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mercoledì 23 settembre 2020

Varie ed eventuali sulla fine dell'estate e la ripresa della scuola

E' stata un'estate strana, stretta tra una primavera che non abbiamo vissuto e un autunno sul quale non abbiamo controllo.
Ci avevano detto che ne saremmo usciti migliori. Non ne siamo usciti e di certo non siamo migliori. Cretini ci siamo coricati e cretini ci siamo alzati.
Scene di quotidiano divertimento al paesino in barba alle norme sul distanziamento

Come ogni estate il paesino ci ha accolti con il suo mare e i nostri amici, pronti a darci calore e conforto dopo tanti mesi di vita "sterilizzata". A dire il vero non abbiamo fatto granché, quest'anno il numero di turisti in Salento, anche nel piccolo paesino, è stato ogni oltre previsione. Una fiumana impazzita che ci ha invaso costringendoci a un agosto particolarmente sacrificato. Siamo andati a mare solo perché abbiamo un gommone con cui potevamo evitare la spiaggia, ma per il resto abbiamo passato gran parte del tempo nel cortile dei nostri amici e vicini di casa che ogni pomeriggio hanno accolto i giochi dei bambini e le nostre chiacchiere. Niente ristoranti o pizzerie e per alcune settimane neanche passeggiate sul lungomare, tante erano le persone in giro da trasformare una semplice passeggiata in una gimcana al cardiopalma.

Non è stato facile nemmeno ritornare a casa. Quella casa che, per quanto amata, è stata la nostra prigione per due mesi. Rinunciare alla prossimità degli amici, ai compagni di gioco, ai genitori che adesso che riprenderà la scuola abbiamo timore di andare a trovare è stata una sensazione al limite della depressione. Tanto più che non è possibile fare un pronostico su cosa ci aspetta. Programmare il tempo da ora a venire è un rebus senza uscita.

Inutile rimpiangere il passato o chiedersi cosa ci porterà il futuro, bisogna vivere e apprezzare il presente è una delle tante perle con cui ci infiocchettano la realtà. Ditelo a uno che non sa come pagherà le tasse di domani, di godersi il presente. Sono curiosa di sentire cosa vi risponderà. Io comunque, per dare credito a queste perle, e anche per cercare di orientarmi tra le nuove regole sulla scuola per cui il ragazzo resta a casa anche senza febbre, ma con un semplice "sintomo riconducibile al Covid" (raffreddore? naso chiuso? mal di gola? anosmia?), ho deciso di non iscrivere i bambini ad alcun corso. Niente sport, niente inglese, niente di niente. Mi dispiace tanto, ma finché non sarà chiaro cosa succederà in presenza di casi sospetti devo limitare i contatti con altri bambini al minimo indispensabile.

Sia chiaro, sono contenta che la scuola inizi, è necessario. E non perché sia una mamma esaurita che non vede l'ora di appioppare i propri figli alle insegnanti (altra perla sentita), ma perché credo che, oltre al profondo baratro di ignoranza in cui i ragazzi sono stati precipitati, i ragazzi abbiano bisogno di vivere la loro vita. Rinchiuderli in casa a rimbecillirsi con la pseudo Dad non è la risposta. State voi a sentire un tizio che vi parla dal francobollo dello smartphone mentre il citofono suona, il cane abbaia e vostra sorella litiga con la mamma perché non vuole fare i compiti.

Ma ovviamente c'è la pandemia, signora mia. E' come una guerra: che forse vostra nonna pensava alla scuola durante la guerra (ennesima perla)? Ora, a parte che mia nonna negli anni Quaranta aveva 30 anni e un figlio neonato, dei suoi racconti ricordo la fame nera, i bombardamenti, la fame, la fuga dalla Roma occupata dai nazisti e, non so se l'ho detto, la fame, un concetto che mi ripeteva con insistenza. Mio padre, che invece all'epoca faceva le elementari, non mi risulta abbia perso un sol giorno di scuola a causa della guerra. Quindi lasciamo stare la guerra, please. Ed evitiamo di affibbiare a una madre che vorrebbe che suo figlio riprendesse a studiare anziché languire davanti alla Playstation, l'epiteto di dolente media riflessiva che fa tanto snob radical chic. Signora mia.

Che poi lo so che se i ragazzi si annoiano e passano il tempo davanti a uno schermo è colpa di noi mamme che non dedichiamo loro attenzione. Come la giri e come la volti è sempre colpa nostra. Noi mamme che in sette mesi ancora non abbiamo predisposto una tabella di attività varia e composita per intrattenere i nostri figliuoli tutto il giorno tutti i giorni.

