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domenica 11 luglio 2021

Riflessioni sparse sulla vita di questi tempi

 Siamo stati un week end sulla costiera amalfitana e quel che mi ha colpito di più è stato rendermi conto che c'è un'altra vita fuori dai rigidi schemi che il Covid ci ha imposto, fuori dalle quattro mura dove da mesi rimuginiamo sui nostri affanni. Scoprire, o ricordarsi, che esistono altri mondi, altri posti meravigliosi in cui perdersi e ritrovarsi, in cui lasciar decantare i pensieri più bui per prendere in cambio rinnovate energie che, insomma, non esistono sono le regole che hanno travolto e imbrigliato le nostre esistenze, ma che la VITA continua.
Gattino a zonzo in quel di Capri
Poi, va be', torni a casa e vuoi o non vuoi il tuo animo si ritrova in zona rossa.
Non riesco veramente a guardare con fiducia al futuro, forse perché la verità è che non posso progettarlo e quindi non sono più padrona dei miei giorni. Sì è vero, adesso si possono fare molte cose che fino a pochi mesi fa erano vietate, ma la sensazione è quella di vivere in una di quelle bolle di vetro che quando le capovolgi cade giù la neve. Bellissime, ma, finito lo spettacolo, tutto rimane immobile e sigillato sotto una calotta. E' esattamente come mi sento. Siamo nel pieno del turbinio estivo, tutto (o quasi) è lecito, di più: bisogna fare la qualunque perché questa libertà potrebbe durare poco.
Un orologio nella reggia di Caserta simbolo di questi mesi chiusi mentre il tempo va
Siamo stati travolti da un'epidemia di lauree, compleanni e battesimi di bambini che manco sono nati e altri che son così grandi da poter rispondere in autonomia al sacerdote. Tutti presi dalla frenesia di organizzare perché "adesso si può fare, a ottobre chissà". Ecco, io non riesco a essere felice, a godere del momento se vivo con il dubbio di dover, tra un paio di mesi, tornare dietro le sbarre. Il ruolo del detenuto in permesso premio non mi si addice.
Può darsi che sia una pessimista, o che questi ultimi anni abbiano acuito il mio sguardo obliquo sul mondo, ma quando vedo persone accalcarsi sotto un maxi schermo o in un rave party e poi sento ancora la parola Dad che quando meno te l'aspetti torna in campo (per altro, dei mezzi di trasporto quando ne parleremo, a settembre?), non posso che demoralizzarmi e pensare che siamo proprio dei deficienti.
Intanto, man mano che esco e mi capita di parlare con le persone, si moltiplicano i racconti di ragazzi, soprattutto undicenni e quattordicenni che si sono lasciati alle spalle il primo anno di medie e superiori, che hanno passato l'intero anno scolastico a casa o che, pur essendo andati a scuola, si sono ritrovati a frequentare solo in due tre (qui da noi era possibile, "grazie" all'ordinanza della Regione), e che quindi non hanno conosciuto i nuovi compagni e ora sono ancora più soli. Adolescenti che, a estate iniziata, continuano a vivere in una stanza con la sola compagnia di un telefono cellulare, incapaci di uscire nel mondo e vivere.
Sul fronte anziani, invece, aumentano i racconti di persone che dopo aver passato l'inverno nella solitudine delle proprie case, sono  caduti in uno stato di profonda depressione. Uno scenario sconfortante del quale nessuno sembra accorgersi perché adesso bisogna infondere fiducia che c'è "il rimbalzo del Pil", così come nessuno fa menzione di quelle vetrine inesorabilmente vuote che picchiettano il paesaggio urbano, posti di lavoro e entrare perse, dei commercianti indebitati per andare avanti e che ancora arrancano per una stagione turistica  che, a causa di un continuo mutamento delle regole, non è mai veramente decollata.
Vetrine vuote sul corso della bella Sorrento
Ecco perché non ho fiducia e non voglio fare progetti. Perché molti di noi si sentono ancora in un pantano dal quale faticano a scappare, perché non si può programmare se non c'è certezza sul futuro.
Qualche settimana fa la Lolla ha fatto la sua prima Comunione: nel mese e mezzo intercorso dall'annuncio della data al giorno fissato, oltre ai cambiamenti di fascia di colore e di orari di coprifuoco, le norme sull'accesso ai ristoranti sono mutate così tante volte che se avessi scelto di festeggiare in un locale ci avrei perso la testa (o forse no, perché mi dicono che alla fin fine molti le regole non le rispettano). Ho preferito rimanere a casa mia con i parenti stretti, ho scelto, come faccio ultimamente, di non impazzire più dietro a ciò che è lecito o no. Seguo le notizie il minimo indispensabile e per il resto mi autolimito, rinunciando, ora come ora, a tante cose (del resto per un anno e mezzo ho rinunciato a vedere i miei e uscire di casa, per cui alla fin fine c'è di peggio).
Mi rendo conto che c'è un'epidemia, che la malattia è in continuo divenire e fare previsioni è difficile, ma allora mi chiedo perché, da oltre un anno a questa parte, schiere di Soloni della scienza continuino a straparlare, dicendo tutto e, a seguire, il contrario di tutto, demolendo le nostre speranze e lanciandosi in previsioni avventate, ma ahimé di grande impatto emotivo. Se è vero che abbiamo di fronte una sfida senza precedenti e che un aggiustamento continuo dei mezzi per affrontarla è d'obbligo, un po' più di cautela, e di silenzio, non farebbero male.
Per ritornare a quella normalità di cui tutti ormai si riempiono la bocca in maniera stucchevole, mi pare manchi ancora del tempo.
O così o dobbiamo considerare normale andare a scuola con la mascherina.

giovedì 17 giugno 2021

Su Instagram e la vetrina che inganna

 L'altro giorno guardavo le foto fatte a Gardaland da Chiara Ferragni. Premetto che non ho nulla contro di lei, anzi ritengo sappia fare molto bene il suo lavoro, per cui questo non vuole essere l'ennesimo post denigratorio nei suoi confronti. Semplicemente leggendo il tag supplied sotto a ogni scatto in cui lei il suo bambino e una comitiva di amici e parenti venivano immortalati al parco divertimenti, non ho potuto fare a meno di elaborare una considerazione.
Ora. So bene che offrire gratis il proprio prodotto a un Vip è una delle strategie di marketing più comuni e che il mancato introito per qualche biglietto donato sarà ampiamente compensato dalla marea di persone che andranno a Gardaland dopo aver visto le foto della Ferragni, ma so bene, anche, quanto costi andare in un parco divertimenti. Meno di venti giorni fa, infatti, abbiamo portato i bambini allo Zoosafari di Fasano. Quattro biglietti, di cui solo uno ridotto perché abbiamo scoperto con rammarico che il dodicenne paga come un adulto, ci sono costati una bella sommetta. Ma va bene, rivedere gli animali era una promessa che avevamo fatto ai bambini/ragazzi che dopo questo periodo difficile avevano bisogno di respirare un po' di normalità. 
A dire il vero mai, come in questo momento, credo che tutti i bambini/ragazzi abbiano bisogno di evasione, però mi rendo conto che non tutte le famiglie sono in  grado di sborsare un centone e più in un colpo solo. Specialmente se numerose e se i genitori hanno potuto riprendere a lavorare solo da poco e con tutte le incertezze del momento. Ecco che allora è scattata la mia riflessione sulle foto della Ferragni che, in un altro momento, mi avrebbero lasciata indifferente. Non ho potuto fare a meno di pensare che, a fronte di tanti ragazzini che meriterebbero di svagarsi in un parco divertimenti, ma che non possono permetterselo, proprio a lei è stato offerto di farlo gratuitamente, proprio lei che, senza colpo ferire, avrebbe potuto pagare i biglietti per sé e tutti gli amici e parenti al seguito.
Tutto qui.
E qui arriva un'altra riflessione che riguarda Instagram e gli influencer in generale. Io ne seguo diversi e lo faccio perché mi piacciono, evidentemente. Ogni volta che fanno una sponsorizzazione, che sia una casa vacanze, un elettrodomestico, del make up o un ristorante, tutti quanti si premurano di dire che scelgono accuratamente ciò che pubblicizzano e accettano solo prodotti della cui bontà sono assolutamente convinti. Non ho motivo di non crederci, tuttavia, pensando attentamente a ciò che vedo, rimango perplessa.
Quando devo acquistare qualcosa in rete, infatti, o se scelgo un ristorante su TripAdvisor, una delle prime cose che guardo (e non credo di essere l'unica) è il prezzo. Un locale, o un prodotto, per quanto bellissimi, vengono scartati se troppo cari. Allora mi chiedo, si può essere veramente obiettivi nel recensire qualcosa se non la si è pagata di tasca propria?
Diciamolo senza giri di parole: non andrei mai e poi mai in una casa vacanze di lusso sapendo che il soggiorno, per quanto stupendo, mi costerà pezzi e pezzi da cento. E questo a prescindere dal fatto che abbia o meno i soldi per pagare. Tuttavia se qualcuno fosse così generoso da offrirmi un fine settimana in una villa con piscina, terrazza con jacuzzi e rifiniture di lusso (anzi, se addirittura mi pagasse) e se il posto incontrasse i miei gusti, non avrei remore a raccontare quanto si stia bene. Ma, detto questo, se il soggiorno fosse a mie spese, opterei meglio per il mini appartamento col cucinino nascosto da una porta a soffietto e le coperte quadrettate vintage.
Ecco allora, che si insinua il mio dubbio. Sono davvero onesto se nel dire un gran bene di un prodotto non l'ho pagato? Sarei così entusiasta se per averlo avessi dovuto sborsare un bel po' di soldi? Perché, dopo tutto, il prezzo è uno degli elementi fondanti per giudicare un acquisto. Quante volte dopo aver fatto compere ci siamo detti "Bello sì, ma non vale il costo"?
E no, non basta puntualizzare come spesso fanno gli influencer "Se non me l'avessero regalato me lo sarei comprato" che è un po' come dire a una persona che non sa se farsi operare a cuore aperto "Se fossi al posto tuo lo farei", perché la verità è che al posto suo non ci siamo.
Un'ultima domanda, infine, per quegli influencer che oggi dicono un gran bene dell'aspirapolvere XY, bello, bellissimo, un vero portento, indispensabile (se non fosse che costa un occhio della testa) e qualche mese dopo ripropongono lo stesso quadretto con l'asiprapolvere YZ, stupendo, fa tutto lui e ti costa l'occhio che ti è rimasto.
Ecco, cari miei, ditemi la verità: se aveste dovuto pagare voi, quale dei due avreste scelto?

