperanno le righe, ognuno per la sua strada, dove ti portano cuore e gambe.
Nella vita con i figli ci sono fasi. Quando ci sei dentro sembra esista solo quello e non ne vedi la fine.
C'è stata la fase Peter Pan, con una videocassetta mandata avanti e indietro talmente tante volte da consumarsi e un piccolo Ieie che si nascondeva dietro la porta ogni volta che Capitan Uncino e i suoi catturavano i bimbi sperduti.
C'è stata la fase delle macchine, con quel "Ieie e il nonno" seguito da un "tacicicin" che doveva simulare il rumore dell'accensione del motore, proprio come quando lui riusciva a salire in braccio al nonno, sul sedile del guidatore, e a girare con lui la chiave della macchina (è da un po' di anni, ormai, che è diventato troppo grosso per questo rituale).
Poi c'è stato il calcio: le squadre, i giocatori, le classifiche e i campionati.
Cosa ci riserva il futuro, non è dato sapere.
Le fasi vanno e vengono. Al momento pensi che non finiranno mai e vedrai Peppa Pig per il resto dei tuoi giorni o combatterai con tuo figlio perché non invecchi davanti alla Playstation. Poi, non sai neanche tu come, a un certo punto ne sei fuori. Nemmeno te ne accorgi, un bel giorno ti chiedi "Ma le macchinine, che fine hanno fatto? E' da un po' che non le vedo".
E' successo così anche per le elementari. Pomeriggi di compiti, mattinate di bombe a mano per tirarlo giù dal letto, avvisi da firmare, compagni da invitare e all'improvviso, dopo tanta fatica, ti accorgi che è finita.
Come è successo? Quando? Ma, soprattutto, chi è questo ragazzino che mi chiama mamma?
Sono stati giorni intensi, questi ultimi, giorni di prime volte. Di cene in pizzeria solo con gli amici, di saggi di musica emozionanti, di esami. Di crescita.
Quando, dopo la sua prima uscita solo con i compagni, gli ho chiesto cosa avessero fatto, lui mi ha offerto un breve resoconto aggiungendo, a margine, che non mi poteva dire tutto. E allora mi sono resa conto che sarà così d'ora in poi. Il  tempo solo "suo", al di fuori di casa e della famiglia, in cui noi genitori non possiamo ficcare il naso, aumenterà sempre di più. Ci saranno silenzi e segreti, e amici il cui parere conterà più di quello della mamma. Ci saranno sguardi più intensi che cominceranno a osservare il mondo e lo vedranno come non l'avevano mai visto prima.

Domani per Ieie finirà una fase importante. E sarà impossibile non accorgersene. Anche se non faccio che chiedermi com'è che siamo già qui, perché, nonostante siano stati anni densi e faticosi, in un certo modo sono anche volati. Era un pulcino tremante che non sapeva ancora se usare la destra e la sinistra, che disegnava male e teneva il rigo anche peggio. Ha lavorato, studiato e sudato un bel po' di carte e, non posso negarlo, anche io con lui, pomeriggio dopo pomeriggio.
E' diventato grande.
Domani, oltre alla scuola elementare, Ieie saluterà il bambino che è stato, le maestre che l'hanno visto crescere, la scuola del paesello e gran parte dei compagni che con lui hanno percorso un cammino di sette lunghi anni.
Fanno male gli addii, io me la ricordo bene la sera della fine degli esami di quinta, abbracciata a mia madre su una sdraio in balcone, piangendo perché non avrei rivisto i miei compagni. Quello che non sapevo era che il futuro pronto ad attendermi mi sarebbe piaciuto ancora di più.
Domani sarà un addio anche per me. Alle mamme con cui ho condiviso la pioggia e il caldo nelle attese davanti ai gradini della scuola. Alle discussioni in chat. Ai volti ormai familiari delle maestre e dei compagni. A rituali, luoghi e orari.
Domani sarà una giornata di lacrime e fazzoletti.
Domani i grandi accolti dall'ultima campanella in un botto di coriandoli saranno Ieie e i suoi compagni, dopo che per quattro anni ho visto altri ragazzini salutati così nell'ultimo giorno di scuola, chiedendomi con paura e trepidazione, quando sarebbe toccato a loro.
Per cui buon viaggio ragazzi. Salutate le vostre maestre, abbandonate l'aula che vi ha ospitato, cambiando nome, per cinque anni e mi raccomando, l'ultimo chiuda la porta. Senza guardarsi indietro.
La giovinezza vi attende a braccia aperte.

