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giovedì 4 aprile 2019

Breve (si fa per dire) dissertazione sulla musica di oggi

Ultimamente, ascoltare musica alla radio risulta essere fonte di nervosismo piuttosto che di piacere. Le canzoni si susseguono uguali, monocorde, voci indistinguibili con ritmi tutti simili.
Mi sento un po' come mia nonna quando criticava i cartoni della mia infanzia perché ripetevano sempre "maledizione" e "dannazione", se non fosse che mia nonna era tutt'altro che il prototipo della vecchia bigotta, una lavoratrice piombata dalla Milano del secondo dopoguerra nel profondo Sud, che s'ingegnò per non rinunciare alle libertà con cui era cresciuta. A dire il vero, meriterebbe un racconto a parte. Ma, dicevamo, le canzoni.
Forse sono io che sono troppo fuori target per comprenderle, del resto i maggiori consumatori di musica sono i giovani, ed è giusto che a loro la musica si rivolga. Basterebbe questo a farci capire che contestare il sistema, sovvertire i valori, è il minimo sindacale del leitmotiv musicale. Diciamocelo, se Vasco avesse cantato il posto fisso anziché una vita spericolata, non sarebbe diventato Vasco, e del resto anche Venditti guardava con terrore all'idea che il suo compagno di scuola entrasse in banca (sebbene oggi, Zalone docet, il posto fisso sia diventato il sogno proibito di molti).
Ora, quindi, capisco che si contesti e non me la prendo per qualche parolaccia (son cresciuta con Masini che mandava tutti a quel paese); le "donnacce" si cantavano anche ai miei tempi, seppur con un che di doloroso e poetico assieme, e non mi scandalizzano le canzoni sul sesso, anche senza amore, sebbene Venditti non sarebbe d'accordo e Nek direbbe che si può fare ma non è lo stesso. Però, ecco, a forza di alzare l'asticella mi sembra che adesso non si sappia più dove andare a parare.
I test delle canzoni di questo periodo sono di un nichilismo imbarazzante, un elogio del vuoto pneumatico spinto. Esaltazione della fama fine a se stessa, del denaro come massima aspirazione per potersi permettere non una bottiglia di Moet ma tutto il bar (e magari distruggerlo anche, tanto chi se ne frega se c'hai il cachet?), o regali griffati da regalare alla prima bellona vistosa, disposta per questo a concedersi su due piedi.
I testi sensuali ci son sempre stati, si pensi a Danza sul mio petto di Antonacci, ma a quanto pare anche la metafora erotica è roba da museo. L'amore, ai tempi della musica di oggi, non solo è sesso fine a se stesso senza coinvolgimento e multipartner (e magari nel letto dei genitori giusto per sottolineare la giovane età dei protagonisti), ma è la morte civile di ogni sentimento, è, senza peli sulla lingua, solo scopare accompagnato da volgari giochi di parole, giusto per togliere ogni velleità di romanticismo. In più di un testo, uomini sognano grosse auto di lusso su cui far aderire il prosperoso posteriore della belloccia che li accompagna. Purché la signorina abbia una data di scadenza, perché tanto con lei due minuti e poi si arriva al dunque e quindi che non si sogni di essere richiamata, che d'altronde lui c'ha già pronto il rimpiazzo.