martedì 2 marzo 2021

Orizzonti

 Ci sono momenti, la sera, in cui il cuore è leggero e la mente libera, compio i gesti quotidiani con la tranquillità di chi attende una nuova giornata. Sono momenti, perché d'un tratto un'ombra appesantisce l'animo. C'è il Covid, ti ricorda il cervello, come si fa ad essere felici?
Ci sono mattine in cui mi sveglio serena, la promessa di un giorno da riempire davanti a me, prima che la realtà mi schiaffeggi con il ricordo di una pandemia che detta le regole delle nostre giornate. Ce ne sono altre in cui apro gli occhi agitata da un sogno in cui qualcuno aveva dimenticato di indossare la mascherina, e nessuna illusione rende il risveglio più dolce.
Ci sono giorni in cui vorrei andare in letargo in attesa della primavera, quella vera.
È da un anno ormai che viviamo su questo ottovolante emotivo in cui le altezze durano un attimo, giusto il tempo di tirare il fiato e poi pensare che il tracollo è sempre dietro l'angolo. Non ci si può rilassare o provare gioia per un evento lieto, la tensione è massima: le brutte notizie sono dietro l'angolo, l'angoscia ci consuma nell'attesa del peggio. Lo sappiamo ogni volta che i messaggi si susseguono a raffica e scopriamo che la mattina dopo la scuola si farà a casa, ce lo diciamo quando salutiamo i nostri cari che vivono in un altro Comune, chiedendoci se un improvviso cambio di colore ci separerà da loro nuovamente. 
Non si fanno più programmi, di nessun tipo. Non si vive più. Rinchiusi in un eterno presente sempre uguale, nel quale è più facile provare tristezza che felicità.
Quanto si può vivere in questo modo, mi chiedo.
Ho rinunciato, se non a tutto, alla gran parte. Non è dei viaggi, della pizza o del cinema che ho rimpianti, per quanto mi manchino, posso sopportarlo. Ma mi pesa stare lontano dalle persone amate (È il mio cuore il paese più straziato). Lasciar scorrere il tempo senza poterlo impiegare come si deve. Perché, saranno i quaranta, ma dopo una certa età c'è la consapevolezza che il tempo è limitato, e questa risorsa noi la stiamo sprecando, ipotecando in attesa di un momento migliore che pare l'araba fenice (Che vi sia, ciascun lo dice; Dove sia, nessun lo sa) senza sapere quanto ancora ne abbiamo a disposizione.
Se ripenso al lockdown di un anno fa vado in apnea: la sola idea di ritornare al carcere di quei mesi, quando la polizia era dietro l'angolo a intimarti di tornare a casa, mi gela il sangue; quella stessa polizia che adesso che in paese sono ripresi i furti nelle abitazioni, non si trova neanche a pagarla.
Oggi ho letto un commento che mi è parso la sintesi perfetta dei miei pensieri: pensano alle poltrone e non ai vaccini. Ecco, è così che ci sentiamo. Stanchi di essere travolti da valanghe di progetti, di faremo e di ripartiremo. In attesa di essere allagati da cascate di vaccini che si dimostrano tuttalpiù un ruscelletto.
A noi questa fine ce l'hanno promessa, raccontata sin nei particolari, ma la verità è che le parole non si sono tradotte in nulla di minimamente visibile. Per quanto distante, vorremmo dare una sbirciata col binocolo all'agognata meta, renderci conto che esiste veramente. Perché per ora ci sentiamo come quelli che, nonostante tutti i sacrifici fatti, possono permettersi solo di sfogliare il catalogo dei viaggi.

mercoledì 30 dicembre 2020

Tre desideri per l'anno nuovo

 Se potessimo esprimere un desiderio per il nuovo anno, sono sicura che in maggioranza chiederemmo la fine immediata dell'odiato covid con tutto ciò che questo comporterebbe, la guarigione delle persone ancora in ospedale e la ripresa delle attività lavorative in primis.
Assodato questo augurio corale, per il 2021 avrei anche tre piccoli auspici, no anzi, proprio tre richieste che spero possano essere esaudite.
3) La fine delle conferenze stampa di Conte. Ecco, mi auguro che l'anno nuovo, oltre che covid free, sia anche Conte's press conference free, perché già è brutto che ogni tre per due le maglie della tua libertà si restringano, se poi, prima di ogni nuova regola, il presidente del Consiglio ti deve attaccare un pippone interminabile per spiegare la rava e la fava della necessità di cotale scelta, cercando di convincerti che è per il tuo bene, tutto ciò diventa proprio una tortura cinese. Un po' come se il giudice, prima di quantificare la condanna (perché sai che ti condannerà), ti tormentasse con una paternalistica spiegazione sui benefici che la permanenza in carcere ti garantirà o se il meccanico si dilungasse in inutili valutazioni tecniche sulla fenomenologia del parafango prima di dirti a quanto ammonta il danno.
2) La fine delle mielose (e inutili) frasi ipocrite. Se sento un'altra volta che andrà tutto bene tiro fuori il mitra. Non parliamo di "è come quando c'era la guerra" (ah sì, perché c'eri?), "ma che vi costa rimanere a casa? in fondo vi chiedono solo di starvene seduti in poltrona" (di solito detto da chi percepisce il suo stipendio per intero), "sarà un Natale più semplice ma più vero" (sì come no, e poi "ne usciremo tutti migliori"). Pietà e misericordia 2021, liberaci da questa valanga di cliché che non aiutano a stare meglio, ma nella maggior parte dei casi aumentano solo il tasso di intolleranza.
Immagine presa dal web
1)  Poter uscire di casa senza prima interrogare il tuo smartphone per capire cosa puoi fare e cosa no. Non chiedersi "è consentito?" per la qualunque, se un amico ha bisogno di un passaggio, se vuoi andare in città a trovare i tuoi (o a comprarti una qualsiasi cosa), se piove a dirotto e un amico di tuo figlio ha bisogno di ripararsi a casa tua. Non uscire ogni volta dal supermercato carica di scorte come se il giorno dopo dovesse scoppiare la guerra, perché "magari domani cambiano le regole e non posso più venire qui a fare la spesa". Non tenermi a distanza dalle persone, non muovermi intorno agli amici seguendo percorsi tortuosi fatti di spazi e vuoti. Non contare i canonici 14 giorni per capire se sono sommersa o salvata, ogni qual volta mi sembra di aver fatto qualcosa di "pericoloso". Spero che il 2021 eradichi queste bizzarre e atroci abitudini che hanno preso possesso del mio cervello. E ci restituisca la vita.
Che questo 2020 fatto di rinunce e di giorni sempre uguali, a pensarci ora, mi sembra di non averlo vissuto per niente.
Immagine presa dal web


giovedì 12 novembre 2020

La torre di Babele

 Sono passati almeno venti giorni da quando la Campania ha decretato la chiusura di tutte le scuole e la diffusione dei contagi di Covid nella Regione, a quanto mi pare di capire, non ne ha minimamente beneficiato. Eppure la misura è ancora in vigore, anzi nel tempo è stata anche inasprita estendendosi alle materne. I bambini continuano ad essere tra le categorie più penalizzate. Loro, gli anziani e le persone immunodepresse o con altre malattie, ai quali si consiglia vivamente di rimanere in casa mentre i giovani e gli adulti, i veri untori, continuano ad ammassarsi nello struscio del week end, in feste clandestine o aperitivi da "strada", insofferenti, e indifferenti, alle regole. A loro, tutto sommato, tutto è consentito.
Sembra proprio che il coronavirus abbia mostrato tutta la fragilità delle nostre società, pronte a mettere da parte i più deboli, i bambini e gli anziani, per lasciare campo libero alle categorie che producono e spendono, quelle che fanno girare l'economia, in buona sostanza, e che quindi, nelle nostre società malate di profitto, hanno un superiore diritto di cittadinanza.
Guardate cosa siamo diventati, noi che abbiamo dimenticato il nostro passato e  il nostro futuro, proprio come quelle civiltà che nei secoli si sono condannate all'estinzione. Tutto sommato la pandemia ci ha mostrato il nostro riflesso, è stata la nostra nemesi, la torre di Babele di una società che credeva di essere invincibile e invece è crollata come un castello di carte.
L'individualismo occidentale è stato, tra le altre, una delle cause della nostra incapacità a contenere la pandemia. Nei Paesi asiatici, dove si è più propensi al sacrificio per il bene comune, c'è stato un maggiore rispetto delle regole che ha consentito di limitare la diffusione del virus, ma da noi, che ci crediamo superuomini, l'idea di indossare la mascherina per tutelare prima di tutto gli altri appare quasi ridicola (qui e qui due letture interessanti). E così anche le mamme che invocano la chiusura delle scuole, perché "è come quando c'era la guerra", concedono ai figli di organizzare festicciole di Halloween clandestine perché "poveri bambini, neanche Halloween possono festeggiare". Chiedetelo ai vostri nonni se, ai tempi della guerra, avrebbero trovato normale violare il coprifuoco per un veglione di Carnevale.
E qui torniamo alla scuola. Perché è evidente e lampante che, per educare i cittadini del domani al rispetto delle regole, la scuola ha un ruolo fondamentale. Facciamo tornare i bambini a scuola per insegnare loro a diventare cittadini rispettosi e consapevoli dei loro diritti e doveri. Per spiegare che uno Stato non è solo il Pil e i Dpcm, ma un insieme di principi comuni, di valori condivisi e che si avanti tutti insieme e non da soli. Facciamo tornare i bambini a scuola, perché imparino dagli errori del passato. Facciamo tornare i bambini a scuola, perché sono proprio quelli delle fasce socio culturali più basse a rischiare di rimanere ai margini del sistema, economico, culturale e sanitario.
Facciamo tornare i nostri ragazzi a scuola perché l'istruzione è un'arma potente contro ogni piaga, anche contro la malattia.