giovedì 7 febbraio 2019

Buongiorno domani

Sono state settimane, e giorni, tesi, carichi di pensieri, timori, speranze, con il peso della scelta che mi soffocava il petto e ritornava ad angosciarmi nei sogni notturni.
Decisamente l'ho presa un po' troppo sul serio l'iscrizione alle scuole medie di Ieie, ma scegliere per il bene di un altro comporta molti più dubbi e sensi di colpa. E io già sono una che per se stessa pensa, ripensa, in un continuo fare e disfare, figurarsi se dalla mia decisione dipende il futuro, e la serenità, di qualcun altro.
E poi ieri la risposta: Ieie andrà nella nuova scuola che abbiamo richiesto, lascerà i compagni che lo hanno affiancato dalla materna fino a oggi, il paesello con l'unica classe monosezione, così piccola e protetta come una scuola privata, per tuffarsi, è proprio il caso di dirlo, nel caos di una grande scuola di città.
E' stata una scelta per molti versi obbligata e dettata da tanti fattori. Certo molto più complicata per noi, visto che la Lolla andrà ancora a scuola al paesello, ma fatta con la certezza di aver optato per il meglio.
Io mi sono un po' commossa ieri, leggendo la mail copia incolla che il Miur ha mandato a tutti i genitori, perché quella mail spersonalizzata raccontava i prossimi tre anni di MIO figlio.
E lui ha sorriso quando gli ho dato la notizia e chissà cosa gli sarà frullato in testa. All'inizio di questa storia aveva provato a chiedermi di restare altri tre anni con i suoi compagni, soprattutto col suo amico del cuore, ma non è stata una resistenza strenua. Ha capitolato subito, al primo, placido no.
Ancora me lo ricordo in quella vigilia della primaria, quando tutto teso mi chiedeva per confortarsi dal passaggio di scuola, che ci fossero almeno gli stessi compagni della materna.
La verità è che quando decidemmo di iscriverlo al paesello, lo facemmo, oltre che per comodità, per dargli la possibilità di ambientarsi in un paese dove noi, per primi, eravamo nuovi. Eppure Ieie qui l'ho sempre visto come un pesce fuor d'acqua e la conferma l'ho avuta qualche anno fa, quando per motivi di orari dovette lasciare la parrocchia locale (e i compagni di scuola che erano anche compagni di catechismo), per trasferirsi in un'altra. Si trovò così bene da volerci rimanere anche negli anni a seguire, quando avrebbe potuto ritornare a fare catechismo al paesello.
Per cui sono fiduciosa nelle sue capacità di adattamento e nelle nuove persone e opportunità che la vita gli metterà davanti.
Del resto Ieie non è più il pulcino spaurito di cinque anni fa, e per quanto lo osservi stupefatta chiedendomi che fine abbia fatto il cucciolo riccioluto dei miei ricordi, come sia possibile che sia stato risucchiato da questo bambino (nell'animo) dal corpo da ragazzino, con i piedi lunghi e la taglia 12 anni, mi si stringe il cuore. Davvero il tempo ha messo il turbo e conto i minuti, i giorni, i mesi che mi separano da quella fase in cui Ieie non considererà più me, noi, la sua casa, il porto sicuro, l'angolo delle certezze e cercherà in altre persone e in altri luoghi, conforto, compagnia, condivisione. Allora l'illusione che lui sia mio tramonterà per sempre.
Ma bando ai sentimentalismi. C'è tempo per commuoversi. Magari proprio quando a settembre varcherà la soglia della nuova scuola e io starò chiedendomi (ancora e ancora) se avrò fatto la scelta giusta. Se sarà felice, se sarà sereno. Una risposta che potrebbe richiedere ben tre anni.

lunedì 12 settembre 2016

L'ultimo dei primi

Schoolbag in hand, she leaves home in the early morning
Waving goodbye with and absent-minded smile
I watch her go with a surge of that well-known sadness
And I have to sit down for a while
The feeling that I'm losing her forever
And without really entering her world
I'm glad whenever I can share her laughter
That funny little girl

