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martedì 26 gennaio 2021

Il muro di Castromediano

"Non ho capito dove stiamo andando, mamma".
"Ci incontriamo con i nonni. La nonna ha preparato l'arrosto che le avevi chiesto, così ce lo dà".
"Ok, ma perché non andiamo a prenderlo a casa loro?".
"Perché non si può".
"Ma scusa non si può andare a trovare un parente, come a Natale?".
"No, Ieie. Adesso col nuovo Dpcm le regole sono cambiate. Si può andare a trovare qualcuno solo se abita nello stesso Comune, i nonni abitano in città e come sai nel capoluogo non ci possiamo andare".
"Sì va be', però. E quindi dove stiamo andando?".
"A Castromediano".
"A Castromediano? E perché?".
"Perché noi abitiamo in un Comune con meno di 5.000 abitanti, quindi possiamo spostarci. I nonni invece, non possono uscire dalla città. Castromediano è attaccato a Lecce e quindi ci vediamo sul confine tra i due Comuni per prendere l'arrosto....Mi sembra quasi di vivere ai tempi del muro di Berlino".
"Secondo me in Germania all'epoca c'erano più libertà".

lunedì 14 dicembre 2020

Dodici

 E' stato un compleanno strano, con le mascherine, gli abbracci mancati, la distanza e il non saper cosa si può fare e cosa no. Strano come il giorno della tua nascita e forse è per questo che, dopo non averci pensato più per anni, il ricordo di quella corsa a sirene spiegate in un freddo sabato di dicembre, della cresima mancata, delle giornate in ospedale, è ritornato prepotente a più riprese, a ondate, come le fitte di dolore che mi attraversavano in quelle giornate.
Quello di ieri è stato un compleanno strano a coronamento di un anno ancor più strano, iniziato con un ragazzino alle prese col passaggio alla scuola media, timoroso e restio a uscire con gli amici, a lasciare il nido, preda, anche, di attacchi di panico e finito con un dodicenne che brama ardentemente di vivere la sua vita. Uscito dal primo lockdown come un bruco dopo la metamorfosi, ansioso di lasciare casa, di unirsi al gruppo, ma anche più lungo, con una voce più spessa e più roca, che a ogni mattino mi pare cambiata, i primi brufoletti sul viso e un accenno di baffi scuri.
Che fine ha fatto il bambino coi boccoli dorati? Che fine ha fatto il mio bambino?
E' da tempo ormai che non faccio più il paragone. Il paragone può sembrare assurdo e ingiusto detto da una madre, ma quando partorisci uno scricciolo di 1 chilo e 300 grammi a sole 30 settimane e 3 giorni di gestazione, confrontare i progressi della crescita con i coetanei a termine è quasi un passaggio obbligato. Sono stati anni duri, fatti di controlli misti a timori, di paure velate di speranza. E poi, a un tratto, li ho dimenticati.
Ritornano adesso, al culmine di un anno strano.
Per tanto tempo mi sono domandata il perché. Passata la tempesta, non più. 
Poi incontri una persona che ti racconta di una bambina persa pochi minuti prima del parto. Una strozzatura del cordone, pare, un evento raro, imprevedibile. E ti ricordi. Ti ricordi di quel ginecologo che aveva studiato il tuo, di cordone, che guardando attentamente quella forma un po' fuori dal comune aveva sentenziato che avrebbe potuto dare problemi alla fine della gravidanza, ma comunque di non preoccuparmi che io, con una placenta previa centrale, avrei partorito prima del termine e alla fine della gravidanza non mi ci sarei avvicinata. E ad anni di stanza, dopo domande e rimuginamenti senza risposta, finalmente capisci. E ti dici che forse quel parto prematuro in fondo, ti ha salvato la vita. E se tuo figlio è nato il 13 dicembre un perché c'è.



lunedì 16 novembre 2020

Sono come i politici

 Quando torna a casa dalla scuola, la Lolla è un fiume in piena con i suoi racconti su tutto, tutto, quello che è accaduto nelle ore passate in classe. Ci sono stati momenti in cui trovavo questa valanga di informazioni difficilmente digeribile, non ora, che ogni singolo giorno di scuola è un regalo, e sentire le chiacchiere allegre di mia figlia mi dà la consapevolezza che lei sta bene.
Qualche giorno fa, a pranzo.
"Mamma oggi sono venuti due delle scuole medie che si candidano come rappresentanti degli studenti. Quest'anno siamo in quinta e possiamo votare anche noi e sono venuti a presentarci il programma".
"Ah sì, e che cosa hanno detto?".
"Lui ha detto che vuole fare delle cose tipo che ognuno porta piatti del suo Paese e si assaggiano e si mangiano tutti insieme. Poi anche delle cose per fare compagnia alle persone anziane e ascoltare i loro racconti. Lei invece ha detto che vuole aumentare la durata della ricreazione e poi vuole che a scuola si festeggino le feste. Tipo quando è Halloween bisogna addobbare la scuola e festeggiare".
"Sono tutte cose molto belle amore, ma in questo momento del Covid mi sembrano difficili da realizzare".
"Sì, lo sanno, ma hanno detto che troveranno un modo".
Interviene Ieie che fino a quel momento si è limitato a spazzolare con la consueta, meticolosa foga, tutto ciò che ha nel piatto.
"Sì Lolla, è successo anche quando andavo io in quinta. Io ho votato A. che aveva promesso di fare in modo che la scuola desse un tablet a ogni alunno. Però poi quando è stata eletta non abbiamo avuto nessun tablet".
"Va be', io comunque voterò per la femmina".
"Sì, sì, decidi tu chi votare. Ma tanto non cambierà nulla. I rappresentanti degli studenti sono come i politici, promettono, promettono, poi quando vengono eletti mangiano, ingrassano e non fanno un bel niente".