martedì 10 novembre 2020

Déjà vu

Ogni anno, con l'arrivo dell'influenza, la scarsità di posti letto della Asl Lecce si traduce in ambulanze del 118 in attesa fuori dagli ospedali per poter liberare le barelle. Se poi a questo aggiungiamo le Tac che si rompono a catena costringendo il personale a dirottare i pazienti nelle poche strutture dove ce n'è una funzionante, si può capire come basti davvero poco a mandare un sistema già fragile in tilt.
Adesso immaginate cosa può succedere se, invece dell'influenza, arriva un virus molto più contagioso. Uniteci che oltre ai propri pazienti bisogna accogliere anche quelli delle province vicine, ormai sature, una macchina per i tamponi rapidi (l'unica della provincia) rotta e la necessità di sottoporre a tampone ogni paziente prima dell'accesso ospedaliero, per giunta con un macchinario che richiede tempi più lunghi, e avrete servito il caos di questi giorni. Ambulanze che stazionano anche quattro ore fuori dagli ospedali prima di ripartire, personale che smonta alle due di notte anziché alle venti (alcuni per altro sono volontari con un misero rimborso spese), pazienti la cui positività viene accertata con molti giorni di ritardo, rendendo ormai vano il tracciamento di contatti che sono andati in giro ignari di avere il virus.
Il mio non è un sentito dire, ma il racconto di persone che lavorano da anni nella nostra sanità e che, per anni, hanno lamentato un peggioramento continuo del sistema. Quello che si sta consumando sotto i nostri occhi è il tracollo definitivo (e annunciato) sotto i colpi del coronavirus.
La prima ondata ci aveva solo sfiorato e adesso fa effetto sentire nomi di persone conosciute tra quelle ricoverate. Fa effetto sapere che ci sono amici in quarantena. Non è più solo il racconto delle immagini televisive, è la paura che si insinua in ogni incontro, in ogni gesto residuo e vitale che ci concediamo per non annullarci del tutto.
Ormai non è più questione di capire se si farà o meno un lockdown, che tanto ormai la risposta la conosciamo già, la domanda vera da porsi è: e poi, dopo, come abbiamo intenzione di gestire i risultati?
Chiudere adesso per, diciamo, due mesi, vorrebbe dire riaprire in pieno inverno, con l'influenza a spalleggiare il coronavirus. Il rischio, viste le nostre capacità organizzative, è di dover richiudere nel tempo di un ba. E certo non si può pensare di mandare avanti quel che resta del Paese in un balletto di aperture e chiusure.
Cancellare gli errori non si può, ma forse un po' di onestà non guasterebbe, chiedere scusa e ammettere che si è sbagliato potrebbe essere un punto di partenza. Non risolve il problema, ma forse attenua la rabbia.
Perché ci avevano detto che eravamo pronti alla seconda ondata. E non era vero.
Ci avevano detto che la seconda ondata non sarebbe stata come la prima. Senza aggiungere che sarebbe stata peggiore.
Ma tranquilli, l'Italia è un modello da seguire. Sì per precipitarsi nel burrone.
E poi non ci sarà un nuovo lockdown, non ce lo possiamo permettere. Noi non ce lo possiamo permettere, a voi tanto non cambia nulla.
E comunque a dicembre ci inonderanno di vaccini. Il che, dato l'esito delle precedenti promesse, è altamente sconfortante.
Abbiamo pagato fior di esperti, messo su decine di comitati che hanno sproloquiato senza freni. Per trovarci con gli stessi, cadenti, sistemi sanitari regionali buoni a malapena a reggere una normale influenza.
Vien da pensare che di questa pandemia non si è capito un bel niente. Oppure che la verità è che non esiste soluzione al problema.
In entrambi i casi non c'è da stare tranquilli.

martedì 3 novembre 2020

Detenuti in attesa di giudizio

Cinque mesi e siamo di nuovo così. Punto e a capo e si ricomincia con l'altalena, col cuore che salta in gola a ogni sigla di Tg e la perenne spada di Damocle sulla testa: ti chiudo, non ti chiudo, per quanto ti chiudo.
Mi chiedo quanto si possa vivere in queste condizioni, con regole che cambiano più velocemente del colore delle foglie in autunno.
Mi sento come un imputato in attesa di giudizio: so che mi condanneranno, ma non so quando e per quanto tempo. Di più. Il condannato, emesso il verdetto, ha la certezza sulla data di scarcerazione. Nemmeno questa consolazione ci lasciano, perché ormai ho imparato a non credere più a niente e una volta che ci chiuderanno in casa rimarremo con l'angoscioso dubbio di quanto durerà la reclusione.
E alle saracinesche chiuse ormai da mesi se ne aggiungeranno altre, in una desolazione post bellica.
Già alcuni commercianti annunciano che in caso di nuova chiusura non  riapriranno, chi può pensa di mettersi in nero, lavorando a casa. "E non sanno cosa succederà quando toglieranno il blocco ai licenziamenti" minacciava l'altro giorno la mia parrucchiera che, per altro, è da quando ha riaperto che non ha più la lavorante nel suo negozio. Si prospetta un bagno di sangue sulla pelle dei meno tutelati, mentre gli intoccabili chiedono la chiusura a gran voce dalla postazione di lavoro sul loro divano. Paradossalmente chi non ha nulla da perdere è anche chi non teme o vuole la chiusura e magari si lamenta pure di quelle poche ore che deve trascorrere in ufficio, senza pensare a chi un lavoro farebbe di tutto pur di averlo.
C'è tanta rabbia. Rabbia per quello che si doveva fare e non è stato fatto, perché era più importante spingere l'acceleratore sul turismo o occuparsi della nuova legge elettorale.
Rabbia perché son mesi che ci trattano come bambini a cui si fanno (false) promesse per tenerli buoni. 
Rabbia perché persone che hanno rispettato le regole, sono costrette a pagare l'incompetenza di chi ci amministra e l'egoismo di chi proprio non riesce a fare a meno di un veglione a tema Halloween, seppur clandestino.
Ogni volta che infrangiamo le regole una persona perde il lavoro. Dovremmo tenerlo a mente.
Così come, a pandemia finita, tutti saremo chiamati a pagare i debiti. Anche gli intoccabili.

lunedì 28 settembre 2020

E' tornata la mia bambina

E' tornata la mia bambina. Quella che deve raccontarti ogni cosa detta o fatta in classe. Quella che vuole condividere e ripercorrere le cinque ore di scuola, i momenti spiritosi, gli scherzi alle maestre e le monellerie di qualche compagno. Quella che dopo pranzo si chiude in camera e comincia a fare i compiti.
E' successo un giorno all'improvviso, al suo ritorno a casa. Le ho visto gli occhi scintillare come non ricordavo e l'ho riconosciuta. Sparita la bambina che di punto in bianco diventava isterica, che bisognava inseguire perché non voleva fare i compiti in quanto "troppo stressata".
E' ritornata la mia bambina felice.
Quella che si appunta sul petto i complimenti della maestra e non deve confrontarsi con una mamma brava solo a notare gli errori.
E' tornata la mia bambina e non so quanto durerà, ma io vorrei che fosse per sempre.
Sono stati sette mesi lunghi e difficili. Nessuno ci ridarà il tempo perso e so che non ho il diritto di lamentarmi. Però, se ci penso, non posso non dirmi che ci è stato tolto molto più di quanto pensiamo. Soprattutto è stato tolto ai nostri bambini. Quello che gli abbiamo fatto non lo abbiamo nemmeno veramente capito. Gli abbiamo tolto la loro vita e solo perché stavano al sicuro a casa e non sotto un cielo di bombe, non possiamo alzare le spalle e mimare un vabbe'.
Il primo giorno di scuola della Lolla
Oggi un compagno di mia figlia è andato via prima a causa di un attacco di panico. Non conosco le circostanze che lo hanno provocato, né la storia personale del bambino. Pure, come adulta, non posso fare a meno di sentirmi in colpa.

mercoledì 23 settembre 2020

Varie ed eventuali sulla fine dell'estate e la ripresa della scuola

E' stata un'estate strana, stretta tra una primavera che non abbiamo vissuto e un autunno sul quale non abbiamo controllo.
Ci avevano detto che ne saremmo usciti migliori. Non ne siamo usciti e di certo non siamo migliori. Cretini ci siamo coricati e cretini ci siamo alzati.
Scene di quotidiano divertimento al paesino in barba alle norme sul distanziamento

Come ogni estate il paesino ci ha accolti con il suo mare e i nostri amici, pronti a darci calore e conforto dopo tanti mesi di vita "sterilizzata". A dire il vero non abbiamo fatto granché, quest'anno il numero di turisti in Salento, anche nel piccolo paesino, è stato ogni oltre previsione. Una fiumana impazzita che ci ha invaso costringendoci a un agosto particolarmente sacrificato. Siamo andati a mare solo perché abbiamo un gommone con cui potevamo evitare la spiaggia, ma per il resto abbiamo passato gran parte del tempo nel cortile dei nostri amici e vicini di casa che ogni pomeriggio hanno accolto i giochi dei bambini e le nostre chiacchiere. Niente ristoranti o pizzerie e per alcune settimane neanche passeggiate sul lungomare, tante erano le persone in giro da trasformare una semplice passeggiata in una gimcana al cardiopalma.

Non è stato facile nemmeno ritornare a casa. Quella casa che, per quanto amata, è stata la nostra prigione per due mesi. Rinunciare alla prossimità degli amici, ai compagni di gioco, ai genitori che adesso che riprenderà la scuola abbiamo timore di andare a trovare è stata una sensazione al limite della depressione. Tanto più che non è possibile fare un pronostico su cosa ci aspetta. Programmare il tempo da ora a venire è un rebus senza uscita.

Inutile rimpiangere il passato o chiedersi cosa ci porterà il futuro, bisogna vivere e apprezzare il presente è una delle tante perle con cui ci infiocchettano la realtà. Ditelo a uno che non sa come pagherà le tasse di domani, di godersi il presente. Sono curiosa di sentire cosa vi risponderà. Io comunque, per dare credito a queste perle, e anche per cercare di orientarmi tra le nuove regole sulla scuola per cui il ragazzo resta a casa anche senza febbre, ma con un semplice "sintomo riconducibile al Covid" (raffreddore? naso chiuso? mal di gola? anosmia?), ho deciso di non iscrivere i bambini ad alcun corso. Niente sport, niente inglese, niente di niente. Mi dispiace tanto, ma finché non sarà chiaro cosa succederà in presenza di casi sospetti devo limitare i contatti con altri bambini al minimo indispensabile.

Sia chiaro, sono contenta che la scuola inizi, è necessario. E non perché sia una mamma esaurita che non vede l'ora di appioppare i propri figli alle insegnanti (altra perla sentita), ma perché credo che, oltre al profondo baratro di ignoranza in cui i ragazzi sono stati precipitati, i ragazzi abbiano bisogno di vivere la loro vita. Rinchiuderli in casa a rimbecillirsi con la pseudo Dad non è la risposta. State voi a sentire un tizio che vi parla dal francobollo dello smartphone mentre il citofono suona, il cane abbaia e vostra sorella litiga con la mamma perché non vuole fare i compiti.