Trovo queste canzoni non solo di un maschilismo sfrenato, ma umilianti e offensive per il pubblico femminile. Foriere, a mio avviso, di una mentalità pericolosa.
Diglielo di usare un linguaggio giovane/Dillo a certa gente dai quaranta in su
cantava Ramazzotti, che in più di una hit ha parlato di conflitto generazionale, di incomprensioni con gli adulti (Ciao pa', Un cuore con le ali), rivendicando il diritto di seguire la propria strada e magari anche sbagliare. Ma qui siamo oltre, dimentichiamo la contestazione, adesso c'è solo un desiderio nichilistico di distruzione, magari guidando un meteorite sulla folla, per provocare un nugolo di macerie sopra le quali cercare il numero del pusher col proprio i-phone o sognare una fine come quella di Amy Winehouse.
Questo per quel che riguarda i contenuti, che se poi si guarda al cantare, la situazione non migliora.
Che poi, parlare di canto è forse un'esagerazione perché, a parte ritornelli che ti entrano in testa con un ritmo martellante, il resto è più un racconto in "rima" (se far rimare una parola con se stessa può definirsi rima, roba che ogni volta che Mogol la sente ha un mancamento), un susseguirsi di melodie magari accattivanti, intessute di un parlato fatto da voci tutte uguali, un unico lunghissimo pezzo che pare essere stato diviso in più brani per allungare il brodo.
Per carità, non è che tutti i cantanti di noi agée fossero degli usignoli però, a cantare, almeno ci provavano, e possedevano sonorità che li rendevano distinguibili gli uni dagli altri, uno stile personale che si rifletteva in testi cuciti sulle loro capacità. Accendevi la radio e subito riconoscevi il cantante, ti veniva in mente il suo nome: oggi è difficile pure quello, perché nessuno ha il coraggio di metterci il suo, di nome (e forse su questo gli darei anche ragione).
Ora, di tutto ciò non m'importerebbe un fico secco, ho una scorta di canzoni, vere, sufficiente a dilettare i miei attempati padiglioni, il fatto è che le radio (quelle che un tempo contribuivano a diffondere la Musica), solo questo propongono e i miei figli, come la maggior parte dei loro coetanei, questo cantano allegramente, blaterando, è vero, parole a casaccio senza capire, ma comunque introiettando contenuti che faranno parte del loro background. Se si pensa poi che le nuove generazioni sono numericamente sempre più esigue e che, per campare, le etichette musicali devono reclutare pubblico fin dalle elementari, ben si comprendono le mie perplessità.
La musica è il linguaggio dei giovani, ma un linguaggio dovrebbe veicolare un messaggio e io qui non trovo nulla che valga la pena diffondere, men che meno conservare.
Sarà questa la colonna sonora della giovinezza dei miei figli? Veramente non è possibile proporre loro qualcosa che li rappresenti in maniera più costruttiva?
Due sono le cose. O i giovani di oggi non hanno ideali, non hanno una visione personale, seppure in contrasto con la nostra, da proporre e propugnare, oppure la musica leggera è morta, ma, se così fosse, e qui termino, lo prometto, sarebbe triste perché
un mondo senza musica non si può neanche immaginare.