Io ci ho messo un certo numero di anni prima di arrivare a una completa sfiducia nei confronti della classe politica. Ci sono voluti il miraggio di Tangentopoli e la consapevolezza gattopardiana che tutto cambia affinché nulla cambi. Da questo punto di vista, devo dire che i politici di oggi sono stati molto più performanti dei loro predecessori: sono già riusciti a disilludere chi ancora non ha neppure l'età per votare.

martedì 24 settembre 2019

Bilancio della prima settimana di scuola, o giù di lì, secondo una madre (1)

Se per Ieie la prima settimana di scuola media non ha evidenziato granché di rilevante, vista dagli occhi di un genitore, o meglio di una madre, pare invece una fucina di scoperte e illuminazioni.
Sarà che alla fine abbiamo dovuto cedere sul cellulare e questo ha proiettato il figlio nel mistico universo delle chat di classe, sarà che comunque è un capitolo nuovo per lui come per me, fatto sta che non passa giorno che non provi stupore o una certa indignazione che mi fa tanto sentire un po' retrò, un po' superata.
Cominciamo con il telefono. A parte l'illuminante scoperta dell'applicazione di Google che consente di controllare e all'occorrenza bloccare lo smartphone del pargolo under 13, ricordandogli che dopo una certa ora l'uso del suddetto gli è vietato, la prima settimana col telefonino è andata meglio del previsto. Ieie ha sì il vizio di andare a controllare i messaggi, ma a un certo punto se ne stufa, al punto che spesso toglie la suoneria e ciao.
Ma veniamo a quello che ho scoperto osservando Ieie e la chat della sua nuova classe.
1) I ragazzini hanno l'irritante abitudine di intasare la chat di messaggi vocali. Una normale conversazione per decidere la qualunque, si sussegue a ritmo di decine di messaggini nei quali, come in un dialogo vis à vis, ognuno si inserisce dicendo la prima cosa che gli passa per la testa, intercalari ed esclamazioni comprese. Il tutto con i sottofondi più vari, dalla Tv al ruminare cibo fino agli sproloqui materni in secondo piano. Semmai qualcuno dica qualcosa di importante da ricordare, sarà impossibile rintracciare il messaggio in quel mare magnum, sempre che lo si sia ascoltato: Ieie per primo, se il vocale è lungo va avanti senza sentirlo perché, dice, ci vuole troppo tempo.
2) Una chat di undicenni è quanto di più vicino alla torre di Babele. Ognuno si inserisce con un argomento diverso mentre il precedente non è stato ancora esaurito, creando un guazzabuglio dal quale è arduo ricavare un senso. Ci sono poi i molestatori, ovvero quelli che intasano volontariamente la chat con la stessa immagine anche per 200 volte di seguito (visto con i miei occhi), rendendo la conversazione, già frammentaria, praticamente impossibile. La sensazione che se ne ricava è quella di una classe alla mercé di se stessa, che necessita di un insegnante a riportare ordine e un minimo di filo logico. Ma certo, mi si dirà, son ragazzini. Ma era proprio quello che dicevo io quando sostenevo che il telefono a questa età fosse superfluo.
3) I ragazzi usano la chat per riempire il tempo. Non sanno che fare? Messaggiano. La sera la mamma torna tardi dal lavoro (anche questo visto con i miei occhi)? Si sta a chattare finché non arriva. Ovviamente spesso e volentieri non hanno nulla da dire, il che rende l'ascolto dei 580 messaggi che uno si ritrova sconcertato, al mattino, mortalmente noioso.
La verità è che non hanno la più pallida idea di quello a cui serve un telefono. Per questo, quando lo scorso anno uno scolaro chiamò le forze dell'ordine nel corso del dirottamento del suo scuolabus, fu oggetto di così tanti elogi. A colpire non fu il fatto di aver avuto la freddezza di fare la chiamata, quanto che avesse capito a cosa servisse veramente un cellulare.
4) Le ragazzine sono peggio dei maschi. Perché questi sono ancora ingenui bamboccioni, mentre loro già si fanno le foto in pigiama, sul letto, con la bocca a papera, chiedendo quanto sono belle (visto anche questo). Fa un po' tristezza vedere come siamo scese in basso, che poi per carità, le foto in pigiama, o mentre ballavamo, ce le facevamo anche io e le mie amiche, per ridere, ma erano foto fatte col rullino e quindi ce n'era una copia sola e non doveva assolutamente essere mostrata ad altri, che altrimenti ci saremmo sotterrate per la vergogna.
C'è da dire che i maschi, al momento più attratti dalle notizie di calcio che da immagini femminili, non paiono dare il minimo riscontro a queste foto. Resta il fatto che chi le manda costruisce un'immagine di sé, vera o falsa che sia, che le rimarrà appiccicata anche in futuro.
5) I ragazzi non sanno cosa si può o non può fotografare. L'altro giorno ho dovuto bloccare Ieie che stava per immortalare la sorella mentre, in farmacia, le facevano i buchi alle orecchie. Nulla di sconveniente, per carità, ma non c'era necessità di registrare un momento comunque personale e che, tra l'altro, non meritava di essere divulgato. 
6) Cari genitori, attenti a quello che scrivono i nostri figli, perché come niente ci fanno fare una bella figuraccia. Come la mamma che ha sbagliato a cliccare la sezione al momento di ordinare i libri si testo su Internet, notizia che la figlia ha reso di pubblico dominio sulla chat, senza malizia, ma solo per chiedere le foto dei titoli corretti. Ora però tutti sanno del pasticcio combinato dalla signora che, magari, avrebbe fatto a meno di balzare agli onori della cronaca scolastica.
7) Nelle chat della classe i ragazzi si dividono in due categorie. Quelli che scrivono in continuazione e a tutte le ore e quelli che scrivono solo se hanno qualcosa da dire o da chiedere.
E da questa dicotomia, a mio avviso, ognuno può trarre le sue conclusioni.

giovedì 25 luglio 2019

Crescere

Un amico fraterno, un cugino, che da un giorno all'altro non lo cerca più e, quando si vedono, non riesce ad andare oltre a un saluto svogliato a sguardo spento. Che io lo so che non è colpa sua, ma fa male lo stesso quando, a dieci anni, vedi qualcuno che ti era così vicino allontanarsi all'improvviso senza motivo.
I compagni che, da quando hanno il telefonino, "sono più cattivi" e sottolineano, non volendo farlo stare male ma riuscendoci ugualmente, che noi, i suoi genitori, lo trattiamo come un bambino di tre anni perché non lo mandiamo in giro da solo e lo controlliamo. E probabilmente perché adesso è l'unico senza cellulare.
Il compagno del cuore che l'anno prossimo non sarà più in classe con lui, perché Ieie cambierà scuola e paese, e sebbene viva a pochi metri da noi, per loro è come un addio definitivo sul ponte del Titanic.