Ma ovviamente c'è la pandemia, signora mia. E' come una guerra: che forse vostra nonna pensava alla scuola durante la guerra (ennesima perla)? Ora, a parte che mia nonna negli anni Quaranta aveva 30 anni e un figlio neonato, dei suoi racconti ricordo la fame nera, i bombardamenti, la fame, la fuga dalla Roma occupata dai nazisti e, non so se l'ho detto, la fame, un concetto che mi ripeteva con insistenza. Mio padre, che invece all'epoca faceva le elementari, non mi risulta abbia perso un sol giorno di scuola a causa della guerra. Quindi lasciamo stare la guerra, please. Ed evitiamo di affibbiare a una madre che vorrebbe che suo figlio riprendesse a studiare anziché languire davanti alla Playstation, l'epiteto di dolente media riflessiva che fa tanto snob radical chic. Signora mia.

Che poi lo so che se i ragazzi si annoiano e passano il tempo davanti a uno schermo è colpa di noi mamme che non dedichiamo loro attenzione. Come la giri e come la volti è sempre colpa nostra. Noi mamme che in sette mesi ancora non abbiamo predisposto una tabella di attività varia e composita per intrattenere i nostri figliuoli tutto il giorno tutti i giorni.

Poi guardo mia figlia, che negli ultimi sette mesi è cresciuta tanto, lasciandosi sempre più spesso andare a improvvise quanto inspiegabili scenate isteriche (sarà stata la quarantena, sarà la crescita? Boh), la guardo mentre scrive ed evita accuratamente di usare "e o a ai anno" perché ha difficoltà a capire quando mettere l'accento e l'h. Lei, promossa con tutti 10, non sui risultati raggiunti, spiegava la pagella, che quelli nessuno li conosce, ma per l'impegno nella consegna dei compiti, nelle lezioni on line (cioè tipo 4 ore di lezione in tre mesi) per la "partecipazione" insomma. La guardo e penso preoccupata che tra un anno, con questo (scarso) bagaglio di istruzione approderà alle medie. Come farà? Ma ovviamente anche in questo caso, scava e cerca e vedrai che è colpa della mamma, signora mia.

Comunque io domani sarò felice come fosse il primo giorno del primo anno. Sarò felice e sarò preoccupata, perché non sono una pazza sconsiderata che non vede l'ora di togliersi i figli di torno. Sarò felice e commossa e questo mi fa ancora più arrabbiare. Perché non ci si dovrebbe emozionare e commuovere per la normalità. 




giovedì 9 luglio 2020

E se la scuola non riaprisse?

La settimana scorsa, sul blog nonsolomamma una lettrice italiana che vive in Francia parlando della riapertura delle scuole Oltralpe scriveva: "in questo Paese il diritto allo studio è essenziale, culturale".
Tempo qualche giorno e al Tg mi imbatto in un parlamentare che, elencando i meriti del nostro Governo, annovera tra questi il fatto di aver riaperto le scuole.
Ora. Sarò anche puntigliosa e rompiscatole, ma a me sembra che finora non sia stato riaperto un bel niente (se pensiamo poi che nella mia Regione, la Puglia, la fantomatica data del 14 settembre è già slittata al 24, io la riapertura la vedo col lanternino), ma che addirittura il Governo si glori di aver riaperto le scuole, mi sembra la dica lunga su come invece da noi l'istruzione non sia considerata neppure un diritto.
Devo essere sincera: avrei voluto vedere gli insegnanti invadere le piazze chiedendo offesi di poter fare degnamente il proprio lavoro, invece ho letto solo messaggini smielati, tutti intrisi di "ci mancate, speriamo di rivederci presto". Poi però siamo state noi mamme, sia nella scuola media di città di Ieie, che nella primaria della Lolla qui al paesello, a pretendere le lezioni on line che le presidi erano restie a concedere (già una concessione, proprio come la riapertura delle scuole, sarà un caso?). 
Viviamo in un paese di 2.400 abitanti, bene o male ci si conosce tutti, le maestre vivono per la maggioranza qui e i loro figli giocano con i miei nei guardini della scuola sin da quando sono stati riaperti. Mi sarei aspettata che, almeno per le pagelle, o terminate le "lezioni", le maestre proponessero ai bambini di incontrarsi in quei giardini (cosa che per altro in città hanno fatto tante altre insegnanti, per lo più di scuole private). Invece no, ligi alle regole fino alla fine. Una squallida scheda on line che la Lolla ha disdegnato al punto che il giorno dopo neanche ricordava più che voti avesse preso.
C'è un disegno dietro questa sciatteria delle politiche dell'istruzione?
Io so una cosa. Da quando, a settembre, Ieie ha avuto il suo cellulare, gli abbiamo imposto orari (un tempo massimo per ogni giorno, che generalmente non esauriva mai) e regole (no al telefono mentre si studia). Tutto è andato bene fino al lockdown, ma da lì in poi non s'è capito più nulla. Intanto come si fa a vietare l'uso del telefono durante lo studio, se i compiti stanno sul telefono? E come limitare le ore di utilizzo, se per seguire le lezioni serve lo smartphone (purtroppo il nostro Pc e tablet si sono rivelati troppo vecchi per le applicazioni necessarie)? Certo, è anche vero che a volte Ieie diceva di aver bisogno del telefono per seguire la lezione e poi lo trovavo a seguire YouTube, ma, si sa, l'occasione fa l'uomo ladro, né si può pretendere che un genitore piantoni i propri figli come una guardia carceraria.
Quello che posso dire è che da marzo in poi, senza scuola, amici, attività sportive, corsi di musica e di lingua, il tempo libero di Ieie si è moltiplicato e non ha trovato di meglio che riempirlo con gli schermi, che fossero della Tv o del cellulare poco importa, imbesuendosi davanti a partite di Fortnite o video di TikTok. Se la scuola non dovesse riaprire ho il terrore di quello che potrebbe succedere a lui, come alla maggior parte dei ragazzi.
Istruirli dovrebbe essere una priorità per tutti...e se invece una pletora di ignoranti persi dietro a uno schermo fosse, per chi ci governa, molto più comoda e gestibile?
Mi viene in mente proprio un capitolo di storia che ho spiegato qualche mese fa a Ieie, quello sulla nascita dei comuni e della borghesia quel ceto che, sebbene non ricco come i signori, aveva un minimo di istruzione, sapeva leggere, scrivere, far di conto, e svolgeva lavori che necessitavano di competenze e specializzazione. Questo li rendeva meno ricattabili dei poveri contadini e, soprattutto, più propensi a far valere i loro diritti contro i soprusi dei signori feudali.
Di pari passo, in quello stesso periodo, nacquero le università, la prima a casa di un certo Irnerio, a Bologna, dove egli insegnava diritto a un gruppo di giovani. Neanche a dirlo, i signori e la Chiesa cercarono di ostacolare questa diffusione del sapere che vedevano come un limite all'esercizio del loro smisurato potere.
Ecco, ricordiamocelo sempre, a cosa serve l'istruzione, e a quanta strada hanno fatto i nostri antenati affinché questo diritto fosse per tutti.
Perché è vero che la storia è fatta di corsi e ricorsi, ma ci sono battaglie che non possiamo rischiare di dover ripetere. Ne va dei nostri ragazzi, ma anche del futuro del Paese.

lunedì 6 luglio 2020

A chi giova lo smart working?

In epoca di Covid tutto ciò che può essere fatto in modalità smart, ovvero a distanza, è fortemente consigliato. E' così che stamattina, invece di prendere appuntamento e andare in loco, ho trascorso qualche ora al telefono di casa con la banca per svolgere alcune operazioni. Ovviamente in quel lasso di tempo tutt'altro che breve, hanno suonato due volte al citofono e ho ricevuto tre chiamate sul cellulare. Per fortuna non siamo più in tempi di Dad homeschooling, altrimenti avrei dovuto anche aiutare i bambini a districarsi con i compiti assegnati-e-mai-spiegati, e loro si sono autointrattenuti per un bel po' (finché non li ho sentiti prendersi a botte as usual), ma più di una volta  sono stata sul punto di scoppiare pensando che non è proprio possibile fare certe cosa da casa.
Ora. Negli ultimi tempi, parlando con amiche che lavorano chi nel pubblico, chi nel privato, ho ricevuto spesso sempre pareri positivi sullo smart working al punto che nessuna vuole ritornare dietro la scrivania. A parte una che lavora a Milano, però, nessuna ha addotto come motivo la paura del contagio, bensì la comodità di lavorare da casa, magari in pigiama, la possibilità di evitare i colleghi e/o un ambiente lavorativo tutt'altro che piacevole. Va detto che hanno tutte bimbi molto più piccoli dei miei e mi parlavano sempre e comunque con un sottofondo che andava dal pianto del neonato, a una vocina che chiedeva di fare un disegno.
Delle due, quindi, l'una: o le persone che fanno smart working svolgono lavori poco impegnativi oppure non lavorano affatto.
Perché se io che non dovevo lavorare, ma solo fare delle semplici operazioni tramite Pc sotto la guida di una consulente della banca ho sentito tutto il peso del fatto di non avere un luogo tranquillo dal quale operare, tanto più questo dovrebbe valere per chi invece ha da lavorà e si ritrova (oltre a postini, vicini di casa, corrieri e telefoni vari a rompere la concentrazione) anche pargoli sotto i sei anni da tenere sott'occhio. Ditemi un po', ma come si fa?
La prova del nove alla mia tesi me l'ha data recentemente l'Inps. Anche quest'anno mio padre non ha ricevuto le credenziali per scaricare il Cud via Internet. L'anno scorso si risolse andando direttamente alla sede Inps provinciale, ma quest'anno è chiusa al pubblico, causa Covid. Il commercialista se n'è lavato le mani dandoci un numero di telefono al quale rispondeva una voce elettronica di nessun aiuto. Per una botta di fortuna sono riuscita a risolvere all'italica maniera, ovvero chiedendo un favore al genitore di un amichetto di mia figlia che, per puro caso, ho scoperto lavorasse proprio all'Inps. Così, tramite conoscenze, e la gentilezza di questa persona va aggiunto, sono riuscita a ottenere un qualcosa che lo Stato era obbligato a fornirci, ma che non saremmo mai riusciti a ottenere proprio per via del fantomatico smart working.
Da qui la domanda. Ma quando il Governo prevede di lasciare il 50% dei dipendenti pubblici in smart working, è consapevole di quel che sta facendo? O forse è un modo elegante e veloce per dimostrare che in fondo si può fare a meno di gran parte del personale della pubblica amministrazione?
Non molti giorni fa, il sindaco di Milano Sala ha lanciato un monito ai lavoratori in smart working, invitandoli a tornare al lavoro e presidiare le scrivanie, perché a suo parere a breve le aziende daranno via a piani di efficientamento (leggi: tagli del personale). Che ci abbia visto giusto?