E' da un po' che questa canzone mi risuona nella testa, complice il fatidico primo giorno di prima elementare della Lolla che nella mia mente appariva come nel testo degli Abba, un po' in slow motion e in tonalità confetto.  Poi, si sa, le cose non vanno mai come te l'eri immaginate. E per carità, il primo giorno è andato bene, ma anche in questa occasione così speciale lei è riuscita a farmi girare i cabasisi, come direbbe il buon Montalbano, al punto che stamattina, invece del groppo in gola al momento di lasciarla  a scuola, ho tirato un gran sospiro di sollievo.
In ogni modo è partita anche lei e per me, non posso nasconderlo, c'è la malinconia di sapere che sarà l'ultima volta che accompagno un figlio in prima elementare.
Quelle gambe esili che quest'estate si sono allungate nei pantaloncini, quelle canottiere alle quali a inizio stagione avevamo accorciato le bretelle e che ora risalgono sulla pancia, mi dicono che, voglia o non voglia, mi piaccia o non mi piaccia, mia figlia è cresciuta.

Fatico ancora ad abbandonare l'immagine della bimbetta che riveste sempre nella mia mente, c'è qualcosa che stride tra quel dito in bocca che a casa sfoggia con nonchalance e l'aria sicura e baldanzosa che assume quando sta con altri bambini, specie se più grandi di lei. Mi fanno paura, devo dirlo, certi atteggiamenti insolenti che di tanto in tanto rispuntano e che solo a prezzo di sgridate solenni riesco a moderare, atteggiamenti che sfodera anche con i genitori pur di far colpo sugli altri. Temo la consapevolezza con cui esercita il suo fascino sugli altri. La temo perché è qualcosa che io non ho mai posseduto e che ho solo visto, con disgusto, in altre persone.
E' bello piacere, vedere gli amici che ti corrono incontro, ti chiamano e ricercano le tue attenzioni. Però è anche bello approfittare di questo ascendente per farsi amare e non per esercitare un potere sugli altri. Spero che col tempo lei lo capisca e faccia buon uso di questa dote. Io, per parte mia, farò il possibile perché non perda mai quel lato di funny little girl che a mio avviso è ciò che la rende veramente speciale e amabile.

giovedì 1 settembre 2016

Denti birichini

Dicono che più tardi spuntano i primi dentini, più tardi cadranno. Visto che Ieie, provvisto di dentatura non prima dei dieci mesi, ci ha messo sei anni e mezzo per iniziare il cambio, la Lolla, che ha ci ha fatto aspettare un anno per il suo primo incisivo, era, nei miei pensieri, ben lontana da questo traguardo. 
Per questo quando stamattina ha iniziato a piangere urlando "Il mio dente!",  mentre un fiotto rosso sgorgava da un buchino nella bocca, mi sono sentita scavalcata dagli eventi. E mi ha preso il panico. Perché il piccolo incisivo non si trovava, perché per me non doveva succedere adesso, perché, chissà, forse non era caduto ma se l'era semplicemente rotto.
E poi invece, ho dovuto accettare che la mia bambina, 5 anni e 5 mesi, avrà ben presto un sorriso nuovo.
"Ah la mia Lolla sta crescendo. Non è più la piccola della mamma".
"No mamma, non ti preoccupare. Quando cresco me ne vado di casa, adesso non sono ancora cresciuta".
Va be', vista così ce la posso fare.

venerdì 17 giugno 2016

Adelante, con juicio, verso la primaria. O anche, questo non è un post sponsorizzato

"Nonna, nonna! Sai cosa ho letto alla televisione?".
"No Lolla cosa hai letto?".
"Tim".
"...".
"Ho guardato e ho letto. Ho fatto tutto da sola, non me l'ha detto nessuno".
"...".
"Non so nemmeno io come ho fatto".

martedì 7 giugno 2016

Care maestre

Era andato tutto bene. I bambini avevano cantato con brio e immedesimazione, la Lolla aveva fatto la prima donna ancheggiando sul palco neanche fosse Shakira, nessuno aveva sbagliato la battuta e, come da copione, qualche lacrimuccia aveva superato lo sbarramento delle palpebre materne.
E quando tutto sembrava finito, che ti combinano le maestre? Luci soffuse, silenzio, bimbi che si girano a guardare il muro ed ecco che ti parte un filmato con tutte le foto fatte durante questi tre anni. Le gite, le attività in aula, il teatro, A modo tuo di Elisa in sottofondo e le didascalie a commentare. Poi, per darci il colpo di grazia, gli scatti fatti a ognuno di loro, mammamunito, quel primissimo giorno di quel primo anno. Ci sono tutti, e i bambini si divertono a pronunciare i nomi in coro man mano che le foto scorrono sul muro. C'è anche una minuscola Lolla di due anni e mezzo, la faccia spaurita sotto un caschetto cortissimo, quasi maschile, in braccio a me abbronzatissima e felice (e vai, anche questa va a scuola!).
E lì il pianto, a dirotto, è quasi d'obbligo. Se poi ci metti il carico da 90 di una bellissima filastrocca che parla di bimbi che vanno a esplorare il mondo e la dedica delle maestre, poi ti spieghi tutte quelle mani smaltate che si strofinano gli occhi con nonchalance.