Crescere è veramente difficile, lo è sempre stato, ma mi pare che a ogni generazione il coefficiente di difficoltà raddoppi. Perché sebbene ricordi gli ostacoli della mia adolescenza, posso dire che quel che mi ha dato in termini di maturità, nuove esperienze e amicizie è molto di più.
Eppure le ho avute anch'io le amiche d'infanzia perse per strada. Quelle della porta accanto, cresciute con me, con le quali si erano spartiti giochi, cibo e sonno che a un certo punto hanno ricevuto libertà a me non concesse. D'improvviso le ho perse. Ho sofferto, credo. Le ho rimpiazzate. E oggi conservo un bel ricordo della mia infanzia e ancor più bello della mia adolescenza.
Vorrei guardare al prossimo anno di Ieie con l'entusiasmo che merita, con la prospettiva che sarà ricco di bei cambiamenti, poi mi scruto attorno e in effetti ho paura. Perché forse è vero che il problema sono io. Io che frappongo le mie ansie materne alla sua meritata libertà. Io che lo costringo a essere accompagnato, quando invece potrebbe tranquillamente spostarsi da solo.
Io che lo tratto come un bambino di tre anni quando in effetti ne ha dieci.
Io che vorrei che guardasse il mondo con i suoi occhi e imparasse a farsi una (sua) opinione, anziché ipnotizzare corpo e mente davanti a uno schermo solo per fare quello che fanno tutti gli altri.
Perché il bisogno di sentirsi accettati, di essere uguali agli altri, è normale a quell'età. Ma qui mi sembra che il rischio sia un'omologazione senza precedenti.

E poi, un pomeriggio per caso, incontri una mamma di un'altra città di un'altra provincia. Suo figlio, che è un anno più grande, comincia a giocare col tuo e scopri che ha vissuto la stessa storia. Ha chiesto con insistenza di andare a scuola da solo, con la minaccia di smettere di studiare, perché i compagni lo prendevano in giro per il fatto di essere accompagnato dal papà. E' uno dei pochi in classe senza cellulare e per questo, a volte, resta escluso dagli incontri extra scolastici. Quando va in pizzeria con gli amici non sa cosa fare, perché gli altri passano il tempo giocando on line col telefono.
E allora, trovando un altro essere madre che la pensa come te, ti convinci che non sei proprio così strana. O forse siete strane in due.
O forse c'è una terza via.
Perché la stessa madre ti narra la disavventura della figlia decenne che un giorno è tornata dal campo scuola entusiasta perché delle bambine più grandi le avevano scattato bellissime foto col loro cellulare, invitando quindi la madre ad andarle a vedere. Figurarsi la sorpresa della mamma quando ha scoperto che le foto erano state caricate su un profilo Instagram aperto dalle ragazzine a nome della figlia, falsificandone la data di nascita. E il problema non era neanche quello, ma che in poche ore detto profilo avesse già raccolto dieci follower adulti di sesso maschile.
Allora forse, non sono matta o paranoica, ma semplicemente prudente, perché prima di buttare mio figlio in un mondo dove c'è chi è pronto a spolparlo come un ossicino, vorrei che fosse quantomeno preparato. E meno ingenuo di quanto sia adesso.
Che poi lo so che sul cellulare prima o poi cederò.
Ma, ecco, cederò a modo mio.

martedì 11 giugno 2019

L'ultimo chiuda la porta

E così è arrivato, il giorno tanto temuto e agognato, quello che a guardarlo dal principio, sembrava lontano.
E così è arrivato, ancora qualche ora e si romperanno le righe, ognuno per la sua strada, dove ti portano cuore e gambe.
Nella vita con i figli ci sono fasi. Quando ci sei dentro sembra esista solo quello e non ne vedi la fine.
C'è stata la fase Peter Pan, con una videocassetta mandata avanti e indietro talmente tante volte da consumarsi e un piccolo Ieie che si nascondeva dietro la porta ogni volta che Capitan Uncino e i suoi catturavano i bimbi sperduti.
C'è stata la fase delle macchine, con quel "Ieie e il nonno" seguito da un "tacicicin" che doveva simulare il rumore dell'accensione del motore, proprio come quando lui riusciva a salire in braccio al nonno, sul sedile del guidatore, e a girare con lui la chiave della macchina (è da un po' di anni, ormai, che è diventato troppo grosso per questo rituale).
Poi c'è stato il calcio: le squadre, i giocatori, le classifiche e i campionati.
Cosa ci riserva il futuro, non è dato sapere.
Le fasi vanno e vengono. Al momento pensi che non finiranno mai e vedrai Peppa Pig per il resto dei tuoi giorni o combatterai con tuo figlio perché non invecchi davanti alla Playstation. Poi, non sai neanche tu come, a un certo punto ne sei fuori. Nemmeno te ne accorgi, un bel giorno ti chiedi "Ma le macchinine, che fine hanno fatto? E' da un po' che non le vedo".
E' successo così anche per le elementari. Pomeriggi di compiti, mattinate di bombe a mano per tirarlo giù dal letto, avvisi da firmare, compagni da invitare e all'improvviso, dopo tanta fatica, ti accorgi che è finita.
Come è successo? Quando? Ma, soprattutto, chi è questo ragazzino che mi chiama mamma?
Sono stati giorni intensi, questi ultimi, giorni di prime volte. Di cene in pizzeria solo con gli amici, di saggi di musica emozionanti, di esami. Di crescita.
Quando, dopo la sua prima uscita solo con i compagni, gli ho chiesto cosa avessero fatto, lui mi ha offerto un breve resoconto aggiungendo, a margine, che non mi poteva dire tutto. E allora mi sono resa conto che sarà così d'ora in poi. Il  tempo solo "suo", al di fuori di casa e della famiglia, in cui noi genitori non possiamo ficcare il naso, aumenterà sempre di più. Ci saranno silenzi e segreti, e amici il cui parere conterà più di quello della mamma. Ci saranno sguardi più intensi che cominceranno a osservare il mondo e lo vedranno come non l'avevano mai visto prima.

