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domenica 20 gennaio 2019

Cuore e genio

In paese lo chiamavano cuore e genio. Genio per la sua bravura, o per meglio dire quell'estro che lo portò a rifiutare la media dell'8 datagli dagli insegnanti e con la quale avrebbe potuto evitare di sostenere gli esami di maturità. Troppo poco, secondo lui, meglio fare ricorso, dare gli esami e prendersi i meritati 10.
Cuore perché le ingiustizie non le sopportava. Studente universitario fuori sede, il padre non mandava i soldi a lui, così propenso a regalarli a chiunque ne avesse bisogno, ma a un conoscente incaricato di dargliene poco alla volta, secondo necessità. E dal profondo Sud, si aggirava a Roma senza cappotto. Non serviva, non sentiva freddo e quindi il suo lo aveva regalato a chi, invece, di freddo ne aveva.
Il povero padre, che con quel figlio doveva essersi scontrato più e più volte, non sapeva che pesci pigliare. Fa sempre come vuole lui, rispondeva a chi gliene chiedeva conto.
Gli studi da ingegnere, però, non li finì. Si dedicò al giornalismo, alla politica. E poi tornò nella sua terra dove iniziò a fare il segretario comunale. Sempre attento alle ingiustizie, però, che la povera gente faceva la fame anche, e soprattutto, nei paesi del Sud. Dava fastidio, pare, perché voleva controllare, metteva bocca su tutto, specie sulle requisizioni di grano, così odiose per lui, e allora i notabili del paese, il sindaco, fecero in modo di farlo richiamare dall'esercito.
Era il 1920 e il giovane sottotenente fu mandato in uno sperduto paesino lucano, Corleto Perticara, in quella zona oggi "benedetta" dalla scoperta di giacimenti di petrolio e ribattezzata Tempa Rossa.
In famiglia, poi, non se ne parlò più o, meglio, se ne parlò molto poco. Anche io la storia la conoscevo per sommi capi, quel poco che mi aveva raccontato mio padre che, pure, col nonno (il mio bisnonno) ha vissuto 14 anni.
Quel padre, di quel figlio, faticava a parlare, roso probabilmente dai sensi di colpa.
"Non vi maledico - pare dicesse un giorno ai generi intenti a litigare per questioni di eredità - perché ho maledetto mio figlio una volta, e ne ho avuto la morte".
Per il resto, dopo il 1920, la politica fu tenuta fuori da quella casa. A ogni elezione i cancelli venivano chiusi, segno che nessuno doveva venire a disturbare con appelli o promesse.
Quasi cent'anni di oblio e poi, due anni fa, una telefonata di un professore universitario, un antropologo lucano che, incuriosito da una lapide rinvenuta nel cimitero di Corleto Perticara, decide di fare una ricerca su un fatto di sangue del lontano luglio 1920.
Quello che all'inizio mio padre ha reputato uno scherzo, si è tramutato poi in un libro che di Luigi, il giovane sottotenente, ha restituito a noi, suoi lontani discendenti, un ritratto toccante destinato altrimenti a sbiadire del tutto.
In cerca di notizie non dico fresche, perché di testimoni che l'avessero conosciuto al paesello non ce n'erano più, ma quanto meno attendibili, abbiamo seguito le tracce che ancora portavano a lui. Dico abbiamo perché con l'aiuto di mia zia, la memoria storica della famiglia, ho cercato di fornire qualche risposta alle domande posteci dallo studioso.
E' così che Luigi, oggi, non è più un nome su una targa o un ricordo sfumato di un gesto coraggioso. Luigi ha una storia che la sua famiglia può raccontare.
Arrivato a Corleto scopre, ironia della sorte, di essere stato mandato a fare ciò che più detestava: la requisizione dei cereali. Attività deprecabile, in un Sud dove per la povera gente il grano non era solo cibo, ma moneta di scambio.
Ma la divisa, e probabilmente un innato senso del dovere, lo inducono a portare avanti il suo compito. A raccolto ultimato, quando i corletani scoprono finalmente cosa è venuto a fare quel sottotenente straniero, scoppia la rivolta.
Non mi soffermerò sul dipanarsi degli eventi, ma sulla conclusione e in particolare su quegli elementi che coincidono fra il racconto delle fonti dell'epoca e quello circolato per anni in famiglia.
Si sacrificò per un collega che aveva moglie e figli, mi hanno sempre detto davanti alla lapide nel cimitero.
Scoppiata la rivolta, dopo che il popolo si infiamma ancor di più contro le divise a causa di due carabinieri impauriti che, non autorizzati, hanno fatto fuoco sulla folla uccidendo una bambina, Luigi e i carabinieri sono costretti alla fuga. E' ormai in salvo quando si accorge che il maresciallo dei carabinieri è rimasto indietro, braccato dalla folla che ha iniziato il pestaggio. Ha tre figlie quell'uomo, di cui una appena nata. Al contrario dei carabinieri giovani, rei per altro di aver ucciso una bambina, Luigi torna indietro e chiede che liberino il maresciallo, che prendano lui piuttosto. Getta le armi, come richiesto dai rivoltosi, che per tutta risposta si abbandonano a uno spietato linciaggio contro Luigi e contro il maresciallo.
Fa male leggere cosa gli hanno fatto, il racconto è terribile e lo sarebbe anche senza pensare che quel ragazzo appena trentenne era uno di famiglia, un figlio per il mio bisnonno, un fratello per mio nonno. Chissà, magari un padre di cugini che non sono mai nati.
Posso solo immaginare lo strazio del padre, talmente fiaccato dal dolore da non riuscire ad andare in prima persona a Corleto a recuperare la salma.
Quali e quanti strascichi quella morte ebbe sulla famiglia non so, né è facile stabilire come abbia influito sul corso degli eventi, magari fino a noi. Mio nonno, che pure non era il più grande dei fratelli, fu l'unico a rimanere nella casa del padre, al paesello, e a continuarne l'attività. Qualche rapporto familiare, comunque, si guastò. Quel sindaco che aveva allontanato Luigi dal paesello era un fratello della sua mamma. Uno zio. Di certo non immaginava di mandarlo a morire, ma è un fatto che con quel ramo le relazioni non furono più le stesse e che anche il paesello qualche responsabilità gliela riconobbe.
Gli anni, il silenzio, in famiglia e nel paese, hanno sbiadito il ricordo, allentato i rancori e così lo scorso 4 novembre il professor Alliegro, l'autore della ricerca, ha raccontato le sue scoperte nel corso della commemorazione dei caduti.
Ad ascoltare di Luigi c'erano tre dei suoi nipoti e qualcuno dei suoi pronipoti. Solo qualcuno perché la discendenza, aveva ben nove tra fratelli e sorelle, è ormai sparsa un po' dovunque.
Il racconto della vicenda è contenuto in La lapide inquieta, un breve volume che essendo una ricerca universitaria circola solo tra addetti ai lavori.
Perché parlarne, allora? Perché vorrei che il ricordo di un giovane brillante quanto sfortunato non andasse perduto. Perché le buone azioni, ancorché inutili, vanno sempre portate ad esempio. Perché la memoria, se non consente sempre di riposizionare i tasselli nel giusto ordine, è di certo l'unico posto dove gli animi si placano e la riflessione porta frutto.