A proposito, ho preso appuntamento in banca. Dopo due ore al telefono e il sistema che andava continuamente in blocco ho chiesto disperata alla consulente di fissarmi un appuntamento. O così o prendevo a capocciate il Pc. 

lunedì 1 giugno 2020

Roba da mamme

E così anche il campionato di calcio riaprirà i battenti. Evidentemente disponeva di una task force autorevole. Tre mesi e il più che si è saputo partorire sulla scuola, invece, è stato il tutto chiuso, che non è che ci voleva un comitato scientifico per pensarci, glielo potevo suggerire pure io. Meglio tacere, poi, sul balletto delle modalità di svolgimento della maturità o sulle improbabili soluzioni messe in campo per la "riapertura" di settembre (implementare le attività di laboratorio, usare teatri, palestre e spazi aperti) che dimostrano che gli esimi membri della task force le scuole pubbliche italiane le hanno viste solo nelle serie tv statunitensi.
Una settimana o poco più e la farsa chiamata scuola chiuderà i battenti per prolungare la vacanza inaugurata tre mesi or sono. Perché al di là delle percentuali superiori al 90% con cui la ministra ci rassicurava sul numero di alunni raggiunti dalla Dad, adesso finalmente più di qualche voce comincia ad ammettere che la didattica a distanza è stata una gran presa per i fondelli, che ha scaricato sulle famiglie, madri in primis, l'onere dell'insegnamento e abbandonato a se stessi un gran numero di bambini.
Lo comprendo ormai da tre settimane a questa parte, da quando la Lolla fa i due incontri pomeridiani settimanali da "ben" 30 minuti con la sua quarta elementare. Gilberto non può leggere il tema perché non è a casa sua, Evaristo si prende una strigliata per non aver consegnato alcun compito e a nulla vale spiegare che è la mamma è sempre al lavoro perché, gli ricorda la maestra, "è una tua responsabilità ricordarle di caricare i compiti". Da quei visini incorniciati nei pochi centimetri quadrati dello smartphone emerge tutta l'assurdità di una situazione che, dopo tre mesi, definire emergenziale è ipocrita. Che dire poi della maestra che si arrabbia perché i suo alunni non ricordano i verbi? "Vi avevo detto di ripassarli - afferma irata - evidentemente non l'avete fatto". Anche la Lolla si prende la sua ramanzina e non è turbata. Non lo sono neppure io perché so che la bambina ha fatto ciò che la maestra ha chiesto e anche di più. Da settembre fino a oggi ha ripetuto i verbi ogni settimana, come a nove anni faceva suo fratello che infatti i verbi li ha sempre saputi. Certo ognuno ha capacità diverse, ma qui non si tratta di bravura. Ieie ha avuto qualcosa che sua sorella non avuto: ha frequentato la quarta elementare, e scusate se è poco.
Nella prima media di mio figlio non va meglio. Da quando i genitori son tornati a lavorare molti alunni saltano le poche ore di lezione on line.
Ludmilla sta dai nonni e non c'è collegamento, mi spiega Ieie, Tamara ha un pc vecchio che, come il nostro, si disconnette in continuazione, Eufrasia è stata sgridata dalla prof per aver spento la telecamera e il microfono, ma era in auto con la mamma e non sapeva come fare. Alcuni sono soli a casa e non si svegliano in tempo. 
La miseria di questo sistema si fa strada con l'impeto di una valanga. Il fatto poi che l'orario delle lezioni che ci hanno dato sia buono per foderarci la gabbia del canarino, visto che non viene mai rispettato, è un altro paio di maniche.
A quando?
Per favore, professori, non ci dite che siete stanchi e che lavorate più di prima. Queste frasi toccano a noi genitori che spieghiamo quel che assegnate senza spiegare (proprio adesso Ieie mi ha chiesto cosa sia la paratassi), che correggiamo i compiti che non vi fate inviare e che altrimenti rimarrebbero lì come i quiz della settimana enigmistica rimasti senza soluzione. Quelli stanchi siamo noi, che facciamo un mestiere per il quale non siamo preparati (o così, oppure dovremmo dire che chiunque può insegnare).
Non ci dite, come ho sentito da alcuni, che meritereste un aumento di stipendio, perché potremmo saltarvi al collo, specialmente dopo che qualche madre lavoratrice, chiedendo ai professori come mai i voti del figlio fossero crollati negli ultimi mesi, si è sentita rispondere che in questa fase tocca a noi genitori seguire i ragazzi nelle attività scolastiche.
"Mio figlio è stato abbandonato" mi ha detto questa mamma "io lavoro e comunque tante cose non me le ricordo, non sono in grado di aiutarlo".
Che vergogna per uno Stato che nella sua Costituzione proclama che l'istruzione è aperta a tutti. Che è gratuita e, teoricamente, obbligatoria.
Ecco, io ve lo dico senza peli sulla lingua cari professori. Ho tirato la carretta per tre mesi, ma d'ora in poi mi impongo di incrociare le braccia a costo di abbandonare i miei figli all'ignoranza alla quale li avete condannati. Siete vittime anche voi, lo so, ma non faccio che chiedermi se qualcosa in più non potevate farla (e per inciso, la risposta non mi serve che già ce l'ho).
E se per settembre non si muove nulla, mi riprometto di disconnettermi da qualsiasi rete Internet perché, come voi non avete l'obbligo di fare lezioni on line (cosa che molto gentilmente non avete smesso di ricordarci), noi non abbiamo quello di essere connessi, né tantomeno di far parte di un gruppo whatsapp. E allora che farete, ci manderete i carabinieri a casa per inosservanza degli obblighi scolastici? O farete come la scuola di Ieie, che, al 20 di maggio, ha pubblicato un avviso on line per dire che c'erano alunni che, dalla chiusura della scuola, non avevano partecipato ad alcuna lezione, consegnato neppure un compito, né fatto un accesso alla piattaforma, e che i genitori di detti alunni erano pregati di attivarsi per far avere ai figli almeno una valutazione?
Basta col tutti promossi, ci sono genitori a cui del pezzo di carta non gliene importa niente. Vogliono Istruzione. Se la scuola è in grado di farlo, che a settembre riapra. Altrimenti che rimanga chiusa fino a data da destinarsi, che è più dignitoso della farsa degli ultimi mesi.
E comunque a giugno il campionato riparte. Certo il calcio è un'industria che muove miliardi, la scuola...be' lasciamo perdere. Ma non sarà anche che il calcio è roba da uomini e la scuola è roba da bambini e donne? Pardon, non da donne, da mamme...

venerdì 15 maggio 2020

Dalla parte dei bambini

Non possono protestare.
Non pagano le tasse.
Non votano. 
Sarà per questo che in oltre due mesi sono stati gli ultimi tra gli ultimi. 
Si sono previste misure per tutti (financo i detenuti in 41 bis hanno avuto un occhio di riguardo!), tranne che per loro, convinti che siano quelli meno danneggiati, perché a loro basta l'amore di mamma e papà e poco altro.
Sono loro che hanno perso tutto. Come quegli imprenditori che non sanno se riapriranno. Privati della scuola, delle attività sportive e ricreative, degli amici, dei nonni, di tutto ciò che componeva la loro quotidianità. Privati di una quotidianità.
In questi due mesi nessuno (a parte qualche mamma) si è interrogato su come le misure stringenti della quarantena abbiano impattato sulla vita dei bambini. Noi adulti siamo usciti per lavorare, per fare la spesa, per fare jogging pure, mentre loro languivano tra quattro mura, confortati da uno schermo e da programmi ad hoc sulle reti nazionali, in barba a tutti gli studi che consigliano di ridurre l'esposizione dei bambini agli schermi di Tv e tablet.
Anche il tema della scuola è stato trattato sinora in un'ottica adultocentrica. Riaprire le scuole perché i genitori devono lavorare (problema sacrosanto, per carità, e nessuno più di me, incatenata a casa da due mesi, lo può capire), riaprire le scuole garantendo la sicurezza della classe insegnante che è per lo più agée. Vero, certo, ma ricordiamoci anche che la scuola non è solo un diritto costituzionalmente garantito, se il costituzionalmente, in questi mesi, ha ancora un significato, è soprattutto la palestra dei nostri figli, quel luogo dove dovrebbero imparare ad affrontare la vita, a costruire relazioni, a formare la propria personalità. E uno schermo e dei compiti non sono per nulla la stessa cosa.
I bambini hanno uno spasmodico bisogno di confrontarsi con i loro coetanei in un posto che non sia il confortante nido di casa. Ci sono migliaia di figli unici costretti a frequentare ormai solo adulti, ci sono bambini che si intristiscono guardando i compagni di asilo da uno schermo, che possono incontrare i nonni restando a distanza e senza abbracciarli.
Cosa è rimasto a questi bambini della loro quotidianità a parte l'abbraccio di mamma e papà? Li abbiamo privati di tutto e ancora non sappiamo quando potranno recuperare un briciolo di normalità. Trattati come piccoli untori, quando invece sono solo vittime degli errori dei grandi.
Vorrei che uno dei tanti esperti avesse visto oggi mia figlia dopo mezz'ora di incontro virtuale con la classe. Come le brillavano gli occhi per quei pochi minuti trascorsi assieme, sebbene non avesse potuto chiacchierare con i compagni, né scambiarsi uno sguardo d'intesa con l'amica del cuore. Tutto il suo mondo ridotto nel francobollo dello schermo di un cellulare.
Ma ecco che ormai la scuola si avvia al termine e si appresta un'estate piena di incognite, in cui non sappiamo se potremo portare i bambini in spiaggia e a quali condizioni. Se potranno tuffarsi in acqua o se dovranno limitarsi a salutare da lontano l'amico che non vedono da un anno.
Per poi tornare a un nuovo anno scolastico ancor più carico di punti interrogativi.
Fate qualcosa per i nostri ragazzi, per carità. Qualcosa che vada al di là dei battibecchi ministero-sindacati che ho ascoltato sinora. Ricordatevi che i bambini e i ragazzi sono PERSONE, che la scuola non è solo un importantissimo diritto (che la Dad per altro non ha garantito), ma è anche una maestra di vita. E imparare a vivere chiusi tra le quattro mura di casa, spiando il mondo da uno schermo, è un po' difficile.