Domani per Ieie finirà una fase importante. E sarà impossibile non accorgersene. Anche se non faccio che chiedermi com'è che siamo già qui, perché, nonostante siano stati anni densi e faticosi, in un certo modo sono anche volati. Era un pulcino tremante che non sapeva ancora se usare la destra e la sinistra, che disegnava male e teneva il rigo anche peggio. Ha lavorato, studiato e sudato un bel po' di carte e, non posso negarlo, anche io con lui, pomeriggio dopo pomeriggio.
E' diventato grande.
Domani, oltre alla scuola elementare, Ieie saluterà il bambino che è stato, le maestre che l'hanno visto crescere, la scuola del paesello e gran parte dei compagni che con lui hanno percorso un cammino di sette lunghi anni.
Fanno male gli addii, io me la ricordo bene la sera della fine degli esami di quinta, abbracciata a mia madre su una sdraio in balcone, piangendo perché non avrei rivisto i miei compagni. Quello che non sapevo era che il futuro pronto ad attendermi mi sarebbe piaciuto ancora di più.
Domani sarà un addio anche per me. Alle mamme con cui ho condiviso la pioggia e il caldo nelle attese davanti ai gradini della scuola. Alle discussioni in chat. Ai volti ormai familiari delle maestre e dei compagni. A rituali, luoghi e orari.
Domani sarà una giornata di lacrime e fazzoletti.
Domani i grandi accolti dall'ultima campanella in un botto di coriandoli saranno Ieie e i suoi compagni, dopo che per quattro anni ho visto altri ragazzini salutati così nell'ultimo giorno di scuola, chiedendomi con paura e trepidazione, quando sarebbe toccato a loro.
Per cui buon viaggio ragazzi. Salutate le vostre maestre, abbandonate l'aula che vi ha ospitato, cambiando nome, per cinque anni e mi raccomando, l'ultimo chiuda la porta. Senza guardarsi indietro.
La giovinezza vi attende a braccia aperte.

mercoledì 13 febbraio 2019

San Valentino

Da una conversazione riferitami.
"Papà cosa regalerai alla mamma per San Valentino?".
"Mmmh, non so Ieie, non ci ho pensato".
"Io lo so! Perché non le regali un gioiello?".
"Beh  - momento di imbarazzo -, non è una spesa prevista. Poi dovremmo rinunciare a qualcos'altro".

Il giorno dopo.
"Mamma perché non hai messo il video della Lolla da piccola, sul CD come il mio?".
"Non ci riesco, il programma che usavo stava sul computer grande che ora è rotto".
"Papà so cosa puoi regalare domani alla mamma: un computer nuovo!".

Non riceverò un gioiello, non riceverò un computer, ma in un certo senso il regalo più bello per San Valentino l'ho già ricevuto da un piccolo spasimante pieno di attenzioni.
E spero di cuore che un giorno, una donna meritevole riceva tanti regali da lui.
Per San Valentino, ma non solo.

lunedì 11 febbraio 2019

Le domande senza risposta

Se solo, da adulti, conservassimo un po' del fanciullino che è in noi. Se solo riuscissimo a guardare al mondo con l'umanità dei bambini.
Se solo chi è in alto, e decide, si ponesse quelle domande senza risposta, che è in grado di farsi anche un bambino.
Ieri, con Ieie.
"Mamma ma cos'ha quel ragazzo che viene a Messa sulla sedia a rotelle?".
"Di preciso non so, credo che sia nato così. Sicuramente è tetraplegico".
"Cioè?".
"Cioè non  muove le gambe, non può camminare".
"Però quando don Piero gli parla, lui sorride, sembra che capisca".
"Se è per questo quando il coro canta, cerca anche lui di cantare. Probabilmente capisce ma non riesce a esprimersi. Pensa come deve essere brutto, il corpo è come una gabbia che non risponde alle tue richieste. Eppure vedi, ogni domenica è in chiesa...".
"quindi è buono".
"Lo sarebbe anche se non venisse a Messa. Voglio dire che, nonostante tutto, viene in chiesa a cantare e ringraziare Dio".
"Mamma chi è quel signore che lo accompagna?".
"E' il padre".
"...e chi si occuperà di lui quando i genitori non ci saranno più?".

giovedì 7 febbraio 2019

Buongiorno domani

Sono state settimane, e giorni, tesi, carichi di pensieri, timori, speranze, con il peso della scelta che mi soffocava il petto e ritornava ad angosciarmi nei sogni notturni.
Decisamente l'ho presa un po' troppo sul serio l'iscrizione alle scuole medie di Ieie, ma scegliere per il bene di un altro comporta molti più dubbi e sensi di colpa. E io già sono una che per se stessa pensa, ripensa, in un continuo fare e disfare, figurarsi se dalla mia decisione dipende il futuro, e la serenità, di qualcun altro.
E poi ieri la risposta: Ieie andrà nella nuova scuola che abbiamo richiesto, lascerà i compagni che lo hanno affiancato dalla materna fino a oggi, il paesello con l'unica classe monosezione, così piccola e protetta come una scuola privata, per tuffarsi, è proprio il caso di dirlo, nel caos di una grande scuola di città.
E' stata una scelta per molti versi obbligata e dettata da tanti fattori. Certo molto più complicata per noi, visto che la Lolla andrà ancora a scuola al paesello, ma fatta con la certezza di aver optato per il meglio.
Io mi sono un po' commossa ieri, leggendo la mail copia incolla che il Miur ha mandato a tutti i genitori, perché quella mail spersonalizzata raccontava i prossimi tre anni di MIO figlio.
E lui ha sorriso quando gli ho dato la notizia e chissà cosa gli sarà frullato in testa. All'inizio di questa storia aveva provato a chiedermi di restare altri tre anni con i suoi compagni, soprattutto col suo amico del cuore, ma non è stata una resistenza strenua. Ha capitolato subito, al primo, placido no.
Ancora me lo ricordo in quella vigilia della primaria, quando tutto teso mi chiedeva per confortarsi dal passaggio di scuola, che ci fossero almeno gli stessi compagni della materna.
La verità è che quando decidemmo di iscriverlo al paesello, lo facemmo, oltre che per comodità, per dargli la possibilità di ambientarsi in un paese dove noi, per primi, eravamo nuovi. Eppure Ieie qui l'ho sempre visto come un pesce fuor d'acqua e la conferma l'ho avuta qualche anno fa, quando per motivi di orari dovette lasciare la parrocchia locale (e i compagni di scuola che erano anche compagni di catechismo), per trasferirsi in un'altra. Si trovò così bene da volerci rimanere anche negli anni a seguire, quando avrebbe potuto ritornare a fare catechismo al paesello.
Per cui sono fiduciosa nelle sue capacità di adattamento e nelle nuove persone e opportunità che la vita gli metterà davanti.
Del resto Ieie non è più il pulcino spaurito di cinque anni fa, e per quanto lo osservi stupefatta chiedendomi che fine abbia fatto il cucciolo riccioluto dei miei ricordi, come sia possibile che sia stato risucchiato da questo bambino (nell'animo) dal corpo da ragazzino, con i piedi lunghi e la taglia 12 anni, mi si stringe il cuore. Davvero il tempo ha messo il turbo e conto i minuti, i giorni, i mesi che mi separano da quella fase in cui Ieie non considererà più me, noi, la sua casa, il porto sicuro, l'angolo delle certezze e cercherà in altre persone e in altri luoghi, conforto, compagnia, condivisione. Allora l'illusione che lui sia mio tramonterà per sempre.
Ma bando ai sentimentalismi. C'è tempo per commuoversi. Magari proprio quando a settembre varcherà la soglia della nuova scuola e io starò chiedendomi (ancora e ancora) se avrò fatto la scelta giusta. Se sarà felice, se sarà sereno. Una risposta che potrebbe richiedere ben tre anni.