Luigi, in piedi davanti alla porta della casa paterna, con i genitori, i fratelli e le sorelle

lunedì 7 gennaio 2019

Friends will be friends

Prima della fine delle vacanze siamo riusciti a vedere il film sulla storia di Freddie Mercury, Bohemian Rapsody e già questo è un fatto notevole poiché non ricordo più quando è stata l'ultima volta che sono andata al cinema a vedere qualcosa che non fosse un cartone animato.
Sul film si è detto molto, che la storia sia stata modificata, edulcorata, semplificata, resa più celebrativa, ma non entrerò nel merito delle polemiche, anche perché delle vicende della band, svoltesi prevalentemente quando ero bambina, non so molto, né mi metterò a fare valutazioni sulla persona di Freddie Mercury.
Quel che mi è rimasto, dopo il film, e dei Queen in generale, sono due aspetti e riguardano la loro musica.
La prima è una considerazione che scaturisce proprio dalla nascita della canzone che dà il nome alla pellicola. Bohemian Rapsody fu osteggiata dai produttori, che non volevano farne un singolo per la sua eccessiva lunghezza, e stroncata dalla critica che la ritenne un pastiche ampolloso e di una verbosità senza senso. Non sapevo nulla di tutto questo, ma ne sono rimasta colpita perché l'ho sempre trovata molto bella e infatti il successo fra il pubblico fu immediato e senza tempo.
E' vero, non ho idea di cosa parli, ma la bellezza della canzone sta nel fatto di commuovere nel senso originario del termine, mettere in moto, agitare, ovvero smuovere qualcosa nell'animo dell'ascoltatore, che è poi quello che dovrebbe fare qualsiasi prodotto artistico: suscitare un'emozione. E Bohemian Rapsody, così come molte canzoni del repertorio dei Queen, ci riescono benissimo. Se qualcosa posso dire di Freddie Mercury e della band, è che furono grandi performer, peccato non averli potuti ammirare dal vivo.
L'altro aspetto del film è che ha messo in moto la mia macchina dei ricordi. Come detto ero una bambina quando il successo dei Queen esplose. Ricordo bene solo l'uscita del loro ultimo album. Era l'estate del 1991 e la Lega Navale del paesino aveva installato un calciobalilla e un juke box. Fu grazie a quell'apparecchio, e ad alcuni amici con una cultura musicale superiore alla mia di neoquattordicenne, che Innuendo divenne la colonna sonora delle nostre partite e io feci il mio incontro con i Queen.
Non ricordo niente neppure della fine di Freddie Mercury, ma poco dopo il mercato fu inondato dai  Greatest Hits ed è allora, sempre grazie agli amici del paesino, che della mia adolescenza sono stati i mentori musicali, che ho conosciuto davvero i Queen e la loro musica. Ricordo un'estate passata a dibattere se la canzone dicesse Friends will be friends o Friends to be friends, con il gruppo a dividersi in due opposte fazioni (allora non c'era Internet a fugare tempestivamente ogni dubbio).
Friends will be friends è rimasta nel mio cuore perché di quegli amici è il simbolo, di quegli amici che ancora oggi fanno parte della mia vita, che mi hanno fatto conoscere quello che sarebbe diventato mio marito e ai quali, anche io, ho presentato qualche futuro coniuge.
Ecco, i Queen sono stati la colonna sonora di una parte della mia adolescenza, pur non esistendo quasi più come band. Ai posteri il compito di giudicare se fu vera gloria, io posso solo ringraziarli per i bei momenti e i ricordi che mi hanno regalato.

mercoledì 5 settembre 2018

Ciao, mare

Hai mai visto, veramente, il mare? Hai nuotato tra le sue onde, tagliandolo a vigorose bracciate, sentito la sua freschezza scivolarti addosso? Hai permesso al tuo corpo di divenire parte dell'acqua, mentre polmoni, occhi, naso perdevano la loro consistenza diventando liquidi essi stessi?
Hai lasciato la salsedine seccarsi sulla pelle, imperlarti le sopracciglia, infarinarti il viso?
Hai mai vissuto il mare? Hai respirato il suo profumo? Lo hai solcato a tutte le ore imparando come a ognuna corrisponda una sfumatura diversa di luce?
Sin da bambina ho sempre amato il mare. Il mio mare.