lunedì 7 gennaio 2019

Friends will be friends

Prima della fine delle vacanze siamo riusciti a vedere il film sulla storia di Freddie Mercury, Bohemian Rapsody e già questo è un fatto notevole poiché non ricordo più quando è stata l'ultima volta che sono andata al cinema a vedere qualcosa che non fosse un cartone animato.
Sul film si è detto molto, che la storia sia stata modificata, edulcorata, semplificata, resa più celebrativa, ma non entrerò nel merito delle polemiche, anche perché delle vicende della band, svoltesi prevalentemente quando ero bambina, non so molto, né mi metterò a fare valutazioni sulla persona di Freddie Mercury.
Quel che mi è rimasto, dopo il film, e dei Queen in generale, sono due aspetti e riguardano la loro musica.
La prima è una considerazione che scaturisce proprio dalla nascita della canzone che dà il nome alla pellicola. Bohemian Rapsody fu osteggiata dai produttori, che non volevano farne un singolo per la sua eccessiva lunghezza, e stroncata dalla critica che la ritenne un pastiche ampolloso e di una verbosità senza senso. Non sapevo nulla di tutto questo, ma ne sono rimasta colpita perché l'ho sempre trovata molto bella e infatti il successo fra il pubblico fu immediato e senza tempo.
E' vero, non ho idea di cosa parli, ma la bellezza della canzone sta nel fatto di commuovere nel senso originario del termine, mettere in moto, agitare, ovvero smuovere qualcosa nell'animo dell'ascoltatore, che è poi quello che dovrebbe fare qualsiasi prodotto artistico: suscitare un'emozione. E Bohemian Rapsody, così come molte canzoni del repertorio dei Queen, ci riescono benissimo. Se qualcosa posso dire di Freddie Mercury e della band, è che furono grandi performer, peccato non averli potuti ammirare dal vivo.
L'altro aspetto del film è che ha messo in moto la mia macchina dei ricordi. Come detto ero una bambina quando il successo dei Queen esplose. Ricordo bene solo l'uscita del loro ultimo album. Era l'estate del 1991 e la Lega Navale del paesino aveva installato un calciobalilla e un juke box. Fu grazie a quell'apparecchio, e ad alcuni amici con una cultura musicale superiore alla mia di neoquattordicenne, che Innuendo divenne la colonna sonora delle nostre partite e io feci il mio incontro con i Queen.
Non ricordo niente neppure della fine di Freddie Mercury, ma poco dopo il mercato fu inondato dai  Greatest Hits ed è allora, sempre grazie agli amici del paesino, che della mia adolescenza sono stati i mentori musicali, che ho conosciuto davvero i Queen e la loro musica. Ricordo un'estate passata a dibattere se la canzone dicesse Friends will be friends o Friends to be friends, con il gruppo a dividersi in due opposte fazioni (allora non c'era Internet a fugare tempestivamente ogni dubbio).
Friends will be friends è rimasta nel mio cuore perché di quegli amici è il simbolo, di quegli amici che ancora oggi fanno parte della mia vita, che mi hanno fatto conoscere quello che sarebbe diventato mio marito e ai quali, anche io, ho presentato qualche futuro coniuge.
Ecco, i Queen sono stati la colonna sonora di una parte della mia adolescenza, pur non esistendo quasi più come band. Ai posteri il compito di giudicare se fu vera gloria, io posso solo ringraziarli per i bei momenti e i ricordi che mi hanno regalato.

mercoledì 5 settembre 2018

Ciao, mare

Hai mai visto, veramente, il mare? Hai nuotato tra le sue onde, tagliandolo a vigorose bracciate, sentito la sua freschezza scivolarti addosso? Hai permesso al tuo corpo di divenire parte dell'acqua, mentre polmoni, occhi, naso perdevano la loro consistenza diventando liquidi essi stessi?
Hai lasciato la salsedine seccarsi sulla pelle, imperlarti le sopracciglia, infarinarti il viso?
Hai mai vissuto il mare? Hai respirato il suo profumo? Lo hai solcato a tutte le ore imparando come a ognuna corrisponda una sfumatura diversa di luce?
Sin da bambina ho sempre amato il mare. Il mio mare.

L'ho amato pazzamente quando saltavo i cavalloni sulla prua di una barca.
L'ho amato osservandolo attraverso le lenti di maschere che mi hanno insegnato a riconoscere fondali e colori di ogni singola insenatura.

L'ho amato quando ne esploravo le viscere scendendo sempre più giù.
L'ho amato anche quando, profondo e arcigno, non permetteva di vederne la fine mostrando solo l'angosciante incrocio dei raggi del sole.
Poi sono cresciuta e, come ogni amore che si rispetti, la maturità ha aggiunto a quel sentimento folle e sconsiderato, una scintilla di lucidità.
Ho cominciato a temerlo e a rispettarlo, dopo averne conosciuto l'imprevedibilità.
Ma ho continuato ad amarlo.
Lo amo quando sonnecchia placido e bellissimo sotto il sole e la sua chioma diventa d'oro; lo amo quando si increspa leggermente infastidito per un refolo troppo audace; lo amo quando, arrabbiato, ti scuote e ti strattona.

Lo amo vestito con i colori verdi e azzurri della spensieratezza, o col blu scuro delle grandi occasioni; lo amo al tramonto, quando stanco e incapace di opporsi, permette al sole di tingerlo di sfumature fosforescenti rosa e violette.
Lo amo persino quando si fa baciare dal sole, diluendosi in un rosso appassionato.

