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mercoledì 13 febbraio 2019

San Valentino

Da una conversazione riferitami.
"Papà cosa regalerai alla mamma per San Valentino?".
"Mmmh, non so Ieie, non ci ho pensato".
"Io lo so! Perché non le regali un gioiello?".
"Beh  - momento di imbarazzo -, non è una spesa prevista. Poi dovremmo rinunciare a qualcos'altro".

Il giorno dopo.
"Mamma perché non hai messo il video della Lolla da piccola, sul CD come il mio?".
"Non ci riesco, il programma che usavo stava sul computer grande che ora è rotto".
"Papà so cosa puoi regalare domani alla mamma: un computer nuovo!".

Non riceverò un gioiello, non riceverò un computer, ma in un certo senso il regalo più bello per San Valentino l'ho già ricevuto da un piccolo spasimante pieno di attenzioni.
E spero di cuore che un giorno, una donna meritevole riceva tanti regali da lui.
Per San Valentino, ma non solo.

lunedì 10 aprile 2017

Ci hanno imbrogliato, ragazze

La settimana scorsa ho smontato il letto culla che ancora sostava in camera della Lolla. Da otto anni, da quando fu regalato a Ieie di appena cinque mesi, è rimasto a casa nostra ospitando, a turno, i miei figli. Ma da qualche mese ormai era solo un guscio vuoto e un po' a malincuore gli ho detto addio. Non è solo la fine di un periodo della nostra vita, è anche il saluto definitivo alla possibilità, un tempo accarezzata, di avere un terzo figlio.
Mi avvicino a stretto giro ai 40, sono troppo vecchia per pensare a quel numero tre che, da ragazza figlia unica, era il mio ideale. Per carità, so che c'è chi fa figli anche dopo i 40, ma io di bambini ne ho già due e ho una gravidanza complicata alle spalle e poi vorrei che i miei figli, tutti, arrivassero all'adolescenza con una madre, se non giovane, quantomeno non vicina all'età della pensione.
Eppure quando appena trentunenne affrontai la prima gravidanza, mi sentivo una giovane pioniera. Ero la prima delle mie amiche a diventare mamma (come gentilmente mi fece notare una di loro quando le comunicai la lieta notizia "lo sai che nessuna di noi ha ancora figli?" come a dire, guarda che rimarrai da sola con biberon e pannolini) come potevo essere vecchia? A farmi nutrire qualche dubbio fu quel primipara tardiva che la ginecologa appioppò alla mia cartella al momento della prima ecografia.
Ma come, avevo fatto tutto quello che mi avevano insegnato. Prima avevo pensato allo studio, a trovare Il Compagno giusto, a sistemarmi (ve be' eravamo entrambi precari, ma quantomeno sapevamo di poter sfamare il pargolo), ci eravamo anche goduti un po' la vita tra teatri, cinema, viaggi, ecc. come potevano definirmi tardiva?
Già. E' che non ce l'avevano detta tutta. Perché sì, oggi l'eta fertile della donne si è allungata (dicono), oggi la scienza ci aiuta più che in passato, ma la verità vera che nessuno mi aveva detto e che io invece non mi stanco di ripetere è che i figli è meglio farli da giovani. Per carità, non dico di procreare appena spenta la ventesima candelina, senza se e senza ma (e magari senza lavoro e compagno fisso), però prima di scegliere di aspettare bisogna avere alcune consapevolezze.
La prima è che, più passa il tempo, più perdiamo energie. A 31 riuscivo a tenere (più o meno) il passo con le notti di sonno perso, ma a 25 probabilmente l'avrei fatto anche meglio. Adesso a una notte persa segue una settimana di inviti ad andare a quel paese rivolti a chiunque mi capiti a tiro.
Questo è ancor più vero quando devi starci dietro, ai figli. Più sei giovane più hai voglia di fare vola vola, di cantare a loop il Coccodrillo come fa e di passare pomeriggi sul pavimento. Arriva un'età che questi passatempi ti distruggono. Per non parlare degli scricchiolii quando ti rialzi da terra.
La seconda è che non sempre a 35 anni procreare è semplice. Conosco un bel po' di coetanee che hanno avuto non poche difficoltà prima di diventare mamme. Qualcuna alla fine c'è riuscita, qualcun'altra è ricorsa, con successo, alla scienza, qualcuna non ha trovato, finora, la risposta al suo problema. Sarebbe cambiato qualcosa se non avessero oltrepassato i 30 anni? Non lo sapremo mai.
Di certo a loro, e a me, resta un po' di amarezza. Ho amiche che hanno sempre detto di volere un solo figlio. Poi, una volta diventate mamme, hanno cambiato idea: magari un altro... E' che poi non sempre questo desiderio puoi portarlo a compimento. Soprattutto se sei vicina ai 40 e la prima gravidanza ha richiesto anni e anni di tentativi.
Ecco, anche io mi sento così. Come una che, se avesse iniziato a fare figli prima, adesso forse ne avrebbe tre. E arriverebbe ai 40 pensando che tra qualche anno i più grandi andranno all'università e magari noi genitori troveremo il tempo di farci quei viaggi a cui abbiamo rinunciato in gioventù.
Vorrei solo che, oltre a tutto quello che mi avevano detto, mi avessero detto anche questo.