L'ho amato pazzamente quando saltavo i cavalloni sulla prua di una barca.
L'ho amato osservandolo attraverso le lenti di maschere che mi hanno insegnato a riconoscere fondali e colori di ogni singola insenatura.

L'ho amato quando ne esploravo le viscere scendendo sempre più giù.
L'ho amato anche quando, profondo e arcigno, non permetteva di vederne la fine mostrando solo l'angosciante incrocio dei raggi del sole.
Poi sono cresciuta e, come ogni amore che si rispetti, la maturità ha aggiunto a quel sentimento folle e sconsiderato, una scintilla di lucidità.
Ho cominciato a temerlo e a rispettarlo, dopo averne conosciuto l'imprevedibilità.
Ma ho continuato ad amarlo.
Lo amo quando sonnecchia placido e bellissimo sotto il sole e la sua chioma diventa d'oro; lo amo quando si increspa leggermente infastidito per un refolo troppo audace; lo amo quando, arrabbiato, ti scuote e ti strattona.

Lo amo vestito con i colori verdi e azzurri della spensieratezza, o col blu scuro delle grandi occasioni; lo amo al tramonto, quando stanco e incapace di opporsi, permette al sole di tingerlo di sfumature fosforescenti rosa e violette.
Lo amo persino quando si fa baciare dal sole, diluendosi in un rosso appassionato.

Come ogni anno le vacanze al paesino sono agli sgoccioli. Come ogni anno da tanti a questa parte, arrivano le giornate intrise di nostalgia e il cuore è un puntaspilli dove ogni ricordo lascia una piccola puntura. A volte vorrei saltarlo a pie' pari, questo momento che si trascina con malinconia, ma fa parte della vita, della fine di qualsiasi cosa bella. E il fatto che le vacanze al paesino, dopo tanti anni, sappiano ancora farsi rimpiangere è dopotutto un fatto positivo.
Non sarà solo il mare, a mancarmi, ma tutto ciò che questo spazio sconfinato racchiude: la libertà, la possibilità di vivere all'aria aperta, la vicinanza con vecchi amici e l'opportunità di trascorrere con loro tanto tempo assieme.
E poi, quest'anno, anche Ieie si approssima alla fine delle vacanze con un nuovo stato d'animo, quello di chi ha compreso il segreto, ineluttabilmente dolce-amaro, del tempo che se ne va.
Ha raccontato alla nonna di aver salutato un amichetto conosciuto in spiaggia, perché era l'ultima mattina in cui si sarebbero visti.
"Va be' - l'ha consolato mia madre - vi rivedrete l'anno prossimo".
"Sì ma non è la stessa cosa, perché l'anno prossimo sarò più grande".


giovedì 30 agosto 2018

14 agosto

E' proprio quando, nel giorno della vigilia di Ferragosto, vorresti sfogare il tuo nervosismo dovuto alla folla, al caos, al traffico, alla maleducazione dei turisti, che la vita ti riporta con i piedi per terra, a guardare tutto ciò da lontano, come con un cannocchiale, e a considerare quel che è veramente importante.
Ci pensa una telefonata, che a quell'ora qualcosa deve essere successo, ma a quelle parole, impossibili, incredibili, che però non possono essere dette a casaccio, non ci avresti mai pensato.
E ti metti in macchina, un peso sulla bocca dello stomaco e il desiderio che si tratti di un errore. Adesso ti richiamano e ti dicono che si sono sbagliati, oppure arrivi lì e constati con i tuoi occhi che c'è stato un malinteso.
Lei tornerà ad accoglierti col suo sorriso.
Senti ancora la sua voce.
Ed entri in quella casa dove sei entrata centinaia di volte da quand'eri bambina, sempre uguale, immutata. Di una vecchiezza scomoda e fuori moda. Ma quel che per qualcuno è da buttare, per qualcun altro è una reggia.
Entri e ti tornano in mente tutte le volte che sei passata da quella porta a vetri. Soprattutto le ultime, che da quando vivi al paesello son quattro passi da casa tua.
Quei quattro passi che non farai più.
E pensi.
Perché ogni oggetto è un ricordo.
Pensi all'ultima settimana prima di andare al mare. "Ci vediamo prima che partiate?". Sì, avevi risposto, e in effetti vi eravate riviste, ma quasi per caso. L'ultima volta che sei stata lì, non sei nemmeno entrata. C'erano i bambini.
I bambini che lei amava tanto ed accoglieva con "Nah, chi viene? Chi viene?" appena li riconosceva dai vetri della porta.
Senti ancora la sua voce.
"Beh, la Pizzupia" diceva alla Lolla, che di quel nome se ne faceva un vanto. "Belli, belli della zia" ripeteva, prima di essere coinvolta in una partita di assopigliatutto o in una passeggiata fino al pollaio.
Ed ecco, arrivano i rimpianti per tutte le visite non fatte o fatte di fretta. E il conforto, meno male, di quelle più lunghe. Delle parole scambiate, del tempo trascorso assieme. Dell'esserci stata negli ultimi mesi più duri, quelli del lutto e della malattia. Dell'aver attraversato insieme il reparto di radioterapia, dove una dottoressa gentile e gagliarda che l'aveva presa in cura, era rimasta abbagliata dalla sua tempra e dalla sua mente e aveva decretato che la malattia avrebbe avuto un decorso lento e, data l'età, se ne sarebbe andata per qualche altro motivo.
Chi lo sa, forse aveva ragione.
Ma nessuno pensava sarebbe successo così presto. Proprio lei che sembrava inossidabile. Che c'era sempre stata e forse avrebbe continuato a esistere dopo tutti noi. Che, nata e vissuta nella casa di suo nonno, padre di dieci figli, era la memoria storica di una famiglia di decine di nipoti. E tutto ricordava di quel passato.
Resta il rimpianto di quel che avrei voluto ancora chiederle.
Delle ricette che non ho fatto in tempo a farmi spiegare.
Delle cose che avevamo rimandato a dopo l'estate, impreparate, entrambe, al fatto che un dopo non ci sarebbe stato.
Resta una pianta di cappero fatta preparare da lei per me, per il mio giardino. Da piantare in autunno.
Gli alberi di agrumi del suo aranceto, tornati a produrre dopo due anni di inattività, di cui aspettavamo il raccolto natalizio.
Resta un dolore alla bocca dello stomaco che torna a colpire ogni volta che la vita va in stand by e ti rendi conto che è successo, ed è tutto vero.