Oggi la Lolla e i suoi compagni hanno presentato il loro spettacolino di fine anno. E' stato quel che si dice un tuffo al cuore: ognuno di loro aveva una maglietta col proprio autoritratto e il nome scritto da loro. Ci hanno cantato le vocali, l'alfabeto e i numeri, perché in questi ultimi mesi le maestre sono riuscite a produrre, anche in bambini come la Lolla che non sapevano distinguere una A da una Z, una conoscenza (per me) insperata delle lettere.
A loro, alla maestra con gli occhiali e a quella senza occhiali, come le chiamano affettuosamente i bambini, va tutta la mia riconoscenza per il meraviglioso lavoro svolto in questi anni. E anche se la scuola non è ancora finita già mi mancano, perché è stato bello, ogni giorno per tre anni, sapere di lasciare mia figlia in un posto dove era felice di stare.

sabato 6 febbraio 2016

Una tenera Masha

Le avevo spiegato che non conosceva nessuno. Che era una festa per bambini delle elementari e suo fratello probabilmente avrebbe giocato col cugino e non l'avrebbe considerata. Le avevo suggerito di andare a danza, come ogni giovedì, dove avrebbe incontrato la sua amichetta.
"Mi voglio mettere il costume da Masha" era stata la risposta, anche quando, come ultimo tentativo, le avevo annunciato che una volta lì, biglietto in mano, non sarebbe stato possibile tornare indietro e non avrei accontentato i suoi, già sperimentati, "Mamma andiamocene". Anzi, forse non avrei potuto nemmeno fermarmi lì con loro.
Poi però non ce l'ho fatta a lasciarla. A vederla così piccola, il suo profilo delicato che sbucava sotto il foulard fucsia, gli occhioni grandi da Masha che si guardavano intorno con aria smarrita, mi si è stretto il cuore per la tenerezza.
Cercava di non farsi travolgere da quel via vai frenetico di bambini più grandi, ogni tanto si portava le mani alla bocca e gironzolava nella stanza da sola a piccoli cerchi, incerta sul da farsi. In quel momento stava di certo pensando ai miei avvertimenti e, consapevole di aver fatto una promessa, rimaneva lì nonostante tutto. Quando i bambini hanno iniziato il gioco del tiro alla fune e per lei non era rimasto neanche un posticino, mi si è avvicinata, forse per chiedermi qualcosa, ma uno degli organizzatori, domandandole gentilmente se si stesse annoiando, l'ha presa per mano e ricondotta ai giochi.
Com'è, come non è, a un certo punto l'ho vista per mano alla cugina più grande e così è rimasta fino al momento della merenda. La cugina che si faceva i dispetti con un compagno di scuola e la Lolla al seguito che rideva di quel suo sorriso che le illumina il volto; la cugina che chiacchierava con le amiche e la Lolla, piccina, nel cerchio, con due occhi colmi di spasso.
E' stata contenta, alla fine. E anche brava. Ed è da allora che me la consumo di baci perché è giusto riprenderli quando sbagliano, ma ancora più giusto è far capire che si è fieri di loro.
Perché io lo so, che da quando è iniziata questa storia dell'iscrizione alle elementari, la Lolla sta facendo di tutto per dimostrare che non è troppo piccola per andare in prima con i suoi compagni di materna.
Ai miei rimbrotti che è ancora infantile, poco autonoma e bisognosa di giocare, rimbrotti che esteriormente non sembrano averla toccata, ma che devono averla incisa nel profondo, ha risposto cercando di vestirsi da sola, enunciandomi ogni minimo progresso nella conoscenza di lettere e numeri e mostrando quello che sa fare anziché preoccuparsi di quello che ancora non va. 
E allora basta, io non le dirò più nulla, né cercherò di convincerla a rimandare il grande passo. La guarderò crescere e la elogerò per ogni passo avanti. E le darò fiducia. Perché in fondo la sta chiedendo, e se la merita.