lunedì 28 gennaio 2019

Il sacro fuoco

Da circa un mese Ieie ha iniziato il servizio di ministrante durante la Messa domenicale. E' un'attività che fa con  piacere, vorrei dire perché pervaso da un profondo sentimento religioso, ma devo ammettere che uno dei motivi principali è che gli piace essere al centro dell'attenzione. Non so, forse è una caratteristica normale nei bambini, ma noto che per Ieie quella di mettersi in mostra, essere il vincitore, è un'esigenza fondamentale, fomentata, suppongo, da una società dove esisti solo se appari e sto faticando non poco a fargli capire che la vittoria non è qualcosa che ti capita e con cui ti crogioli nel successo e negli elogi, ma è un mix tenace di talento e impegno. Impegno soprattutto.
Comunque, tornando al servizio di ministrante, essendo stato convocato per l'ultima Messa della mattina, ieri non ci siamo trovati ad assistere alla funzione come al solito. L'abbiamo lasciato in parrocchia mentre gli dicevano che avrebbe portato il cero, e sebbene la solita voce della mammina pedante mi sussurrasse all'orecchio che forse non era un compito adatto ad un bambino decisamente maldestro, la madre saggia ha avuto il sopravvento e ha deciso che avrei fatto meglio a dargli fiducia e chiudere il becco.
All'uscita.
"Be', com'è andata?".
"Mmh, bene".
"Sicuro?".
"...".
"Non mi racconti niente. Hai portato la candela?".
"Sì...ho bruciato un poco la cantoria".
"Come hai bruciato la cantoria???".
"Ma no, poco poco, è rimasto solo un segnetto".
"Ma com'è successo?".
"E' che don Piero parla, parla e io non mi sono accorto che la candela si era inclinata e stava toccando la cantoria".
"Che ti hanno detto?".
"Di non farlo più".
"...".
"Per fortuna che quelli del coro erano in piedi. Altrimenti a qualcuno avrei bruciato anche i capelli".

domenica 16 settembre 2018

Si ricomincia

In questa vigilia agrodolce che precede il riprendere della scuola, sono divisa tra la necessità di mettere un punto a ben tre mesi di vacanza (e riprendermi un po' del mio tempo) e la malinconia all'idea di ricominciare col tran tran frenetico. Mi sembra ieri che mi affannavo tra compiti e attività sportive e, lo so che invece di tempo ne è passato e di cose ne abbiamo fatte, ma la prospettiva di rituffarmi nel vortice non mi alletta per nulla.
E poi c'è lui, che si appresta alla classe quinta, traguardo e rampa di lancio.
Avrei voluto scrivere fior fior di riflessioni su questo momento così simbolico, ma la verità è che ho un'unica, banale considerazione, che è poi comune a molte mamme: il tempo è volato via.
E' stantio dire che mi sembra ieri quando Ieie, piccolo e tremante, aspettava con i compagni davanti alla scuola la cerimonia di accoglienza dei bambini di prima. Era talmente teso e pareva minuscolo sotto quello zaino vuoto. A parte il primo anno, che forse per la fatica iniziale mi è sembrato più lungo, per il resto non so nemmeno io come abbiamo fatto a ritrovarci già qui. Erano i piccoli, da domani saranno tra i grandi della scuola.
Chissà cosa ricorderà Ieie della "primaria". Io ho memorie nitide e precise delle mie elementari. Ricordo mia nonna che mi chiedeva conto degli esami di quinta, la mattina, a casa sua, appena uscita da scuola; ricordo i pianti in braccio a mia madre sulla sdraio beige del balcone, quella che non esiste più, al pensiero che non avrei più rivisto i compagni di quegli, nella mia mente di bambina, interminabili cinque anni. Ricordo le amiche che sembravano dover essere per sempre e che invece non ho più rivisto.
Chissà cosa si porterà dietro mio figlio.
Io, per quest'anno, ho un solo piccolo desiderio: che il tempo rallenti un po', perché ho paura che, a quella campanella di inizio lezioni, seguirà rapida quella che ne segnerà la fine.