domenica 8 maggio 2016

Festa della mamma e Comunione

Questa sono io, ritratta in occasione della mia festa, la festa della mamma. E siccome è maggio, finisce che si festeggia approfittando della Comunione di una cuginetta, in una delle chiese principali della mia città, quella in cui sono cresciuta e che, anche se adesso vivo nel vicino paesello, non posso fare a meno di chiamare mia. 
La chiesa è stipata, 40 bambini con rispettive famiglie, più frotte di turisti. Si incontra un po' di tutto. Il futuro compagno di scuola, l'attuale compagna di danza, un amichetto delle arti marziali, cugini lontani, vicini del paesello. Non manca nessuno. E a fine cerimonia, i saluti sono di rito. L'amico degli amici, il parente dei parenti. Una zia, che zia non è, non tua almeno, ma per la proprietà transitiva della cuginanza tendi a considerare così.
"A, ma questa è tua figlia? Che amore. Ma guardala che carina, a chi somiglia? E sì io vedo una somiglianza. Come sei bella. Uh come sei elegante...E lui è il grande, che ometto, che bel bambino". Ieie nel frattempo si allontana. "Eh sì bello pure lui. Ma lei è un'altra cosa".
Ecco, se da grande mio figlio diventerà un serial killer di secondogenite di fratelli maschi, per favore non date la colpa a sua madre.
A proposito, auguri a tutte le mamme. E complimenti alle maestre della Lolla per questa divertente poesia. L'ho trovata anche molto vera: non c'è una frase che non abbia saputo collegare a me, o a qualche mamma di mia conoscenza.

Una mamma moderna
La mia mamma è tanto bella,
si prepara come una stella:
si tinge i capelli, si mette il trucco,
e il mio papà...rimane di stucco!

Pulisce la casa in continuazione,
con i prodotti in promozione,
tira i panni dalla lavatrice
e, se sono bianchi, è strafelice.

Prepara pranzetti prelibati
con i cibi surgelati.
Al supermercato riempie il carrello
di detersivi, bibite e girelle.

Fa la tassista per la palestra,
i compleanni e altre feste.
Guida la Panda o anche la Skoda
senza curarsi se è fuori moda.

Ha il computer e non lo usa:
non è portata...si sente confusa!
Usa tanto il telefonino,
anche per parlare con la vicina.

Conosce tutte le canzoni
di D'Alessio e di Baglioni,
di Renato Zero e di Pausini,
tutti suoi beniamini.

Io sono contento
che la mia mamma sia così
e pagherei per vederla ogni dì.
Vorrei vederla mattina e sera,
non per un giorno, per la vita intera.

Per coprirla di infinite carezze,
di tanti bacini e gentilezze,
per ringraziarla
per quel che ha fatto
per questo figlio un po' distratto

che non ha colto in tempo reale
d'avere...una mamma davvero speciale!


mercoledì 27 gennaio 2016

I limiti della maternità

Più o meno cinque anni fa, mentre ero in attesa di mia figlia, i media esaltavano Gianna Nannini che, cinquantenne, incinta anche lei, infrangeva i limiti d'età aprendo nuove prospettive di maternità per tutte le donne.
Per tutte le donne? Suvvia. Ora, ammesso che io a cinquant'anni sia ancora fertile, ammesso, nel caso contrario, che abbia congelato i miei ovociti o, ancora, che ricorra all'ovodonazione, ammesso che nel frattempo la legge consenta alle over 50 di ricorrere alla fecondazione. Ammesse tutte queste cose, insomma, veramente avrei qualche chance di diventare mamma? Diventare mamma in breve tempo, senza dover fare millemila tentativi, senza affidarmi a cliniche di fama mondiale e senza azzerare il mio conto in banca? No perché io, per togliermi un neo che il dermatologo riteneva fosse da asportare, ho devoluto al caro Ssn la bellezza di 250 euro. Non oso immaginare quanto dovrei spendere se mi imbarcassi in un'impresa del genere.
Ma il punto non è solo questo.
Ieri, al termine della giornata, mi sentivo un po' stanchina. Un po' tanto, a dire il vero.
Dopo aver sistemato i bambini e averli portati a scuola. Dopo aver studiato, fatto ginnastica, doccia e preparato da mangiare. Dopo aver ripreso i bambini, averli fatti mangiare, controllato che si lavassero i denti e facessero gli esercizi di inglese, aver mangiato a mia volta e lavato i piatti. Dopo aver aiutato mio figlio coi compiti e portato mia figlia a danza, averla ripresa, fatto il bagno a entrambi, dato una sistemata al bagno, smistato i vestiti da lavare, caricato la lavatrice e steso e infornato la focaccia che, dimenticavo, avevo impastato dopo pranzo. Dopo tutte queste cose, insomma, avvertivo come una sensazione di cedimento muscolare, unita a un desiderio impellente di sfrangermi sul divano. E' stato in quel momento che Gianna mi è venuta in mente, perché ha una bambina dell'età della mia.
Va bene che ha una figlia sola, mi sono detta, va bene che lei è più rock di me e dispone di certo di qualche tata, ma ha anche più di 60 anni, mentre io ne ho 38 e alla nostra età vent'anni in più hanno un certo peso. Allora, come mi sentirei se i figli li avessi fatti dopo i 50 anni? E, soprattutto, come cavolo fa la Gianna nazionale?
Decisamente la maternità over 50 non è per tutte. Sicuramente non lo è per me.