Poi guardo mia figlia, che negli ultimi sette mesi è cresciuta tanto, lasciandosi sempre più spesso andare a improvvise quanto inspiegabili scenate isteriche (sarà stata la quarantena, sarà la crescita? Boh), la guardo mentre scrive ed evita accuratamente di usare "e o a ai anno" perché ha difficoltà a capire quando mettere l'accento e l'h. Lei, promossa con tutti 10, non sui risultati raggiunti, spiegava la pagella, che quelli nessuno li conosce, ma per l'impegno nella consegna dei compiti, nelle lezioni on line (cioè tipo 4 ore di lezione in tre mesi) per la "partecipazione" insomma. La guardo e penso preoccupata che tra un anno, con questo (scarso) bagaglio di istruzione approderà alle medie. Come farà? Ma ovviamente anche in questo caso, scava e cerca e vedrai che è colpa della mamma, signora mia.

Comunque io domani sarò felice come fosse il primo giorno del primo anno. Sarò felice e sarò preoccupata, perché non sono una pazza sconsiderata che non vede l'ora di togliersi i figli di torno. Sarò felice e commossa e questo mi fa ancora più arrabbiare. Perché non ci si dovrebbe emozionare e commuovere per la normalità. 




martedì 20 agosto 2019

Il giro di boa

Il giro di boa dell'estate si misura con luci ed ombre, col caldo e col fresco.
Il giro di boa dell'estate è il lungomare che fino a una settimana prima alle sette di sera era impraticabile per il sole e l'afa e che adesso alle sette e mezza è quasi al buio.
Il giro di boa dell'estate è l'ombra in giardino che fa un percorso più breve e arriva in anticipo.
Il giro di boa dell'estate sono i teli mare lasciati ad asciugare sulla ringhiera, ancora umidi a fine giornata.
Il giro di boa dell'estate è il sole che si avvicina alla superficie del mare, per preparare i ricami luminosi di settembre.
Il giro di boa dell'estate sono i colori conquistati dai miei bambini: la pelle imbrunita dal sole, i capelli dalle cangianti sfumature platinate.
Il giro di boa dell'estate è già arrivato.


lunedì 7 gennaio 2019

Friends will be friends

Prima della fine delle vacanze siamo riusciti a vedere il film sulla storia di Freddie Mercury, Bohemian Rapsody e già questo è un fatto notevole poiché non ricordo più quando è stata l'ultima volta che sono andata al cinema a vedere qualcosa che non fosse un cartone animato.
Sul film si è detto molto, che la storia sia stata modificata, edulcorata, semplificata, resa più celebrativa, ma non entrerò nel merito delle polemiche, anche perché delle vicende della band, svoltesi prevalentemente quando ero bambina, non so molto, né mi metterò a fare valutazioni sulla persona di Freddie Mercury.
Quel che mi è rimasto, dopo il film, e dei Queen in generale, sono due aspetti e riguardano la loro musica.
La prima è una considerazione che scaturisce proprio dalla nascita della canzone che dà il nome alla pellicola. Bohemian Rapsody fu osteggiata dai produttori, che non volevano farne un singolo per la sua eccessiva lunghezza, e stroncata dalla critica che la ritenne un pastiche ampolloso e di una verbosità senza senso. Non sapevo nulla di tutto questo, ma ne sono rimasta colpita perché l'ho sempre trovata molto bella e infatti il successo fra il pubblico fu immediato e senza tempo.
E' vero, non ho idea di cosa parli, ma la bellezza della canzone sta nel fatto di commuovere nel senso originario del termine, mettere in moto, agitare, ovvero smuovere qualcosa nell'animo dell'ascoltatore, che è poi quello che dovrebbe fare qualsiasi prodotto artistico: suscitare un'emozione. E Bohemian Rapsody, così come molte canzoni del repertorio dei Queen, ci riescono benissimo. Se qualcosa posso dire di Freddie Mercury e della band, è che furono grandi performer, peccato non averli potuti ammirare dal vivo.
L'altro aspetto del film è che ha messo in moto la mia macchina dei ricordi. Come detto ero una bambina quando il successo dei Queen esplose. Ricordo bene solo l'uscita del loro ultimo album. Era l'estate del 1991 e la Lega Navale del paesino aveva installato un calciobalilla e un juke box. Fu grazie a quell'apparecchio, e ad alcuni amici con una cultura musicale superiore alla mia di neoquattordicenne, che Innuendo divenne la colonna sonora delle nostre partite e io feci il mio incontro con i Queen.
Non ricordo niente neppure della fine di Freddie Mercury, ma poco dopo il mercato fu inondato dai  Greatest Hits ed è allora, sempre grazie agli amici del paesino, che della mia adolescenza sono stati i mentori musicali, che ho conosciuto davvero i Queen e la loro musica. Ricordo un'estate passata a dibattere se la canzone dicesse Friends will be friends o Friends to be friends, con il gruppo a dividersi in due opposte fazioni (allora non c'era Internet a fugare tempestivamente ogni dubbio).
Friends will be friends è rimasta nel mio cuore perché di quegli amici è il simbolo, di quegli amici che ancora oggi fanno parte della mia vita, che mi hanno fatto conoscere quello che sarebbe diventato mio marito e ai quali, anche io, ho presentato qualche futuro coniuge.
Ecco, i Queen sono stati la colonna sonora di una parte della mia adolescenza, pur non esistendo quasi più come band. Ai posteri il compito di giudicare se fu vera gloria, io posso solo ringraziarli per i bei momenti e i ricordi che mi hanno regalato.