Come ogni anno le vacanze al paesino sono agli sgoccioli. Come ogni anno da tanti a questa parte, arrivano le giornate intrise di nostalgia e il cuore è un puntaspilli dove ogni ricordo lascia una piccola puntura. A volte vorrei saltarlo a pie' pari, questo momento che si trascina con malinconia, ma fa parte della vita, della fine di qualsiasi cosa bella. E il fatto che le vacanze al paesino, dopo tanti anni, sappiano ancora farsi rimpiangere è dopotutto un fatto positivo.
Non sarà solo il mare, a mancarmi, ma tutto ciò che questo spazio sconfinato racchiude: la libertà, la possibilità di vivere all'aria aperta, la vicinanza con vecchi amici e l'opportunità di trascorrere con loro tanto tempo assieme.
E poi, quest'anno, anche Ieie si approssima alla fine delle vacanze con un nuovo stato d'animo, quello di chi ha compreso il segreto, ineluttabilmente dolce-amaro, del tempo che se ne va.
Ha raccontato alla nonna di aver salutato un amichetto conosciuto in spiaggia, perché era l'ultima mattina in cui si sarebbero visti.
"Va be' - l'ha consolato mia madre - vi rivedrete l'anno prossimo".
"Sì ma non è la stessa cosa, perché l'anno prossimo sarò più grande".


giovedì 21 settembre 2017

Uno su mille ce la fa

Io li ammiro quei genitori pronti a sacrificare i loro fine settimana nell'erba di un campetto o sul cigolante linoleum di una palestra. Disponibili a condividere con i figli i sacrifici che l'agonismo comporta, a giustificare le ore di allenamento a scapito di altre attività. Veramente, li ammiro.
Quando invece, io, ogni volta che l'allenatore di mio figlio mi prospettava l'ennesima domenica in un palazzetto dall'aroma di sudore, alzavo gli occhi al cielo sentendomi dire "Perché, che dovete fare?".
Be', ecco. E' un giorno festivo, mio marito è, incredibilmente, libero, sono previsti 30° gradi, abbiamo il mare a due passi, insomma una combinazione di eventi più rara di un'eclissi solare, vedi un po' tu.
Ecco, questo è il mio rapporto con lo sport. Soprattutto con lo sport dei miei figli. Per carità, anch'io in giovinezza ho avuto le mie passioni, ho vissuto un anno incredibile all'insegna del campionato di pallavolo. Incredibile e stancante al punto da dover ricorrere, alla fine, a una cura di ferro che mi fece capire che l'agonismo ed io eravamo due mondi destinati a non incontrarsi.
Ma tant'è, è giusto che i bambini facciano sport, che si muovano, soprattutto che si divertano. Purtroppo quest'ultimo concetto non è tanto condiviso. Se per me l'attività sportiva dei miei figli deve essere un momento di apprendimento sì, ma specialmente di svago, la maggior parte delle scuole la pensa diversamente. Lasciamo stare che quello dello sport dei bambini è diventato un business da migliaia di euro dove la pratica in sé per sé è la parte più "economica", alla quale devi aggiungere visite mediche iperspecialistiche, divise, attrezzi, spese per saggi e dimostrazioni. Ma la verità è che ogni scuola non può chiamarsi tale se non partecipa a gare, manifestazioni sportive, tornei e chi più ne ha, più ne metta. Spesso il fine settimana. A volte la domenica mattina mooolto presto. Sempre sulle spalle di noi genitori che, tanto, cosa abbiamo di meglio da fare?
Così quando quest'anno la Lolla ha detto che non voleva più fare la ginnastica per bambini degli anni scorsi (economica, pratica, divertente), ma voleva darsi alla danza, ho avuto un momento di sconforto pensando ai soldi volatilizzati per lezioni, tutù, saggi, affitto teatri, trucco, parrucco e fioraio (non scherzo, sono discorsi che ho realmente sentito da mamme di piccole ballerine).
Dopo un giro tra scuole dove siamo state accolte da algide maestre con le pareti adorne di attestati che manco i chirurghi di Grey's anatomy, dritte come fusi e con l'approccio di una Rottermaier, dove ho appurato che "la danza è disciplina" (aspetta che forse preferisco arruolarla), che "raccogliere i capelli in uno chignon non è difficile, faremo un corso per le mamme" (risata inarcando la schiena come facesse un grand jeté), che una "coda di cavallo andrà bene finché i capelli della bambina cresceranno" (perché, ho forse detto che sarebbero cresciuti?), ho dirottato la Lolla verso una prova di ritmica, pensando che, per quanto sia anch'essa un'attività rigorosa, la maestra paziente e gentile di quel corso facesse più al caso nostro.
La bambina ne è uscita stravolta, con i capelli scarmigliati ("le mollette mi davano fastidio e me le sono tolte") e propensa a fare quello che faceva l'anno scorso, perché si cambiava spesso gioco, era divertente e aggiungo io, poteva parlare con le compagne, che per una come la Lolla, che già soffre a dover stare in silenzio per cinque ore e mezza sui banchi di scuola, è un grandissimo vantaggio.
E niente, si vede che non è ancora pronta per lo sport vero e proprio, o forse non ha ancora trovato quello che la appassiona, chissà, è ancora presto per saperlo. Quello che è certo è che per quanto ogni sport abbia le sue regole e necessiti di disciplina (per carità sono d'accordo), bisogna ricordarsi che i bambini sono bambini, che hanno bisogno soprattutto di giocare e stare in compagnia e che questo, insieme a fare del movimento, dovrebbe essere il fine della gran parte delle attività sportive a loro dirette. Perché, dopo tutto, di campioni in erba pronti al sacrificio ne vien fuori uno su mille.