martedì 17 novembre 2015

Lo spazio bianco

Mio figlio è nato prematuro. Per una placenta previa che a 30 settimane e 3 giorni ha dato forfait e costretto me a un cesareo d'urgenza e lui a quasi due mesi di Utin. Non è una cosa di cui parlo spesso, almeno adesso. Prima no, mi snocciolavo in testa tutta la storia per giustificare, a me e agli altri, il fatto che fosse più piccolo dei neonati della sua età, il fatto che tardasse a stare seduto e a camminare.
Poi a un certo punto non ci ho pensato più. E non solo perché le lacune erano state colmate, ma soprattutto perché non avevo più il diritto di rivangare questa storia.  Mio figlio ce l'ha fatta, tanti altri bimbi che entrano in Utin non ne escono più, come posso, allora, lamentarmi per non aver portato a termine la gravidanza?
Eppure quel ricordo di fili, allarmi e incubatrici ogni tanto fa capolino. Ogni volta che Ieie ha qualche difficoltà mi chiedo "E se, invece?". Ma sono domande che non avranno mai risposta.
Fu forse per questo, per quelle domande che rimarranno disattese, che pochi mesi dopo la nascita di Ieie andai a vedere al cinema Lo spazio bianco, il film di Francesca Comencini tratto dall'omonimo romanzo, che narra proprio la storia di una madre single alle prese con una gravidanza prematura e con i dubbi tipici di questa esperienza, "Il fatto è che mia figlia (...) stava morendo, o stava nascendo, non ho capito bene: per quaranta giorni è stato come nominare la stessa condizione".
Cercavo empatia, e cercavo risposte. Il film mi piacque, ma in verità a quel tarlo che mi mordeva dentro non seppe rispondere. E così che adesso, sedimentati i ricordi, ho deciso di leggere i libro di Valeria Parrella, per cercare quel qualcosa in più che mancava al film.
La storia è la stessa. Maria, una "primipara attempata" (definizione che mi sono beccata anch'io alla mia prima gravidanza a 31 anni) di 42 anni, sola, partorisce prematuramente la sua bimba, Irene, e da lì comincia il calvario dell'andirivieni al reparto di Terapia intensiva neonatale. la routine di lavaggi e camici sterili, il trovarsi fianco a fianco con altre madri i cui bimbi dormono accanto al proprio in attesa di remoti progressi. Maria viene risucchiata in una nuvola di nebbia da dove il mondo esterno, con i suoi impegni, gli amici, la routine, assume sfumature incerte, per non  apparire più come prima.
Mi sono buttata a capofitto nella lettura, stupita dalla bravura della Parrella che, non so se ci sia passata, ma ha dipinto alla perfezione come si sente una madre con un figlio prigioniero delle macchine e del reparto, un reparto a cui devi tutto, ma in cui non riesci a sentirti a casa.
Ho amato la prima parte del libro, ma a un certo punto mi sono sentita spiazzata, perché la storia vira e si arricchisce di altri elementi. Il passato della protagonista, la scuola serale dove lavora e soprattutto la città di Napoli. Ci sono poi dei passaggi che ho sentito estranei. L'invidia per i progressi degli altri bimbi ricoverati, l'insofferenza per le visite domenicali concesse ai parenti, no io tutto questo, nonostante la depressione che mi avvinghiava, non l'ho provato e non l'ho trovato nemmeno nelle altre madri. Anzi, ho visto molta più solidarietà là dentro che in altri posti.
Devo essere sincera, alla fine mi sono un po' persa e sentita tradita, probabilmente perché avevo delle aspettative che non sono state del tutto soddisfatte. Mi aspettavo un racconto solo sull'Utin, ma così non è. Lo spazio bianco è la storia di una vita che viene stravolta dalle circostanze, ma è anche una storia di Napoli, una Napoli ripresa nei suoi scorci più squallidi, ma inaspettatamente piena e luminosa di vita.
Alla fine, anche dalla lettura sono emersa con un senso di incompiutezza. Ancora mi mancava qualcosa che nemmeno il libro era riuscito a darmi. Un senso, una spiegazione a questa, alla mia vicenda. Ma forse la verità è che ho posto la più classica delle domande che affligge chi è colpito dal dolore, a chi dopotutto non è tenuto a darmi una risposta.
Perché a me? Perché a mio figlio?