mercoledì 5 settembre 2018

Ciao, mare

Hai mai visto, veramente, il mare? Hai nuotato tra le sue onde, tagliandolo a vigorose bracciate, sentito la sua freschezza scivolarti addosso? Hai permesso al tuo corpo di divenire parte dell'acqua, mentre polmoni, occhi, naso perdevano la loro consistenza diventando liquidi essi stessi?
Hai lasciato la salsedine seccarsi sulla pelle, imperlarti le sopracciglia, infarinarti il viso?
Hai mai vissuto il mare? Hai respirato il suo profumo? Lo hai solcato a tutte le ore imparando come a ognuna corrisponda una sfumatura diversa di luce?
Sin da bambina ho sempre amato il mare. Il mio mare.

L'ho amato pazzamente quando saltavo i cavalloni sulla prua di una barca.
L'ho amato osservandolo attraverso le lenti di maschere che mi hanno insegnato a riconoscere fondali e colori di ogni singola insenatura.

L'ho amato quando ne esploravo le viscere scendendo sempre più giù.
L'ho amato anche quando, profondo e arcigno, non permetteva di vederne la fine mostrando solo l'angosciante incrocio dei raggi del sole.
Poi sono cresciuta e, come ogni amore che si rispetti, la maturità ha aggiunto a quel sentimento folle e sconsiderato, una scintilla di lucidità.
Ho cominciato a temerlo e a rispettarlo, dopo averne conosciuto l'imprevedibilità.
Ma ho continuato ad amarlo.
Lo amo quando sonnecchia placido e bellissimo sotto il sole e la sua chioma diventa d'oro; lo amo quando si increspa leggermente infastidito per un refolo troppo audace; lo amo quando, arrabbiato, ti scuote e ti strattona.

Lo amo vestito con i colori verdi e azzurri della spensieratezza, o col blu scuro delle grandi occasioni; lo amo al tramonto, quando stanco e incapace di opporsi, permette al sole di tingerlo di sfumature fosforescenti rosa e violette.
Lo amo persino quando si fa baciare dal sole, diluendosi in un rosso appassionato.

Come ogni anno le vacanze al paesino sono agli sgoccioli. Come ogni anno da tanti a questa parte, arrivano le giornate intrise di nostalgia e il cuore è un puntaspilli dove ogni ricordo lascia una piccola puntura. A volte vorrei saltarlo a pie' pari, questo momento che si trascina con malinconia, ma fa parte della vita, della fine di qualsiasi cosa bella. E il fatto che le vacanze al paesino, dopo tanti anni, sappiano ancora farsi rimpiangere è dopotutto un fatto positivo.
Non sarà solo il mare, a mancarmi, ma tutto ciò che questo spazio sconfinato racchiude: la libertà, la possibilità di vivere all'aria aperta, la vicinanza con vecchi amici e l'opportunità di trascorrere con loro tanto tempo assieme.
E poi, quest'anno, anche Ieie si approssima alla fine delle vacanze con un nuovo stato d'animo, quello di chi ha compreso il segreto, ineluttabilmente dolce-amaro, del tempo che se ne va.
Ha raccontato alla nonna di aver salutato un amichetto conosciuto in spiaggia, perché era l'ultima mattina in cui si sarebbero visti.
"Va be' - l'ha consolato mia madre - vi rivedrete l'anno prossimo".
"Sì ma non è la stessa cosa, perché l'anno prossimo sarò più grande".