Te ne sei andata come hai sempre vissuto, in una vigilia di Ferragosto, con il paesello semideserto, per non destare troppo rumore.
Te ne sei andata come hai voluto. Nella tua casa, tra le tue cose, autosufficiente, autonoma.
Te ne sei andata, ma ancora non mi sembra vero.
Ogni volta che chiudo gli occhi, a me sembra di sentire ancora la tua voce.
"Nah, chi viene, chi viene?".

C'è un prima e c'è un dopo. E incredibilmente, non coincidono più.

mercoledì 31 gennaio 2018

Fine della magia?

Questo è un post fuori tempo massimo, ben oltre la zona Cesarini, ma certe cose accadono quando devono accadere e in particolare i figli crescono quando vogliono loro.
Nei mesi scorsi ho tenuto sott'occhio Ieie divisa tra è-ancora-un-bambino-così-ingenuo-per saperlo e figurati-uno-intuitivo-come-lui-se-non-l'ha-capito; ho origliato conversazioni trai suoi compagni del tipo "La mamma mi ha comprato una macchina per fare i pop-corn per Natale" "Allora vedi che Babbo Natale non esiste?" "No che c'entra, Babbo Natale mi porterà qualcos'altro", tutto questo nell'intento di comprendere la sua consapevolezza sulla questione Babbo Natale. Ma niente.
Ho notato solo una certa riluttanza a scrivere la letterina e un calo di entusiasmo e di curiosità per il panciuto signore.
Il fatto è che io alla sua età, da mo' che avevo mangiato la foglia, e non per particolari doti di chiaroveggenza. La mia illuminazione si deve a un Sapientino mezzo scartato, trovato sotto l'albero la mattina di Natale. Che c'azzecca? C'azzecca eccome, perché il suddetto io l'avevo già visto un bel po' di giorni prima mentre mi infilavo sotto un mobile alla ricerca di una pallina. Il pacco aveva da subito attirato il mio interesse e avevo iniziato a scartarlo finché mia madre mi aveva intimato di lasciare stare quel regalo comprato per altri bambini. Ligia com'ero, mica avevo chiesto a cosa si dovesse il regalo, avevo mollato tutto, tanto a Natale mi sarei rifatta.
Sì certo, peccato che quel giorno di Natale, vedendo lo stesso Sapientino, con la stessa carta mezza strappata, un'amara consapevolezza mi abbia avvolta: Babbo Natale non esiste.
Mi sono sempre chiesta se mia madre davvero mi credesse così stupida da non riconoscere il pacco trovato sotto al mobile o se riteneva fossi abbastanza grande per scoprire la verità (sì, ma allora perché non dirmelo direttamente?). Fatto sta che fu un duro colpo da mandare giù. Proprio il giorno di Natale, poi.
Insomma, tornando a Ieie, il dubbio su di lui mi è rimasto, fino a quando qualche giorno fa ha avuto questa conversazione con i nonni materni.
"Nonno, ma quest'orologio me lo hai regalato tu?".
"Io? Macché, Babbo Natale".
"Ma come faceva Babbo Natale a sapere che volevo proprio questo modello qui, nero? Io l'avevo detto solo a te, solo tu lo sapevi".
Ecco.
Quel che mi stupisce è che non mi abbia chiesto nulla (io invece, dopo il Sapientino domandai spiegazioni a mia madre che insisteva sull'esistenza di Babbo Natale) anche se sono contenta che abbia mantenuto il silenzio con la sorella, ingenua e sognatrice fin nel midollo. Io, lo confesso, non fui altrettanto brava, e la prima cosa che feci quel Natale, fu di rivelare (condividere) l'amara verità con le mie cugine. Anche la più piccola, che con me si toglie quasi cinque anni, che si opponeva cocciutamente alla mia tesi.
Ve be', in ogni caso per adesso mi rimane la Lolla da far sognare.
Per adesso? Mi sa che prima o poi le dovrò dire io che Babbo Natale non esiste. Altrimenti potrebbe arrivare con questa illusione sino alla maggiore età.

P.S.
E tuttavia, poiché in seguito alla sua lettera Babbo Natale mi ha regalato un golfino rosa, Ieie ogni volta che lo indosso mi dice felice che quello è il golfino che lui mi ha fatto portare da Babbo Natale. Chi lo sa, forse resiste, tenace, il desiderio di  magia.