Lo spazio bianco, Valeria Parrella, Einaudi

martedì 21 aprile 2015

Philomena

Come sarebbe stata la vita di Anthony/Michael se fosse rimasto con la sua giovane e povera mamma?
Avrebbe avuto la sfolgorante carriera che lo portò a lavorare per il governo Reagan? Sarebbe diventato l'uomo dai molteplici talenti ricordato dagli amici? Si sarebbe dedicato alla musica, al teatro, alla cucina, se non avesse dovuto riempire la sua vita "di rumore e scompiglio per tenere lontane le angosce che lo tormentavano"? Se non avesse dovuto zittire quelle voci che gli ripetevano di non meritare la felicità e che periodicamente facevano emergere il suo lato oscuro e autodistruttivo?
E' questa la domanda che, in tutta la sua drammaticità, si insinua nella mente dopo aver letto Philomena, il libro in cui il giornalista Martin Sixsmith racconta la vera vita di Michael Hess, nato Anthony Lee, sottratto a tre anni alla giovanissima madre, mandata dalla famiglia a partorire di nascosto in un convento dell'Irlanda degli anni cinquanta, e dato in adozione a una famiglia statunitense.
A me i libri, devo ammetterlo, fanno un doppio effetto. O mi prendono come una droga e li divoro in ogni momento disponibile, o, per quanto belli, me li trascino dietro come un fardello, un dovere che mi impongo di assolvere.
Philomena è rientrato di diritto nella prima categoria e non posso non pensare che il mio essere donna e madre abbia giocato un certo ruolo nel mio giudizio. Perché il succo della storia, amara e lancinante a tratti come una lama nella pancia, sta tutta qui, nel dramma di una madre e di un figlio separati contro la loro volontà (e sulle modalità disumane con cui le suore gestivano le adozioni ci sarebbe da scrivere un altro libro) e nelle ripercussioni che questo distacco forzoso avrà sulle loro esistenze. Poco sappiamo di Philomena, se non che anche lei, per tutta la vita, si porterà dentro il desiderio di rivedere il figlio e dirgli quanto l'ama. Vediamo invece il piccolo Michael crescere con il fardello di un abbandono mal compreso e mal gestito dalla famiglia adottiva che, pur animata da buone intenzioni, si dimostra incapace di assolvere al ruolo che si è scelto.
Il pensiero della vera madre sarà, nel bene e nel male, l'ago della bussola delle scelte di Michael, l'oasi di pace a cui la sua anima anela e il tarlo che allo stesso tempo la divorerà col dubbio e i sensi di colpa.
Martin Sixsmith, ingaggiato da Philomena per rintracciare il figlio dato in adozione, si fa testimone silenzioso della vicenda, lasciando al lettore il compito di trarne un giudizio, di dare un nome ai sentimenti affioranti, di tifare per madre e figlio mentre si rincorrono su binari paralleli.
Il mio approccio al libro sarebbe stato diverso se non fossi mamma, e, comunque, donna? Non so. Posso solo dire che Philomena, sebbene dal titolo un po' fuorviante, perché in realtà incentrato sulla storia del figlio perduto, è un libro che non ho potuto non amare, un po' come non si poteva non amare il Michael raccontato dai testimoni della storia, bambino dolce e affettuoso e uomo amabile e di grande simpatia. E', inoltre, un libro che fa riflettere su come spesso gli adulti, arrogandosi il diritto di sapere ciò che è giusto e sbagliato, calpestino con violenza i bisogni dei bambini e su quanto, ancora oggi, sia sottovalutata l'importanza del legame materno.

"Risale tutto alle nostre primissime esperienze e al modo in cui modellano il resto della nostra esistenza. Sapevi che i neonati sanno distinguere il volto della madre pochi minuti dopo la nascita? Quaranta settimane nell'utero sono l'indicazione di un legame piuttosto consolidato, l'abbandono è un evento traumatico. Anche se i tuoi figli fossero stati abbandonati al momento stesso della nascita, continuerebbero a ricordarlo, magari a livello inconscio, e a provare dolore".
Philomena, Martin Sixsmith, Piemme, trad. di Cristina Proto