lunedì 4 settembre 2017

Malinconia

Sopraffatti per due lunghi mesi da una calura densa e appiccicosa, ci chiediamo adesso che la pelle d'oca ci ha sorpresi impreparati, che fine abbia fatto tutto quel caldo.
Piombati da un giorno all'altro in questa cappa di silenzio, ci domandiamo dove siano finiti tutti quanti.
Ogni angolo del paese ci investe con ricordi estivi apparentemente lontani, ma risalenti all'altro ieri, che esplodono come coriandoli multicolore.
I saluti con i lucciconi agli occhi, mentre ci contiamo, noi superstiti.
Eppure.
Quando l'estate era in fiore, quando era ancora una promessa, guardavo il mare con sufficienza, certa che ce ne sarebbe stato ancora e ancora.
Adesso che l'estate è giusto un ricordo, ogni volta che guardo il mare un pezzo di cuore si sbriciola e devo fermarmi ad ammirarlo. Ho bisogno di fare scorta per un lungo periodo.
E' incredibile che il mare possa mancarti come una persona.

lunedì 28 agosto 2017

Cose che vedo dalla mia finestra

Alle 18 arriva lei. Scooter grigio perla e casco rosa. Non avrà nemmeno vent'anni. Parcheggia (male) e scende verso la passerella di legno che costeggia il porto turistico. La percorre in un senso, poi nell'altro. Allunghiamo il collo per seguirla mentre si dirige verso i grandi yacht, poi torna e scompare nel senso opposto là dove la passerella si insinua tra gli scogli e si nasconde alla vista. A volte dopo un quarto d'ora va via, altre di lei si perdono le tracce. Ma è una presenza quotidiana. Su di lei abbiamo fatto le scommesse più assurde.
Va a cercare gli amici.
Va a fumare dove i genitori non possano scoprirla.
Va a incontrare il fidanzato.
Va a spiare il tipo che le piace.

Più o meno alla stessa ora arriva lui. Un ometto piccino, magro e bruno. Anche lui scende al porto e percorre la passerella. Se ne va camminando, seguendo ogni dì il medesimo itinerario. E sempre parlando al telefono. Con chi e di cosa non è dato sapere.

Ogni tanto arrivano loro. Non sono sempre gli stessi. Si muovono a gruppi dalla composizione variegata, ma hanno in comune l'utilizzo della medesima vecchia barchetta di legno, con un'improbabile vela e un motore da due, massimo tre cavalli.
Chiunque prenda possesso del natante impiega almeno un quarto d'ora per metterlo in moto. Normalmente sussistono anche problemi  nel salire a bordo e nel mollare gli ormeggi ma, quando finalmente prendono il largo, la barchetta se ne va al ritmo di una moto chopper.
Com'è come non è, dopo un quarto d'ora d'orologio sono sempre di ritorno. Che, considerando le distanze e che a nuoto sarebbero più veloci, non arrivano nemmeno a superare l'imboccatura del porto.
Una domanda ci assilla. Dove vanno? Perché lo fanno?

Non è il davanzale di Miss Marple a St. Mary Mead, ma il mio al paesino. Però chissà se riuscirò a risolvere almeno un enigma.