martedì 15 settembre 2015

Come virgulti

Eccoci, dopo 90 giorni incredibilmente volati, alla linea di partenza. Domani si ricomincia, nuovo anno scolastico in vecchie scuole. Una seconda elementare e una terza materna che sembrano tanto lunghe, ma che, come da copione, ci lasceranno con la domanda "Possibile, è già finita?".
E' proprio guardando i miei figli, che mi rendo conto del potere del tempo. Se ne accorgono ogni anno le maestre, che ritrovano nei vecchi alunni dei bambini nuovi, perché l'estate, per piante e uomini, è il momento della crescita. Ci pensavo un bel po' di settimane fa, in quella che sembrava un'altra vita, quando Ieie sul lungomare del paesino imparava ad andare in bici senza rotelle, una cosa che, dicono, non dimenticherà mai. 
Quante cose, mi dicevo mentre lo guardavo emozionata, cambiano in una manciata di mesi. Esci da scuola pallido e smunto e torni più alto, atletico, abbronzato, biondo, con meno denti, capace di nuotare, di fischiare e di portare la bicicletta. Sembra quasi un miracolo e invece è la quotidianità di ognuno di noi, e però ti emoziona come e più di quando è successo a te in prima persona, manco fosse merito tuo (e no, non lo è).
Così, mentre il cuore mi palpitava per i progressi di Ieie, mi sono resa conto anche di quanto noi genitori siamo schizofrenici. Ogni traguardo raggiunto dai nostri figli ci elettrizza, esultiamo per un dente caduto, per un bracciolo tolto e guardiamo avidi a nuovi progressi. Poi vediamo un neonato e ci sciogliamo, ci ricordiamo di quando eravamo noi a stringere i nostri frugoletti al petto e rimpiangiamo quei momenti.
Forse essere genitori è questo, un'altalena di emozioni mentre partecipiamo, come assistenti, al miracolo quotidiano della crescita. No, nessun loro traguardo è merito nostro, ma spetta a noi esserci. Consigliare, aiutare, sostenere, perché noi siamo i giardinieri. Abbiamo piantato il seme, curiamo i germogli, li proteggiamo e adottiamo tutte le precauzioni che, ci hanno detto, serviranno alla crescita della pianta. E poi, a un certo punto, quella andrà da sola e noi potremo solo guardarla orgogliosi e illuderci che è anche un po' merito nostro.

giovedì 27 agosto 2015

Di denti, amicizie, Marte e Venere

Al paesino Ieie ha un'amichetta della sua stessa età con la quale si diverte a giocare. A dire il vero si vedono anche in inverno, poiché non abitiamo distanti, ma con una minore frequenza dovuta alla scuola e ai molteplici impegni di tutti noi. Fatto sta che vanno molto d'accordo e per entrambi passare il tempo insieme è una festa. Sempre che non arrivi qualche amico maschio...
L'altro giorno la mamma della bimba, che per inciso è un'amica di vecchia data, mi ha confessato che la figlia le ha detto con stupore che Ieie, quando c'è P., un loro amichetto comune, "è diverso". Sì, insomma, la trascura.
"E - ho risposto io - dovresti dirle che questa è solo la prima verità che scoprirà sugli uomini. Ne seguiranno molte altre".
A onor del vero, e per dovere di cronaca, anche l'amichetta, con la quale quest'inverno frequentava un corso di basket, durante gli allenamenti lo trascurava a vantaggio della sua amica del cuore. Ma tant'è, lui non se n'è mai fatto un problema. E anche questo dimostra come maschi e femmine siano diversi.


Dopo un paio di giorni poi, sempre la mia amica nonché mamma della bimba, mi ha detto di aver sottoposto la figlia a un piccolo interrogatorio.
"Chi preferisci tra Ieie e G.?", le ha chiesto.
"Ieie", ha risposto lei senza esitazioni.
"E tra Ieie e P?".
"Sempre Ieie".
"E tra Ieie e la Lolla?".
"La Lolla".
Eccola, come la giri e come la volti, lo frega sempre. Non basta che il suo essere più piccola, vezzosa, smorfiosa e ruffianamente affettuosa (e femmina, of course), attiri su di lei tutte le attenzioni. Non basta che sia spuntata come un fungo tra lui e i genitori, i nonni e gli zii e che si appropri indebitamente dei suoi giochi. No. Lei è anche insinuante. Ovunque Ieie poggi il suo piede per primo, che sia un'amicizia, un gioco nuovo (ma anche vecchio), un libro, una chiacchierata con qualcuno, ecco che arriva la Lolla. Prima ficcanasa, poi sgomita per farsi un po' di spazio, quindi lo costringe a condividere e infine s'impossessa della preda lasciandolo a mani vuote.
A volte penso a quanto deve essere difficile avere una sorella come lei.