martedì 2 maggio 2017

1° maggio

"Mamma lo sai quale casa mi piace di più tra la nostra, quella dei nonni e quella dei nonni al paesino?".
"No Lolla, quale?".
"Quella al paesino. E sai perché?".
"Perché?".
"Perché è vicina al mare. E perché possiamo uscire sempre. Solo quando piove restiamo a casa, ma per poco".
Caro paesino, cara casa, cosa avrete di così speciale non si sa, ma se anche la mia nonna materna, milanese, dopo la fame e la paura della guerra, approdò in questo posto dimenticato dagli uomini e le sembrò il Paradiso, un motivo per cui di generazione in generazione ci fate innamorare ci sarà.
Ancora oggi, nonostante gli uomini abbiano impiegato camion di cemento per nascondere quest'angolo di Paradiso creato da Dio in terra, c'è qualcosa di magico in questo paese lontanissimo da tutto, chiuso tra la scogliera e il mare più blu. Qualcosa che ti entra nel cuore e ti rapisce per sempre.
Ieri, a distanza di mesi, siamo tornati al paesino approfittando della prima bella giornata di sole regalataci da maggio dopo il freddo aprile. Poche novità, nemmeno piacevoli, ma la sensazione di pace e benessere è stata impagabile. Ho guardato con desiderio la cara terrazza, la Lolla ha chiesto dove fosse il dondolo, e mi sono immaginata lì, immersa in qualche buon libro, il mare davanti e il sole sopra di noi.
Andando via il venticello di scirocco mi ha persino solleticato con il profumo del mare, quel mix di alghe fresche e salsedine che d'estate è così difficile percepire, forse perché ci sono troppe narici bramose per l'aria.
E' stato bello, direi riconciliante.
E adesso dobbiamo solo aspettare l'estate.