martedì 22 agosto 2017

Questa estate

Siamo arrivati al paesino che ci sembrava di avere tutta l'estate davanti. Una quantità incalcolabile di bagni e tuffi da fare; di granchi da catturare; di passeggiate sul selciato sabbioso del lungomare. Tante risate e tanti giochi in compagnia e una dose soddisfacente di mangiate all'aperto.
Non sappiamo come, ma il tempo è già volato e pare l'estate volga al termine. Non lo puoi capire dalle spiagge ancora affollate o dalle auto in fila sull'unica strada del paesino, ma il sole che scompare prima dalla terrazza, i teli mare stesi che rimangono bagnati, quella luce più bassa e luccicosa, annunciano senza tema di smentita che settembre si avvicina. E con esso l'autunno, la scuola, la fine delle giornate all'aperto.
Da una parte l'idea di riappropriarmi dei miei spazi e della mia casa mi alletta. La routine della scuola, che quando vien meno, a giugno, ci lascia affranti e spaesati, ha i suoi bei perché per noi genitori. Dall'altra sento che sto per perdere qualcosa. Cosa sia, già lo so.
Eppure devo ammettere che i giorni di settembre, se non fosse che sono gli ultimi, sono tra i più belli delle vacanze. Per quel silenzio, quella luce, quei colori così tenui e smorzati che solo settembre sa donare. Perché il paesino torna ad essere per pochi privilegiati che si riappropriano degli spazi fino a poco prima contesi.
Certo settembre è il preludio alla fine dell'estate. Quell'estate che abbiamo atteso per un lunghissimo e freddissimo anno e che in un soffio, vai a capire come, è già passata.
Tempo di bilanci, quindi, di partite tra dare e avere.
Quest'estate mi ha lasciato una Lolla allungatasi come una piantina sotto i nostri occhi. Una Lolla che ha iniziato a nuotare con un bracciolo e una gran paura dell'acqua in faccia e che adesso si tuffa e fa persino delle piccole immersioni. Una Lolla che si è rivelata grande intrattenitrice di bambini, soprattutto quelli più piccoli di lei, e che molte mamme mi hanno chiesto in prestito come baby sitter (lo ammetto: è molto più paziente di me!).

Quest'estate è servita a disintossicare Ieie da tablet &Co. Al paesino la tecnologia, anche la Tv, è ridotta al minimo indispensabile e basta veramente poco per adattarsi. Poi, non so, ma da quando è finita la scuola, l'uso delle parolacce e del dialetto sono svaniti e questo ovviamente mi ha fatto molto riflettere.
Quest'estate mi ha portato un po' di casini. Sono ormai tre anni che, per motivi diversi, mi trovo ad avere a che fare con maestranze di vario tipo ed è un incubo soprattutto perché succede sempre in prossimità di Ferragosto.
Quest'estate al paesino la spiaggia libera si è contratta, tendendo ormai allo zero. Uno zero sporco, puzzolente e abbandonato. Un po' come il paesino che, mentre si riempie all'inverosimile di turisti, mostra il suo lato più sudicio.
Quest'estate mi ha portato un po' di incontri. E, soprattutto quando rivedi persone di cui hai perso le tracce dieci anni fa, quando conducevi un'altra vita in un'altra città, ti scontri con il ricordo di una te che...non ricordavi. Scopri che hai parlato di cose, vere, sentite e che tuttora pensi, che non credevi avessi lasciato mai trapelare. E ti senti strana considerando tutto il flusso del tempo che hai attraversato in quei dieci lunghi anni.
Quest'estate mi ha dato modo di pensare a tante cose. A riconsiderare le scale di valori; a non assolutizzare ciò che è solo una goccia nel mare; a godere di ciò che c'è perché del futuro non v'è certezza. A guardare al futuro con occhi diversi.
Spero di fare tesoro di questa estate.

martedì 2 maggio 2017

1° maggio

"Mamma lo sai quale casa mi piace di più tra la nostra, quella dei nonni e quella dei nonni al paesino?".
"No Lolla, quale?".
"Quella al paesino. E sai perché?".
"Perché?".
"Perché è vicina al mare. E perché possiamo uscire sempre. Solo quando piove restiamo a casa, ma per poco".
Caro paesino, cara casa, cosa avrete di così speciale non si sa, ma se anche la mia nonna materna, milanese, dopo la fame e la paura della guerra, approdò in questo posto dimenticato dagli uomini e le sembrò il Paradiso, un motivo per cui di generazione in generazione ci fate innamorare ci sarà.
Ancora oggi, nonostante gli uomini abbiano impiegato camion di cemento per nascondere quest'angolo di Paradiso creato da Dio in terra, c'è qualcosa di magico in questo paese lontanissimo da tutto, chiuso tra la scogliera e il mare più blu. Qualcosa che ti entra nel cuore e ti rapisce per sempre.
Ieri, a distanza di mesi, siamo tornati al paesino approfittando della prima bella giornata di sole regalataci da maggio dopo il freddo aprile. Poche novità, nemmeno piacevoli, ma la sensazione di pace e benessere è stata impagabile. Ho guardato con desiderio la cara terrazza, la Lolla ha chiesto dove fosse il dondolo, e mi sono immaginata lì, immersa in qualche buon libro, il mare davanti e il sole sopra di noi.
Andando via il venticello di scirocco mi ha persino solleticato con il profumo del mare, quel mix di alghe fresche e salsedine che d'estate è così difficile percepire, forse perché ci sono troppe narici bramose per l'aria.
E' stato bello, direi riconciliante.
E adesso dobbiamo solo aspettare l'estate.