Martedì, infine, è caduto il terzo dentino, un incisivo superiore, e finalmente si è aperta una finestrella nel sorriso di Ieie, ché le altre volte c'era già un dente nuovo di zecca a sostituire il deciduo. Senonché, lavandosi i denti deve essersi guardato allo specchio perché ha cominciato a piangere. Gli è stato chiesto il motivo. "Sono brutto", ha esclamato tra le lacrime indicando il buco.

Un sorriso sdentato, l'autostima estetica un po' barcollante e le prime incomprensioni con l'altro sesso. Tutte cose che ti fanno capire che tuo figlio sta crescendo.

venerdì 7 agosto 2015

Il subacqueo

Al paesino l'acqua è alta. Non solo perché qui i fondali diventano subito profondi, ma soprattutto perché essendo di roccia, l'unico modo per evitare di prendersi un riccio di mare sotto i piedi, è spingersi dove non si tocca. Ok, questo era vero soprattutto in passato, oggi i ricci scarseggiano, ma forse sarà stato per questo che noi cuginette abbiamo imparato presto a nuotare, e per nuotare intendo né ciambelle, né braccioli, né altri supporti. Solo noi e il mare. E un costume da bagno, of course. Ogni "nuova" cugina imparava a destreggiarsi tra le onde, prima di quella che l'aveva preceduta. Sarà per questo che la più giovane di noi quattro è anche la più brava a immergersi.
Comunque, per me, che i miei figli imparassero a nuotare come la loro mamma, senza passare per piscine, corsi e così via, ma solo grazie al mare del paesino, è sempre stato un punto d'onore. E invece Ieie e la Lolla si son mostrati da subito un po' frenati, un po' timorosi davanti all'acqua. L'anno scorso la Lolla, buttatasi con troppo entusiasmo in mare il primo giorno di vacanza, e andata giù sotto un cavallone, non volle farsi il bagno per quasi metà vacanza. Anche il piccolo Ieie guardava quella massa blu con diffidenza, preferendo arrostirsi al sole piuttosto che tuffarvicisi. Col tempo, per fortuna, le cose sono migliorate. La diffidenza è rimasta e l'acqua in faccia, specie per la Lolla, rappresenta ancora uno spauracchio, ma i passi avanti ci sono stati.
Quest'anno Ieie ha abbandonato definitivamente i braccioli, ma senza pinne continua a nuotare contratto come in preda a un attacco di artrosi, il che gli impedisce di rimanere per bene a galla, la testa che emerge con difficoltà. Con le pinne, e la maschera, è un altro bambino. Mantiene la posizione orizzontale, mena qualche bracciata e oggi, bé oggi in quattro e quattr'otto, ha imparato ad andare sott'acqua.
Ha sempre guardato le mie capriole e le mie "immersioni" (per carità non sono Pellizzari, quando vado giù di un metro è pure troppo) con gli occhi sgranati, chiedendomi come facessi. Oggi si è spinto più in là. Ha voluto osservarmi con la maschera mentre mi immergevo, mi ha chiesto istruzioni, ha accettato di andare sott'acqua guidato dalle mie mani che prima lo hanno spinto verso il basso e poi lo hanno fatto risalire. Normalmente, dopo questi esperimenti, si riserva di ripeterli per molto tempo. Invece, dopo il primo tentativo ha voluto continuare da solo. Testa in acqua, spinta di piedi, sedere in su e poi sotto, fino a risalire. Una, due, tre volte, all'infinito. Ha abbozzato anche alcune capriole. Ogni volta riemergeva sorridente, soddisfatto per non aver bevuto, divertito, sempre più a suo agio. E che dire, son rimasta a bocca aperta, fuori dall'acqua, eh, che se no bevevo.
Ora, magari non sa stare a galla, ma almeno adesso so che se Ieie andrà giù riuscirà a nuotare!