mercoledì 27 luglio 2016

Sere d'estate

E' stato un inverno lungo e faticoso, fatto di imprevisti e momenti down e poi telefoni che trillano e che comunicano qualche gatta da pelare, al punto che non sopportavo più il suono del cellulare. Poi ogni tanto le cose sembravano migliorare, tiravi il fiato, pensavi che il peggio era passato e che forse si poteva guardare avanti con serenità quando, driiin, squilla il telefono e arrivano altri casini da risolvere.
Niente di grave, per carità, è che però a un certo punto ti chiedi se sarà sempre così. Se la maturità comporta un affastellarsi di responsabilità e grane. Un addormentarsi con un milione di pensieri in testa e risvegliarsi facendo l'elenco delle matasse quotidiane da sbrogliare.
Poi finalmente arriva l'estate e torni qui, al paesino. Il luogo dove posso ricucire le trame della mia vita, quello che con la sua costante presenza, estate dopo estate, mi ricongiunge col passato e diventa scenario di nuovi ricordi. La casa del paesino è la casa dove mi sembra di rincontrare mia nonna, l'unico posto dove ho vissuto con lei sotto lo stesso tetto. Il piacere che provo è condiviso dai miei figli, Ieie in particolare, entusiasti, a loro volta, di passare le vacanze al mare con i nonni materni.
L'altra sera, per dire, davano alla radio l'Estate sta finendo, dei Righeira, e Ieie si è rattristato nel sentirla. "Mi sembra che uccida il paesino", ha detto.
E così siamo di nuovo qui. Queste estati tutte uguali, si fa per dire, possono sembrare noiose, ma a me e mio figlio, di indole conservatrice, piace così. Il paesino ha perso molto del suo fascino, complice un mega porto che se l'è sbranato sputando una carcassa che è solo il pallido fantasma di quel che era. Ma tant'è, io e i miei amici ci siamo affezionati e ci torniamo con piacere. Perché qui, in questo isolamento fuori dal mondo, tiriamo un po' il fiato dalle fatiche che, con carico minore o maggiore, tutti dobbiamo sopportare e riscopriamo la gioia delle lunghe estati insieme da ragazzi.
Quest'anno, poi, ricorrono trent'anni da quando conobbi le prime amiche. Fu il mio cane a fungere da "gancio". La più piccola di noi aveva appena sei anni, era in procinto di inizare le elementari e, sedute davanti a casa di sua nonna, in quei pomeriggi lontani nel tempo, le suggerivo parole bisillabiche che lei provava a scrivere in stampatello.
Eppure sembra ieri. Adesso, come trent'anni fa, è la Lolla che deve fare il suo ingresso alla primaria. Qualche sera fa la guardavo giocare con i figli di quelle mie amiche incontrate tramite un cane. Facevano i nostri stessi giochi, in quello stesso posto, lo spiazzo della locale Lega Navale, dove ci rincorrevamo noi. 
Non mi sono comossa. Non ho pensato a niente. Li ho guardati giocare e poi sono tornata a parlare e mangiare con le vecchie amiche, come ho fatto in tutti questi anni. Forse è questa la continuità che dà un senso alla maturità.

lunedì 25 luglio 2016

Briciole al tempo

Non ricordo bene come è iniziata. Era la prima media e io avevo fatto gruppetto con alcune bambine conosciute da poco, sentendomi accusare di tradimento dalle vecchie compagne delle elementari che erano ancora in classe con me. Lei occupava il banco dietro al mio, con i suoi voluminosi capelli ricci che era costretta a legare per non ostacolare la visuale ai compagni delle file posteriori.
In un modo o nell'altro dovemmo trovarci simpatiche, sentire, annusare, una certa affinità, perché un giorno mi invitò a casa sua. Ricordo esattamente che appena entrata, dall'ingresso scorsi la sua camera con un castello rosa fatto di costruzioni e alcuni gattini di ceramica che troneggiavano su una mensola. Quella casa mi pacque subito, e mi piacque la sua giovanissima mamma che sapevo aver vissuto all'estero e bilingue. Era simpatico anche il suo papà che giocava a nascondino con noi.
Fu l'inizio di una bellissima amicizia. Lei fu la prima amica che non era più solo una compagna di giochi, ma una confidente di quell'età meravigliosa e strana che è l'adolescenza. Cantavamo le canzoni di Sanremo leggendole da Tv Sorrisi e Canzoni, giocavamo in casa a pallavolo, sport di cui entrambe eravamo appassionate, lasciandoci dietro danni ancora visibili. Ma soprattutto facevamo lunghissime chiacchierate quando ci sembrava che solo in quello scambio reciproco potevamo trovare comprensione.
Furono due anni bellissimi. Poi un cambio di lavoro la portò via, in una città a oltre 800 chilometri. Tra le lacrime ci giurammo eterna amicizia.
Da qualche parte ho ancora il quadernone viola con lo scoiattolo su cui 28 anni fa scrisse l'indirizzo di casa sua, e la precisazione "portone verde scrostato" perché non avessi problemi a trovarlo. Ieri ci siamo riviste. Anche quest'anno, approfittando di una momentanea vicinanza, macinando qualche chilometro e rubando un po' di tempo alle ferie, agli impegni familiari e alla stanchezza, siamo riuscite a organizzare un breve incontro, un pranzo fuori con le nostre famiglie per vederci e aggiornarci, e ribadire che a dispetto del tempo che passa siamo ancora buone amiche.
Ed è stato bello scoprire che il desiderio di ritrovarsi era reciproco, nonostante per qualcuno in una domenica di luglio con temperature oltre i 30°, sarebbe più opportuno andare al mare .
Ma la verità è che adesso che il giro di boa dei quaranta si avvicina, non mi sembra più di avere davanti tutto il tempo del mondo, di poter recuperare i minuti che non si sono passati insieme e di poter riavvicinare gli amici che avevo accanto. Adesso più che mai so che quelle lacrime che versai quando lei se ne andò, erano quanto di più vero poteva esserci. La mia amica sarebbe andata via per sempre e quei lunghi pomeriggi insieme non ci sarebbero stati più. 
E allora se bisogna rubare briciole al tempo, in due si fa meno fatica.