martedì 24 gennaio 2017

Ci vorrebbe il mare

Sono stati due mesi particolarmente lunghi, infarciti di virus di ogni tipo che mi hanno fatta sentire su un ottovolante: appena pensavi fosse finita, di nuovo giù a dosare farmaci e giornate lunghe trascorse dietro i vetri con il mondo fuori. Sono stati saltati viaggi, annullati impegni e ancora non sappiamo se questo lungo giro in giostra sia finito.
Poi è arrivata anche la neve, copiosa, come non accadeva esattamente da 30 anni.
All'inizio quel manto candido e silenzioso che rivestiva a nuovo il paesaggio noto ci è sembrato bello.
Anche noi potevamo assaporare l'atmosfera da bianco Natale, va be' se pure un po' in ritardo. Ma la chiusura delle scuole, le strade ghiacciate e impercorribili, l'intonaco del muro in giardino sbriciolato dall'accumulo di neve, il riscaldamento incapace di tener dietro al freddo mi hanno portata a riconsiderare la storia del bianco Natale. Che poi, capisco che non è roba nostra, che non siamo preparati a questi eventi naturali, ma dopo tutto erano 5 centimetri mica un metro...
E insomma, c'è che adesso non ne posso più dell'inverno, del freddo, della pioggia, del vento gelido che ti entra nelle ossa, dei malanni e mai come quest'anno desidero che l'estate torni presto.
Ho voglia di sole, di caldo, ma soprattutto di mare, perché c'è poco da fare, noi, io, siamo gente di pianura e di mare, che oltretutto non renderà il paesaggio candido e ovattato, ma regala allo sguardo infinite sfumature di colore ed è molto più affascinante. Perché io, dopo una giornata di pupazzi e palle di neve sono a posto per un anno, ma vuoi mettere quanti giorni posso godere del mare?
Vuoi mettere una tormenta di neve con il mare? Anche quando si incupisce nella mareggiata riesce ad affascinarti e se così non fosse Montale non avrebbe potuto scrivere versi talmente splendidi
Antico, sono ubriacato dalla voce
ch'esce dalle tue bocche quando si schiudono
come verdi campane e si ributtano
indietro e si disciolgono.
Basta. Ho voglia del sole che ti accarezza la pelle; ho voglia di scoprirmi e non di infagottarmi fino a dimenticare com'è fatto il mio corpo.
Ho voglia di giornate lunghe, di caldo, di afa anche. Tanto ci pensa il mare a rinfrescarti.
Ho voglia di sapere che basta un costume da bagno per fare sport, sano, gratuito e all'aria aperta. E poco importa se ci sono la cellulite, le smagliature e quant'altro. Il sole ci regalerà una veste dorata che ci farà sentire belle a dispetto degli anni che avanzano.
Ho voglia di serate tiepide, di passeggiate lunghe e di pomeriggi all'aperto.
Ho voglia di salsedine, di pelle secca, di vestiti leggeri e capelli selvaggi.
Ho voglia di mare.

lunedì 29 agosto 2016

Arrivederci

E poi, immancabilmente arriva lei.
Da ragazza contavo con cupidigia gli ultimi giorni di agosto e i superstiti di settembre per rincuorarmi e allontanarne il pensiero, adesso l'età non mi consente più queste facili illusioni e gli amici che all'improvviso svuotano il paesino mi danno la certezza: la fine dell'estate è arrivata.
Me lo dice l'aria fresca, il sole meno pungente e dai mille riflessi dorati, le barche che ritornano sempre prima dal mare, quel golfino che diventa indispensabile la sera. E l'aria di malinconia che si confonde con gli effluvi dei flaconi mezzi vuoti di crema solare.
Ben presto, col solito rituale strappacuore, anche noi diremo addio al paesino, alla salita vicino casa oltre la quale sai sempre di poter trovare compagnia, perché una manciata di case concentra così tanti amici grandi e piccini da confonderti i sensi. Saluteremo quel porticato noto dove chiacchierare mentre i bambini si rincorrono, il mare che con i suoi riflessi ti parla e ti tiene compagnia ogni volta che ti affacci alla finestra, la sensazione di perenne libertà che ti si appiccica addosso come la salsedine.
Perché, al di là dello struggimento nostalgico che colpisce puntuale al rientro dalle vacanze, ciò che più mi pesa è proprio la prospettiva di ritornare a chiudermi in casa, del riabituarmi a una routine fatta di un tetris di impegni, di sapere che non è più possibile percorrere la salita per sentirmi meno sola. A qualsiasi ora.
E così addio alle passeggiate dopo cena. Il divano del soggiorno ritornerà protagonista delle nostre serate. Addio alla caccia ai granchi, alle partite di beach volley, alle corse in bici sul lungomare. Il tempo al chiuso, ahimè, diverrà sempre di più e per rivedere gli amici bisognerà prendere appuntamento. E un'automobile.
Anche questa estate, volata via con una velocità incredibile, costellata suo malgrado di qualche imprevisto, va a iscriversi nel libro dei ricordi. Tra un po' ne parleremo come di quelle che sono già state, "Ti ricordi quando...?", per adesso possiamo solo godere degli scampoli rimasti. E percorrere per le ultime volte la nota salita.