giovedì 7 maggio 2020

Nella didattica a distanza la grande assente è la didattica

Giorni fa è arrivata la valutazione della Lolla che dovrebbe sostituire il colloquio scuola-famiglia di metà quadrimestre. Da quanto inviato leggo che l'alunna partecipa assiduamente alle attività, collabora con le insegnanti, consegna  puntualmente i compiti assegnati, mostra capacità di problem solving e curiosità per le attività svolte.
Sarebbe interessante capire come hanno dedotto tutto questo giacché, (fatta eccezione per un breve incontro on line allo scopo di augurarsi buone "vacanze" di Pasqua), le maestre non vedono e non sentono la bambina da due mesi e immaginare che abbiano tratto tante belle considerazioni dai pochi compiti che, a partire solo da una ventina di giorni, le è stato chiesto di consegnare (e che IO allego con puntualità sulla piattaforma, per cui, sì, lo so che consegna con puntualità) ha quasi del miracoloso.
So bene che ci sono tante insegnanti e tante scuole impegnate nelle lezioni on line, ma ogni volta che sento la ministra dai variopinti rossetti snocciolare le sue percentuali da plebiscito sui ragazzi raggiunti dalla didattica a distanza, mi viene l'ulcera a pensare che su due figli, in due scuole di ordine, grado e comune diversi (uno in prima media, l'altra in quarta elementare), manco uno rientra nelle sue percentuali fantasmagoriche.
Da due mesi a questa parte la scuola si è trasformata in un compitificio: svanita la vita di e in classe, le insegnanti e gli amici, quello che è rimasto ai miei figli è la parte più noiosa e pesante della scuola. Compiti appiccicati a un registro virtuale sul quale le insegnanti appuntano pedissequamente gli argomenti trattati dei quali, però, nessuno ha mai veramente parlato al ragazzo, postando video di You tube per spiegare la nascita della borghesia o cosa sono gli organismi unicellulari. E ci va ancora di lusso, perché in altri casi vengono postati solo i numeri delle pagine da studiare, lasciando alla volontà degli alunni l'onere della comprensione (e alla buona volontà dei genitori disponibili quello della spiegazione). Ho trovato Ieie in video chiamata con l'insegnante del corso di musica che frequentava prima della fine della "vita reale" (come dice lui), per chiederle di insegnarli a suonare alcune note del flauto che l'insegnante di scuola gli aveva assegnato lasciandogli come guida il solo libro di testo. E di esempi simili ne ho tanti, roba da far pensare che a insegnare così siamo capaci tutti.
Questo per quanto riguarda Ieie che comunque, seppur con estrema lentezza, sta andando avanti col programma e che, dopo l'insistenza di alcuni genitori (me compresa) presso una riottosa preside, usufruisce di una barra due ore al giorno di lezioni on line su Skype, purché, ha stabilito la preside nei numerosi paletti che ha posto concedendoci questo privilegio, queste ore non si usassero per fare lezione (ma sì, che si raccontassero barzellette piuttosto) e i genitori non assistessero alle lezioni garantendo però il corretto comportamento dei figli durante lo svolgimento (ma come, con la forza del pensiero?). Per la Lolla le cose sono addirittura peggiori.
Arresesi all'impossibilità di spiegare qualcosa di nuovo in mancanza di interazione (le lezioni on line non si possono fare per non meglio definiti problemi organizzativi di insegnanti e alunni), le maestre hanno quasi del tutto abbandonato il povero programma ministeriale, fatta eccezione per radi, improvvisi guizzi in cui pare si tenti di far fare qualcosa di nuovo ai bambini, salvo pentirsi e ritornare sulle rodate strade del già fatto.
"Mamma basta con le divisioni, che la maestra ci dia qualcosa di nuovo!", ha sbottato l'altro giorno mia figlia e stava quasi per propormi una diserzione, quando le ho detto che stavolta le divisioni andavano consegnate. Sì perché, solo una parte dei compiti assegnati va restituita alle maestre (e anche qui ci va di lusso, perché per il primo mese la politica adottata era stata quella di non chiedere i compiti indietro, ma di inviarci le "soluzioni" lasciando l'onere della correzione a noi genitori), l'altra ce la possiamo tenere nel cassetto, come mero esercizio di stile. Il risultato di queste scelte è che mia figlia, quella stessa bambina che si sedeva da sola dopo pranzo a fare i compiti con rapidità ed efficienza (asserendo puntigliosa, davanti a qualche mio dubbio, che la maestra aveva spiegato di fare così), adesso langue svogliata su pagine di cui le sfugge l'utilità perché, come mi ha detto sfiduciata "tanto la maestra neanche li corregge".
Purtroppo per noi la didattica a distanza si è rivelata un fallimento su tutta la linea. Ai ragazzi si chiede un senso di responsabilità al di là delle loro capacità. Da questo momento tutto sarebbe dipeso da loro, ha detto il prof di inglese di Ieie alla chiusura della scuola trattando i suoi alunni come studenti universitari. Peccato che se all'università ci si va a 19 anni ci sarà un motivo. Perché sforzarsi a studiare storia se al posto dell'interrogazione verrà fornito un questionario da fare a casa (magari col libro aperto davanti) da restituire con comodo in una settimana? Qualunque ragazzo, anche lo studente universitario, sarà tentato dal non studiare.
Come madre, ciò che mi ha deluso di più è stato constatare come la maggior parte dei genitori non sia minimamente turbata dalla situazione. Ci ha visto giusto la summenzionata ministra quando ha per prima cosa rassicurato gli insegnanti sulla tutela dei loro stipendi e i genitori sul superamento assicurato dell'anno scolastico, ha dato al suo pubblico ciò che stava più a cuore, "panem et circensem". Perché a molti genitori non importa il diritto all'istruzione dei figli, ma il pezzo di carta, e vuoi mettere quanti sbattimenti in meno nel sapere che a prescindere da impegno e rendimento, l'anno sarà comunque assicurato? Bisognerebbe essere pazzi a richiedere verifiche serie e proseguimento del programma.
E così l'anno scolastico scivola verso la fine con questa irrecuperabile zoppia, tutti felici per lo scampato pericolo e senza certezze per il prossimo. Anzi, con un sinistro presagio, di arrivare a settembre ancora in attesa di capire dove  e come studieranno i nostri figli, quando finalmente, alla vigilia del nuovo anno scolastico, una conferenza stampa dell'ultimo minuto ci svelerà l'arcano. O ci assesterà l'ennesima mazzata.

mercoledì 9 ottobre 2019

Bilancio della prima settimana di scuola, o giù di lì, secondo una madre (2)

Il secondo aspetto che mi è balzato agli occhi come madre di uno studente delle scuole medie riguarda l'annosa questione dei libri scolastici.
Ora, non mi soffermerò sull'argomento costi, sul quale penne più autorevoli della mia hanno versato fiumi d'inchiostro cercando, peraltro senza esito, di richiamare l'attenzione di chi di dovere. D'altronde finché il ministro dell'istruzione dibatterà di crocifissi nelle aule e assenze giustificate per manifestazioni climatiche, tutti temi che ti fanno approdare in prima pagina senza aprire i cordoni della borsa né studiare chissà quali strategie, di passi avanti se ne faranno pochi.
Ma torniamo ai libri, questi bei tomi che in un modo o nell'altro fanno dannare ragazzi e genitori. Tu, armato della tua bella lista, chiedi il testo di arte, o di tecnologia, o la grammatica italiana ed ecco la prima sorpresa. Ti viene consegnato non un volume o tuttalpiù due, ma quattro, cinque e pure sei.
Cominciamo con educazione fisica, o motoria o come si chiama adesso. Parliamo di tre libri, uno di teoria, uno di storia dello sport e un piccolo atlante di anatomia che hai visto mai ti venisse voglia di sfogliarlo tra una flessione e un addominale.
Proseguiamo con educazione musicale che consta di un libro per "capire la musica", un altro per "fare la musica" e il quaderno delle competenze (quest'ultimo un must per quasi tutte le materie, dacché la conoscenza non va più per nozioni, ma per le fantomatiche competenze: non sapere, ma saper fare).
Arte&immagine è a quota quattro. Il libro di storia dell'arte, quello su linguaggio visuale e tecniche, la guida allo studio sia mai non sapessi come fare e il museo attivo per lo sviluppo delle onnipresenti competenze
Saliamo di livello. Tecnologia, ben cinque tomi. Il manuale, il libro di sintesi per il ripasso e l'"inclusione", un manuale per il coding e la robotica e uno per il disegno e il progetto. Ah, e un volumetto con un bel malloppo di disegni tecnici da completare. Renzo Piano lèvate, una nuova generazione di progettisti è pronta a darti il cambio.
Concludiamo con italiano e la sua piramide di Cheope. Solo il manuale di lettura, poveretto, conta due libri (antologia ed epica), ma siccome ogni anno va ricomprato ci sarà tempo e modo di recuperare. Poi arriva la grammatica ovvero, un manuale, un testo per scrittura e abilità linguistiche, un altro di laboratorio (?) e due quadernetti, uno con le schede di lessico e l'altro con gli schemi di sintesi e ripasso. In tutto sette mattoni che spaccano la schiena.
Sì, perché se voi editori polverizzando l'offerta in volumi e volumetti vari pensavate di dare un senso ai vostri prezzi facendoci apprezzare la quantità di roba che ci stavate appioppando; o se invece volevate facilitare i ragazzi che così, di volta in volta, portano a scuola solo il fascicolo che serve, avete sbagliato due volte.
La prima perché molti di questi volumi ho il sospetto rimarranno intonsi a prender polvere sugli scaffali. Altro che affare vantaggioso.
La seconda perché in assenza di indicazione da parte degli insegnanti (e vi assicuro che a parte rare eccezioni, indicazioni non ne danno), gli alunni più ligi porteranno a scuola tutti i libri. Come fa mio figlio, scoperto con la soma di cinque volumi di grammatica e dell'antologia per una sola ora di italiano.
Di questo passo due sono le certezze: la necessità di dover ricomprare al più presto uno zaino e la scoliosi.
Al di là del peso della conoscenza, infine, l'amarezza del genitore moderno si materializza nel leggere alcune misteriose diciture sulle copertine dei libri di testo. Diciture già viste, che sperava fossero mero appannaggio della scuola primaria e delle quali invece, ahimè, pare proprio non si possa fare a meno. Le sopracitate (e sopravvalutate) competenze, ad esempio, i compiti di realtà (ogni quaderno degli esercizi degno di questo nome si fregia di cotanto contenuto, per farci interrogare, noi vecchi, sull'astrattezza dei compiti della nostra era), la didattica inclusiva che vorrei tanto sapere che d'è, visto che quando penso alla mia amica con figlio diversamente abile spesso e volentieri costretto a rimanere a casa per esplicita richiesta della preside e delle insegnanti, di inclusivo nella didattica non ci trovo un granché.
Ma bando alle ciance, dopo tutto l'importante è che i nostri ragazzi traggano il maggior profitto da questi tre anni che si aprono davanti a loro, perché, libri o non libri, come sempre da che mi ricordi, nel bene e nel male sono gli insegnanti che fanno differenza.
Infine, per tornare all'argomento del mio post precedente (e giuro che sarà l'ultimissima volta che parlo di ragazzini e telefoni perché la questione ha dato di stomaco persino alla sottoscritta), vorrei notare come i tentativi di noi genitori di arginare l'uso degli smartphone nei figli si scontri anche con le istituzioni, scuola in primis. Alle media di Ieie, come mi risulta in tante altre, gli alunni sono tenuti a consegnare il cellulare appena arrivati in classe, ma, mi spiegava un'amica docente di matematica, i ragazzi più seguiti dalle famiglie, il telefono a scuola non lo portano proprio. E così abbiamo fatto anche noi, consapevoli che tanto, essendo la scuola a 13 chilometri da casa, ci sarà sempre qualcuno a portare e prendere Ieie, sicché cui prodest il cellulare?
Ebbene, sono stata costretta a fare dietrofront davanti alle rimostranze di mio figlio, quando l'insegnate di Arte ha consentito l'uso del telefono in classe per ascoltare musica e trovare così l'ispirazione per disegnare. Basita e interdetta ho dovuto cedere a che lo portasse a scuola quando ha disegno, perché era l'unico sprovvisto.
E quindi niente, se anche la scuola legittima l'uso del telefono in classe, durante le lezioni, mi pare che noi genitori duri&puri non possiamo proprio più fare affidamento su nessuno. Però poi, per favore, non venite a lamentarvi con noi genitori.