mercoledì 16 dicembre 2015

Allarme nel presepio

Avere figli è come fare continui viaggi nel passato riassaporando memorie e sensazioni perdute. E' successo ieri, quando Ieie ha scandito il titolo della lettura assegnata per i compiti a casa. "Allarme nel presepio", ha detto, e una fioca luce si è accesa nel mio cervello, stile madeleine di Proust, e ho iniziato a pensare che quel titolo mi ricordava qualcosa, qualcosa che anch'io avevo letto nella mia infanzia.
Ora, in altri tempi per soddisfare tale curiosità avrei dovuto recarmi a casa dei miei e spulciare libri di scuola e non. Mi ci sarebbero volute settimane. Ieri, invece, sono andata di Google e ho avuto subito la risposta. "Allarme nel presepio" è un racconto aperto di Gianni Rodari. Ecco che la memoria, ripartita come un vecchio pc, mi è venuta in aiuto: si tratta di uno dei brani contenuti in "Tante storie per giocare", uno di quei libri che, nella mia infanzia, ho letto e riletto fino alla consunzione. Chissà perché, poi, a dieci anni uno ha questa strana abitudine di rileggere le stesse cose. Forse perché ti sembra di avere tutto il tempo del mondo a disposizione, o forse perché a quell'età la ripetizione ha un potere mistico e niente a che vedere con la noia.
Fatto sta che quel libro conteneva racconti con tre finali così che il lettore potesse scegliere il più gradito. Quando Ieie ha tirato fuori la fotocopia contenente la lettura (Ecco, qui devo aprire una parentesi. Perché alle elementari, pardon primaria, di oggi si fa quest'uso smodato delle fotocopie? I libri, pochi e sottili, sembrano sempre inadeguati alle esigenze didattiche. La classe di Ieie, ad esempio, non ha un testo per la grammatica e gli esercizi avvengono tramite fotocopie che quello smandrappato di mio figlio tira fuori dallo zaino, sempre che arrivino a casa, tutte sgualcite. Non sarebbe più ecologico adottare dei libri? E poi, mi viene in mente una domanda maligna. Non è che quando i testi non saranno più a carico della scuola, ma di noi genitori, improvvisa riemergerà la necessità di dotarsi di decine di volumi? Chiusa parentesi), tirata fuori la fotocopia, dicevo, ho notato che il racconto proposto era un sunto estremo dell'originale, peraltro privo di finali.
Google mi ha dato una mano ancora una volta e ho letto a mio figlio l'intera storia. A poco a poco l'immagine che un tempo mi ero fatta del racconto è ritornata nella mia mente come una foto sottratta alla polvere. La chitarrista hippy, uno degli intrusi messi dal bambino nel presepe, è riemersa col suo caschetto giallo e, prima ancora di leggerlo, mi sono ricordata che era un pupazzetto trovato in un fustino di detersivo per lavatrice (il fustino, che oggetto vintage!). Ma quel che mi ha colpito di più sono stati i finali.
All'epoca i tre finali delle storie mi sembravano tutti simpatici, sì qualcuno più bello degli altri, ma non avevo mai notato o, non so, forse non ricordavo, che invece dei tre, due erano proprio da pollice verso. Mi spiego. Nel primo finale gli intrusi, un aviatore, una chitarrista e un pellerossa, poiché non graditi agli ospiti tradizionali del presepe, decidono di andarsene. Nel secondo, per farsi accettare, cambiano e si omologano a pastori &C. Nel terzo, il re magio Gaspare riesce a riportare l'armonia facendo notare che Lui è nato per tutti gli uomini di buona volontà, senza distinzione di razza, usi e costumi.
La prima sensazione è stata di vergogna, perché quel racconto, così attuale, mi ha fatto riflettere su come spesso ci dimentichiamo di questa semplice verità. La seconda, è stata di ulteriore vergogna. E se il fatto che da bambina trovassi tutti i finali simpatici, anche i primi due, così scorretti, fosse dovuto alla mancanza di pregiudizi dell'infanzia? Se l'uguaglianza fosse stata così scontata, da trovare semplicemente buffe la fuga e il cambiamento degli intrusi?
Come si dice, Omnia munda mundis...