martedì 21 marzo 2017

Passossesioni

Non sono mai stata una grande appassionata di calcio, sia messo agli atti, ma in alcuni periodi della mia vita l'ho seguito, anche con una discreta attenzione. Succede periodicamente con le competizioni internazionali, i Mondiali o gli Europei, e poi, come si dice, se non  puoi sconfiggerli fatteli amici. E' così che, nella mia gioventù, quando la tv ogni mercoledì sera era sintonizzata sulle coppe, per allentar il tedio che mi assaliva chiedevo lumi a mio padre, unico appassionato di calcio e unico che seguisse le partite in tv, facendomi spiegare cosa fosse un fuorigioco o come funzionasse un campionato a punti o a gironi.
Questo bagaglio mi è poi servito negli anni dell'università, quando qualche domenica con gli amici si andava allo stadio, nella nostra città o a Roma, dove studiavo, in quel maestoso Olimpico quando accoglieva la squadra della nostra città natale.
Poi mi sono fidanzata, e sposata, con un uomo che del calcio sa a malapena che si gioca con un pallone e anch'io ho abbandonato per sempre quel mondo. Se mai ne fossi stata parte.
L'anno scorso i compagni di scuola di Ieie si sono iscritti in massa a scuola calcio. Lì per lì la cosa non ha solleticato mio figlio che pareva aver preso dal padre. Noi abbiamo tirato un sospiro di sollievo, ché l'idea di uno sport all'aria aperta anche d'inverno, alle tre del pomeriggio, mica ci faceva felici. Poi, più per emulazione che per passione, Ieie ha ventilato l'ipotesi di iscriversi a calcio, ma senza troppa convinzione. A giugno, dopo il primo giorno di campo scuola, Ieie è tornato a casa scocciato perché i suoi amici passavano il tempo a tirar calci a un pallone. Il secondo giorno di campo scuola, l'ho dovuto tirar via per la maglietta: erano andati via tutti e lui continuava a scagliare palloni sugli alberi della pineta con vivo rammarico delle animatrici.
Da lì è stato un crescendo. A scuola calcio non è potuto andare nemmeno quest'anno, per incompatibilità di giorni e orari, tuttavia a casa nostra è sbarcato l'album delle figurine dei calciatori, seguito da una marea di palloni di ogni foggia e dimensione. 
E poi c'è tutto il contorno. Video giochi sul calcio. Tv sintonizzata su Rai sport o dovunque ci sia un match in corso, di qualunque squadra. Partite in giardino o, se il tempo non lo consente, tiri in casa con una pallina piccola. E, quando tutti i palloni sono stati sequestrati onde evitare la distruzione della mobilia, tiri in solitaria con una pallina di carta o con la gomma da cancellare.
Questo, attualmente, il tenore dei discorsi con mio figlio.
"Mamma sai chi è Dessena?".
"No tesoro, non ne ho idea".
"Mamma sai perché Nainggolan viene chiamato il ninja?".
"No, Ieie non ne ho idea".
"Mamma ma di dov'è Dzeko?".
Vi risparmio la risposta, che è sempre la stessa.
"Ieie, non ti schiacciare così il cappello se no ti vengono le orecchie come Andreotti".
Lui, stupito e felice, "Andrea Belotti? Perché mi vengono le orecchie come Andrea Belotti?".
"Ma chi è Andrea Belotti???".
"L'attaccante del Torino".
L'unico aspetto positivo è che, essendo il campionato italiano infarcito di giocatori stranieri, Ieie mi chiede informazioni su Paesi e città estere, e almeno così facciamo un po' di geografia.
Per il resto il nonno, quello appassionato di calcio, l'altro giorno ha sentenziato "Ora basta Ieie, non puoi pensare sempre al calcio!".
Ecco.

lunedì 13 marzo 2017

Punti di vista

Non ho avuto tachicardia, allucinazioni o vertigini come nella sindrome di Stendhal, però mi sono commossa e ho pianto.
E' successo a metà della mostra, arrivata a questo dipinto, dopo che ne avevo visti già un bel po'.
Erano tutti belli, così perfetti da aspettarti di poter prendere un chicco d'uva e portarlo alla bocca, o da temere che un uovo sarebbe rotolato dalla ciotola.