martedì 16 agosto 2016

Vorrei ma non posto

Io non so se accadeva anche prima, fatto sta che l'ho notato solo questa estate.
Succede che la casa del paesino si affaccia su un percorso battuto dai turisti: proprio sotto al nostro balcone si trova un belvedere dove, da sempre, la gente si ferma a scattare fotografie. Un tempo erano le classiche foto di gruppo o di famiglia con la costa e il faro sullo sfondo, un abbraccio di due innamorati, i figli in piedi uno accanto all'altro.
Da quest'anno ho assistito ai photo set più assurdi. La bambina in bilico sulla stradina in salita, poggiata al cancelletto arrugginito; la ragazza sbracata sul muretto, una mano fra i capelli, l'altra a reggere la schiena; un'adolescente verticalmente spiaggiata sul muro al punto che ho pensato "Oddio la ragazzina si sente male". Poi dietro di lei ho visto il padre piegato a 90° come Karl Lagerfeld e ho capito che no, non stava male.
Devo ammettere che i soggetti di questi scatti sono prevalentemente donne, giovanissime, e a immortalarle ci sono i genitori, più spesso i padri.
La ragione di questa nuova moda sta nel fatto che è ormai passato il tempo in cui le foto delle vacanze finivano in un album destinato ad allietare le cene con parenti e amici. Oggi le foto delle vacanze, grazie ai social, arrivano direttamente a casa. E poco importa che quest'anno la cellulite sia aumentata, che la vacanza sia trascorsa litigando col partner e il tour operator scelto faccia schifo: l'imperativo è uno solo, mostrarsi felici e contenti. E magari suscitare un po' d'invidia. Perché per alcuni postare è come dare un tocco di photoshop alla propria vita. E qui ritorno ai turisti del paesino.
Qualche giorno fa sul lungomare si aggirava una graziosa, giovane donna, una reflex al collo e uno smartphone in mano. Camminava sola, il musetto serio serio, poi, trovato uno scorcio che le piaceva, si è fermata, ha alzato lo smartphone, atteggiato il viso in un bellissimo sorriso e scattato. Il tempo del flash e la sua faccia, come quelle bambole antiche alle quali girando la testa cambiavi espressione, è tornata a incupirsi.
Improvvisamente ho sperato che da qualche parte nelle vicinanze ci fosse qualcuno ad aspettarla, che non fosse sola come sembrava. O quanto meno che fosse veramente felice come si era ritratta in quel selfie. Altrimenti è proprio vero, come dice la canzone, che non c'è 
Un senso a questo tempo che non dà
Il giusto peso a quello che viviamo
Ogni ricordo è più importante condividerlo
Che viverlo.