martedì 12 giugno 2018

Non è finita fino a che non è finita

...ma stavolta è proprio finita. Oggi, a quest'ultimo giorno di scuola ci arrivo con uno spirito diverso rispetto agli altri anni, quando un atroce dilemma mi tormentava "E mo che gli faccio fare per tutto il giorno a questi due?".
Quest'anno anno no, quest'anno è diverso, e anch'io mi sono trovata ad agognare la fine della scuola come e più dei bambini. Perché quest'anno è stato di una fatica immensa. Fatica di materie orali che per Ieie diventavano più impegnative, fatica di attività extrascolastiche da incastrare al nanosecondo, sempre con i minuti contati e le chiavi della macchina in mano, pronti a scattare. Fatica, soprattutto, dettata da un orario, la famigerata settimana corta, che non ha apportato alcun beneficio alla didattica, ma ha solo aumentato l'affanno.
Che cinque ore e mezza sui banchi e un'uscita alle 13.30, non avrebbero agevolato né studenti né genitori, era una verità senza bisogno di tante dimostrazioni. Avendo circa un'ora e mezzo in più di lezione ogni giorno, ci siamo trovati a gestire un carico di compiti maggiore con meno tempo a disposizione.
Nel nostro caso tornare a casa più tardi ha significato mettersi a fare i compiti subito dopo pranzo, senza la consueta pausa relax garantita in passato. Perché quando il tempo si riduce, se poi vuoi fare un'attività sportiva o invitare un amico a giocare, a qualcosa devi pur rinunciare.
A questo bisogna aggiungere il carico da undici dei compiti del fine settimana, che se gli altri anni il sabato tornati da scuola c'era poco e niente da fare, quest'anno non c'era week end che non si passasse venerdì pomeriggio e sabato mattina chini sui libri, in barba a quel principio che la settimana corta ha il vantaggio di permettere ai genitori di trascorrere più tempo coi figli. Sinceramente passare il sabato mattina a invitar costringere mio figlio a finire i compiti non è proprio il mio ideale di tempo di qualità!
E qui arriviamo al secondo punto. Alla fin fine, i compiti, lo studio, son problemi dei miei figli, che c'entro io? Se per la Lolla si è trattato di limitarmi a spiegare qualcosa che non era molto chiaro e controllare, con Ieie è stata tutta un'altra storia. Il ragazzino è dotato, ottima memoria, facilità di apprendimento ma, mai come quest'anno, capacità di concentrarsi non pervenuta. Al di là della poca voglia di sedersi alla scrivania, lo ritrovavo, dopo un po', a fare di tutto (sfogliare il libro di lettura di italiano, lanciare in aria una gomma/tappo/matita, simulare una partita di calcio) tranne che studiare. Alla fine, l'unica è stata quella di vestire i panni del carabiniere e mettermi seduta di fronte a lui di piantone.
E io lo so che le maestre dicono che i compiti li devono fare da soli, e in effetti da solo li ha fatti, semplicemente la mia presenza è servita a scoraggiare i suoi continui tentativi di bighellonare (ma che fatica!).
Va be', quanto meno la fatica è servita. Ha appreso quello che doveva apprendere, ha raggiunto i suoi obiettivi e un altro anno è da archiviare. Sperando che il prossimo porti un po' più di maturità (sì, eh? crediamoci). Che poi il prossimo sarà anche l'ultimo anno della primaria (ok finalmente mi sono abituata a chiamarla così) e l'entusiasmo, la paura, la commozione sono già pronti a esplodere.
Ma questo è un altro racconto e per ascoltarlo bisognerà aspettare ancora un anno.


sabato 19 maggio 2018

In gita

Prima della gita
"Mamma le maestre hanno detto che in gita possiamo portare i telefonini".
"Ah sì, e perché?".
"Per fare le foto".
"Scordati che ti dia un telefonino".
Aria delusa, ma tutto sommato non troppo stupita.
"Comunque se l'obiettivo è fare le foto, ti presto la mia vecchia macchina fotografica".
Un sorriso si riaccende "però mi raccomando trattala bene".
Dopo la gita
"Mamma lo sai, le maestre hanno detto che la prossima volta non ci faranno portare i cellulari".
"Come mai?".
"Perché oggi, al momento della merenda, tutti si sono messi a giocare col telefono".
"Quindi tutti avevano il cellulare?".
"I maschi tutti, tranne me e un mio amico. Un mio compagno aveva il telefono ma senza scheda telefonica".
"E le femmine?".
"Mmmh, alcune avevano il telefono. Comunque lo hanno usato solo per le foto, poi lo hanno messo via".
"E tutti i maschi invece hanno giocato con il telefonino?".
"Mmmh, sì".
"E voi che non l'avevate, che avete fatto?".
"Abbiamo fatto i giochi tradizionali".
"...".
"Ah, a proposito, ho finito lo spazio sulla scheda della macchinetta fotografica".

No comment

lunedì 26 febbraio 2018

Cacca's day

Prima ne ha pestata una, all'uscita di scuola, che giaceva fradicia di pioggia all'angolo della strada insieme ai coriandoli rimasti ormai da Carnevale, e ha inzaccherato una scarpa, suola e tomaia, l'altra scarpa, suola e tomaia, i pantaloni e la tappezzeria della mia macchina.
La postina, che passava in quel momento, si è fermata a osservarmi mentre davo di matto, pensando, chissà, che forse doveva chiamare il Telefono azzurro.
Poi, dopo un bel po' di cambi, strofinamenti e lavaggi, quando pensavo di essermi lasciata il peggio alle spalle, è andato in bagno. E mentre era lì, si è messo a giocare usando un tappo di penna come pallone, saltando nel bagno e, sì lo so, sono cose personali, e non si dovrebbero dire per rispetto della privacy dei propri figli, ma anche alla mer cacca che una madre può sopportare c'è un limite, insomma, ha sporcato di cacca il bordo del wc. E poi, senza accorgersene, ci si è seduto sopra.
E ora, dopo un primo pomeriggio così congegnato, con quel mefitico odore che mi sembra promanarsi da ogni dove, mi sento di dire che quello di oggi è stato proprio il cacca's day.
E almeno a questo sfogo, credo di aver diritto.