martedì 24 settembre 2019

Bilancio della prima settimana di scuola, o giù di lì, secondo una madre (1)

Se per Ieie la prima settimana di scuola media non ha evidenziato granché di rilevante, vista dagli occhi di un genitore, o meglio di una madre, pare invece una fucina di scoperte e illuminazioni.
Sarà che alla fine abbiamo dovuto cedere sul cellulare e questo ha proiettato il figlio nel mistico universo delle chat di classe, sarà che comunque è un capitolo nuovo per lui come per me, fatto sta che non passa giorno che non provi stupore o una certa indignazione che mi fa tanto sentire un po' retrò, un po' superata.
Cominciamo con il telefono. A parte l'illuminante scoperta dell'applicazione di Google che consente di controllare e all'occorrenza bloccare lo smartphone del pargolo under 13, ricordandogli che dopo una certa ora l'uso del suddetto gli è vietato, la prima settimana col telefonino è andata meglio del previsto. Ieie ha sì il vizio di andare a controllare i messaggi, ma a un certo punto se ne stufa, al punto che spesso toglie la suoneria e ciao.
Ma veniamo a quello che ho scoperto osservando Ieie e la chat della sua nuova classe.
1) I ragazzini hanno l'irritante abitudine di intasare la chat di messaggi vocali. Una normale conversazione per decidere la qualunque, si sussegue a ritmo di decine di messaggini nei quali, come in un dialogo vis à vis, ognuno si inserisce dicendo la prima cosa che gli passa per la testa, intercalari ed esclamazioni comprese. Il tutto con i sottofondi più vari, dalla Tv al ruminare cibo fino agli sproloqui materni in secondo piano. Semmai qualcuno dica qualcosa di importante da ricordare, sarà impossibile rintracciare il messaggio in quel mare magnum, sempre che lo si sia ascoltato: Ieie per primo, se il vocale è lungo va avanti senza sentirlo perché, dice, ci vuole troppo tempo.
2) Una chat di undicenni è quanto di più vicino alla torre di Babele. Ognuno si inserisce con un argomento diverso mentre il precedente non è stato ancora esaurito, creando un guazzabuglio dal quale è arduo ricavare un senso. Ci sono poi i molestatori, ovvero quelli che intasano volontariamente la chat con la stessa immagine anche per 200 volte di seguito (visto con i miei occhi), rendendo la conversazione, già frammentaria, praticamente impossibile. La sensazione che se ne ricava è quella di una classe alla mercé di se stessa, che necessita di un insegnante a riportare ordine e un minimo di filo logico. Ma certo, mi si dirà, son ragazzini. Ma era proprio quello che dicevo io quando sostenevo che il telefono a questa età fosse superfluo.
3) I ragazzi usano la chat per riempire il tempo. Non sanno che fare? Messaggiano. La sera la mamma torna tardi dal lavoro (anche questo visto con i miei occhi)? Si sta a chattare finché non arriva. Ovviamente spesso e volentieri non hanno nulla da dire, il che rende l'ascolto dei 580 messaggi che uno si ritrova sconcertato, al mattino, mortalmente noioso.
La verità è che non hanno la più pallida idea di quello a cui serve un telefono. Per questo, quando lo scorso anno uno scolaro chiamò le forze dell'ordine nel corso del dirottamento del suo scuolabus, fu oggetto di così tanti elogi. A colpire non fu il fatto di aver avuto la freddezza di fare la chiamata, quanto che avesse capito a cosa servisse veramente un cellulare.
4) Le ragazzine sono peggio dei maschi. Perché questi sono ancora ingenui bamboccioni, mentre loro già si fanno le foto in pigiama, sul letto, con la bocca a papera, chiedendo quanto sono belle (visto anche questo). Fa un po' tristezza vedere come siamo scese in basso, che poi per carità, le foto in pigiama, o mentre ballavamo, ce le facevamo anche io e le mie amiche, per ridere, ma erano foto fatte col rullino e quindi ce n'era una copia sola e non doveva assolutamente essere mostrata ad altri, che altrimenti ci saremmo sotterrate per la vergogna.
C'è da dire che i maschi, al momento più attratti dalle notizie di calcio che da immagini femminili, non paiono dare il minimo riscontro a queste foto. Resta il fatto che chi le manda costruisce un'immagine di sé, vera o falsa che sia, che le rimarrà appiccicata anche in futuro.
5) I ragazzi non sanno cosa si può o non può fotografare. L'altro giorno ho dovuto bloccare Ieie che stava per immortalare la sorella mentre, in farmacia, le facevano i buchi alle orecchie. Nulla di sconveniente, per carità, ma non c'era necessità di registrare un momento comunque personale e che, tra l'altro, non meritava di essere divulgato. 
6) Cari genitori, attenti a quello che scrivono i nostri figli, perché come niente ci fanno fare una bella figuraccia. Come la mamma che ha sbagliato a cliccare la sezione al momento di ordinare i libri si testo su Internet, notizia che la figlia ha reso di pubblico dominio sulla chat, senza malizia, ma solo per chiedere le foto dei titoli corretti. Ora però tutti sanno del pasticcio combinato dalla signora che, magari, avrebbe fatto a meno di balzare agli onori della cronaca scolastica.
7) Nelle chat della classe i ragazzi si dividono in due categorie. Quelli che scrivono in continuazione e a tutte le ore e quelli che scrivono solo se hanno qualcosa da dire o da chiedere.
E da questa dicotomia, a mio avviso, ognuno può trarre le sue conclusioni.

giovedì 19 settembre 2019

Nell'angolo

Non era riuscita ad andare durante le celebrazioni per il santo patrono, qualche settimana prima, e così approfittando del fatto che lo studio del suo medico di base fosse proprio là vicino, aveva deciso di fare una capatina in duomo, un caldo pomeriggio di settembre, per recitare una preghiera.
Sul sagrato della chiesa la prima sorpresa, un uomo elegante, con indosso una specie di livrea, che le spiega che per entrare in duomo sono 3€.
"Ma io volevo solo dire una preghiera" precisa e l'uomo, sebbene a mezza bocca, la autorizza a entrare.
Dentro ha appena il tempo di farsi il segno della croce, che di nuovo un altro addetto la blocca chiedendole il pedaggio dei 3€. E di nuovo, lei spiega che è lì per recitare una preghiera.
"Allora per favore vada lì, nell'angolo", si sente rispondere.
Un po' troppo per chi aveva bisogno di spiritualità. Si rifà il segno della croce. E va via.
Piazza Duomo durante un raduno Ferrari di alcuni anni fa
Da qualche tempo per entrare nelle chiese del centro storico di Lecce, si paga. Noi ce ne siamo accorti sabato scorso, quando per vedere Santa Croce ci siamo sentiti chiedere 8€ a testa. Eravamo in cinque e tutti quanti l'avevamo già visitata più volte. Abbiamo lasciato perdere.
Per carità, mantenere e preservare il patrimonio storico-artistico costa, e contribuire è un gesto di civiltà.
Già. Però non dovremmo dimenticarci che una chiesa non è un museo né un sito archeologico. Inutile lamentarsi che gli scranni sono vuoti se quelli che dovrebbero colmarli sono trattati in questo modo.
Parafrasando Dirty dancing, nessuno può mettere un credente nell'angolo, in chiesa, perché così non si fanno scappare solo i fedeli, ma si scaccia Dio stesso dalla sua casa. E la persona alla quale è successa questa storia non meritava certo un'accoglienza di questo tipo.