martedì 17 novembre 2015

Lo spazio bianco

Mio figlio è nato prematuro. Per una placenta previa che a 30 settimane e 3 giorni ha dato forfait e costretto me a un cesareo d'urgenza e lui a quasi due mesi di Utin. Non è una cosa di cui parlo spesso, almeno adesso. Prima no, mi snocciolavo in testa tutta la storia per giustificare, a me e agli altri, il fatto che fosse più piccolo dei neonati della sua età, il fatto che tardasse a stare seduto e a camminare.
Poi a un certo punto non ci ho pensato più. E non solo perché le lacune erano state colmate, ma soprattutto perché non avevo più il diritto di rivangare questa storia.  Mio figlio ce l'ha fatta, tanti altri bimbi che entrano in Utin non ne escono più, come posso, allora, lamentarmi per non aver portato a termine la gravidanza?
Eppure quel ricordo di fili, allarmi e incubatrici ogni tanto fa capolino. Ogni volta che Ieie ha qualche difficoltà mi chiedo "E se, invece?". Ma sono domande che non avranno mai risposta.
Fu forse per questo, per quelle domande che rimarranno disattese, che pochi mesi dopo la nascita di Ieie andai a vedere al cinema Lo spazio bianco, il film di Francesca Comencini tratto dall'omonimo romanzo, che narra proprio la storia di una madre single alle prese con una gravidanza prematura e con i dubbi tipici di questa esperienza, "Il fatto è che mia figlia (...) stava morendo, o stava nascendo, non ho capito bene: per quaranta giorni è stato come nominare la stessa condizione".
Cercavo empatia, e cercavo risposte. Il film mi piacque, ma in verità a quel tarlo che mi mordeva dentro non seppe rispondere. E così che adesso, sedimentati i ricordi, ho deciso di leggere i libro di Valeria Parrella, per cercare quel qualcosa in più che mancava al film.
La storia è la stessa. Maria, una "primipara attempata" (definizione che mi sono beccata anch'io alla mia prima gravidanza a 31 anni) di 42 anni, sola, partorisce prematuramente la sua bimba, Irene, e da lì comincia il calvario dell'andirivieni al reparto di Terapia intensiva neonatale. la routine di lavaggi e camici sterili, il trovarsi fianco a fianco con altre madri i cui bimbi dormono accanto al proprio in attesa di remoti progressi. Maria viene risucchiata in una nuvola di nebbia da dove il mondo esterno, con i suoi impegni, gli amici, la routine, assume sfumature incerte, per non  apparire più come prima.
Mi sono buttata a capofitto nella lettura, stupita dalla bravura della Parrella che, non so se ci sia passata, ma ha dipinto alla perfezione come si sente una madre con un figlio prigioniero delle macchine e del reparto, un reparto a cui devi tutto, ma in cui non riesci a sentirti a casa.
Ho amato la prima parte del libro, ma a un certo punto mi sono sentita spiazzata, perché la storia vira e si arricchisce di altri elementi. Il passato della protagonista, la scuola serale dove lavora e soprattutto la città di Napoli. Ci sono poi dei passaggi che ho sentito estranei. L'invidia per i progressi degli altri bimbi ricoverati, l'insofferenza per le visite domenicali concesse ai parenti, no io tutto questo, nonostante la depressione che mi avvinghiava, non l'ho provato e non l'ho trovato nemmeno nelle altre madri. Anzi, ho visto molta più solidarietà là dentro che in altri posti.
Devo essere sincera, alla fine mi sono un po' persa e sentita tradita, probabilmente perché avevo delle aspettative che non sono state del tutto soddisfatte. Mi aspettavo un racconto solo sull'Utin, ma così non è. Lo spazio bianco è la storia di una vita che viene stravolta dalle circostanze, ma è anche una storia di Napoli, una Napoli ripresa nei suoi scorci più squallidi, ma inaspettatamente piena e luminosa di vita.
Alla fine, anche dalla lettura sono emersa con un senso di incompiutezza. Ancora mi mancava qualcosa che nemmeno il libro era riuscito a darmi. Un senso, una spiegazione a questa, alla mia vicenda. Ma forse la verità è che ho posto la più classica delle domande che affligge chi è colpito dal dolore, a chi dopotutto non è tenuto a darmi una risposta.
Perché a me? Perché a mio figlio?

Lo spazio bianco, Valeria Parrella, Einaudi

giovedì 12 novembre 2015

Amo avere una mamma

Nei giorni scorsi, "approfittando" dei suoi malanni, la Lolla è rimasta a casa con la mamma, mentre Ieie e il papà presenziavano a una cena di famiglia. E' stato un momento raro, in cui ha avuto l'esclusiva delle attenzioni materne. Lei, che da sempre ha dovuto condividermi col fratello, quando addirittura non veniva messa da parte perché i giochi scelti erano troppo difficili per la sua età. Lei che, per questo, è bravissima ad autointrattenersi e poco propensa a chiedere la mia compagnia.
E' stato, soprattutto, un momento bellissimo per entrambe in cui, aldilà del sentirsi figlia unica, ha potuto scoprire che ci sono cose, finora mai sperimentate, che si possono chiedere, e ottenere, e dai risvolti estremamente divertenti.
-Far finta di avere una mamma-bimba, e imboccarla con frittate improbabili multicolore al gusto di muccio, cacca e altri ingredienti rivoltanti che fan fare tante smorfie alla mamma.
-Saltare e ballare sul tappeto ridendo come matte, al suono di "Si viene e si va" di Ligabue.
-Curare, coccolare e mettere a nanna Cicciobello. Insieme.
E poi, buttarsi al collo della sottoscritta, e dirle "Io amo avere una mamma".
Che, di questi tempi, è già qualcosa.
Basta che tra qualche anno, quando cadrà la lente di perfezione con cui nell'infanzia guardiamo ai nostri genitori, non cambi idea e non desideri vedermi fuori dalla sua vita.