P.S.
Signora postina, se mi biasima, posso augurarle solo questo: che al ritorno dal lavoro, anche i suoi figli, se ne ha, le abbiano fatto trovare un wc come quello che ho visto io oggi.
E non aggiungo altro.

sabato 27 gennaio 2018

L'importanza di ricordare

L'anno scorso il paesello dove viviamo intitolò i giardini della scuola a uno degli agenti della scorta di Giovanni Falcone, nostro conterraneo. Per l'occasione furono invitate alla cerimonia alcune classi, tra cui quella di Ieie.
Al ritorno Ieie mi raccontò della sorella e della vedova dell'agente che erano presenti alla dedicazione. Mentre la seconda sembrava felice (dove per felice immagino che il bambino intendesse che era serena, sorridente), la sorella, no, tanto che si era messa a piangere. Mi sorprese come Ieie avesse colto queste sfumature, lui non sapeva tradurre in un discorso logico quel che aveva visto, il modo con cui ognuno di noi affronta il dolore, ma era evidente che quell'esperienza lo aveva toccato.
L'altro giorno al Tg mostravano i resti dell'auto della scorta di Falcone, che fino a fine mese sarà esposta a Roma. Mentre la telecamera indugiava su quell'ammasso di lamiera contorta, Ieie è entrato in cucina e il suo sguardo si è inchiodato, stupito, sullo schermo. Quando gli ho chiesto cosa fosse, mi ha subito risposto ricordando il nome dell'agente e questo fatto mi ha colpita.
Quando penso alle stragi che hanno insanguinato la storia italiana mi viene una gran rabbia, perché le nostre istituzioni, e anche molti di noi, quei sacrifici non se li sono meritati. Perché mi chiedo amareggiata a cosa sia servito versare il sangue di tanti innocenti.
Poi però penso a Ieie e ai bambini, che sono la nostra speranza, il nostro futuro. E' a loro che bisogno puntare, è a loro che bisogna raccontare, ricordare. Perché sono migliori di noi e sapranno dare corpo a quei sentimenti buoni, che noi abbiamo sepolto sotto uno strato di rassegnazione.
Per cui, che sia la Shoah o la strage di Capaci, ben venga il racconto. Se ne parli a scuola, se ne parli in famiglia, i ragazzi sapranno cogliere, ognuno secondo le proprie capacità, perché, come mi ripeto, "semina, semina, che qualcosa raccoglierai".


giovedì 14 dicembre 2017

Mi sono innamorato

Lo ha raccontato alla sorella, ai nonni, agli zii, alla mamma e persino al papà.
Ha mostrato loro foto e video, li ha inondati con dovizia di particolari.
Ha approfittato di ogni momento di solitudine per sbirciarne il ritratto.
Si è interessato ai suoi hobbies e alle sue amiche.
Ne ha decantato le lodi.
"Mi sono innamorato", ha confessato Ieie qualche giorno fa. "E' una cosa bella", ha risposto sua madre che si ripromette sin da ora di non fare la suocera acida. "Somiglia ad Ale" (Ndr la sua prima fiamma), "Davvero?".
E così tutti, dallo zio alla sorella, hanno appreso chi fosse e cosa facesse questa beneamata, imparando a conoscerla come fosse una persona vera.
Sì, perché i nostri figli sono nativi digitali, una generazione lontana da noi anni luce. E anche gli amori non nascono più tra i banchi di scuola, o sulla battigia d'estate. No. L'amore oggi esplode sui social, per una fotografia, attraverso uno schermo.
Il nuovo "amore" di Ieie è una bambina vista in Tv allo Zecchino d'Oro. E sua madre, per quanto si riprometta di essere una suocera moderna e affettuosa, non sa se è pronta a benedire queste nuove forme di amore.

mercoledì 13 dicembre 2017

Nove

E così hai spento nove candeline e adesso possiamo iniziare il conto alla rovescia verso la decade. Che poi dieci anni sono molti o pochi? Chissà.
Il tempo è passato con velocità diverse. Immobile e pastoso quando dovevo tenerti per mano e aiutarti a camminare. Quando tosse, vomito e febbre imperversavano a settimane alterne e togliere il pannolino pareva un miraggio. Giorni perduti in un tempo a una distanza indefinita.
E così quest'anno hai festeggiato da grande. Pochi amici per un pomeriggio in compagnia. Perché adesso il tempo vola veloce e cresci ogni giorno sotto i miei occhi. Bruci le tappe, pretendi libertà a cui non sono pronta.
Oggi ho sentito parlare di youtuber e serie di narcotrafficanti e ho scoperto che i Negramaro son roba vecchia e mi son resa conto che, sebbene in passato giurassi che sarei stata una madre più moderna dei miei genitori, c'è molto più di una generazione tra me e te. Perché il mondo va troppo veloce e non ce la faccio a tenere il vostro passo.
Però ti ho visto sereno e contento, a discapito dei malumori che porti ogni giorno dentro casa. Ma forse siamo noi il tuo problema? Possibile che la preadolescenza sia già tra noi? Che già vestiamo i panni dei vecchi rompiscatole e retrogradi? O è solo che non sono capace di lasciarti andare?
Comunque sono felice che tu sia felice o che, almeno per oggi, lo sia stato.
Per il resto posso solo prometterti che in questo decimo anno cercherò di essere meno petulante. Ti darò più fiducia e saprò mettermi da parte. Forse.
Tu, per contro, non far mai morire la mia voce nel tuo cuore. Anche quando rompe.
Buon compleanno, bambino mio.

lunedì 23 ottobre 2017

La fatica di educare

"Figli piccoli problemi piccoli, figli grandi problemi grandi" ti ripetono quando ti lamenti delle notti insonni a causa dei pianti dei pargoli appena nati, lasciandoti intendere che, checché tu ne pensi, non saranno quelle le preoccupazioni peggiori che i tuoi bambini ti daranno.
La fatica di educare, in effetti, si incontra dopo. Dopo i terrible two, dopo l'inserimento all'asilo, dopo i capricci e le sudate per spiegare la differenza tra è ed e.
Si incontra, ad esempio, quando cerchi di far capire a tuo figlio di nemmeno nove anni perché non ritieni che uscire a passeggio da solo come fanno alcuni suoi coetanei, sia una buona idea. O, peggio, perché non è opportuno alla sua età, possedere e usare un proprio cellulare per scambiarsi messaggi con i compagni, sebbene gli altri già lo facciano.
E' allora che senti tutta la fatica di spiegazioni che non sai se andranno a segno.
Perché tu puoi pensare, e dire, che i telefonini sono pericolosi per la salute dei bambini, e lo sostengono persone molto più autorevoli della mamma; che lo smartphone è un'incredibile finestra sul mondo, ma anche una porta di accesso a situazioni pericolose per un "ragazzino" di neppure nove anni; che già fai fatica a tenere sotto controllo le ore di tv e videogiochi sul tablet, perché lui non è proprio in grado di staccarsi dagli apparecchi elettronici, figuriamoci se dovesse esserci di mezzo anche un cellulare.
Soprattutto, tu puoi volere che lui conosca abbastanza la vita vera, fatta di abbracci, litigi, partite di pallone, sudore, erba fresca e vento in  faccia, prima di lasciarsi assorbire da quella virtuale. Così da non deprimersi per una misera manciata di like e da capire che i veri amici non sono quelli che affollano i tuoi social, ma quelli che ti porgono una spalla, in carne e ossa, quando hai bisogno di piangere.
Tutte queste cose possono essere spiegate con un linguaggio kids friendly, come si dice oggi, ma la verità è che ciò che resterà, sarà solo il paragone tra gli amichetti trattati ormai da grandi e se stesso, il bambino.
E quindi puoi solo prenderti il tuo pesante fardello, tenere duro e seminare e sperare che un giorno tutta questa fatica sarà stata utile. Sarà stata compresa.