mercoledì 24 giugno 2015

In Sicilia con prole

Viaggiare con i figli a distanza di un anno è un modo per scoprire quanto sono cresciuti.
Terrorizzati dall'idea di un lungo tragitto in auto (l'ora scarsa che impieghiamo per andare dai nonni a volte è una mitragliata di "quando arriviamo?"), memori dei capricci che farcirono il nostro week end a Eurodisney di un anno fa, delle lotte improbe tra fratelli per l'unico passeggino noleggiato, delle sveglie all'alba imposteci da Ieie, siamo partiti per la Sicilia deglutendo e sperando.
Premetto che, come sempre, da quando abbiamo iniziato a spostarci con i bambini, scegliamo mete, o comunque tipologie di viaggi fatti anche, e soprattutto, a loro misura. Non troppe camminate tra i monumenti, niente musei, per adesso, e la scelta di posti che abbiano attrattive adatte ai loro gusti di bambini. So che ci sono famiglie con bimbi coetanei dei nostri che riescono a visitare mostre, musei e città d'arte, con estrema naturalezza e con il godimento di tutta la famiglia. Io ho ancora troppo vivido nella memoria il ricordo della visita al Palau Guell di Barcellona di due anni fa, per ritentare l'impresa.
Fatto sta che quest'anno abbiamo optato per una meta che unisse mare (per loro) e posti nuovi da visitare (per noi). Sarà stata la scelta azzeccata, sarà stata la fortuna, sarà stato (lo spero) il fatto che sono cresciuti, ma il risultato è andato oltre le più rosee aspettative.


Le undici (UNDICI) ore in auto sparateci al ritorno non hanno visto consumarsi drammi particolari. Niente soste, tranne quella in traghetto, svariate scazzottate consumatesi tra i sedili posteriori, senza vittime per fortuna, ma anche giochi, chiacchiere e risate complici tra i due fratellini, che ho immensamente invidiato ricordando i miei viaggi da figlia unica.
Abbiamo dormito e al mattino ci siamo risvegliati stupiti di questo aspetto.
Le mattine al mare son trascorse tranquille al punto che, per i primi due giorni, sono riusciti a giocare per ben tre ore con la sabbia senza litigare e in completa autonomia.
Ieie si è sottoposto alle passeggiate pomeridiane senza troppe lamentele e, soprattutto, ha camminato e non ha conteso il passeggino alla sorella.
Non ci sono stati capricci degni di nota, lotte furibonde o crisi di nervi.
Siamo tornati stupefatti e soddisfatti in uno stato di grazia. Poi, va bè, la routine ha riattivato i soliti meccanismi di gelosia-capricci-litigi con annesso svalvolamento dei genitori.
Però, chissà, magari l'anno prossimo si potrebbe tentare una visita agli Uffizzi...

lunedì 8 giugno 2015

L'ultimo giorno

Mi sembra impossibile che già nove mesi siano passati da quella mattina di metà settembre quando, tremante come una foglia, spaurito come un pulcino bagnato, aspettavi l'inizio di quella nuova avventura chiedendomi se davvero ci sarebbero stati i tuoi vecchi compagni.
A vederli un po' il cuore ti si è aperto, ma mica tanto. Lo dimostrano le foto scattate tutti insieme vicino al cancello dirimpetto alla scuola. Il visino sottile, tirato, le spalle sovrastate da quello zaino enorme che quando papà l'ha portato a casa mi sono detta "ma che se ne farà mai di un affare così grande?". Non sapevo quanto mi sbagliavo.
Ecco, 200 giorni dopo, questa prima avventura sta per terminare e io ho già il magone, come quando ero io ad andare a scuola. Solo che adesso l'alunno sei tu, e poco importa che tra qualche mese varcherai di nuovo quella porta per iniziare la seconda elementare, pardon, primaria. A me sembra già che tu abbia preso il volo, che il percorso sia tracciato e la strada sia in discesa. La verità è che, mi piaccia o no, ti sei incamminato sulla china che ti porterà alla maturità, in tutti i sensi, il bambino pian piano lascerà il posto al giovane, e non riesco a non sentirmi persa. E un po' inutile.
A ripensarlo, quest'anno volato, è un mosaico di tanti momenti. I primi pomeriggi di studio in cucina, quando ancora non avevi la tua cameretta. Il mio sgolarmi (che, con la finestra aperta per via del tepore autunnale, mi avrà sentita tutto il paesello) e il tuo nervoso rinunciare davanti alle difficoltà di quel foglio a quadretti dove, sebbene tu sapessi già scrivere in stampatello, le lettere si perdevano senza ordine, come se non ci fossero né margini, né righe. Le mie apprensioni davanti alle tue difficoltà, per me incomprensibili, quelle manine che si passavano indecise la matita: la destra, la sinistra, qual era quella giusta?
Il lento avvio, poi la strada, mancina, trovata, il trotto, e, mentre passavamo alla scrivania nuova della tua cameretta, il galoppo. In qualche modo ce l'avevi fatta a superare i tuoi ostacoli, la macchina è partita, non ti sei più fermato. D'un tratto la mia presenza è stata solo un supporto alla mancanza di fiducia in te stesso.
In questo tuo primo anno di scuola, tanti ricordi del mio primo anno che sembravano annegati per sempre son tornati a galla. Non sempre è piacevole rivangare il passato, non in questo specifico momento della mia vita, ma così è: essere genitori ti fa tornare bambino in mille impensabili modi.
Ecco, oggi, per l'ultima volta almeno per un po', ti accompagnerò a fare i compiti. Mi siederò accanto a te, ti ascolterò, ti correggerò se sarà necessario. Da domani, poi, liberi tutti.
Andiamo a mettere la parola fine sui tuoi quadernoni, con quella tua grafia che, nonostante gli sforzi, è rimasta sghemba e disordinata. E' normale, dicono, i maschi non hanno una bella calligrafia. Se farà il medico, mi hanno detto le tue maestre, non sarà un problema, si sa che i medici scrivono con le zampe di gallina. In realtà, per adesso tu vuoi aprire un autolavaggio. Non so, quanto è importante la calligrafia per chi gestisce un autolavaggio?