Ma forse vedere il mare, il mio mare, rappresentato così bene, imprigionato nella tela con una minuzia di dettagli da illuderti di averlo finalmente catturato, mi ha suscitato un'emozione talmente intensa da farmi piangere.
Ogni tanto è bello nutrire anche lo spirito, fare il pieno di bellezza, e l'arte ha il grande potere di sollevare l'anima. Noi ce ne dimentichiamo, ma agli antichi doveva essere un concetto ben chiaro se tappezzavano le loro città di opere che ricordassero a tutti il potere del bello.
Questo fine settimana siamo stati a Pescara, un'occasione presa al volo, una toccata e fuga a visitare una mostra che raccoglie alcuni quadri di Luciano Ventrone, pittore conosciuto per caso qualche anno fa attraverso un servizio giornalistico.
La stessa casualità mi ha fatto imbattere in questa mostra, occasione quasi unica per apprezzare dal vivo le opere magnifiche di questo artista.
Per me, che da ragazza passavo ore a disegnare e colorare rammaricandomi di non avere qualcuno che mi insegnasse l'arte del dipingere, o semplicemente rassegnandomi all'idea di non avere il talento per raffigurare la realtà, non dico con perfezione, ma quantomeno con dovuta maestria, ammirare questi dipinti, soffermarmi davanti a cesti, reti, chicchi di melagrana e filamenti di agrumi riportati sulla tela con una veridicità da farti dubitare che si tratti di un dipinto, è stata un'emozione unica. Peccato solo aver dovuto allontanarmi da tanta bellezza.
Per chi vuole approfittare dell'occasione di vedere tutte insieme alcune opere di Luciano Ventrone (una parte dei quadri esposti appartiene a collezionisti), o semplicemente per chi vuole conoscere questo artista, Punti di vista è al museo delle Genti d'Abruzzo, fino al 4 aprile.

martedì 24 gennaio 2017

Il mondo visto dai bambini #2

"Ieie, ma che state facendo, perché avete tolto le casacche ai giocatori del biliardino?".
"Fanno come i calciatori veri, mamma. Quando finiscono la partita si tolgono le magliette!".

martedì 28 giugno 2016

Bulli e pupe

"Io non sto più con M, adesso ho un altro fidanzato. M. sta con G.".
"Ma Lolla, è possibile che a scuola parliate sempre di fidanzati? Andate ancora all'asilo, siete un po' troppo piccoli per pensare a queste cose".
"Sì noi parliamo sempre di fidanzati".
"E voi Ieie? Anche nella tua classe parlate di fidanzate?".
"No, non parliamo".
"Cioè, a scuola non parlate tra di voi?".
"No, non parliamo di fidanzate. Noi parliamo solo di calcio".
La fissata dei ragazzi e il fissato del pallone. E' confortante osservare i tuoi figli diventare esattamente quello che non volevi diventassero.
E' così che cominciano a deluderti.

martedì 25 agosto 2015

Dal barbiere

"Nonna non c'è bisogno che vieni anche tu dal barbiere. Quando finisco posso aspettare il nonno, io non mi annoio, leggo qualcosa. Anche quando vado con papà faccio così, mi guardo i giornali con le automobili".
E così Ieie ieri è andato a tagliarsi i capelli col nonno, come quando era piccino. Solo che al suo arrivo, ha scoperto che il barbiere del paesino non disponeva di riviste.
"Nonno, ma non ci sono giornali?" ha chiesto un po' deluso. Il nonno prontamente ha sollecitato il titolare.
"No bello mio, mi dispiace, non ne abbiamo".
"Nemmeno un libricino?".