sabato 30 luglio 2016

Una normale giornata d'estate

La mattina è il mare, l'acqua cristallina, il fondale selvaggio di scogli muschiati che ti raschiano i piedi.
Al calar del sole arrivano le biciclette, a mucchi. Col cestino o con gli adesivi, fucsia e superaccessoriate o scalcagnate eredità dai fratelli maggiori. Solide su quattro ruote o malferme su due.
Poi è tempo di un mago, che con i suoi inspiegabili trucchi intrattiene i più piccoli per un'ora. Piccoli sudaticci, assetati, ridenti e sdentati con i baffi di sugo e le mani unte di pizza.
Un porticato, il tepore incantato di luglio che ti fa dimenticare giacche e golfini, un po' di cozze comprate sulla strada del ritorno dal lavoro. Et voilà ecco una spaghettata, mentre i piccoli giocano e i grandi si lasciano andare ai ricordi. Quella che per cui si presero a botte. Il prepotente ante litteram che sceglieva le sue vittime e le tormentava, perché i bulli esistevano anche quando non sapevamo come chiamarli. L'amico che si fidanzò, in tempi diversi, con due sorelle. Ma sarà che Beautiful l'abbiamo inventato noi?
Tre smorfiosette che giocano a farsi i capelli; piccole canaglie che si inseguono urlando, l'ultima della fila ha ancora il pannolino; un bambino e una bambina quasi ottenni che si tormentano in continuazione lanciandosi sguardi tra divertiti e ammiccanti; la bimba col pannolino che se lo sfila annunciando "Pipì!".
Una pista da ballo sotto casa. Un dee jay che propone il meglio degli anni '90 per invogliare alle danze: decisamente non riusciamo a mostrare meno della nostra età. Un marito che chiude a casa la moglie, la figlia e il cane, per tornare a ballare senza rimbrotti. Ballare con la consapevolezza dei 39 anni, quando non  hai più paura di essere ridicola o di sfigurare e vuoi solo divertirti. Una moglie accigliata che si libera e ritorna sulla pista con l'aspetto di una banshee. E che poi si mette a ballare.
Una normale giornata d'estate.

mercoledì 27 luglio 2016

Sere d'estate

E' stato un inverno lungo e faticoso, fatto di imprevisti e momenti down e poi telefoni che trillano e che comunicano qualche gatta da pelare, al punto che non sopportavo più il suono del cellulare. Poi ogni tanto le cose sembravano migliorare, tiravi il fiato, pensavi che il peggio era passato e che forse si poteva guardare avanti con serenità quando, driiin, squilla il telefono e arrivano altri casini da risolvere.
Niente di grave, per carità, è che però a un certo punto ti chiedi se sarà sempre così. Se la maturità comporta un affastellarsi di responsabilità e grane. Un addormentarsi con un milione di pensieri in testa e risvegliarsi facendo l'elenco delle matasse quotidiane da sbrogliare.
Poi finalmente arriva l'estate e torni qui, al paesino. Il luogo dove posso ricucire le trame della mia vita, quello che con la sua costante presenza, estate dopo estate, mi ricongiunge col passato e diventa scenario di nuovi ricordi. La casa del paesino è la casa dove mi sembra di rincontrare mia nonna, l'unico posto dove ho vissuto con lei sotto lo stesso tetto. Il piacere che provo è condiviso dai miei figli, Ieie in particolare, entusiasti, a loro volta, di passare le vacanze al mare con i nonni materni.
L'altra sera, per dire, davano alla radio l'Estate sta finendo, dei Righeira, e Ieie si è rattristato nel sentirla. "Mi sembra che uccida il paesino", ha detto.
E così siamo di nuovo qui. Queste estati tutte uguali, si fa per dire, possono sembrare noiose, ma a me e mio figlio, di indole conservatrice, piace così. Il paesino ha perso molto del suo fascino, complice un mega porto che se l'è sbranato sputando una carcassa che è solo il pallido fantasma di quel che era. Ma tant'è, io e i miei amici ci siamo affezionati e ci torniamo con piacere. Perché qui, in questo isolamento fuori dal mondo, tiriamo un po' il fiato dalle fatiche che, con carico minore o maggiore, tutti dobbiamo sopportare e riscopriamo la gioia delle lunghe estati insieme da ragazzi.
Quest'anno, poi, ricorrono trent'anni da quando conobbi le prime amiche. Fu il mio cane a fungere da "gancio". La più piccola di noi aveva appena sei anni, era in procinto di inizare le elementari e, sedute davanti a casa di sua nonna, in quei pomeriggi lontani nel tempo, le suggerivo parole bisillabiche che lei provava a scrivere in stampatello.
Eppure sembra ieri. Adesso, come trent'anni fa, è la Lolla che deve fare il suo ingresso alla primaria. Qualche sera fa la guardavo giocare con i figli di quelle mie amiche incontrate tramite un cane. Facevano i nostri stessi giochi, in quello stesso posto, lo spiazzo della locale Lega Navale, dove ci rincorrevamo noi. 
Non mi sono comossa. Non ho pensato a niente. Li ho guardati giocare e poi sono tornata a parlare e mangiare con le vecchie amiche, come ho fatto in tutti questi anni. Forse è questa la continuità che dà un senso alla maturità.