P.S.
E poi è vero, è difficile per me accettare che il mio bambino non sia più tale, che sia troppo grande ormai per ricevere in dono un giocattolo, ma mi chiedo anche: se adesso esce da solo, quale nuovo traguardo si proporrà, per esempio, tra due anni?
Il discorso che i bambini di oggi sono più svegli dei loro coetanei di vent'anni fa, a me non convince. Forse saranno (ancor) più smaliziati, con più conoscenze, ma di certo non sono più maturi.
Veramente posso accettare che mio figlio talvolta si svegli ancora di notte piangendo, che non voglia restare in casa da solo il tempo necessario per percorrere i 50 metri che ci separano da scuola così da prendere sua sorella senza dover chiedere la collaborazione di qualcuno, che non sia disponibile a restare da "solo" (con la sorella) in auto mentre pago il parcheggio e poi permettergli di uscire senza un adulto?
Che c'azzecca?
C'entra eccome, perché crescere non può significare solo avere più libertà. Maggiori diritti comportano maggiori doveri e responsabilità, mi è sempre stato insegnato che le due cose vanno di pari passo: non basta credersi grandi, per essere trattati come tali.

martedì 21 marzo 2017

Passossesioni

Non sono mai stata una grande appassionata di calcio, sia messo agli atti, ma in alcuni periodi della mia vita l'ho seguito, anche con una discreta attenzione. Succede periodicamente con le competizioni internazionali, i Mondiali o gli Europei, e poi, come si dice, se non  puoi sconfiggerli fatteli amici. E' così che, nella mia gioventù, quando la tv ogni mercoledì sera era sintonizzata sulle coppe, per allentar il tedio che mi assaliva chiedevo lumi a mio padre, unico appassionato di calcio e unico che seguisse le partite in tv, facendomi spiegare cosa fosse un fuorigioco o come funzionasse un campionato a punti o a gironi.
Questo bagaglio mi è poi servito negli anni dell'università, quando qualche domenica con gli amici si andava allo stadio, nella nostra città o a Roma, dove studiavo, in quel maestoso Olimpico quando accoglieva la squadra della nostra città natale.
Poi mi sono fidanzata, e sposata, con un uomo che del calcio sa a malapena che si gioca con un pallone e anch'io ho abbandonato per sempre quel mondo. Se mai ne fossi stata parte.
L'anno scorso i compagni di scuola di Ieie si sono iscritti in massa a scuola calcio. Lì per lì la cosa non ha solleticato mio figlio che pareva aver preso dal padre. Noi abbiamo tirato un sospiro di sollievo, ché l'idea di uno sport all'aria aperta anche d'inverno, alle tre del pomeriggio, mica ci faceva felici. Poi, più per emulazione che per passione, Ieie ha ventilato l'ipotesi di iscriversi a calcio, ma senza troppa convinzione. A giugno, dopo il primo giorno di campo scuola, Ieie è tornato a casa scocciato perché i suoi amici passavano il tempo a tirar calci a un pallone. Il secondo giorno di campo scuola, l'ho dovuto tirar via per la maglietta: erano andati via tutti e lui continuava a scagliare palloni sugli alberi della pineta con vivo rammarico delle animatrici.
Da lì è stato un crescendo. A scuola calcio non è potuto andare nemmeno quest'anno, per incompatibilità di giorni e orari, tuttavia a casa nostra è sbarcato l'album delle figurine dei calciatori, seguito da una marea di palloni di ogni foggia e dimensione. 
E poi c'è tutto il contorno. Video giochi sul calcio. Tv sintonizzata su Rai sport o dovunque ci sia un match in corso, di qualunque squadra. Partite in giardino o, se il tempo non lo consente, tiri in casa con una pallina piccola. E, quando tutti i palloni sono stati sequestrati onde evitare la distruzione della mobilia, tiri in solitaria con una pallina di carta o con la gomma da cancellare.
Questo, attualmente, il tenore dei discorsi con mio figlio.
"Mamma sai chi è Dessena?".
"No tesoro, non ne ho idea".
"Mamma sai perché Nainggolan viene chiamato il ninja?".
"No, Ieie non ne ho idea".
"Mamma ma di dov'è Dzeko?".
Vi risparmio la risposta, che è sempre la stessa.
"Ieie, non ti schiacciare così il cappello se no ti vengono le orecchie come Andreotti".
Lui, stupito e felice, "Andrea Belotti? Perché mi vengono le orecchie come Andrea Belotti?".
"Ma chi è Andrea Belotti???".
"L'attaccante del Torino".
L'unico aspetto positivo è che, essendo il campionato italiano infarcito di giocatori stranieri, Ieie mi chiede informazioni su Paesi e città estere, e almeno così facciamo un po' di geografia.
Per il resto il nonno, quello appassionato di calcio, l'altro giorno ha sentenziato "Ora basta Ieie, non puoi pensare sempre al calcio!".
Ecco.

martedì 24 gennaio 2017

Il mondo visto dai bambini #2

"Ieie, ma che state facendo, perché avete tolto le casacche ai giocatori del biliardino?".
"Fanno come i calciatori veri, mamma. Quando finiscono la partita si tolgono le magliette!".