Quando me l'hanno raccontato, ho pensato due cose: che mio figlio mi ricorda me da piccola (e anche da grande), e che ho creato un mostro. E sono stata perversamente felice.

giovedì 9 aprile 2015

Il letterato e l'artista

A quattro anni, dopo aver abbandonato precocemente i (pochi) colori posseduti e gli albi per colorare che gli avevamo imprudentemente regalato, deturpati da segnacci che uscivano in maniera sconcia dai contorni, Ieie decise che il suo strumento di lavoro sarebbe stato la lavagnetta magnetica, di quelle che scrivi e cancelli, e iniziò a portarsela dietro come un talismano. Sbocciò così il suo amore per la conoscenza delle lettere, coltivato tampinando la madre a suon di domande ricorrenti e ripetitive.
All'inizio sulle lettere, quale è quale; poi sulle parole, come si scrive cosa (e qui partiva l'elenco di tutti gli oggetti inclusi nella stanza, seguito dall'appello dei compagni di scuola e da ogni altro nome di cosa o persona di sua conoscenza). Alle domande seguiva la prova di scrittura (sua), la verifica (mia), eventuali correzioni, cancellazione e via di nuovo con un'altra parola.
Ricordo ancora con estrema noia quei pomeriggi di inizio estate del 2012, quando, sotto al porticato, venivo sottoposta al quotidiano interrogatorio amanuense. Capiamoci, all'inizio l'interesse precoce per le lettere mi aveva entusiasmato. Come non elettrizzarsi per un figlio che ripercorre le orme materne? Tuttavia a lungo andare, cominciavo a sentirmi ostaggio di quell'esercito di A, L, D e Alessandri e Benedette. Non ricordo cosa facesse, in quei momenti, la figlia duenne, sdentata e dalla loquacità storpia, tuttavia mi tremavano i polsi all'idea di dover un giorno ripercorrere con lei quegli interrogatori scribacchini. Meglio una figlia ignorante e analfabeta, pensavo.
Passano gli anni e alla soglia dei quattro, anche la Lolla comincia a mostrare interesse per la lavagnetta magnetica che però è un catorcio menomato. Tuttavia non sono le parole l'oggetto d'amore, manco per niente, non gliene può fregare di meno di sapere come si scrive cosa. Lei è un'artista. Riempie fogli, post-it e qualsiasi superficie scrivibile con disegni e colori. Quelli, in disuso, ereditati dal fratello e gli altri che parenti e amici, informati e colpiti dalla vena artistica, le hanno regalato. Di qui a un anno, mi aspetto di vederla sulla collina nelle vicinanze con un cavalletto in versione post-impressionista. O più tipo Masha e Orso.
Carta e colori sono gli strumenti del suo mestiere, lo provano i disegni svolazzanti per tutta la casa e i blocchetti che si porta ovunque, perché non sai mai quando l'ispirazione ti può colpire, la sera dopo aver messo il pigiama, in bagno o a casa di altre persone. Gli album da colorare sono pane quotidiano, inondati da fiumi di cere, pennarelli, pastelli e tempere, in un delirio variopinto irriverente nei confronti della realtà. Ma i contorni, o pontorni come dice lei, quelli no, son rispettati e dividono ordinatamente il rosa dal blu.
E le lettere? Ne conosce alcune (TIHQO), nel senso che le sa scrivere, ma non sa cosa siano né come si pronuncino. Le pone, in ordine sparso e casuale, a firma dei suoi capolavori e poi mi chiede "Che ho scritto?". Risponderle mi crea imbarazzo, come si leggerà quell'accrocco di suoni cacofonici? Allora mi chiede di scriverle il suo nome, io eseguo e provo a spiegarle. Questa è la I, questa la A (dai, penso, almeno la A che è facile e si ripete, può memorizzarla). Ma niente, già non mi ascolta più, l'ispirazione chiama e c'è un altro foglio che aspira all'immortalità dell'arte.

A conti fatti, comunque, il disinteresse totale per le lettere non mi dispiace. Il ricordo di quei pomeriggi di prima estate è ancora troppo vivo perché ne abbia nostalgia. Ci penseranno le maestre ad alfabetizzarla, dopo tutto è il loro mestiere.