mercoledì 29 aprile 2015

Numero Uno

E così il momento tanto atteso è arrivato. Dopo alcuni giorni di dondolii, ieri Ieie si è estratto in classe il primo dentino da latte. Incontenibili le manifestazioni di gioia da parte di entrambi i fratelli che per tutto il giorno non hanno fatto che parlare di soldi, topi e fate.
La Lolla, euforica, alla domanda "Ma poi pure a me mi caderà il dentino?" alternava dichiarazioni di dondolii imminenti nella sua bocca, discettando saputa che il topino porta il soldino ai maschietti e la fatina alle femminucce. Ieie, come per Babbo Natale, mi chiedeva rassicurazioni sul recapito notturno del topino: "Mi porterà qualcosa?", "Che mi porterà?" e mostrava con orgoglio a chiunque gli capitasse a tiro la sua finestrella.
Stamane una Lolla scarmigliata e scalza si è catapultata nel letto del fratello chiedendogli ragguagli sull'arrivo del topo, della fata o di chicchessia ed ha guardato con estrema ammirazione il "soldino" estratto da sotto il cuscino.
Erano solo due euro, ma visti con gli occhi dei bambini sembravano più belli della Numero Uno di zio Paperone.

sabato 11 aprile 2015

Di topi, fate e apparecchi

Dopo un anno di racconti sulle vicissitudini odontoiatriche dei compagni di classe, dopo aver rendicontato i loro guadagni, frutto del lavoro di fatine&topini, dopo aver letto sognanti il libro in cui a Peppa cade un dentino agognando di ripeterne le gesta, il momento tanto atteso è arrivato. Da giovedì scorso Ieie si è accorto che gli sta spuntando un dente definitivo, un incisivo inferiore per la precisione, anche se non si capisce se sia il destro o il sinistro.
E qui sta l'inghippo che ha rovinato la festa. Il dente sta crescendo più dietro rispetto agli altri, tutto storto, perché l'omologo da latte non vuol proprio saperne di cadere. Non traballa, né cede di un millimetro. E se per Ieie c'è ancora da attendere prima di poter mettere il dentino sotto il cuscino, io, che non sono per niente ansiosa, appena ho visto quel che stava accadendo ho immaginato mio figlio con gli incisivi "a spina di pesce" sospirando sulla necessità futura di un apparecchio.
In realtà, poi, ci hanno detto che questo nuovo arrivato tutto storto non rimarrà per forza in seconda linea, solo il tempo ci dirà che ne sarà del sorriso di Ieie. Se, però, il dente da latte non dovesse cadere, bisognerà tirarlo, e questa notizia ha un po' spento l'entusiasmo iniziale del piccolo neofita.
Unico soddisfatto, il nonno materno che, per la serie "sangue del mio sangue", ha sentenziato "Oh Ieie non ti preoccupare, anche a me è successo così da piccolo. Mi uscivano i denti nuovi e quelli da latte non volevano cadere. Me li hanno dovuti tirare tutti!".

In tutto questo, la Lolla, anche lei sotto l'influsso di Peppa, di tanto in tanto dice che le sta cadendo un dentino. Peccato che lo ripeta ormai da un anno.