mercoledì 28 agosto 2019

C'è turismo e turismo


Da quando il turismo di massa ha scoperto il Salento, assistiamo a un'invasione del paesino con una densità e una consistenza sconosciute in passato. Non che i turisti mancassero, solo arrivavano in forme e modi diversi e più contenuti.
Non posso affermare che la situazione sia analoga in tutti i paesi della provincia (anche se le cronache che giungono sono spesso poco lusinghiere), ma per quello che vediamo sciamare sotto i nostri occhi, il boom di questi anni si compone spesso (ma non sempre, per fortuna) di persone che probabilmente non hanno mai messo il naso fuori casa, o forse la mamma e papà non hanno spiegato loro come ci si comporta con gli estranei, fatto sta che si tratta di turisti di bassa, bassissima levatura e ancor più infima educazione.
Cominciamo col dire che qui prevale la cosiddetta formula mordi e fuggi: essendoci uno sproposito di noleggio barche e tour della costa, arrivano per fare un'escursione delle grotte e una nuotata, tuttalpiù una passeggiata sul lungomare, e poi vanno via. Ora, il turista di questa tipologia, a quanto pare, ha un unico obiettivo: non spendere un euro in più oltre al prezzo del biglietto del tour. Il che, capirete, ha diversi corollari, tutti empiricamente dimostrati da anni di osservazioni, che andrò adesso ad elencare.
1) Il turista di cui sopra mangia spesso sulle panchine del lungomare. Potete trovarlo di sera, ancora bagnato e in costume, che fagocita un panino mentre i figli si rincorrono urlanti facendo cadere pezzi di pane per ogni dove. I villeggianti li osserveranno basiti dalle finestre aperte, ma loro non faranno una piega, tuttalpiù si faranno una canna. Oppure, se siete fortunati, li troverete all'ora di pranzo mentre scaricano dalla station wagon un tavolino pieghevole e qualche sedia da disporre sul lungomare per gustare lo stanato di pasta al forno.
2) Il turista di cui sopra, sempre lui, cerca in tutti i modi di non pagare neppure il parcheggio. Sarà per questo che, se gli capita di trovarlo aperto, piazzerà la macchina nel cortile di casa vostra e sparirà, sprezzante del pericolo, per tre quattro ore a farsi il bagno. Ovviamente non l'avrà fatto apposta, è che, vi spiegherà quando alle tre del pomeriggio suonerà al vostro campanello chiedendo di farlo uscire, mica aveva notato che c'era una sbarra.
3) Il turista eccetera eccetera non conosce il significato di proprietà privata per cui, oltre a parcheggiare l'auto nei cortili di chiunque gli capiti sotto tiro, se trova una porta di casa aperta, o persino socchiusa, entra senza problemi chiedendo se la casa sia in affitto o dichiarando di averla scambiata per un locale aperto al pubblico. Non si farà remore a cambiarsi nel cortile di casa vostra (sempre quello), o a sostare lì nottetempo per chiacchierare ad alta voce e lasciare un cadeau di bottiglie vuote.
4) E qui veniamo alla perla delle perle. Il turista mordi e fuggi, quel disgraziato, manco i soldi di un caffé per usufruire del bagno del bar è disposto a pagare. Se proprio gli scappa un bisogno corporale, vedendo che il portone di casa vostra, che si apre per giunta su un cortile privato (sì sempre lo stesso!), è sufficientemente appartato e lontano da sguardi indiscreti, penserà sia meglio farvela sulla soglia di casa. Però, siccome la mamma e il papà gli hanno almeno insegnato a pulirsi, per regalo vi lascerà anche il fazzolettino sporco. Il che mi fa pensare che forse sono io la stupida che, ogni volta che siamo fuori e i miei bimbi hanno bisogno del bagno, pago una consumazione al bar. A saperlo che c'erano questi metodi alternativi...
E invece no, perché se c'è una cosa che ho imparato viaggiando, è il rispetto per il posto in cui mi trovo, perché quando sei a casa d'altri, devi trattarla anche meglio della tua. E rispettarne norme, usi e costumi.
Prima di uscire di casa, bisognerebbe introitare queste poche, semplici regole.
Altrimenti fatevi e fateci un piacere, statevene a casa vostra.

P. S.
Per la redazione di questo post, i cui esempi sono tratti da fatti realmente accaduti, nessun turista è stato maltrattato, semmai è il turista che ci ha maltrattato. 

lunedì 12 agosto 2019

Call center

Ed ecco un altro numero che si aggiunge alla lista nera. No, non è una carta dei tarocchi, ma una funzione salvavita del mio cellulare che da un mese a questa parte, da quando ogni giorno vengo subissata da telefonate dei call center, mi permette di bloccare i numeri (e le chiamate) indesiderate.
Che poi mi chiedo perché continuino a insistere, ormai non rispondo neanche più. Cerco il numero su Internet e appurato che si tratta di un call center lo blocco subito.
Ma loro continuano imperterriti per tre volte al giorno o più, nonostante la chiamata venga bloccata sul nascere.
E' un mercato ben strano quello dei call center. In un'economia che non tira, mi chiedo quanto si possa pagare una persona per continuare a fare telefonate infruttuose. Forse non viene pagata affatto e allora c'è da chiedersi perché accettare un compito così ingrato. Che io,  incapace di essere scortese, quelle poche volte che rispondo ingannata da un numero mobile, ormai mi diverto a precedere le loro offerte e a stroncarle sul nascere.
Come con la solita storia che mi chiamano per conto del mio operatore telefonico per avvertirmi dell'aumento in bolletta dovuto alla fine della promozione. All'ultimo che ha provato  rifilarmi questa truffa, perché di truffa si tratta, non l'ho fatto neanche parlare e gli ho detto subito che non avendo nessuna promozione attiva, non mi potevano togliere nulla. Il tipo si è inalberato, "Come non ha nessuna promozione?" diceva indignato (lui!), però dopo mi ha chiesto "Ma lei ce l'ha la linea fissa?". Forse anziché zittirlo avrei dovuto spiegargli che era il quindicesimo operatore che in quattro mesi mi propinava questa storia.
Che poi mi chiedo com'è che ci finiamo in questo girone dantesco dei call center. Che giri hanno fatto i nostri numeri per finire periodicamente in questa folle lotteria dove vinciamo sempre e comunque valanghe di telefonate indesiderate?
E' lecito tormentare la gente, spingerla in tutti i modi, e quando dico tutti intendo specialmente quelli truffaldini, a cambiare operatore telefonico, gestore di luce e gas, attivare un abbonamento Tv,  senza che abbiano mai manifestato interesse a farlo?
Per non parlare di quelli che parlando un italiano stentato su una linea che frigge come un uovo al tegamino, per prima cosa, nel presentarsi, si premurano di dirti che chiamano dell'Italia. Ma che credibilità hai, dico io? Come pensi che io possa fidarmi della tua offerta di trading on line? Che, insomma, se proprio avessi del denaro da investire, non è che lo affiderei al primo sconosciuto che mi chiama. Eppure, incredibile ma vero, per quanto siano falsi come una banconota da un euro, son riusciti a truffare tante persone. Sarà anche perché quando dici che non sei interessato cominciano a farti sentire uno sciocco che non capisce niente.
Mi chiedo spesso se questo sia un male solo italiano o se il tormento quotidiano dei call center sia merce comune anche all'estero. Perché a pensarci bene, un Paese dove sono accettate forme di mercato di questo tipo, è un Paese malato, senza regole e senza istituzioni capaci.
E allora poi ti spieghi perché uno vada a lavorare in un call center.

giovedì 25 luglio 2019

Crescere

Un amico fraterno, un cugino, che da un giorno all'altro non lo cerca più e, quando si vedono, non riesce ad andare oltre a un saluto svogliato a sguardo spento. Che io lo so che non è colpa sua, ma fa male lo stesso quando, a dieci anni, vedi qualcuno che ti era così vicino allontanarsi all'improvviso senza motivo.
I compagni che, da quando hanno il telefonino, "sono più cattivi" e sottolineano, non volendo farlo stare male ma riuscendoci ugualmente, che noi, i suoi genitori, lo trattiamo come un bambino di tre anni perché non lo mandiamo in giro da solo e lo controlliamo. E probabilmente perché adesso è l'unico senza cellulare.
Il compagno del cuore che l'anno prossimo non sarà più in classe con lui, perché Ieie cambierà scuola e paese, e sebbene viva a pochi metri da noi, per loro è come un addio definitivo sul ponte del Titanic.

Crescere è veramente difficile, lo è sempre stato, ma mi pare che a ogni generazione il coefficiente di difficoltà raddoppi. Perché sebbene ricordi gli ostacoli della mia adolescenza, posso dire che quel che mi ha dato in termini di maturità, nuove esperienze e amicizie è molto di più.
Eppure le ho avute anch'io le amiche d'infanzia perse per strada. Quelle della porta accanto, cresciute con me, con le quali si erano spartiti giochi, cibo e sonno che a un certo punto hanno ricevuto libertà a me non concesse. D'improvviso le ho perse. Ho sofferto, credo. Le ho rimpiazzate. E oggi conservo un bel ricordo della mia infanzia e ancor più bello della mia adolescenza.
Vorrei guardare al prossimo anno di Ieie con l'entusiasmo che merita, con la prospettiva che sarà ricco di bei cambiamenti, poi mi scruto attorno e in effetti ho paura. Perché forse è vero che il problema sono io. Io che frappongo le mie ansie materne alla sua meritata libertà. Io che lo costringo a essere accompagnato, quando invece potrebbe tranquillamente spostarsi da solo.
Io che lo tratto come un bambino di tre anni quando in effetti ne ha dieci.
Io che vorrei che guardasse il mondo con i suoi occhi e imparasse a farsi una (sua) opinione, anziché ipnotizzare corpo e mente davanti a uno schermo solo per fare quello che fanno tutti gli altri.
Perché il bisogno di sentirsi accettati, di essere uguali agli altri, è normale a quell'età. Ma qui mi sembra che il rischio sia un'omologazione senza precedenti.

E poi, un pomeriggio per caso, incontri una mamma di un'altra città di un'altra provincia. Suo figlio, che è un anno più grande, comincia a giocare col tuo e scopri che ha vissuto la stessa storia. Ha chiesto con insistenza di andare a scuola da solo, con la minaccia di smettere di studiare, perché i compagni lo prendevano in giro per il fatto di essere accompagnato dal papà. E' uno dei pochi in classe senza cellulare e per questo, a volte, resta escluso dagli incontri extra scolastici. Quando va in pizzeria con gli amici non sa cosa fare, perché gli altri passano il tempo giocando on line col telefono.
E allora, trovando un altro essere madre che la pensa come te, ti convinci che non sei proprio così strana. O forse siete strane in due.
O forse c'è una terza via.
Perché la stessa madre ti narra la disavventura della figlia decenne che un giorno è tornata dal campo scuola entusiasta perché delle bambine più grandi le avevano scattato bellissime foto col loro cellulare, invitando quindi la madre ad andarle a vedere. Figurarsi la sorpresa della mamma quando ha scoperto che le foto erano state caricate su un profilo Instagram aperto dalle ragazzine a nome della figlia, falsificandone la data di nascita. E il problema non era neanche quello, ma che in poche ore detto profilo avesse già raccolto dieci follower adulti di sesso maschile.
Allora forse, non sono matta o paranoica, ma semplicemente prudente, perché prima di buttare mio figlio in un mondo dove c'è chi è pronto a spolparlo come un ossicino, vorrei che fosse quantomeno preparato. E meno ingenuo di quanto sia adesso.
Che poi lo so che sul cellulare prima o poi cederò.
Ma, ecco, cederò a modo mio.