lunedì 7 settembre 2015

Vecchia casa

Se c'è una cosa che, nonostante l'età che avanza, è rimasta uguale rispetto alla mia adolescenza, è quel senso di malinconica che mi assale quando arriva il momento di lasciare la casa al paesino. Ricordo esattamente cosa feci un anno fa nella stessa occasione - come trascorsi la serata, le cose che scrissi su whatsapp - come se fosse successo ieri, e questo è senza dubbio un segno inequivocabile dell'età (Mi hanno detto, riferiva giorni fa il barbiere del paesino, che dopo i cinquant'anni gli anni volano, meno male che non ci sono ancora arrivato!), perciò non riesco a raccapezzarmi che questa estate così strana sia già finita.
Come ogni anni arrivo nella vecchia casa che ha accolto tante generazioni della mia famiglia, quasi controvoglia. Ci sono le valigie da disfare, nuovi ritmi e spazi a cui abituarsi, letti vecchi e cigolanti e bisogna fare a meno di tanti comfort.
Tempo due giorni e ti sembra di stare qui da sempre. Soprattutto ti accorgi di quante cose puoi fare a meno senza sentirne la mancanza. In primis i negozi. A parte i beni di prima necessità, qui non c'è niente da comprare, e questo è un toccasana per il corpo e lo spirito, al punto che consiglierei una villeggiatura al paesino a tutti coloro che sono drogati di shopping. Ne gioverebbero.
Quel che invece non manca, e che adesso mi dispiace abbandonare, è la vicinanza, geografica e metrica, con tanti amici e avere un po' di quotidianità con i miei genitori. Basta uscire di casa, affacciarsi nel cortile affianco o sugli scogli poco distanti, per trovare un volto noto, un compagno di giochi per i bambini, una voce amica con cui scambiare quattro chiacchiere. E va bene che d'inverno viviamo più o meno tutti nella stessa provincia, ma non è la stessa cosa. Bisogna fissare appuntamenti, incastrare impegni, lottare contro gli imprevisti dei virus stagionali e alla fine passano settimane prima di riuscire a vedersi.
Anche per i bambini l'addio al paesino diventa ogni anno più triste. Perché devono rinunciare ad avere amici sempre disponibili per giocare, ai nonni che vivono sotto il loro stesso tetto, alla libertà dagli orari e alle uscite frequenti. Ma anche perché cominciano a crescere e, come la mamma, ripartono con un bagaglio di ricordi difficile da gestire.
La verità è che qui, né io né i bambini, ci sentiamo mai soli. Ed è difficile rinunciare a questo.
Ma, arrivata la fine dell'estate, l'aspetto che più di tutti mi strugge fino a far male, è il momento di fare i bagagli per lasciare la vecchia casa di famiglia, quella casa dove, in 39 anni, non ho mai mancato di trascorrere (anche per poco) la mia estate. Non è lo stress delle valigie, l'ansia di dimenticarmi qualcosa o la fatica di caricare la macchina che mi preoccupano. No, è vedere sparire sassolini e conchiglie rubati alla spiaggia, giochini trovati nelle patatine o comprati alla festa del paese, è il disordine giocoso dei bambini che con un colpo di spugna va via togliendo vita alla casa. Sono i mobili che si svuotano, i divani che vengono coperti con vecchie lenzuola, la biancheria che ritorna, profumata, negli armadi, le sedie da giardino coricate in cucina. E' la casa che si appresta al lungo letargo invernale e che con i suoi quadri e ninnoli sembra salutarti mestamente e darti, fiduciosa, appuntamento al prossimo anno.
E' stupido, ma la verità è che quella che stai salutando è la te stessa di oggi, dell'anno appena trascorso, e non sai come sarà la donna che tornerà qui la prossima estate.

sabato 22 agosto 2015

Amarcord

Accade che dopo un numero imprecisato di anni che hai paura a contare ché il numero a due cifre che cresce ti fa impressione, ti ritrovi a giocare a beach volley con gli amici di una vita. Non nel solito campetto dove un tempo trascorrevate gli spensierati pomeriggi estivi dell'adolescenza, e dove da anni ormai non montate più la rete, non per colpa dei bambini (stavolta), ma per motivi che nemmeno più ricordi (il lavoro? le vacanze più corte? le ferie in periodi diversi? o il porto che, chiudendo la spiaggia alle mareggiate, ha fatto sì che vi crescesse una foresta selvatica?), ma in una struttura a noleggio.
Accade che di tanti che eravate, solo alcuni rispondono all'appello poiché gli altri si sentono troppo vecchi per rinverdire i fasti del tempo che fu. Così con uno sparuto gruppo di amici, rinforzato da qualche coniuge sopraggiunto negli anni, ti lanci, è proprio il caso di dirlo, nell'avventura. E' solo un'ora, e vola via veloce, ma sul corpo lascia i segni di un intero campionato di serie A perché sì, i temerari avevano ragione, non siamo più quelli di un tempo, e il polso che ti duole per due giorni ne è la prova.
Però quell'ora di gioco, che entusiasmo!
E poi, rifare una cosa che non facevi da quando eri giovane, e rifarla esattamente come allora, ti fa capire quanto sei cresciuta, e cambiata. E, nell'ordine, ti accorgi
a) di muscoli del tuo corpo che avevi dimenticato di avere;
b) che la mente arriva alla palla, il corpo un po' meno;
c) che il tuo cuore non aveva mai avuto una frequenza così alta, nemmeno quando t'innamoravi;
d) che ci sono cose che un tempo non avresti avuto il coraggio di dire, e adesso lo fai, senza remore;
e) che sei un'adulta, perché, pur trovandoti nella stessa situazione di quando eri ragazza, vedi tutto in una prospettiva diversa.
E che ci sono amicizie che possono durare una vita.
Poi, finita la partita, raggiungi i tuoi figli alla Lega Navale del paesino, dove è in corso una festa per bambini.
E anche questo ti fa pensare. Perché in quella Lega Navale ci sei cresciuta. E' lì che hai conosciuto gran parte dei tuoi amici che hai appena lasciato, lì trascorrevi le mattinate di mare, i pomeriggi dell'infanzia a giocare a nascondino o strega comanda colori e le prime serate fuori casa da sola a raccontare barzellette e a fare il gioco della bottiglia. Poi il porto ha eliminato lo scalo per canoe e vele, ha ridotto i posti barca disponibili per i soci, ha cancellato la discesa a mare. Così, svuotata di senso e di iscritti, la Lega si è ridotta a un circolo serale per adulti di mezza età. Le giovani famiglie sono rimaste senza un posto comodo per andare a mare, senza un punto di aggregazione per le nuove generazioni.
Eppure, alla festa, t'imbatti in una cinquantina di pargoli, da 0 a 10 anni e pensi: ma dov'erano fino a oggi? Alcuni li conosci bene, altri scopri con sorpresa essere i figli di amici che hai perso di vista. Altri ancora non li hai mai visti, ma un dettaglio (un taglio degli occhi, una frangetta) ti fa capire subito chi sono i loro genitori, adulti che sono stati bambini insieme a te. 
E pensi che il cemento non si è mangiato solo il mare, la costa e i fondali con la loro flora e fauna.
S'è mangiato anche i legami umani.
La spiaggia dove giocavamo tanti anni fa
La spiaggia com'è oggi